Da oggi, il pianeta Ork si divide in due, per almeno tre settimane, e lo fa per l’esigenza di assecondare due filoni emersi dalle più recenti letture: da un canto quello che si è sostanzialmente cercato di fare fino ad ora, dare spazio a ciò che resiste al tempo, travalicandolo, per qualità di scrittura, stile, struttura narrativa, universalità contenutistica, forse adesso alla luce di un maggiore rigore rispetto al passato, in relazione alla complessità o “stranezza” del periodo storico-sociale dentro cui ci pare di essere stati catapultati senza preavviso; dall’altro, il tentativo di capire quello che sta accadendo, non nell’ottica di una ricerca scientifica o storica o antropologica (non è questa la sede), ma attraverso interviste o pubblicazioni che sappiano incanalarlo, questo tentativo, fornendo le coordinate di un immaginario ancora inesistente nel quale dare sostanza a un futuro che non riusciamo a scorgere.

È nella seconda traiettoria che si inseriscono le interviste, appunto. Sfruttando lo stimolo offerto da “Il tempo e l’acqua” di Andri S. Magnason, edito da Iperborea, abbiamo provato a dialogare, in questo primo tentativo, con Ezio Sinigaglia (suoi “Il pantarei” e “L’imitazion del vero”, editi da TerraRossa, ed “Eclissi”, da Nutrimenti: tutti da noi ospitati), uno scrittore particolarmente caro ad Ork, tra i pochi che possa fregiarsi di questo appellativo senza che esso cada nel vuoto, ma anche persona dalla ricchezza culturale e umana tale da potere trasformare un dialogo come quello che andremo a fare in un viaggio superbo. Il resto è lasciato a noi lettori e all’opportunità di fare del pensiero uno strumento idoneo a facilitare il movimento critico nel reale e l’interazione con l’esistente, oltre che l’elemento agente capace, nell’intimo delle nostre esistenze, di provocare la reazione del mutamento, smuovendo da sotto tutto l’immobilismo sistemico che l’orrore delle politiche mondiali non ha minimamente intenzione di scalfire.

Ezio Sinigaglia

1. Il libro di Andri S. Magnason, “Il tempo e l’acqua”, recentemente edito da Iperborea, fa leva sulla misurazione della velocità del tempo attuale attraverso il riferimento al superamento dei tempi geologici nella considerazione del mutamento della realtà intorno. Tutto cambia alla velocità dell’uomo, senza che questo implichi una capacità di controllo da parte dello stesso. Abbiamo, cioè, generato un processo che ci è sfuggito di mano. Dice Magnason: “Quando abbiamo imparato ad attraversare i ghiacciai, a contare i luoghi di nidificazione dei coccodrilli e a studiare il canto delle megattere, eravamo ormai tanto forti e ingombranti che tutto quello che finalmente sapevamo misurare e capire stava già scomparendo”. Di cosa è fatto, secondo voi, il limite di fronte a cui deve arrestarsi la volontà dell’uomo perché la capacità di comprensione non degeneri in dominio dell’esistente? E, se abbiamo perso i riferimenti tradizionali per collocarci nel tempo, in una dimensione sbrigliata oramai da ogni griglia, cosa ci radica nel “qui e ora”?

La cosa che mi fa più spavento, fra tutte quelle prodotte dall’umanità, è la sua presunzione. Per un secolo buono, dalla seconda metà del XIX alla seconda metà del XX, non si udivano altro che peana elevati a quelle “magnifiche sorti e progressive” di cui il mite Leopardi si prendeva gioco già nel primo Ottocento. C’erano scienziati che dichiaravano senza vergogna che la Natura custodiva ormai pochissimi misteri, pronti a essere svelati come tutti gli altri nel giro di un paio di lustri. Adesso che, a dispetto di un progresso tecnologico prodigioso e addirittura disorientante, non un singolo mistero è stato svelato, la presunzione si rovescia: dal potere semi-divino a quello semi-diabolico. Non siamo riusciti a carpire il segreto della vita, a tessere l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande in un’unica tela, a ricostruire con un minimo di precisione la storia della nostra specie (obiettivo in apparenza ben più modesto)? Ebbene, non sottovalutate per questo la nostra grandezza: nel giro di un secolo Homo sapiens sapiens riuscirà a cancellare ogni forma di vita dalla faccia della Terra.

