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Nonostante siano passati degli anni dai tempi scolastici, qui, su Ork, ci viene naturale fare coincidere la stagione estiva con quel tempo dei bilanci che ordinariamente si riserva, se non proprio all’istante di fiato alle trombe di quei compleanni classificati importanti dal comune pensiero, quantomeno alla fine del mese di dicembre, quando Babbo Natale ha già compiuto il suo dovere e a noi non resta che affogare nello spumante che invade lo scorcio rimanente di festività che si fanno pagane, nel vano tentativo di dare forma agli eventi accaduti.

È stato un anno pieno, pieno di viaggi, di esperienze, di nuovi amici, è stato un anno di chiarimenti, di perdite, di vecchie storie da lasciare andare e di sorprese a cui dare ingresso, forse più baldanzosamente e coraggiosamente di come, per saggia prudenza o falsa religio, siamo soliti fare.

È stato un anno di separazioni familiari, di nuovi orizzonti oltre le origini, è stato un anno di ricerca del femminile, di paure e fragilità, di coscienza e desiderio, di forza e voglia di andare, di sensi di colpa e fatica di interpretare l’eresia di un’eredità, quella paterna, mentre, andando, scorgi l’inferno di chi ha deciso di adeguarsi all’autorità, di chi ha immolato la propria vita a una fedeltà materna spaventosamente oltraggiosa.

Ed è stato un anno di scoperte: di mancanze e di mancanze felici.

Sapere di essere, almeno in parte, esclude dal campo infinito delle possibilità una buona dose di contenuti e non per questo non si è più. Sapere di essere, escludere l’assoluto, mancare appunto, relativizzare ogni cosa, persino se stessi, e andare spinti non più dal bisogno dell’altro, ma dal desiderio.

Un viaggio nei tanti viaggi compiuti in questo anno.

Insolite coincidenze, traguardi sperati per una vita, traguardi che arrivano e ti lasciano indifferente a capire fino in fondo che sei altrove, che la tua storia si scrive in quell’angolino che gli altri neanche vedono, ma che sai che è il tuo.

E, allora, traguardi che si sovrappongono, come le identità che rappresentano, sogni altrui e tuoi desideri e lo scarto che fa la felicità “insensata” dei secondi.

E spesso le donne ad accompagnarci, in quella mancanza materna che ognuna, a dovere, supplisce o, meglio, sostituisce, seppure inconsapevole, nelle relazioni che popolano Ork, oltre che nella quotidianità che qui si compone di una miscellanea di arte e letteratura.

Donne che frugano, che scoprono, donne in moto, alla ricerca di , donne che lavorano, che leggono e scrivono perché hanno un’urgenza da chiarire, formare, lasciare al mondo, regalandole quel contorno strettamente necessario a rendercela comprensibile, fruibile, godibile.

In questo anno in cui siamo anche entrati nelle dinamiche del lavoro di editing per il tramite della Scuola Belleville di Milano ci siamo sentiti dire che è la voce, unica e fortemente propria, a segnare il confine tra ciò che merita la pubblicazione e lo scarto, salvo, poi, chiedersi come mai certi autori del calibro di Ezio Sinigaglia siano passati inosservati, quando un personaggio come Daniele Stern ha una tale coerente complessità da indurci a tradire la fedeltà votata a Zeno Cosini oramai diversi anni fa.

A parte queste considerazioni che toccano logiche editoriali non esattamente comprensibili all’interno di un settore in cui gli agenti si muovono secondo meccanismi non rispondenti esclusivamente alla necessità di assecondare la volontà di un ipotetico popolo di lettori, ma a stimoli differenti per origine e natura, rimane l’imprescindibile discorso della e sulla voce.

E queste non sono mancate su Ork, pianeta che ha la fortuna di scegliere i libri che lo ispirano e, pertanto, procedere abbastanza coerentemente da decidere di raccontare, in una valutazione che non delude spesso le aspettative e a proprio modo, “alieno” quasi, le creature di carta che vi trovano ingresso.

Sono state spesso voci femminili che hanno saputo raccontare la ricchezza delle gradazioni di colore con cui noi donne guardiamo il mondo, quasi mai l’assoluto, spesso un tono smorzato e più acceso di un colore, una miriade di tonalità per narrare paure e desideri, le intime fragilità, il potere alchemico di trasformazione e il limite che esso incontra, in un senso di colpa, nel giudizio di una figlia, nella responsabilità, in un ruolo, nell’abitudine alla solitudine che diventa spazio possibile, anfratto angusto e auto-inflitto in un eterno processo in cui ci facciamo severi giudici di noi stesse, non ci bastiamo, ma in cui rendiamo stupendamente giustificabile il confine intorno al silenzio.

