Baco, copertina

Ci avviamo verso la pausa estiva, ad agosto Ork è solito assentarsi dal mondo per prendere fiato con il suo carico di libri al seguito, e lo facciamo ponderando lo spazio da dedicare agli ospiti che riteniamo siano in grado di dirci qualcosa, selezionando storie, prendendo dalle pagine di un libro la maturità e lo sguardo ancora assenti nella nostra turbolenta quotidianità. Lo facciamo ampliandone la prospettiva ed includendovi le case editrici che, in questo tempo complesso, provano a resistere ai venti contrari alla Cultura e al pensiero libero. Il pianeta Ork sceglie in autonomia e, in fondo, nasce a questo scopo, quello di dare voce ai libri che, tra una polemica e l’altra riservata ai grandi, scopriamo negli anfratti lasciati liberi dalle logiche di potere. Tirando le somme della nostra abbastanza consolidata modalità comportamentale, non solo prendiamo atto dello spessore contenutistico e stilistico dei nostri ospiti, ma anche del lavoro editoriale che si staglia dietro alle personalità che affrontano il mercato dei libri ed il conseguente potenziale successo editoriale con un’arditezza più o meno fondata.

La lettura di “Baco”, di Giacomo Sartori, edito da Exòrma, si è imposta prepotentemente alla nostra attenzione in merito a un discorso qualitativo editoriale non di frequente accesso nelle disquisizioni relative all’urgenza di un processo di individuazione di una storia sufficientemente coerente e forte da lasciare il segno nel corso di un tempo che non sia rapido come quello suggerito dai social. Questo perché “Baco”, come molto altro edito dalla casa editrice romana, letto e qui diffuso, ha una voce riconoscibilissima. La collana dal provocatorio titolo “quisiscrivemale”, in particolare, contiene delle bellezze non solo abbastanza uniche nel panorama generale, ma talmente connotate da una specificità stilistica da distinguersi efficacemente all’interno della medesima. Ogni romanzo ha una personalità forte e, se non ce l’ha, è perché racconta talvolta un’ambiguità o una fragilità, individuale e letteraria, che racchiude buona parte del senso della sua pubblicazione. “Baco” è giunto su Ork parecchi mesi fa, ma noi i libri li leggiamo esclusivamente quando ce lo chiedono loro e solitamente la richiesta è l’esito di un gioco proiettivo di maturità e conseguente disponibilità all’ascolto. Su questo romanzo è stato scritto tanto e il fatto che stia attualmente viaggiando anche fuori dal nostro Paese è evidentemente la prova che contiene un’universalità nella quale possiamo ritrovarci tutti, al di là delle economiche ragioni che spingono i traffici editoriali e che ci fa piacere tenere distanti da questo spazio, almeno per il tempo più o meno rapido di una recensione. Mi sono chiesta cosa avrei potuto dire del carattere universale di una storia che affronta il tema della diversità e mi sono chiesta quanto fossi in grado intimamente di farlo e di farlo mettendomi allo specchio, provando a rintracciare nel nucleo della vicenda di un ragazzino che, sordo, non riesce a comunicare con il mondo qualcosa che può appartenere anche a chi sordo non è, ben sapendo che la peculiarità di “Baco” non si esaurisce in questo.

Sebbene sordo, “Baco” sente il mondo, lo vive, interagisce con esso attraverso il corpo. È il corpo che si fa strumento per eccellenza di ricezione delle voci e degli accadimenti intorno nella traducibilità in un vibrato che passa dagli oggetti e si comunica allo stesso: materialità, dunque, che racconta il filo che congiunge i corpi di un’umanità separata, eppure tutta sul baratro della propria fragilità. La lingua non è più canale privilegiato di comunicazione, non può esserlo, manca: allora che fare? “Si segna”, si scalpita, ci si morde. Non si può interagire nella modalità ordinaria e comune e, in fondo, il giovane protagonista si lamenta di una fuggevolezza verbale che non lo radica a terra per quanto avrebbe bisogno nell’ottica diffusa di una sicurezza che sia individuale e relazionale. Le parole fuggono via rapide, non offrono un appiglio sicuro, non danno un nome adeguato a quello che scorre dentro e non resta che il corpo, dentro cui fare passare le tempeste emotive, la rabbia e la paura, la fragilità, che è di tutti e di nessuno, e la libera uscita di ciò che, non trovando uno sbocco consono alla maturità di pensiero che pure esiste in un’accezione poetica e dilatata rispetto alle leggi ordinarie, si tramuta in incoscienza, mancata valutazione del rischio, esplicitazione dirompente della Vita, nelle cui nevrotiche limitazioni proviamo a credere di potercela fare fuori dalla sua assurdità profonda, dal nonsense che ci travolge.