Io sono fiducioso: come non si sono avverate le profezie della megalomania positiva, così non si avvererà nemmeno quella della megalomania negativa.

Intendiamoci, le società umane, specie quelle tecnologicamente più avanzate, hanno sempre danneggiato con sorprendente senso di irresponsabilità l’ambiente che le ospitava. E non è affatto da escludere (benché gli esempi di cambiamenti climatici enormemente più rapidi e catastrofici di questo siano nella storia della Terra innumerevoli, già centinaia di milioni di anni prima dell’avvento dell’uomo) che la trasformazione in corso del clima sia dovuta soprattutto alle opere umane, né che questa trasformazione sia destinata a portarci a un disastro senza precedenti. Dubito però che l’effetto finale di questo disastro o di questa serie di disastri che forse ci attendono possa consistere nell’estinzione della specie umana, che è riuscita a sopravvivere in condizioni apparentemente disperate, quando ad esempio, appena una dozzina di migliaia di anni fa, quasi l’intero pianeta era coperto di ghiacci, o quando questi ghiacci, come d’incanto, si sciolsero dando origine a quella alluvione planetaria che chiamiamo Diluvio. Ne dubito, benché non possa escluderlo. Ciò che invece escludo è che una catastrofe provocata dall’uomo possa distruggere la vita sul pianeta. Le forze della Natura sono immensamente superiori alle nostre, dovremmo convincercene una volta per tutte, e la capacità della vita di perpetuarsi è immensamente superiore alla nostra capacità di portare la morte.

Sono piuttosto miscredente che credente, per natura. E quindi anche alla scienza credo con molta cautela. Non credo, tanto per fare un esempio, né nel Fiat Lux né nel Big Bang, due ipotesi che, oltre ad essere pressoché identiche, contengono anche, curiosamente, lo stesso numero di parole e di lettere. Ma se si crede alla scienza quando ci parla delle catastrofi ambientali del futuro, bisogna crederle, per onestà intellettuale, anche quando ci parla delle catastrofi ambientali del passato, delle quali, se non altro, possediamo qualche indizio. Ebbene, dicono gli scienziati che circa 250 milioni di anni fa, per effetto di qualche spaventevole e subitaneo cambiamento climatico, innescato probabilmente dallo scontro con un gigantesco asteroide, scomparvero dalla Terra gran parte delle specie viventi: oltre l’80% dei generi nel regno animale. La vita però non scomparve e anzi, nel giro di qualche milione di anni, riesplose più rigogliosa e varia di prima. Figuriamoci se il pianeta è disposto a morire solo per compiacere la nostra superbia di inquinatori impuniti. Pensiamo forse di essere più forti noi, piccoli esseri umani, di un asteroide di un centinaio di chilometri di diametro?

Non illudiamoci: dovessimo riuscire a distruggere la nostra stessa specie, la Terra, eventualmente, starà benissimo (molto meglio, direi) senza di noi. Quando sento gridare “Vogliamo salvare il pianeta!”, mi indignerei di tanta arroganza se non fosse sempre in me il senso dell’umorismo a prevalere su tutto. Perché naturalmente l’arroganza, del singolo come del gruppo, ha questo di bello e di santo: è ridicola. Se gridassero “Vogliamo salvarci la pelle!”, li prenderei più sul serio e, benché la mia pelle valga ormai una minuscola frazione della loro, magari, con un buon bicchiere di vino nel sangue, scenderei in piazza per unirmi al loro grido. Salvarsi la pelle, oggi come oggi, è davvero difficile, infatti: e non soltanto per via del riscaldamento globale.

2. Con il sopraggiungere della pandemia e il conseguente lockdown molti credevano fosse giunto il momento ideale perché si ponesse all’attenzione generale e alla coscienza dei singoli l’opportunità di un cambio di rotta rispetto a una serie di abitudini di vita e di produzione che hanno contribuito al collasso del sistema Terra. Eppure, allo stato attuale, non sembrerebbe accaduto nulla di quanto sperato da questo lato. Dice Magnason: “Quindi credo che, quando gli esseri umani finalmente capiranno che la collaborazione è l’unica via per risolvere il problema, potremo incontrarci e lavorare insieme. Ma credo anche che non lo faremo finché non saremo messi alle strette, finché la crisi non sarà tanto profonda da non lasciarci scelta”. Cos’altro deve succedere perché l’uomo prenda coscienza della propria precarietà e impieghi il tempo per tornare sui suoi passi? Mi spiego meglio: perché l’ansia, il panico, le fobie che stanno interessando molti di noi non riescono ad agire come motore di trasformazione del sentimento negativo che nutriamo verso l’altro in sguardo intimo rivolto a noi e ai nostri limiti?

