Book-Pride-2019

Scriveva, un paio di giorni fa, in una dedica che noi orkers terremo cara, Carmen Pellegrino, scrittrice che ci ha saputo descrivere un’asperità del sud che bene conosciamo e che è roccia, durezza, ma poi anche eterna mancanza: “Alle parole che salvano (forse)”.

E noi partiamo, allora, dall’illusorio (?) potere salvifico delle parole per raccontare, a modo nostro, un viaggio terreno compiuto un paio di settimane fa a Milano, al Book Pride, fiera dell’editoria indipendente, perché declinando noi il nostro approccio alle cose umane, e non solo, nei termini di un’esplorazione da un insolito punto di vista, esterno, di un altro pianeta insomma, Ork appunto, il viaggio milanese è stato inconfutabilmente un viaggio nelle parole.

Quanta salvezza abbia portato nelle nostre vite, non ci è ancora dato dirlo, ma, che ci crediate o meno, è stato un tempo felice e frenetico, un baldanzoso passaggio da un incontro a un altro, un incastro giocoso e meditato di parole, lungo la definizione di un tracciato che è il desiderio stesso, tema dominante di questa edizione e cilindro ghiotto per noi che su Ork facciamo dei desideri la spinta ideale di un possibile “qui si può”.

La partenza, le tappe e, infine, la meta, almeno provvisoria non sono stati casuali. Tutto, nell’istante della scelta di quello che sarebbe stato il nostro, tra i tanti possibili, itinerario, evidentemente rispondeva a un bisogno, a una mancanza, a un desiderio di conoscenza sospinto da un interesse per una zona d’ombra, non necessariamente del nostro umanissimo e limitato sapere, talvolta “solo” dell’anima.

E tutto, sostenuto da un sentimento affettivo di carenza, è divenuto scoperta ed emozione, appunti frastagliati nel disordine emotivo e ricomposti dall’unità di una forza del sentire che travalica l’ignoranza e ci fa sentire parte di qualcosa che sa di vita e si trova nei libri, folle mappatura di umili naviganti con l’unica bussola possibile che è l’incoscienza di un incompiuto che, alla nostra età, non sarebbe ammesso, ma dietro a cui c’è un desiderio così sostanziato dal senso di un’esistenza per cui vale la pena di continuarlo, questo insolito viaggio.

E, allora, Ulisse parte, parte da Primo Levi, in un incontro con Mario Barenghi, Marco Belpoliti e Demetrio Paolin, per scoprire come Levi sia stato oltre il suo tempo, nonostante la diffusa e semplicistica tendenza a collocarlo quale sola o prevalente espressione del suo tempo disumano, per capire che il lager è il culmine di una dimensione pervasiva del potere e che la genialità di Levi è stata quella dell’uomo “comune”, per certi versi, e, per altri, come diceva Roth, quella di un artista che, in quanto tale, esorbita da ciò che è strettamente legato al suo tempo. Primo Levi non diventa uno scrittore, è uno scrittore: ciò che fa è letteratura e la letteratura, essendo nel tempo, non solo passato o contemporaneo dell’autore, va oltre le intenzioni più evidenti dello stesso, collocandosi in una dimensione temporale più lunga in generale e più lunga rispetto ad altri, quasi come Calvino, e rivelando una complessità che è varietà di temi, universalità nel dettaglio, attenzione per la micrologia delle cose tale da coinvolgere un pubblico di lettori più ampio di quanto siamo portati a credere.

Nel tempo di un’ora milanese Levi diventa il desiderio di felicità, di narrare, di costruire una narrazione oltre la fame, la vita, oltre tutto, diventa espressione sincera dell’umana ambiguità oltre il giudizio che taglia, incasella, lasciando scoperta la verità che risiede nella coscienza del male in un’atemporalità che è la storia tutta, divenendo la sua scrittura, come ci ha indicato Paolin, la siepe che si erge intorno al male in uno sguardo storto e amoroso insieme.

Fattosi ricco del primo incontro, Ulisse prosegue e incontra Pulce, “La bambina che somigliava alle cose scomparse” (La Nave di Teseo editore), dove le cose racchiudono un universo senza confini, sono la parola ancora mancante eppure anarchicamente presente nella lucida ricostruzione della realtà che i bimbi fanno nello sforzo vano di racchiudere e comprendere. Sergio Claudio Perroni racconta la storia di una bambina che, nella sua mutevolezza, cresce assumendo la forma dei bisogni degli altri e sperimentando la perdita nella lontananza dalle origini in un viaggio che compie verso l’altro e verso se stessa.

