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Poco più di un anno fa aveva inizio il nostro innamoramento per un autore che ha avuto il potere di risollevare i nostri umori dall’amara constatazione di un universo editoriale che manca spesso della speciale congiuntura di stile, talento narrativo e storie da narrare. Imbatterci ne “Il Pantarei” (edito da TerraRossa) è stata una delle avventure di lettura più stimolanti che ci potessero capitare, in un momento in cui, complice un’esperienza didattica su un testo di una giovane autrice, si incominciava a credere in una dimensione autistica di Letteratura alta. Sinigaglia è stata la confutazione del nostro parziale convincimento, il movimento nella piana distesa di un’editoria che, pur nella giustificazione che le si può accordare di un’urgenza di mantenimento di una vitalità di vendite che strizzino l’occhio al consenso, si dimentica troppo frequentemente delle istanze umanistiche che storicamente, ontologicamente e idealmente reca con sé. Oggi Sinigaglia torna su Ork con una creatura assolutamente diversa dalla precedente e parlarne non è affatto semplice, non solo perché addetti ai lavori, con molte più argomentazioni di noi, hanno detto bene, e meglio di quanto potremmo farlo noi, in cosa consista la bellezza, valutabile con un metro squisitamente letterario, di un testo che omaggia, senza servilismo se non nei limiti di una funzionalità all’oggetto della narrazione medesima, nella lingua e nella storia, il Trecento e Boccaccio in primis, ma anche perché noi stiamo facendoci persuasi che questo Signore della Letteratura italiana contemporanea, dall’aria sonnolenta e distante dalle cose del mondo e dall’acume verbale abilmente mascherato nel silenzio indotto dall’apparante torpore, sia un astuto enigmista che, giocando con il lettore, lo pone di fronte a una pluralità di livelli di gioco, qui quasi un semplice scherzo complesso. Resta a noi scegliere, ammesso di esserne capaci, fino a che punto entrarci dentro e, conseguentemente, con quale ricchezza uscirne. La vicenda narrata ne “L’imitazion del vero” (TerraRossa edizioni), che sviluppa, in una costruzione sapiente di progressivi approcci alla realtà, sempre falsati da un elemento che manca o che, pur essendo presente, si presta a molteplici interpretazioni, le conseguenze dell’incontro tra Mastro Landone, “artefice di grandissimo ingegno”, “gigante dalla barba d’oro”, “uomo di bellissimo aspetto”, “alto, forte e imponente”, e “un giovinetto, nero d’occhi e di pelo com’un saraceno, e di sorriso invece bianchissimo”, chiamato Nerino in ragione della sua apparenza e giunto alla bottega del primo in qualità di sostituto garzone, è una colta e divertita divagazione sul tema della legge, dell’autorità che impone, e del desiderio, sospinto, oltre che dalla mancanza, dalla natura verso ciò che è vietato e che, dunque, si nutre dell’infrazione della medesima in un conflitto irrisolvibile, se non nei termini di una rinuncia infelice. Mastro Landone possiede la gemma dell’ingegno, ma manca delle gemme che più della altre gli procurerebbero piacere: il suo desiderio si accende alla visione di fanciulli e giovinetti e, nonostante la natura dia modo all’uomo di spegnere agevolmente questo suo ardore, essendo i fanciulli facilmente inclinati verso gli uomini che per essi nutrono delle attenzioni diverse dagli ordinari passaggi di vista quotidiana, la legge del Principato di Lopezia, non paga di porsi come frutto di scelta politica, indaga l’animo, lo scruta e gli impone il rigetto di quel desiderio, altrimenti connotato come peccato di sodomia. Dunque, l’uomo che, in qualità di superiore politico, si erge a giudice dell’altro in nome di Dio, facendo della legge qualcosa di più di uno strumento di regolazione del vivere quotidiano, un’intromissione legittimata nella sfera intima dell’individuo attraverso la prospettazione di una pena che, prima ancora d’essere corporale (“lo metterebbero ai ferri e gli mozzerebbero gl’orecchi ed alla gogna per sette dì e sette notti lo terrebbero esposto”), sarebbe un castigo divino, l’eterno esilio dal Paradiso e la fine inappellabile tra le fiamme dell’Inferno, qualcosa che, pur riservando il peggio della faccenda ad altri lidi, porterebbe con sé nella vita restante il peso della vergogna, altro tema fondante del testo di Sinigaglia e base di partenza di un processo di trasformazione che vedrà i due posizionarsi diversamente nella bilancia del loro peso nel gioco di potere che precede quella deposizione delle armi senza cui non finirebbe il testo con l’immergersi nel tema d’amore.

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“La virtù svelata” (particolare), olio su tela, Mork.

