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Riprendiamo a scrivere, lo facciamo dopo una breve interruzione, legata anche alla fatica di riprendere i ritmi di una presunta normalità che oramai non ci appartiene più. E non solo per la nostra congenita stranezza, ma perché qualcosa dentro si è incrinato e riportarlo allo stato pregresso sarebbe solo illudersi di potere tornare indietro, facendo finta che nulla sia accaduto, mentre dentro i piani dell’esistenza hanno cambiato definitivamente posizione e l’unica cosa sensata che si possa fare, quando la vita è ben oltre i suoi esordi, è imparare l’arte della riparazione, guardarne le crepe, il crollo, cercare, di quei piani, una nuova destinazione in un ordine di priorità mutato per sempre. In fondo, è questo lo sguardo del libro che oggi ospitiamo in questa terra aliena e fuori dal mondo, è la voce malinconica e gentile di Cristò che con “La meravigliosa lampada di Paolo Lunare”, edito da TerraRossa, prosegue un percorso iniziato con il precedente “Restiamo così quando ve ne andate”, a cui Ork aveva riservato uno spazio speciale, quello dei libri che non si impongono per alterigia di stile o per marcatura ad uomo del lettore, quelli di chi, narrandoti una storia, ti si siede accanto e, prima che tu te ne accorga, ti ha posto sulle spalle la mano che servirà a contenere tutto ciò che la narrazione sarà stata capace di sciogliere, quel pantano emotivo dove stanno i sogni dispersi, gli amori lasciati andare, le amicizie finite, la vita che va e non si arresta, mentre tu rimani ancorato a un cenno, a un ricordo, a un dettaglio in cui esplode la forza di ciò che è stato e ne rimani vittima affascinata. Senza colpa in capo a nessuno, senza responsabili, un concatenarsi di reati senza colpevole perché le norme poste non sono alla portata della generalità e la vita si configura come un gioco dalle regole impossibili per chi conosce la fragilità dei sentimenti e non ci rinuncia.

Ora, se questo è stato il filo conduttore delle due creature di Cristò, non possiamo esimerci dal dire che l’ultimo, nonostante il precedente ci avesse dato un senso di maggiore compiutezza, mette sul tavolo più carte di quanto non appaia a una prima lettura. È un po’ la cifra di questo autore che fa della semplicità la veste di ingresso del suo mondo, ma anche una intelligente copertura a tutta la sua profondità non solo tematica, ma anche emotiva. Potremmo dire che il contenimento del pantano è rimedio pubblicamente offerto alle note struggenti con cui talvolta cede a quella ricchezza, ma anche ammissibile forma in cui riconoscersi fragile quel tanto che basta a non cadere nella banalità del sentire, condizione diffusa e principio di scarto dal flusso di vita che, invece, qui scorre prepotente sotto le paure e le menzogne.

E, infatti, è proprio la menzogna, parallelamente al timore, a farsi progressivamente strada fino ad occupare un posto, quantomeno apparente, di rilievo nella storia nella sua generalità e nella struttura medesima dove il tema della luce introduce non casualmente le parti di cui si compone il romanzo: una menzogna che consiste talvolta nella distorsione di ciò che è vero, talvolta nell’omettere un pezzo del puzzle complessivo che si traduce in una visione presuntivamente accettabile della realtà da parte della “vittima” nell’ottica dell’ingannatore. Un luogo mefitico camuffato da paradiso. Si legge in un passaggio emblematico del romanzo: “che l’inferno in fondo fosse rimanere ancorati per sempre alle cose non dette in vita, agli imbrogli perpetrati, alle bugie seminate?”.