L’ultima figura, quasi un archetipo, di cui parliamo oggi, prima della fisiologica pausa estiva, è Nina, donna ucraina che porta con sé la fatica di riconoscere a se stessa il diritto di essere felice, in un libro la cui presentazione è stata un ingresso folgorante al Salone del Libro di Torino, in un rispecchiamento nostro di gioia e paura che ci è parso di leggere in Giulia Corsalini, l’autrice del romanzo in cui Nina vive (“La lettrice di Čechov”, Nottetempo edizioni), nella sua voce tremolante e nello sguardo così emotivamente carico che, se avesse ceduto, avrebbe colmato quegli spazi torinesi privi di linfa vitale che è la passione di scrivere, di leggere, di condurre Čechov laddove non te lo aspetti, facendo della letteratura vita che scorre.

Nina, che è madre e moglie, diventa nello spazio di questo libro una donna in cerca di sé, diventa il desiderio che si realizza, il piacere di un lavoro che la gratifica, le riconosce il merito di essere, oltre l’incasellamento che la vuole solo nella relazione con l’uomo che sposa e con la figlia che nasce dalla loro unione. Si allontana dalla famiglia, da un marito malato e da un amore finito, da una figlia con cui fatica a confrontarsi come donna in una dimensione in cui l’assenza del padre rende lo scambio tra le due intriso di ambiguità e sensi di colpa, di condanne facili e bisogno di pietas, si allontana dal suo passato, riprende in mano la sua passione per la Letteratura, la insegue e, pur nell’apparente esclusivo bisogno economico per cui giunge in Italia, finisce per concedersi il diritto di provare a incontrare il desiderio, insegnando all’Istituto di Lingua e Cultura Russa di Macerata e divenendo la fidata collaboratrice del professore De Felice, un burbero e affascinante docente che, nell’intima relazione che crea, pare offrirle il terreno di esercizio di un altro diritto, quello di essere donna e di esserlo in una definizione rinnovata dalla chiusura di un cerchio, ma trattenuta dai legami familiari di entrambi, da quello scorcio di vita che rimane e che è troppo poco per decidere di cadere nello sbriciolamento dei pezzi che la scelta di un amore comporta.

Dunque, storia di desideri, di fragilità, esplorazione attenta delle dinamiche compulsive in cui si traduce la fragilità medesima, le nevrotiche assenze, il piacere di mancare che genera la compulsione a ripeterla, la mancanza, in un crescendo che, pur nell’assenza dell’atto finale, raggiunge l’apice di un irrealizzato che ci tutela dall’ingresso ufficializzato nelle cose e negli amori e ci illude di potere sopravvivere al rischio delle delusioni. Potremmo dire storia di silenzi, come quella di Matilde, la protagonista del libro della Cereda, “Quella metà di noi”, con la differenza che, in quei silenzi, è racchiuso un coraggio, la dignità di riconoscersi in frantumi dopo la delusione di un amore necessario, più che reale, l’accettazione dell’umiliazione di non essere più o di essere stata in un bisogno e non in un desiderio condiviso.

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Qui i silenzi coprono l’apparente assenza di un coraggio, la mentale costruzione con cui ci tiriamo fuori dalle spinte che siamo pure capaci di generare, laddove la vita ci ha martoriato abbastanza da cedere a una tranquillità sopita e non desiderante, coprono una mancanza non trasformata, una rinuncia.

In nessuno dei due casi esiste il vuoto, ma in entrambi esiste un coraggio più intimo, la forza di non chiedere all’altro l’autorizzazione ad andare e, laddove non si riesce, la coscienza che è tutto dipeso da noi, esiste la sapiente arte di mettere a posto in un’armonia che, se non fosse anche un’urgenza di giustificare, sarebbe bellezza. Nina e Matilde intessono le loro vite con una tale originalità di sguardo da sopperire alla realtà intorno, ai fallimenti, ai loro limiti.

Ci piace pensarle come mondi femminili diffusi negli incontri quotidiani, come sorelle, amiche, madri, quei volti che incrociamo, quel volto che è davanti a noi tutte le volte in cui ci specchiamo.

Proprio su quello, ora, proviamo a stare, confidando negli orizzonti allargati che ci concederemo per qualche settimana e tornando più orkers di prima.

Buone vacanze!

Mindy

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“Luglio”, olio su cartone telato, opera di Mork.

 

 

 

 

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