Invitato a trasferirsi in Ecuador per le sue idee sovversive negli anni del golpe ad opera delle Forze Armate, Haroldo Conti decise di restare in Argentina, perché “uno deve scegliere”, ci dice nella prefazione a Mascarò (Exòrma edizioni, trad. Marino Magliani) Gabriel Garcia Marquez. E, in fondo, la scelta è uno dei grandi temi del romanzo con cui Ork ha deciso di introdurre il possibile senso di questo insolito Natale. Scelta non solo come direzione da seguire nel viaggio epico esistenziale nel quale siamo catapultati da una sorte apparentemente insensata, ma anche come fedeltà a se stessi, ammesso che si abbia chiara la declinazione della propria identità più profonda nel corso del passaggio terreno.

Haroldo Conti fa della Letteratura, attraverso “Mascarò”, l’arma più potente di invito al viaggio e, dunque, alla ribellione al sistema militare e all’oppressione che si possa immaginare e lo fa servendosi di una narrazione che, pur nell’ambientazione vicina ai luoghi della sua personale vicenda, supera i confini e investe la dimensione umana, tutti quegli uomini per cui l’esistenza non può riposare nell’esecuzione di una serie infinita di ordini che cancellano la formazione del libero pensiero e il margine in cui, compatibilmente con il libero arbitrio, decretiamo il verso del nostro andare. In fondo, a ben guardare, cosa è l’invito al viaggio se non l’idea di mettere in discussione ciò che si crede di essere, l’approdo consolidato nella generalità del riconoscimento pubblico e nel rispetto ossequioso alla norma funzionale al potere, attraverso l’esperienza che porta con sé il rischio di caduta e disgregazione e, conseguentemente, l’urgenza di una ricomposizione faticosa e complessa? Lo dice bene Oreste in un passaggio finale del romanzo di Conti, quando, sequestrato, proverà a sostenere che non c’è menzogna nel fatto che egli si senta artista, Principe, figlio di puttana, perché si può essere tutto ciò “per composizione”, per effetto di quel processo dentro cui la vita si risolve in un’acquisizione di tasselli nella definizione complessa di un puzzle che non racchiude la solitudine esclusiva della nostra sagoma, ma amplia la prospettiva includendovi chi, come noi, ha un’idea poco banale del viaggio in cui la sorte ci ha catapultato.

Questo anche perché “Mascarò” è un viaggio corale in cui Oreste è maschera solitaria nella spinta iniziale, ma non nel prosieguo, poiché se la composizione avviene intimamente è perché quelle identità Oreste avrà modo di incontrarle e conoscerle esternamente a sé, nella vicinanza a chi lo accompagnerà nell’epica senza tempo e spazio di un viaggio picaresco e universale, quale quello che si profila sin dal principio. Chi sia esattamente Oreste ha probabilmente poca importanza. In fondo, Conti lo tratteggia in una forma talmente dilatata, pur accennandone qualche aspetto peculiare che tradisce la funzionalità al viaggio che verrà narrato, da potere essere confuso con le esistenze irrequiete di ciascuno di noi. Sappiamo che non ricorda quasi niente della sua vita precedente. Scrive Conti: “La cosa più nitida che ha in testa è la sera in cui il camion di una fattoria lo ha fatto scendere al bivio di Baldecitos e lui si è messo a camminare lungo un sentiero sabbioso. E lì è nato”.

È un uomo che cerca, che nasce nel cammino, che non ha storia, né passato, leggiamo, ma ha dalla sua la notte e la pienezza del tempo. Eppure la nostalgia si infiltra nell’immobilismo estetico dell’attesa, rendendolo, a uno sguardo più attento, “un uomo di tristezze”. Dunque, crisi del passato e delle origini, qualunque ne sia il peso e la coscienza, quale ideale ponte di lancio verso ciò che ancora non si conosce. Diceva Kavafis: “Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in viaggio”. È la limitazione, l’insofferenza, ciò che abbiamo anche rimosso perché ci fa male, quello che ci manca che muove il passo, nonostante il deterrente delle paure. E potremo anche pensare per più di un istante di non averlo, un passato, di non averla, una storia, ma arriverà quel punto, quel margine, quell’angolo di mondo, in un tempo che, magari, non riusciremo ancora a definire, in cui un sapere, un’arte, un talento si farà strada, qualcosa che ha radici nel passato e che la nostalgia che si affaccia contiene in una forma potenziale, nei confini intimi di un seme che dovrà germogliare e potrà farlo in un terreno tanto più ampio quanto maggiore sarà l’esperienza.

