Leggere, e farlo abbastanza di frequente, inevitabilmente induce a fare costantemente delle riflessioni in merito all’oggetto dell’attività. Qualcosa lo abbiamo già detto in un recente post. Aggiungiamo per completezza qualche tassello. Ork si è prevalentemente occupato di nuove uscite editoriali, avendo scelto di fornire una propria visione del mondo attuale traendo spunto da chi prova a raccontarlo, da chi lo sa fare, da chi in qualche modo si distingue, guarda diversamente e, pertanto, sposta l’attenzione che i mezzi di comunicazione sollecitano fino ad annullarne lo spirito critico ad essa sottesa su un dettaglio rivelatore, sulla diversità che genera confronto e crescita. Ora proprio la linea tracciata impone due osservazioni e delle scelte conseguenziali. Dei limiti di molte pubblicazioni recenti abbiamo già detto (https://morkmindyork.wordpress.com/…/10/ripartenze-meditate/). Ci resta da dire qualcosa sulla scrittura al femminile nel nostro Paese e sull’urgenza dei classici. È sconfortante faticare a trovare una voce di donna che si possa dire in grado di restare nel tempo. E dico volutamente “voce di donna” perché ho sempre pensato che sia un potenziale che deve generare diversità e ricchezza rispetto all’antistante maschile. La Bellezza di Clarice Lispector, di Anna Maria Ortese o della Ramondino, giusto per citarne tre straordinarie per Ork, poco sarebbe stata se non ci fossero stati tre diversi modi di concepire e vivere la loro femminilità. Ora, tutto ciò pare caduto nel dimenticatoio e lo scenario è mutato: intelligenza, ironia, sapienza di scrittura, ritmi ben congegnati al servizio di una macchina editoriale in cui siamo copie malriuscite dell’altro sesso, dentro un processo in cui ci priviamo di una parte di identità, ci somigliamo, affrontiamo spesso il tema della caducità e della morte con la distanza che sanno gli uomini e ne dimentichiamo la vicinanza che, in quanto generatrici di vita, ci appartiene per natura. Allora, tutto è uguale e il risveglio di un incipit diverso o della chiave ironica cedono sotto il peso dell’anonimato, della ripetitività, di un’estetica fine a se stessa, che il mondo a dominanza maschile pratica in abbondanza, dentro e fuori la scrittura. Da qui l’altro scatto del nostro pianeta: il desiderio e la volontà di riproporre periodicamente dei classici, in un’apposita rubrica, quelli che ancora hanno da dire, a nostro giudizio, e del cui recupero se ne sente assoluta l’esigenza. Un modo di renderli nella contemporaneità. Perché scardinare completamente il passato, convinti di potere generare il nuovo, non è cosa buona e giusta. Quello che saremo in grado di essere lo dobbiamo a ciò che è stato e a come abbiamo deciso di porgerci lungo quel tratto di storia in cui la Vita ci ha collocato.

“Jupiter”, matita e carboncino su carta, Mork.

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