E, dunque, la riflessione sul desiderio dell’altro e su ciò che siamo rispetto all’altro in un percorso esistenziale che corre veloce, superando l’infanzia e incrociandosi con la fatica di essere se stessi al di fuori delle altrui aspettative. Ork tornerà certamente su questo libro che ne colmerà uno spazio che sarà interamente suo.

Poi, Ulisse scende a terra con Christian Raimo e il suo personale racconto dell’art. 3 C., dove l’uguaglianza è un agire collettivo, sebbene adattato alla specificità del singolo, verso la rimozione degli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona umana, nel cui concetto non c’è solo il complesso dei diritti e delle libertà fondamentali dell’individuo, ma qualcosa in più che certamente poggia su ciò, ovvero la possibilità di costruire se stessi, avendo come traguardo il massimo che possiamo avere dalla vita, oltre la dimensione materialistica e avendo di base l’essenziale apparato garantistico di cui sopra.

In tutto questo il ruolo della scuola, l’importanza, non abbastanza espressa, della scelta del percorso di istruzione secondaria superiore (di secondo grado) in una fase della vita in cui non ci si conosce e ci si scopre, il dramma delle lezioni private che creano un dislivello tra chi se le può permettere e chi rimane indietro a rincorrere con fatica un orizzonte che si allontana e diventa emarginazione dalla società e dal mondo, i troppi compiti a casa e la disuguaglianza nel portarli a termine che va di pari passo con le differenze di vita tra gli studenti, tra chi ha una casa in cui poterli svolgere e chi fa i conti con ciò che manca, una stanza propria, una tranquillità familiare.

Poi, Ulisse viaggia ancora, si ferma su un piccolo gioiello di narrativa di cui su Ork si è già parlato. Marrucci e il suo “Ovunque sulla terra gli uomini” (Racconti edizioni) ci fanno ancora sperare in una letteratura dai toni alti, quella che si compone di una voce, come ci hanno insegnato Laura Cerutti ed Ernesto Franco, ma anche di uno stile che è prova, e non indizio, di un’identità autoriale già abbastanza chiara che passa da Cortazar, Bolaño, Borges, ma anche da Buzzati, Landolfi e Marquez, secondo un nostro sospetto e la felice dichiarazione dello scrittore “incriminato”.

Ancora viaggio e ancora terre del sud, in un confronto tra Michele Vaccari e Guillem Lopez (Eris edizioni), tra Cronenberg e Camus, passando per Celine, in una dimensione sotterranea altamente simbolica in cui a dominare è l’ambiguità in un percorso senza mappa, dove l’autore in una riuscita acrobazia sembrerebbe muoversi tra controllo e anarchia, giocando con il lettore in una relazione simbiotica che non conduce a una verità, ma a una riflessione claustrofobica e politica.

Ulisse fa un’ultima tappa e incrocia uno scrittore di cui parleremo presto e a lungo. Ezio Sinigaglia e il suo “Pantarei” (TerraRossa edizioni) meriteranno un discorso a parte. Per ora lasciateci dire che siamo di fronte a quello che è destinato a diventare un classico del 900. Potremmo parlare della struttura binaria di questo piccolo capolavoro, della simmetria tra la crisi del romanzo che è uno dei temi chiave e quella personale di Stern che ne è il protagonista, ma non lo faremo perché “Pantarei” è molto molto di più.

Ulisse a questo punto ha terminato il suo viaggio.

Noi orkers lo abbiamo compiuto arrivando esausti, ma felici al termine. Con un punto importante a nostro favore, che se non è Itaca, si avvicina di molto. La coscienza di una mancanza: non c’è una laurea in Lettere, non c’è il tecnicismo di cui si nutre la critica, non c’è uno studio ortodosso, ma non c’è neanche il giudizio rigoroso di un padre che delle Lettere aveva fatto il pane quotidiano fino ad essere irraggiungibile come leggenda vuole.

C’è, dunque, una fuga? Io direi che c’è un ritorno, c’è la libertà di ciò che si ama e c’è il desiderio.

C’è la forza di una mancanza e ci sono finalmente le parole che incominciano a raccontarla.

Mindy

Sogno notturno, tempera su carta
“Sogno notturno”, tempera su carta, opera di Mork.

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