Potremmo dire che lo sguardo è universale nell’istante esatto in cui proviamo a guardarci e a parlarci da dentro, perché le parole, fuori, non ci raccontano più, e ci scopriamo precari e imponderabili come natura umana impone ed esige, ben oltre la sordità e i limiti ufficializzati da una legge, da un certificato, da un’anomalia di percorso in cui, affiancati da possibili sostegni, ci ritroviamo, salvo possibili rivolgimenti dell’andamento standard delle umane cose, più soli di quanto non lo saremmo se venissimo lasciati a noi stessi. Il romanzo di Sartori ha un andamento e una ritmica perfetti. La costruzione della vicenda e l’incastro in quella principe delle micro-storie che si accompagnano, in una coerente armonia al contrario, è sapiente, mai lasciata al caso. Questo garantisce un interesse costante mantenuto tale dall’impianto e dalla natura dell’universo che si muove intorno a quello del protagonista, prima ancora che dalla sua percezione peculiare del medesimo. Questo per dire che non è solo lo sguardo a impregnare di senso “Baco”, ma un’oggettività popolata di personaggi intorno, dal nonno anarchico catalogatore di lombrichi al fratello dotato di un’intelligenza fuori dal comune, mai chiamato per nome, ma sempre attraverso una quantificazione della medesima, salvo poi riconoscerlo figlio, membro familiare, suo pari, più o meno, nella facilità con cui lo legge dentro, lo capisce, ne riceve la vicinanza fisica laddove il dolore o la bellezza felice con cui se ne esce ci recuperano al ruolo dimenticato di fratelli maggiori o minori in una scala della vita che a tratti ricompare, irrompe, ci riporta a casa.

alien's subterranean homesick (immagine scelta)
“Alien’s subterranean homesick”, matita, carboncino e fusaggine su carta, Mork.

L’apertura è una deflagrazione annunciata. Qualcosa sta per accadere, qualcosa è sul punto di cambiare la vita di una famiglia che, in un ex allevamento di polli, compie la propria resistenza alla brutalità e alle storture del mondo moderno, salvo poi cedervi in componenti artificiose. L’incipit è un incalzare verso un punto che sarà evidentemente di non ritorno. La madre in coma rappresenterà l’obbligo di passaggio alla vita adulta non solo per i due fratelli, ma anche per un padre inesistente che gioca con i meriti dell’uno, appropriandosene, e non vede il più piccolo nella sua sofferenza per la lontananza dalla madre con cui non smette, però, di dialogare, ancorandosi all’unica parte di mondo in cui il piacere non è fuori legge, l’accoglienza è possibile e i miracoli una storia che possiamo ancora raccontare senza essere derisi. Dopo il coma, nulla sarà più come prima, tutti perderanno il loro baricentro, ma in una ricomposizione finale dai tempi perfetti ciascuno si ritroverà per come potrà. Tutti troveranno la loro strada, inclusa la logopedista che è un altro di quei personaggi “barocchi” e scarmigliati, surreali e scollegati quel tanto che basta a condividere l’anima del piccolo, di cui è popolato questo romanzo. Un discorso a parte merita la lingua di Sartori, non solo per la solidità e la stabilità strutturale con cui racconta la frantumazione di ogni certezza in un insolito microcosmo familiare, dandoci modo di entrarci senza paura, ma anche perché, pur narrando la vicenda attraverso il punto di vista del ragazzino, traducendosi il romanzo in un parziale diario temporale del medesimo per merito della scarmigliata di cui sopra, non cede a possibili pietismi. Anzi, non lo fa perché è il protagonista che si sfalda lentamente e, se in principio si fa carico delle colpe degli altri e si racconta colpevole a tal punto da indurci ad empatizzare con chi lo condanna, complice l’incidente materno, incomincerà a trovare un proprio baricentro, supportato da un amico speciale che, per un pezzo di strada, sarà il suo completamento, la voce adulta e meccanica con cui ridare al mondo, in un paradosso di situazioni che non sveliamo, l’umanità e la giustizia che parrebbero perdute per sempre.

Prima, però, di quel baricentro, passeremo con lui nella disgregazione, nell’inesistente, nella paura, nella fragilità, nella dignità del dolore e nella speranza che rimane lì a far luce laddove nessuno sa più cosa sia, senza la garanzia della scienza. Ed è questo lo scomponimento emotivo che regala l’anima al libro, quel poetico stare al mondo, soli e senza le nostre origini, come se fossimo stati buttati giù da una giostra impazzita e non riuscissimo più a salirci sopra. “Baco” è stato la tenerezza mai avuta da una madre, la tenerezza regalatale tutte le volte in cui ho rischiato di perderla, la paura e la liberazione di guardarmi fragile, una sorella “diversa” a cui ho imparato a volere bene, senza bisogno che fosse certificata guarita, gli amori anomali dentro cui mi sono sempre trovata. “Baco” è lì nel pezzo delicato, urgente e smarrito di noi, dimenticato dentro silenzi bianchi che hanno lo stesso sapore del sangue con cui ci mordiamo un braccio, ci facciamo male per non sentire che una madre, un padre, un fratello, il mondo lì fuori non è capace di vederci e di amarci nel senso dei nostri desideri.

Mindy

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