Al principio del romanzo, Oreste è pronto a salire sul Mañana che salperà da Arenales verso una meta non meglio definita ed è l’attesa, più che l’indefinito umano di Oreste o lo sguardo del narratore che vede oltre, riconosce gli altri compagni di viaggio, dilata la prospettiva, non solo quella intima del singolo viaggiatore, a dominare la scena. Alcuni attendono di partire, altri di separarsi dai viaggiatori. Il clima è festoso, ma aleggia nell’aria un senso di prossima nostalgia, un immobilismo quasi meccanico da ripetizione di abitudini che Oreste si gode nella coscienza dell’imminente fine. Straordinaria la modalità (egregiamente resa dalla traduzione di Marino Magliani) attraverso cui Conti rende lo spirito generale di un evento pubblico, senza dimenticare la declinazione intima del singolo, attraverso l’ingresso del lettore nella storia che si sviluppa in un andamento che, rallentato e, in principio, reso ostico dalla serrata e meccanica cadenza delle azioni umane, quasi operazione di un’abitudine eterna destinata a ripetersi senza soluzione di continuità, se non fosse per l’imminenza del viaggio, prende gradatamente ritmo fino a travolgerlo, il lettore, portandolo sul Mañana per liberarlo dall’ansia dell’attesa, dal fermo immagine in cui si consumano le vite di chi non osa.

Dunque, nessun realismo magico, ma realismo puro la cui magia non è negata, ma offerta dalla vita, dall’esperienza del viaggio prossimo venturo a Oreste e agli altri nell’idea che sia già tutto potenzialmente sotto i nostri occhi così poco allenati al fantastico e che le carte bisogna sapersele giocare bene, come i ruoli, quelli che abbandoniamo perché cercatori, quelli che troviamo in attesa di scoprire chi siamo, perché senza maschere è dura da portare sulle spalle la vita che scorre sulle nostre fragilità. Allora, la tempesta, la paura, il confronto con la morte, il rischio del naufragio, i moti ondosi, la coscienza di un controllo che si ferma nell’istante esatto in cui non siamo più completamente padroni delle nostre vite e non resta che affidarsi, imparare l’arte delle cose che si lasciano, uscire da noi, confrontarci con le paure dell’altro, condividere le sorti precarie dell’esistenza, incontrarsi e, magari, decidere che, sopravvissuti, un cammino non più in solitaria è ancora possibile.

“Il silenzio del clown”, acrilico e tempera su cartoncino, Mork.

Oreste e il Principe Patagon sono le solitudini che ostinatamente non cedono alla fine, quelle che si reinventano, quella timorosa e più rispettosa del vero, la prima, e più spavalda, più maliziosa e desiderante, la seconda, che fanno il botto perché complementari e aprono le danze in una dimensione circense dentro la quale in tanti troveranno il loro posto: il leone Budinetto che ha smesso di aggredire la vita e che di provare a mozzare la testa del nano Perinola non ne ha minimamente voglia, il campione mondiale di lotta Carpoforo oramai decaduto che, vittima della fame, si unisce alla compagnia nella prospettiva di una possibile morte gloriosa insieme agli altri. E, poi, la danza aggraziata e leggera della sempre più pesante Maruca e la forza di Bocca Storta e l’arte culinaria del Nuño e il silenzioso cavaliere Mascarò di cui nulla si sa fino alla fine. E l’idea che ciascuno possa contenere un pezzo dell’Anima del mondo. Persino Oreste che mima gli animali, rinunciando all’uomo, che chiude la sua comparsa in scena con quello che sogna, la forza e la bellezza di un volo non ancora compiuto, quello di un cigno, la dignità principesca che stenta a riconoscere alla propria neutralità e il riscatto che gli si offre sul finale, quando sequestrato, nulla rivelerà della compagnia circense di sovversivi per cui si trova interrogato in un esercizio insostenibile di violenza e ottusità militare che narra di Conti e della sua vicenda personale.

In fondo, l’arte che coinvolge e travolge, che invita a non accettare l’ordinario e a cercare quello che manca, il desiderio e il senso, la nostra coscienza, singola e collettiva, l’Anima del mondo, è il fermento da reprimere perché il pensiero che, nell’arte si articola quale forma di conoscenza di Sé e del mondo, genera sconvolgimenti e desta sospetti, minaccia la fine dell’ordine, genera caos. Quel Kaos che è l’origine di tutte le cose. Quanto sia importante, e sin dal principio, la maschera nera di Mascarò che nel nome contiene la potenza del gioco letterario ordito da Conti è pari alle ombre che ci portiamo appresso per tutta la vita, quello che non sappiamo e non vogliamo vedere, quello che potremmo essere fuori dalla luce e che, integrato, ci darebbe la svolta, il senso stesso del viaggio. In fondo, la sovversione della coscienza, la maschera ridotta all’essenziale, il gioco proiettivo che ci serve per riconoscere ciò che non siamo ancora, il capovolgimento dell’ordine nell’attesa di fare la nostra rivoluzione. Quella che Ork augura in questo Natale a tutti voi lettori. Leggere è esattamente questo qui: il sogno, non la fuga. È ciò di cui deve nutrirsi questo presente letterario. E Conti lo fa magistralmente.

Buon Natale da Ork!

Mindy

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