Bonfiglio Liborio (copertina)

La storia di Bonfiglio Liborio è una storia che parte da lontano, che dal 1926 giunge al 2010, attraversando 84 anni non solo nelle vicende di un uomo che filtra l’esistenza attraverso la sincerità di uno sguardo capace di travalicare le miserie umane, quelle dell’anima, per avvicinarsi a una verità che risiede oltre il pensiero razionalmente iperstrutturato dell’uomo moderno, fino a immergercisi dentro, ma anche in un pezzo di storia, quella che abbiamo studiato e studieremo sui banchi di scuola, quella che sommamente racchiude la tristezza e la vita felice di chi la fa, attraversandola da testimone diretto.

Già questo introduce un paio di punti di forza del romanzo di Remo Rapino, “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, edito da minimum fax: non solo la peculiarità di raccontare il ‘900 e tutti i suoi sobbalzi, le innovazioni e il progresso, le guerre e la povertà di un Paese che fatica a rialzarsi, le lotte intestine e lo spirito partigiano, le leggi che ne hanno sancito la liberazione, non solo politica, ma anche sociale, da vecchi o pericolosi legami, e la fine di un tempo sognato, le speranze deluse e i diritti negati; dunque, non solo un documento aperto sull’Italia e sul mondo di un secolo ipercinetico e complesso, troppo celermente lasciato alle spalle, ma l’ulteriore e ineliminabile tassello di chi questa storia la racconta, l’identità di un “cocciamatte”, il pazzo senza cui molti paesi non sarebbero stati gli stessi, l’idiota che insegna agli uomini il lato storto e più giusto da cui, alla fine dei giri, guardare l’esistenza, il diverso lasciato ai margini, che possiede la capacità, pur in assenza di comprensione degli ingranaggi sottesi agli equilibri geopolitici, di raccontare una realtà estremamente vicina al vero e di farsi cantore candido della sua condizione, narratore delle insidie che l’umano genere sparge nel tracciato altrui, quasi a non volere confondere la fragilità di un cocciamatte con quella di un uomo, ché tutti siamo uomini, custode di una sacralità che a terra si muove, senza strisciare, e rivoluziona nella dignità di chi non sa di avere uno sguardo privilegiato, ma lo ha e, nell’incontro col mondo, si salva in una incosciente sapienza terrena e popolare che unisce Cristo a Gramsci e semina speranza negli angoli lasciati liberi dalle menti grossolane e dall’assenza di cuore.

Bonfiglio Liborio è l’evangelico passaggio terreno di un uomo che avverte i limiti di un paese che muore sotto i colpi della guerra, un “Candide” che cerca, viaggia, esce dalla protezione materna delle braccia di chi lo ha generato, travalica le mura del paese medesimo, troppo piccolo per contenere il suo desiderio di vita, quel soffio nascosto nella ricerca di un padre di cui sa solo di avere gli stessi occhi e che lo muove verso la conoscenza di sé, entra nella leva obbligatoria e nella feroce virilità maschile, non se ne fa vittima, prende ciò che è possibile, scarti di amicizia e donne con cui “ripulire il sangue”, rinnovarsi, ripartire, lasciare morire ciò che va espulso e riprendere fiato, rinascere, in un ciclo quasi eterno e mai uguale a se stesso, quasi avesse colto l’intimo senso di una perdita che è principio, morte e caduta in essa di due corpi che risalgono uniti e generano.

Potremmo anche porgerla, questa storia, che richiama chiaramente una certa letteratura neorealista del secolo entro cui in gran parte essa si muove, nei termini di una schizofrenia imposta dallo stolto assolutismo degli uomini e dai limiti in cui siamo soliti racchiudere la percezione del reale tutte le volte in cui ci fa comodo non andare oltre, generare steccati, bloccare, fermare, arginare, confinare.

Storia, pertanto, attualissima, storia di un desiderio di conoscenza che necessita di vita e confronto con l’altro e storia della fatica di rimanere in una posizione di alterità indotta dal due, dall’altro, dagli altri, perché lo scherno e la derisione sono la regola nella vicinanza a ciò che parrebbe non somigliarci, opprimono, appesantiscono, gravano sul soffio che muove verso di sé, procurano dolore, ma non prostrazione. Liborio si alza, non perdona perché non accusa se non di fronte all’inconfutabile convergere delle prove. Liborio osserva, prova a capire, va oltre, ha sempre se stesso in fondo alla strada e, intorno, la paura di calpestare la parte pulita e innocente del mondo, quei bambini dentro cui Liborio rimane fedelmente, pur nella crescita che produce il movimento narrativo e la sua e la nostra storia.

