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“La bambina che somigliava alle cose scomparse”, disegno di Leila Marzocchi.

In un tempo ancora sospeso, come sa esserlo la prima adolescenza, ricevetti nella giornata di Pasqua una telefonata speciale. La mia prof di Lettere, quella senza cui un pezzo importante di Ork neanche esisterebbe, quella coscienza di passione e identità che ci fa sentire vivi, mi chiamò al telefono e rimase dall’altra parte il tempo necessario a rivolgermi quello che, a suo giudizio, doveva essere il migliore degli auguri possibili, citando una poesia: “Canta il sogno del mondo!”.

Era il suo modo di dirmi che, se avessi portato avanti i miei ideali, provando a rendere il mondo intorno un po’ più vicino al mio sogno, il mio tempo non sarebbe passato invano e avrei sperimentato il senso più alto di una resurrezione che è umana in primis e ci tocca tutti, laddove non cediamo alle violenze di un mondo che ci vorrebbe diversi da come intimamente siamo, tutti uguali a un prototipo dentro cui affogare liquidità connaturate all’individuo e che riassumono la complessità dell’esistenza in cui il primo timore che nutriamo lo rivolgiamo spesso verso noi stessi tutte le volte in cui cancelliamo un sintomo e andiamo oltre.

Allora, cantare il sogno del mondo diventa invito a essere pienamente se stessi, a non rinunciare a trovarsi, diventa monito verso le facili vie e premio sommo di un’umanità che si fa vita quotidiana, scelta, negazione di disappartenenza, non senza costi e sacrifici, ma con un tracciato che è del cuore, che è emozione, emotività, coraggio di vivere, senso o parvenza urgente di senso in un percorso esistenziale frammentato come quello di tanti di noi in quest’epoca triste, ma, come ebbe modo di farmi notare una persona che stimo e che aveva un bel modo di muoversi tra le parole e i concetti, anche stimolante.

E, a ben guardare, è proprio questo che prova a fare la piccola Pulce, la bimba ribelle e insofferente al regime familiare, che, in un libro edito da “La Nave di Teseo” (“La bambina che somigliava alle cose scomparse”) e, forse, passato inosservato di fronte a eventi più eclatanti all’ultimo Book Pride milanese, si ritaglia lo spazio di protagonista assoluta di un viaggio fuori dagli assolutismi di nascita e dentro la conoscenza di sé passando dagli altri che sono fuori dal recinto familiare.

Come se Pulce, nell’arco di un tempo relativamente breve, fosse la sintesi delle maturità che ci derivano dalla sperimentazione di ciò che ancora non conosciamo e che scegliamo di vivere fuori da ciò che ci viene assegnato nel gioco delle carte per cui abitiamo un tempo imprescindibile e un luogo potenzialmente mutevole. Con un’aggiunta: quello stupore e quell’anelito che con la maturità perdiamo, quella mancanza di pezzi di coscienza che, pur limitandoci, ci aiutano nell’assenza a vedere il mondo in una semplicità che è essenza, senso, liberazione da orpelli. Sogno più facile di un mondo sperato.

Quello che nutre la piccola e che la conduce lungo un percorso costellato di bisogni, ciascuno incarnato da una nonna, da un vecchietto, da un lago, da un uccellino, da una vicina, da tutto ciò che, animato anche se non per legge naturale, si pone quale passaggio, tappa di una via che non è di sofferenza, ma di comprensione fino alla percezione di una lontana nostalgia che la riporta a casa, cambiata.

Perché tutti quegli incontri di questa omerica eroina sono accomunati da una mancanza, da una perdita, da una ferita, un’assenza, di cui lei diventa il rimedio, il pieno, la soluzione, il riempimento, la cura e, nell’assumere la forma dell’altro, vive la relazione esterna alla casa familiare cadendo vittima di ciò che nello spazio domestico rifiuta ostinatamente, essere ciò che gli altri vogliono, in un tempo, quello infantile, in cui non c’è posto per l’accettazione dei vuoti.

Non è casuale il punto di approdo finale, quello in cui, senza svelare nulla, ma anticipando l’intervento risolutivo di un cane bassotto poliziotto, Pulce incomincia a capire di dovere provare ad essere “solo” se stessa, una storia senza precedenti che è sua e solo sua che incomincia laddove finisce il desiderio dell’altro e appare nitido all’orizzonte il nostro sogno del mondo da cantare.

Unica pecca del libro, pure accompagnato dai bei disegni realizzati da Leila Marzocchi: non avere deciso, e parliamo di scelte editoriali che probabilmente attengono a un piano che non lo prevede, di porre questa bella storia nella forma più completa di un albo illustrato, riducendo la parte letteraria che talvolta eccede rispetto a un testo che, più scarno, si sarebbe perfettamente completato con delle illustrazioni più ampie e meglio articolate.

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E per un libro recente che manca di un pezzo se ne aggiunge su Ork un altro, “Un’ultima lettera”, pubblicato per la prima volta nel 2017 da “Kalandraka”, questa volta pieno di immagini e fatto di silenzi, di una solitudine adulta che alla fine si traduce in un riconoscimento esterno e in una gratitudine rivolta verso l’altro e verso la vita che regala l’inaspettato, anche in tempi di maturità avanzata.

La storia è molto meno strutturata di quella di Pulce: in fondo l’albo illustrato nasce come contenitore d’elezione della vicenda del postino Costas che passa il suo tempo a congiungere pezzi di vita lontani attraverso le lettere che consegna giornalmente con l’attenzione e la cura di chi sa che le parole lasciano un segno in ogni esistenza, curano, feriscono, alleviano il dolore e lo causano, ammortizzano, ammorbidiscono, tradiscono, contengono l’umano e se ne fanno espressione somma, senza cui neanche Ork esisterebbe. Nel suo ultimo giorno di lavoro, però, Costas è solo. Gli abitanti dell’isola di cui è stato il postino e l’umile nuncius sono svaniti. E il silenzio che, nelle prime pagine, racconta il mondo intimo di quest’uomo che si fa desiderio del mittente ed emotività del destinatario diventa, nell’ultimo giorno di lavoro, solitudine piena nell’assenza umana che sconforta, fino a quando Costas non capirà, spinto da una lettera stranamente riposta nel fondo della sua borsa e da recapitare dall’altra parte dell’isola, parrebbe, da tempo immemorabile, che non tutto è perduto e che gli abitanti hanno compreso quel tempo della vita prezioso che il postino ha dedicato ai loro intrecci, mettendo insieme, in fondo, lettera dopo lettera, un sogno che è quello di un’isola, un non-luogo in cui siamo tutti nelle relazioni che si intrecciano e in cui lasciamo un pezzo del sogno del mondo in cui crediamo.

Libro importante, dunque, in questi tempi, da regalare e diffondere, un libro che ha i colori delle origini greche degli autori e che ritaglia poesia nelle atmosfere isolane rese perfettamente nel silenzio che evocano.

Quel silenzio in cui Ork prova a rifugiarsi ora per ascoltarsi un po’ e capire dove andare per risorgere ancora.

Mindy

il conforto
“Il conforto”, tempera e pastelli su carta, opera di Mork.

 

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