Del libro ospitato oggi da Ork, fino a quando non l’ho preso in mano, ero solita parlarne nei termini incompiuti di un racconto di due solitudini, sollecitata dalle recensioni e dalla lettura delle sinossi circolanti sul web, ma messa in guardia dall’editore che, in uno scambio virtuale, mi suggeriva di guardare altrove.

Oggi so che “La parte del fuoco”, di Marco Rovelli, edito da TerraRossa, è un viaggio più ampio che non trascura l’intimità dei protagonisti, ma tocca altre sponde, invade il sociale, scardina certezze, immerge nella scomposizione di una fragilità, racconta da vicino quelle storie di barconi dispersi nel Mediterraneo e a cui i mezzi di comunicazione ci hanno assuefatti tenendoci “debitamente” distanti dal dolore e dalla disperazione di chi ci è sopra e insegnandoci sottilmente l’indifferenza proprio in quelle acque in cui il sentimento della pietas ha fondato la civiltà alla quale da secoli apparteniamo.

Certamente nodale l’incontro tra la giovane Elsa, figlia di un’alta borghesia imprenditoriale che non conosce vita che non sia votata all’estetica del profitto, e Karim, immigrato clandestino che fugge dalla sua Terra in cerca di se stesso fuori dalle aspettative familiari e dal bisogno, il romanzo poggia, però, la propria consistenza sulla caratterizzazione compiuta dei suoi personaggi, in qualche modo funzionali l’uno all’altro nell’ottica di un desiderio che li sposta dall’immobilismo originario e li conduce lungo una via che finisce per rilevare molto di più del suo esito finale.

Entrambi partono da una comunanza, un sostrato in cui nascono che, nella negazione della vita nel suo senso più ampio, come possibilità di definizione delle tessere di un sotterraneo fluire di Sé, determina il movimento e la ricerca, l’odissea che entrambi compiono per giungere a uno sprazzo di verità, la luce cercata e impedita, l’idea di un’esistenza possibile fuori dai legami familiari, fuori da tutte le forme di schiavitù, non necessariamente indotte da un bisogno di sopravvivenza primaria, spesso riconducibili a una necessità di confortante riconoscimento.

L’origine è, in qualche modo, una sentenza di morte: da un lato la borghesia occludente ogni apertura al mondo, in un processo di trattenute spinte, di moti sopiti, di economia di vita, di assenza di anima, un freddo austero nel vuoto affettivo familiare; dall’altro un talento frenato, l’armonia di un corpo che interrompe la propria danza per un’urgenza primaria, la fame e la vita adulta, i sogni che cedono ai colpi delle priorità e il posto possibile nel nulla del taglio onirico, lungo un cordone ombelicale che, non reciso, garantisce una vita innaturale che ha il sapore dell’inesistenza.

Nel non adattamento allo stato delle cose nasce “La parte del fuoco”, lo spostamento e l’incontro delle due anime in fuga dalla morte e in cerca di un loro possibile posto nel mondo.

C’è un passaggio estremamente emblematico del romanzo che racchiude quanto appena enunciato in una forma perfetta, rivelandoci, quale punto essenziale del nucleo di esso, l’atto del disvelamento: “La vita per me sta tutta nello scivolare della luce sotto una porta, che apre il buio e lo dischiude. (A cosa, chiederebbe qualcuno, e sbaglierebbe: è il gesto del dischiudere che conta.)”. Dunque, non è la conquista della verità, di un senso, l’interesse di cui si nutre la narrazione in questione, ma il passaggio che si pone prima dell’esito: il viaggio, non la destinazione, la ricerca prima della scoperta, l’atto del dare alla luce principalmente se stessi, i tremori, le fragilità, le paure, i bivi, gli errori che accompagnano la gestazione, più ancora della forza che se ne possa trarre. Non rileva o rileva relativamente, in questo frangente, a cosa possa aprire lo squarcio della luce nel buio dell’inesistenza e delle origini: ciò che conta è l’atto di aprire, la scelta di fare luce, di non cedere al principio di morte, lungo un desiderio che, sostenuto dal ruolo dell’accudimento dell’altro, ci identifica già, ci personalizza nel viaggio in cui non siamo più figli, quello che siamo stati, ma in cui non siamo ancora compiutamente nati. Ed ecco la materna o paterna funzionalità dell’uno rispetto all’altra e, dunque, qualcosa che scavalca la possibilità di un amore in assenza di una libertà ancora cercata: potremmo dirla in altri termini quale incarnazione momentanea e necessaria di una mancanza lungo cui fare scorrere il percorso di crescita di un uomo e di una donna oltre la consistenza di figli.

