Mal-di-paura

Questo nostro spazio ha avuto tra i primissimi temi quello della paura, su cui siamo tornati una miriade di volte, forse più del necessario, ammesso che si possa quantificare nella vita di ciascuno lo spazio “giusto” a cui dedicare un’emozione, uno stato d’animo, un sentimento.

Paura è stato il superamento di un limite e una possibile catarsi per il mondo intimo di Simona Vinci riportato nero su bianco in una recente pubblicazione della Einaudi, in cui gli orkers hanno rivisto la caduta in certe voragini di vuoto e di nebuloso presente, la fragilità che si fa anima aperta, oltre gli steccati, laddove la sofferenza urla e pretende il suo posto per darci modo di essere, al di fuori delle forme imposte, precostituite, tranquillizzanti.

E Dario Brunori ha fatto della paura un collante prezioso in un album che si fa conquista di una maturità cercata e trovata, secondo un proprio linguaggio, appena varcati i 40 anni, oltre gli stereotipi di un successo che certamente sostanzia la felicità di una strada, ma non ne racchiude il senso, perché il senso siamo noi a darlo.

Siamo noi a decidere che strada prendere e ad assumercene la responsabilità, oltre la paura.

E mi rendo conto che questo tema dietro cui mi nascondo, sperando di fuggire all’incontrollabilità della vita, è tema centrale oggi, ora.

Perché, se è vero che la paura contiene l’attaccamento a qualcosa che temi di perdere, sia esso il controllo, la vita, un’idea di te o dell’esterno o altro che rassicura e aiuta a stare in questa parvenza di percorso ordinario, quale è l’esistenza medesima, dietro cui c’è il baratro e l’incertezza dello stesso, è altrettanto vero che la paura, nelle sue forme deviate che si stagliano laddove il pericolo concreto è punto di fuga troppo lontano perché torni utile, diventa motivo pretestuoso di allontanamento da sé e dalle responsabilità della propria vita.

Sono giorni che ruoto intorno a questo punto e il libro che ho scelto di leggere, appena giunto in libreria, è proprio quello di cui avevo bisogno per non cedere alle lusinghe di voli non pindarici che, talvolta, nutrono quella parte pigra e indolente e satura di noi che, di fronte all’incasellarsi non felice degli eventi che avremmo voluto diversi, si adagia, non reagisce, si nasconde dietro paraventi casalinghi di famiglie austere in cui trovare illusorio riparo dalle tempeste dell’umana condizione.

E, allora, leggiamo e usciamo e portiamo fuori tutto ciò che la paura seppellisce: divertimenti, piaceri, allegria, urgenze, necessità che richiedono un agire diretto e mirato, pur nella coscienza della mutevole realtà che impone un adattamento e una conseguente crescita continui.

E torniamo al nostro libro.

Non è una novità per il pianeta Ork l’illustratrice: Giulia Pintus ci ha raccontato la poetica storia circense di Attilio stregandoci per sempre e qui, nel “Maldipaura”, edito da Edizioni Corsare, traccia, con le filastrocche essenziali e necessarie di Chiara Ingrao, un’altra storia, tante storie, quelle delle vite che compaiono dalle finestre sui tetti notturni di un’indefinita città nella splendida copertina, quasi un accenno delle solitudini in cui la paura ci relega quando non è transitoria, ma definitiva accettazione di limiti e, dunque, rassegnazione.

Non solo.

L’incipit contiene molto di più: la paura quale strumento di condizionamento delle vite altrui, perché, dietro l’esigenza di un attaccamento, c’è di certo una deresponsabilizzazione di sé, ma c’è anche una fragilità che in questo processo trova una sua naturale conseguenza, nel tempo necessario che si formi un’identità, e nella fragilità è assai facile essere manipolati, diventare vittime di coloro che vogliono “farci obbedire ai loro comandi”.

E, qui, la storia personale si intreccia con quella più grande, in epoche recenti, fino a questo presente in cui naufraghiamo verso assolutismi di certezze possibili, oltre le paure, senza attraversamenti auspicabili e di maturità.

Poi, il libro va avanti e si perde nelle stanze di Alessia che ha paura del buio, ma che lo affronta, trova il suo modo di attraversarlo, perché il buio non puoi eliminarlo, puoi “arredarlo”, come mi disse una volta Mork, accettarlo in una forma che sia tua, che sia un lumino, una stella o la luna dietro le tende l’elemento d’arredo o compagnia poco importa.

Servirà tutto, quando Alessia potrà dire di esserci ancora, oltre quel buio, e di viaggiare verso una terra felice di femminilità possibili in cui vogliamo vederci.

Ancora il libro si perde nella casa di Martino, dove non c’è caduta, pianto, non c’è anima, nella paura della mamma di lasciarlo andare, farlo vivere, in una condizione di simbiosi che si fa sindrome grave, “mammicolite ansiosa acuta, per cui l’unico rimedio è cedere all’ordine naturale delle cose, in cui il figlio diventa se stesso, fuori dal controllo, con le sue ferite, con la sua sofferenza che è parte integrante di questo nostro umano percorso, come la possibilità di vederlo felice lontano da sé.

E poi Salvatore che lega coi bulli, si fa forte per paura di vedere il femminile fragile che racchiude, oltre gli stereotipi che lo vogliono forte al fianco dei forti, Graziella e la fobia dei germi, Gianna e la sua per i ragni, Ernesto che teme gli accattoni, si fida della forma e viene derubato da chi crede, per borghese definizione estetica, gli sia amico, il lupo che teme le derive della civiltà, il cemento, i soldi che divorano tutto, e ci aiuta a vedere il male oltre il senso e il pensiero comune.

E, poi, c’è Gino, c’è Umberto, ci siamo noi tutte le volte in cui non sappiamo fare della paura lo specchio di quello che sta poco oltre e ne diventiamo vittime più o meno consenzienti.

Il libro è un libro necessario perché, non fermandosi all’intimo, scavalca lo spazio angusto delle stanze e delle case e si fa storia di popoli in conflitto, nella paura di chi è diverso da noi e in un’idea di superiorità che cancella ogni opportunità di confronto, di scambio, di ricchezza, è un libro necessario perché sprona, stimola, aiuta a uscire dai propri steccati per non essere vittime di un tempo fermo e morto, in cui smettiamo di cercare e, dunque, di crescere.

Le illustrazioni sono la perfetta traduzione di un viaggio, quello che il libro consente di fare, dentro se stessi e la poesia del tratto sottile e burtonianamente imperfetto di Giulia Pintus cede, come è giusto, volutamente il posto allo smarrimento e all’incubo che vivono i protagonisti delle storie, nelle proporzioni, segno inconfondibile della Pintus, ma qui essenziale alla visione delle cose, in certi sguardi allucinati e lontani e in talune deformità che sono di tutti.

Il cielo è grigio, ho ancora paura, ma decido di uscire.

Non è tempo di stare rintanati in casa.

Mindy

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“I desideri inespressi”, china su carta, opera di Mork.

 

 

 

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