Procediamo per ordine, perché questo testo lo impone per poi scombinarlo, esige una visione razionalistica della ricostruzione della vicenda a cui aggrappare il senso più vero che risiede nel sovvertimento delle cose, dei ruoli, della verità presunta a cui affidiamo l’illusoria certezza che un’obiettività esista nei rapporti umani e che dentro ci si possa comodamente stare senza colpa e senza inganno. Il vero, ahinoi, è molto più complesso dell’ordine, ma ciò non toglie che esso, comunque, ci serva, perché, se il desiderio si sviluppa sulla mancanza del suo oggetto e se ne nutre fino all’inverosimile, il confuso fluire degli umori di sotto è in relazione alle apparenze e trae forza da ciò che fuori è vietato, dal tentativo che compiamo di dare una forma razionalistica ai nostri istinti, tutte le volte in cui sappiamo mettere in comunicazione ciò che sta sotto con gli spazi aerei.

L’innocenza nella cui categoria Mastro Landone immette Nerino è il preludio dell’imminente possibile catastrofe che altro non è se non l’ardore che si accompagna alla rovina, alla fine del decoro e al sovvertimento di ogni verità accolta, al piacere con cui ci si disintegriamo per non essere o per essere in un felice, ma colpevole tripudio dei sensi: non ci sarebbe l’ombra dello sguardo del giovane a fungere da avvertimento in chi si lasci sedurre dalla sola luce dei denti, se non avesse l’autore voluto avvisarci dell’ingresso in terre poco battute dal sole. E, in fondo, l’innocenza, ce lo dice esplicitamente in un passaggio, non poteva sottrarlo alle leggi di natura, quelle stesse che non fanno degli opposti un’inconciliabilità senza speranza, come autorità impone, ma un giustificarsi reciproco, come la vita per la morte, la luce per l’ombra, l’acqua per il fuoco.

Ed è secondo natura che il fanciullo sente la carne bruciare di “confusi ardori” e natura vuole che abbia in sé gli strumenti per placarli e li sperimenti in totale stato di “colpevole innocenza”. Questo fa Nerino nell’ora di riposo concessagli e questo scopre, non visto, Mastro Landone da taluni dettagli (una camicia “incompiutamente dalla cintura accolta”, “un involto sopra i fianchi”), introiettando la vergogna che pure il fanciullo prova ma non per l’essersi dato piacere. È la colpa di essere stato trovato dormiente dal Mastro che induce il giovane a tradire turbamento e affanno e sono questi stati d’animo che rendono innocente agli occhi di Mastro Landone il giovane e gli danno modo di superare lo stato di vergogna provato per Nerino, quasi ci fosse bisogno di una ferita per legittimare uno stato di natura, non potendosi ammettere l’innocenza in chi sia dedito al piacere senza colpa. Quasi autorizzato dalla scoperta e dalla modalità purificatrice della medesima, con cui porre a tacere voci eccessivamente coscienziose, Mastro Landone mette in scena quella che diventerà il principio di un moto di scatti di presunta verità in ciascuno, oltre che dell’avvio di una verità, l’unica possibile, di un’interezza umana che solo l’amore reca con sé. Questo sarà la macchina, vietata al giovane e, pertanto, fortemente desiderata, che, con uno stratagemma che prevede l’ingresso in una botte e, botola annessa, la possibilità di godere dei piaceri indotti da presenza umana senza vederne l’origine, essendo la vista del di sotto negata da legni fitti, fini e lievi, regala al fortunato avventore un’estasi senza eguali e al creatore l’idea di essere simile a Dio, in una connivenza senza precedenti, stadio nel quale i due non giungono se non alla conclusione della storia narrata.

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“Continua attesa”, pastello su carta, Mork.

Al principio dei giochi, è il solo Mastro Landone a conoscere i meccanismi della macchina e a metterli in atto per il piacere del giovane e indirettamente per il suo, ingannandolo, pur nella simultanea coscienza del giovane di essere lui a condurre la faccenda, servendosi di ciò che gli è stato vietato. La verità per ora è una cosa semplice e i fili li tiene tutti il gigante Landone fino a quando Nerino non scopre che il portento della macchina, senza il suo creatore, è poca cosa e, nel ripercorrere a ritroso i momenti in quella botte miracolosa vissuti, conosce, in una notte illuminata dalla luna, quasi specchio di una cattiva derisione di una madre lontana, il sentimento della vergogna, da cui non si lascia sopraffare attraverso la conclusione a cui giunge di uno spostamento del baricentro dalla sua parte. Ora è lui a sapere qualcosa in più rispetto all’altro e, pertanto, a potere condurre i giochi in suo favore, non solo per un pezzo di sapere in più, ma perché sa di essere l’oggetto del desiderio dell’altro.