Storia di un desiderio, dicevamo, e storia di un sogno, l’amore per Teresa, quasi novella figura angelica, che nel tempo di un istante diventa la donna inseguita e amata, la donna da cui farsi aspettare e la donna che non aspetta perché la realtà schizofrenicamente scinde, separa il sogno, lo deforma. La donna angelo tradisce l’intransigenza del mondo di Liborio che, tuttavia, nel tempo trova il modo, al termine dei suoi giri, di ritorno al paese, di lasciare un’altra traccia della sua rivoluzione: l’adescamento, fare credere ciò che non è vero, indurre in tentazione, lasciare all’altro la miseria di vedere ciò che è, la forza di mollare un ricordo e un sogno, quella di riconoscere il proprio “sapiente” operato nella costruzione di un’illusione, non conformare il proprio mondo alla realtà fuori e ai suoi fallaci equilibri, ma trasformare l’intransigenza in una discesa a terra grazie a cui apprendere, dialogare, sancire un proprio punto, essere, in uno scambio tra sé e l’altro che è superamento successivo e maturo di una percezione necessariamente divisa iniziale.

Storia di un desiderio e di un sogno, dunque, ma anche storia di una passione politica, quella che nasce nelle strade del paese e negli incontri segreti delle vedette partigiane e che prosegue nei moti studenteschi conosciuti dal lato esterno della vita operaia e in quel fervore intimamente proletario che l’Italia vivrà negli anni successivi al boom economico e che farà leva sull’urgenza di un’umanità che si affermi negli orari di lavoro, nei salari, nella produttività che non schiacci in una meccanicità dentro cui l’uomo è assente e che, se non uccide, ferisce il corpo o l’anima.

E anche la passione passa dal taglio, laddove il lavoro che suggella la dignità dell’individuo gli impone la disumanità del ritmo di produzione, lo scardina dalla terra e lo aliena, lo scinde, lo riempie di rumori e voci, lo destruttura a tal punto da renderlo vittima della propria debolezza, di vuoti atavici che diventano giganti e risucchiano.

E la malattia mentale che esplode è “solo” la fragilità di chi ha resistito troppo a un mondo ingiusto, di chi ha tollerato oltremodo, di chi ha saputo farsi troppe volte ragione della propria “nera condizione”, di chi per sopravvivere ha trovato un modo di stare al mondo che, pur cedendo all’urgenza di una parziale uniformità, non può rinunciare a quel pezzo che, seppure nell’incedere del racconto si faccia più leggero, è lo scollamento necessario, la tessera che entra in conflitto con il dato di realtà, in un affresco realista in cui la malattia mentale è l’ingenuità di un idiota che si salva dal dramma dell’esistenza perché ironico, perché estremamente terreno, perché sa non esserci altra soluzione alla fine che guardare tutto da una distanza che è vicina e lontana insieme in un gioco di equilibri al confronto dei quali poco importa se sfuggono quelli geopolitici.

La storia di Bonfiglio Liborio ce la racconta lui con la sua voce, un linguaggio che è un piccolo capolavoro: una ricercatezza complessa e semplice, una struttura che si nutre di ripetizioni necessarie a chiarire a sé il pezzo di conoscenza che le pagine immettono, una terminologia onomatopeica, che passa dal suono, dal succedersi dei suoni, in un ritmo sgangherato e punk, dalle armonie nascoste, un’invenzione lessicale che tradisce un lavoro complesso per giungere alla narrazione di una semplicità che nasce dal conflitto e dal taglio di qualche contraddizione e dal superamento di altre.

C’è un passaggio di questo romanzo che racchiude il senso di un percorso e di una vita, è quello in cui Liborio immagina di andare via, una notte, dal manicomio con indosso un camice bianco, quello a cui lui ritiene di avere diritto sentendosi parte della cura-non cura che lo condurrà, al termine della battaglia di Basaglia, nel mondo fuori, e di essere scambiato dagli ubriachi ai margini della strada per un miracolo, quasi una nuvola.

E Liborio, il cui nome contiene nella radice la libertà inseguita, è il miracolo possibile. Quello che passa nelle nostre vite e non sappiamo vederlo, quello che ci insegna che la vita è roba seria e gioco insieme e che, nel punto in cui si toccano, la fragilità ironica narra l’unica possibile identità.

Mindy

un matto
“Un matto”, matita e carboncino su carta, Mork.

 

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