Il punto è esattamente questo: ciascuno offre all’altro la parte di realtà che ritiene di potere concedere, ma nell’omettere o nel distorcere non protegge l’altro, preserva se stesso dall’obbligo di affrontarsi. Come se nascondere fosse negare e negare fosse la concreta cancellazione di una porzione della verità, come se bastasse non rendere in forma verbale l’integrità della realtà per essere certi che non esista, che non sia mai esistita quella realtà che porta con sé l’inevitabilità delle scie dolorose dei processi di crescita, come se fosse possibile lasciare i fantasmi in una terra lontana e irraggiungibile se non in prossimità di morte per essere tranquilli, costruire qualcosa, andare avanti. Ma qui i fantasmi travalicano i confini e giungono a disturbare la calca di menzogne con cui proviamo a raccontarcela prima che il dramma piombi sulle nostre teste e ci imponga un cambio di rotta. Sono quelli che Paolo riesce a distinguere attraverso una torcia straordinaria, speciale e magica, che egli stesso crea, insolito omaggio alla donna, amata e sposata, per il loro anniversario, mediante un recupero: una lampada tra i rifiuti da trasformare, a cui ridare nuova vita e, soprattutto, una luce diversa, quell’indispensabilità del sole che Petra aveva cercato e che le era stata negata dal buio confortante e disperato delle finestre della sua casa familiare, chiuse da una madre incapace di reggerne l’impatto. È il sole che Paolo vuole regalare a Petra e, nell’atto creativo, è la casualità dello schema numerico che ne genera l’alchimia, ché la ragione non sempre serve, come diceva qualcuno, “il sudoku che, nella sua variante elettrica, scombina la quadratura della sua vita”, è la coscienza della fragilità delle cose terrene a cui rimediare, nonostante l’inquietudine imposta dalla legge della caducità, che ne indirizza lo spirito del medesimo processo.

“Per questo, con la torcia accesa nella mano destra, Paolo sentiva inconsciamente il senso della fine di un ciclo, di una stagione, proprio mentre poteva osservare con i propri occhi il ripetersi ossessivo della vita nella morte e cominciava a nutrire il timore che tutto fosse immobile e immutabile”: recita così un altro significativo passaggio del romanzo e prelude significativamente al valore dell’oggetto del titolo rispetto all’andamento della narrazione.

Caduta delle luci - La meravigliosa lampada di Paolo Lunare
“Caduta delle luci”, pastello su carta, Mork.

L’invenzione di Paolo è il motore della storia, è ciò che mette in movimento la fissità dentro cui Paolo e Petra si sono arenati da tempo, quella serenità, compiaciuta e necessaria all’ordine estetico e pubblico delle cose, ma lontana dal flusso delle stesse che pure sotto continua a lavorare, incrementando il solco del fondo, ingravidandolo, con la complicità, quasi femminile, di una lampada che non rivela la superficie della realtà, ma maternamente scava, come la luna di notte, dentro i segreti dei propri figli e rivela le verità nascoste, celate, distorte. In fondo, la lampada su questo agirà: sulle origini dell’uno e dell’altra, e se l’una recupererà un pezzo, l’altro farà i conti con la sua mancanza. La verità, frutto di un prodigio che chiama a raccolta i fantasmi del nostro passato, separa perché differenzia, regala all’una l’illusione benefica di un’interezza mai provata e scoperchia l’altro delle sue certezze, lo rende naufrago di uno strappo di radici di sangue in cui c’è troppo dolore per accettare la mano dell’altra. C’è un orgoglio ferito, il vuoto, la fine delle cose che incombe con la sua greve forza sui resti di un amore troppo piccoli ora perché possano muoversi, danzare al vento, ricomporsi nelle forme di un figlio e di un futuro che verrà.

Nei giorni scorsi ho pensato molto a questo libro, in origine avevo creduto fosse necessario sostenerlo con l’ausilio di un altro, una raccolta di racconti di fragilità e imperfezioni di un Sud America dentro cui, talvolta, ci piace crogiolarci, poi mi sono accorta che il libro aveva la struttura necessaria per ritagliarsi il suo posto da solo qui, una dignità che non necessitava di altro che non fosse l’ascolto della voce di Paolo e di tutti quelli che lasciano il cuore dentro il passato fino a morire, non necessariamente in senso organico.

Non solo. Ho pensato che la chiave di lettura fosse e sia una soltanto: le cose belle perse, per incuria, per trascuratezza, perché non ci crediamo abbastanza, perché non ce ne riteniamo degni, perché abbiamo troppo male, per orgoglio, perché siamo uomini e donne e le cose ci sfuggono di mano per legge naturale, forse anche per menzogna. Eppure io ho l’impressione che la menzogna, adesso che sono giunta alla fine, sia solo la copertura, un telo sopra gli angoli lasciati scoperti dalla irragionevolezza, talvolta brutale, della vita. In fondo, la conferma che questo autore sia oltre le ordinarie aspettative, nel punto di sovversione o nell’incrinatura malinconica. In ogni caso, nella mano sulla spalla che ora è qui.

Mindy

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