Non è solo l’atto del disvelare, del dischiudere che identifica la centralità della narrazione, ma anche la modalità in cui ciò avviene: attraverso il corpo, per entrambi, in una dimensione che si connota di dolore senza che in esso si esaurisca, perché c’è qualcosa di più nel tagliarsi, ferirsi, non solo l’urgenza di un aprirsi al mondo che non conosce vie che non facciano male, il bisogno di esistere per l’altro che la preoccupazione del male induce ad accorgersi di noi, quasi esistessimo solo in una precarietà possibile, nella fragilità scomposta di figli, ma anche la libertà, il piacere di uscire dallo steccato, dalle maglie di una prigione, la vertigine della luce oltre lo scuro degli incasellamenti in cui siamo riconoscibili, ma non siamo. Lo spalancarsi della porta che contiene un principio di felicità prima della disillusione per una fine inevitabile che ci appartiene per natura, prima dello sconforto della coscienza dell’istante in cui si racchiude la nostra esistenza, prima del giudizio di un eccesso a cui non abbiamo diritto, come un sole che ci appare “troppo” alla vista di figli nati colpevoli.

Il freddo muro di silenzio della casa di infanzia da abbattere o la smisurata distesa di acque profonde da (ri)attraversare sono l’ostacolo che si frappone alla libertà agognata di Elsa e Karim, ma sono anche il contenimento delle loro paure, un invito leggibile a tornare indietro, un risucchio verso le origini che preserva dalla morte, ma anche dalla vita, il rientro confinato senza rischi, il bianco anaffettivo di una clinica in cui imparare ad amarsi nella logica di un paradosso e il posto sicuro in cui non scontare le pene per le proprie responsabilità.

“La parte del fuoco” appartiene alla collana “Fondanti”: in sostanza, si tratta di un testo già uscito in passato, ma calcolato in un’ottica frequente di disattenzione per ciò che merita e che il più delle volte si discosta dal mercato e dalle sue spire di profitto e interessi personali.

La volontà di recupero di TerraRossa dimostra ancora una volta la capacità dell’editore e dei suoi collaboratori di riportare alla luce voci e narrazioni di autori che hanno un valore evidentemente passato inosservato in relazione alla rapidità con cui sono spariti dalla scena editoriale.

Ora non è solo la capacità introspettiva di Rovelli ad averci favorevolmente impressionato (non è facile accedere alla complessità del sotterraneo femminile, alla facilità con cui esso emerga in superficie attraverso il corpo nella sospensione in cui la donna cade tutte le volte in cui decide di trasformare una storia di dolore, ma Rovelli ci riesce, senza volgere al pietismo, come è logico che sia nella scelta di entrarci dentro, senza rimanerne fuori, quasi si fosse precluso lo sguardo dello spettatore), ma anche la scrittura con una sua precisa identità, una forza con cui regge la narrazione e che lo distingue da un altro autore di TerraRossa, Cristò Chiapparino, che, pur indagando nell’animo dei suoi personaggi, lo fa in una declinazione più molle, quasi avesse bisogno di cedere alle debolezze del mondo per poterle narrare. Qui, si può essere dentro l’intimità di Elsa e Karim, senza bagnarsi del dolore altrui, in un equilibrio notevole, archetipicamente maschile.

In viaggio, estate cretese 2019.

Il ritmo del romanzo è l’altro punto a favore: procede ben sostenuto, rapido, ma non frettoloso, quasi disvelasse l’urgenza del movimento dei due personaggi, agevolato in questo anche dall’impalcatura complessiva del testo, dalla scelta di sviluppare le due storie attraverso un’alternanza tra parallelismi e incroci. Resta un punto dubbioso che attiene alla parte finale rispetto a cui pare ci sia stato un rimaneggiamento dell’originale. L’impressione è che il finale andasse tracciato un po’ prima, come se l’equilibrio ritmico complessivo si sfilacciasse alla fine per incomprensibili ragioni, visto che molto è già racchiuso nella parte immediatamente precedente e pare che si voglia tirare per le lunghe qualcosa il cui nucleo, come già ampiamente sottolineato, risiede altrove, nel viaggio appunto, più che nel suo possibile esito.

Recita una bellissima poesia dell’autore nella prefazione:

Osserva il mondo dal margine.

Senza cardini né giunture.

Dall’estremità del dissenso.

Strappa le cose al sole che nasconde

Alla luce che riverbera

E non rischiara.”

Ed ecco la ragione principe per leggerlo: un’attenzione ai margini, ai resti per cui Karim lavora, a quelli che fanno incontrare il giovane immigrato ed Elsa, quelli che dimentichiamo, quelli che sanno di scarti, quelli che rimuoviamo rinunciando a uno scorcio di verità, mostrando indifferenza per chi naufraga, non necessariamente su un barcone. “La parte del fuoco” è il Cristo dimenticato (si veda la copertina), l’uomo che ieri, vicino casa, rinunciava alla sua dignità, lasciato da tutti a imputridire tra i suoi demoni. Ciò che abbiamo sotto gli occhi e non vediamo.

Mindy

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