Copertina-Restiamo-così_fronte

“…Forse è proprio questo il problema: poter essere tutto e non essere quasi niente, è questo che mi sfinisce anche mentre dormo, che mi fa svegliare più stanco di quando ho chiuso gli occhi…”.

Risuona nitida, come i rintocchi delle ore in un noto film di Buñuel, la confessione letteraria di Francesco, protagonista del romanzo “Restiamo così quando ve ne andate”, edito da TerraRossa Edizioni che mostra, ancora una volta, coraggio e voglia di sperimentare in un clima generale editoriale in linea con il fermo immagine estivo.

Risuona nitida in queste mattine, in cui l’aria si fa pesante anche al risveglio, in questo clima torrido che genera ansia nell’urgenza di un cambiamento, che sia non solo climatico, ma anche un desiderio, celato nel torpore delle cose intorno, di abbandonare fardelli, incubi, ingombri di un passato più o meno recente, tutta quella zavorra che è stata lì a intralciare i sogni, salvo poi chiedersi perché non siamo stati capaci di lasciare gli ormeggi per tempo, inchiodati a un’Itaca che è rimasta troppo a lungo un’origine solo potenziale, un anfratto materno di simbiotiche esistenze, una voragine di ricordi in cui sciogliersi felicemente in un’idea di infanzia che è verginità, purezza, candore, lontananza dalla vita, amore negato, eppure cercato, quasi fosse impossibile essere fuori di lì.

Al risveglio le parole di Cristò ci dicono qualcosa, ci raccontano evidentemente una storia che conosciamo in tanti, forse quella di un’intera generazione, forse quella di chi combatte in ogni tempo tra necessità, ruoli, buonsenso, radicamenti a terra, stipendio a fine mese, moniti paterni e un tempo chiuso alla possibilità di disattenderli, quei severi richiami alla vita adulta e alle sue responsabilità, e quell’altra storia appassionata, di istinti, di talenti, di voci di dentro che spingono in una terra fuori da ogni orizzonte fisico umano, dove siamo, quasi naufraghiamo nel piacere di un’appartenenza che non è possesso, ma coscienza di essere in una libertà che è lì, in quel sogno che è nostro e in cui noi siamo per lui, quella storia sempre saputa, talmente vicina da non poterla riservare al cielo stellato di una notte di San Lorenzo, quella per cui abbiamo perso, ci siamo coperti di ridicolo, abbiamo sollecitato attenzioni, bussato a mille porte, scritto, pianto, abbiamo urlato l’urgenza di un ascolto, preteso accoglienza. Quella storia sognata per cui abbiamo vissuto.

Sappiamo da fonti certe che questo romanzo ha rischiato di non essere pubblicato ed io mi chiedo chi, senza questo libro, avrebbe saputo dirla così bene la mia condizione di nullità, in queste mattine di immobilismo ansioso, dietro pile di libri che in uno schizofrenico paesaggio casalingo narrano le storie più strane, ci fanno naufragare in cerca di bellezza, salvo, poi, calare l’ancora in quelle alternanze che celano diritti e ratio, norme giuridiche, ricerche di senso, schemi lineari di una componente umana che muove a terra e lì si ferma, lasciando alla Giustizia l’aria dei voli pindarici.

Il merito della storia di Cristò non è solo la capacità di narrare una condizione condivisa o facilmente rintracciabile nel genere umano che è da sempre combattuto tra realismo in cui storicizzarsi e aspirazione verso l’alto, tra il desiderio e il rischio annesso di cedere al suo sacrificio in un risucchio verso la fine che è complotto contro se stessi.

Il suo merito è, dunque, ma non solo, nel nucleo essenziale di una vita come tante, eppure unica, quella di Francesco che lavora in un supermercato per gentile intervento paterno in un’alienazione che è nella qualità meccanicistica di un lavoro che non offre nulla, nessuna soddisfazione, nessun senso al tempo, a cui toglie lo spazio per il talento, la musica, quell’armonia negata dal bisogno di avere una tranquillità economica che, a fine mese, non faccia sprofondare nell’abisso di una perdita di “Sé” mascherato dal fumo con cui il protagonista si fa lucido osservatore di se stesso senza l’evidenza esposta della malinconica coscienza che pure è presente in tutte le confessioni di cui il romanzo si compone, in un lungo dialogo interiore che racchiude un universo squarciato, ferito, ma fortemente vitale in quella corporeità con cui rispondiamo al principio di morte con cui nasciamo.

“Restiamo così quando ve ne andate” è altro ancora. È la paura d’amare, la facile via di rinunciare a ciò a cui teniamo in un nichilismo che tutto annienta e che, laddove azzera, consente, salvo poi imbattersi nelle scelte risolutive dell’altro, di ripartire in un ciclo eterno, come il fumo che attraversa quasi tutte le pagine in una scia, in un onirico passaggio dove c’è spazio per le cose, gli oggetti che parlano, le case che restano, che assorbono gli odori, registrano le voci, accolgono, si traducono in pensiero, voce compartecipe delle vicende di chi le abita, si fanno portatori di storie in un tradimento continuo laddove l’abbandono è dietro l’angolo, certo come la chiusura di una storia, come la fine della vita.

Una confessione, un dialogo intimo raramente resiste alla lunghezza di un romanzo. Qui, accade questo miracolo. Ci siamo, ci siamo sempre, a fumare, a fare l’amore, ci siamo nello sconforto di quello che ci è toccato in sorte, nelle inutili ribellioni, nelle incapacità di chiudere un cerchio, nell’incompletezza di una vita che, fino a quando è tale, ci esonera dall’obbligo di vedere che ci siamo dentro da un po’ e rischiamo di finire monchi dei nostri desideri. Ci siamo nella conflittualità coi genitori, nella fragilità del raffronto con la compassione materna e in quella della perdita imminente di un padre.

Ci siamo nella commozione che, “a tradimento”, il libro genera.

Utopie nella realtà (penna su carta)
“Utopie nella realtà”, penna su carta, opera di Mork.

Nelle pagine finali, in cui Francesco torna, per vicissitudini varie, a casa, dai suoi, domina, seppure sapientemente celata in un sottotono che abbassa la tensione dell’intero libro, quella che sta dietro alla scia di fumo, dietro ai cannoni con cui sopravvivere alle assenze, domina, dicevamo, la malinconica coscienza di un tempo definitivamente perduto rispetto a cui il desiderio non ancora realizzato è “solo” l’occasione per trasformare quella coscienza in pianto legittimato, quantomeno in chi legge.

Se abbiamo scelto di distogliere l’attenzione dalle norme che di là ci attendono per un’impellente urgenza, vuol dire che questo libro merita un po’ del vostro tempo, vuol dire che ci è piaciuto, che siamo tornati “a casa” per lo spazio di una lettura che lascia traccia in queste mattine lente e ansiose, ferme come il cortile di Ork dove non si muove nulla e intorno la città si spopola, rapide come la nostra crescita, come la fuga rapida dei nostri padri, come la stanchezza delle nostre madri che abbiamo creduto potesse non esserci mai, come la porta che si chiude per sempre a un tempo finito, mentre ci aggrappiamo ancora a quello solo “sognato“, diceva Fossati, e “che bisognava solo sognare“.

Mindy

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