La verità incomincia a farsi storia complessa e quello che più si avvicina al dato di realtà è colui che in origine appariva come la vittima dell’inganno in un sovvertimento di ruoli che nulla è di fronte al “dramma” successivo, la frantumazione dell’identità, quella ferita che non serve più a giustificare nulla, ma a introdurre le premesse di ciò che sublima ogni cosa nel nome dell’Amore. Il nuovo padrone del gioco non muta nulla, rimane e manifesta all’altro impazienza e “voluttà novissima”, destando la preoccupazione nell’artefice della macchina, il quale crede e teme che il giovane per la botte abbia perduto la testa, ancora lontano dalla verità. Come lontano dalla verità è anche Nerino, ora che non riesce a vedere se stesso, non solo non cogliendo di non essere affatto padrone di un gioco che non rivela a nessuno, pur combattuto dall’urgenza di vendetta, succube, com’è, del bisogno di essere cullato da quei piaceri, ma anche non riuscendo a placare la parte di sé che col cuore ha a che fare e a cui non sa porre rimedio perché di amore si tratta e di esso il giovane è ancora inesperto e non sa nominarlo. La macchina, allora, scinde in due, frattura, separa, esattamente nell’istante in cui offre a Nerino il piacere e l’avviluppo in esso e parallelamente il modo di sentire, oltre la vergogna, la vendetta che sgorga dall’umiliazione subita, agita e, poi, di nuovo subita da chi non ha ancora un posto nella nostra vita, ma incomincia a rilevare in forme sconosciute e ingombranti con cui opponiamo alla forza delle cose l’arresto della paura e il muro della difesa.

Sinigaglia non si ferma. E la costruzione si fa ancora più complessa, come l’approccio alla verità che si sfalda sempre di più, mediante la scelta di introdurre nella parte ultima della narrazione un terzo elemento, un amico di Nerino, Petruzzo che, nell’essere animato dall’ardore del desiderio semplice, eppure innocente e colpevole insieme, di cui era, all’origine della storia, inebriato il corpo di Nerino e, parallelamente, nella millantata conoscenza delle cose del mondo che lo fermano un passo indietro rispetto all’amico, si presta ad essere il soggetto ideale di un nuovo inganno, questa volta perpetrato da Nerino ai danni dell’ultimo arrivato, in una nuova dinamica di potere in cui Mastro Landone entra esclusivamente come vittima della vendetta che il suo garzone trama allo scopo di placare gli spiriti ribelli, senza essere ancora riuscito a dare loro un nome. Come Mastro Landone, proibendo, era stato capace di avvicinare Nerino alla macchina, ora quest’ultimo si fa artefice di una dialettica analoga per indurre in piacevole errore l’amico più stolto attraverso un argomentare sagacemente studiato allo scopo di dirottarlo verso l’oggetto proibito del desiderio nel rispetto di tempi e modi che ne assicurino la perfetta messa in scena. E, se da un canto questo terzo elemento è funzionale alla creazione di un nuovo equilibrio che riproduce lo schema originario, dall’altro canto sarà quello che manderà fortunatamente in crisi la ripetizione di una ritualità schematica di copertura al sentire dell’uno e dell’altro dei protagonisti: riproducendo Nerino la sua esperienza di vittima all’esterno della coppia originaria, egli fornisce a Mastro Landone l’occasione di vedere che l’altro è a conoscenza dell’inganno a tal punto da esserne diventato l’autore rispetto a un terzo, ma ciò, anziché tradursi nell’agognata vendetta, rivela una fragilità di Nerino che del suo intelletto non sa ora che farsene.

 

A ben guardare, Petruzzo, la macchina e la scultura che di Nerino dovrà avere le sembianze e a cui Mastro Landone dedica il suo tempo allo scopo di saziare il bisogno inesauribile di avere davanti a sé costantemente anche gli occhi sfuggenti del giovane, non più solo il corpo ben noto, sono tutti meccanismi propizi al discernimento, alla coscienza di Nerino che, vedendosi sostituito da un tronco di legno modellato, si frantuma, crolla, singhiozza e si dispera perché capisce che il suo piacere è essere l’oggetto del piacere dell’uomo che lo ha voluto con sé in bottega, che non è la vendetta che ricompone l’unità tra sopra e sotto, ma la bellezza di scoprire che il corpo segue ciò verso cui il cuore spinge, come alla coscienza di Mastro Landone che, fattosi sazio del corpo del giovane amato, lo cerca in forme lignee perché monco dello sguardo gli appare nel tempo dei pensieri che a lui dedica e, trovatolo nella sincerità della ferita, scopre la propria unità, oltre quella del giovane. Se abbiamo voluto accompagnarvi nella costruzione della storia, seppure per sommi capi, è, lo avrete compreso, perché è qui che si gioca il nucleo di questo gioiello: in una verità che da semplice si fa realisticamente più complessa nell’esposizione agli uomini, ai loro inganni, più che a quelli orditi ai danni degli altri, a quelli di cui sono essi stessi vittime, pur avendoli rivolti all’esterno. Ciascuno arriva a suo tempo a una qualche verità che nulla può di fronte alla realtà che l’ha già superata perché, per intervento teatrale, e della vita e degli uomini, nulla rimane mai troppo fermo e l’abitudinarietà ai bisogni viene scardinata, smontata, abbattuta dalla forza dell’amore che si nutre della corporalità che ne è l’indispensabile sostegno. Non è l’amore che purifica ciò che l’uomo, facendosi interprete di Dio, proibisce e che risponde alle leggi di natura e che regala piacere. Non c’è nulla di impuro. L’amore dona una coscienza nuova, esige l’abbattimento delle verità, la rinuncia alla vendetta, la piacevolezza di un inganno che, a ben guardare, dal principio altro non è se non un (mal) celato modo di riconoscere a se stessi la colpa di desiderare ciò che è proibito.

Mindy

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