Mi sembra piuttosto illusorio immaginare che un cataclisma di questo tipo possa mettere in crisi un sistema di pensiero (e di opere, e di omissioni) solido, ben radicato e del tutto privo di antagonisti qual è il nostro. Al contrario, com’è ovvio, lo rafforza, perché rafforza le già marcate disuguaglianze (ad aggravare le quali i governi di tutte le democrazie liberali lavorano alacremente da ormai un quarantennio). Del resto, da sempre, i cataclismi fanno la fortuna degli sciacalli: i cataclismi locali, come i terremoti, sono una manna per i piccoli sciacalli, che rubacchiano fra le macerie delle case e delle botteghe; i cataclismi planetari arricchiscono invece i Grandi Sciacalli, cioè quelli che un tempo si chiamavano i Padroni del Vapore e adesso, nel degrado linguistico in atto, si chiamano magari Big Tech.

(A proposito di degrado linguistico, apro una parentesi per protestare contro il nome grottesco di questa epidemia. Ecco quel che succede quando si deruba l’umanità della sua creatività popolare e ci si affida a certi sedicenti scienziati, convinti che la scienza debba parlare solo per cifre, sigle, acronimi e abbreviazioni. Dare un nome asettico a una pestilenza è veramente il colmo del ridicolo. Visto che si tratta di una malattia appartenente alla grande famiglia delle influenze, non si poteva chiamarla, sul modello della spagnola e dell’asiatica, “la lombarda”? Ci sarebbero state molte ottime ragioni per farlo, mi sembra. Covid-19! È proprio “ciappuzzo”, come direbbero a Cagliari, cioè insieme squallido, triste e abborracciato alla carlona. Sono certo che, se la peste si fosse chiamata così, Covid-19, quel mio illustre concittadino si sarebbe ben guardato dallo scrivere I promessi sposi.)

Dicevo: immaginare che i Grandi Sciacalli possano interrogarsi sull’opportunità di un cambio di rotta proprio nel bel mezzo della pacchia è contrario a ogni logica. Ci penseranno dopo, a epidemia finita, quando i loro patrimoni si saranno quadruplicati: allora, mossi dall’esigenza di risparmiare sulle imposte, creeranno qualche nuova fondazione benefica attraverso la quale controllare anche il settore delle Opere Filantropiche. I Padroni del Vapore non hanno la minima intenzione di indietreggiare neppure di un millimetro: lo dimostra il fatto che quasi tutti gli accordi per il contenimento dell’inquinamento e dell’emissione di veleni, sottoscritti negli ultimi quarant’anni, brillano per l’assenza congiunta di Stati Uniti e Cina. Proprio come le petizioni per la moratoria universale della pena di morte: sarà una coincidenza?

Quanto a quel che l’epidemia planetaria dal nome grottesco è stata ed è per la nostra vita interiore, il mio pensiero è questo: l’anno scorso, per i primi mesi, è stata una novità da esplorare. Per me, che vivo a Milano, la totale assenza di traffico nel pieno del lockdown ha rappresentato un’esperienza insieme rasserenante ed eccitante. Uscivo di continuo, con i più ricercati pretesti, per godermi la vista e l’udito delle strade deserte, e certe prospettive inattese, sorprendenti, create dalla nudità dell’asfalto: piaceri che non mi era più accaduto di gustare dagli agosti gloriosi degli anni Ottanta. A quei tempi Milano era una città veramente ricca, e di un consumismo sfrenato: perciò in agosto si svuotava interamente, come un recipiente da lavare, lasciando a pochi superstiti il privilegio di viverla. Adesso non è più così, perché Milano, come il resto d’Italia, è diventata molto, molto più povera (o quanto meno abitata da un numero molto maggiore di poveri), e in agosto il sessanta percento della popolazione rimane in città. Quindi il lockdown del 2020 è stata un’occasione irripetibile.

La ripresa dell’infezione, dall’ottobre scorso, è stata invece deprimente in modo drammatico. Se fossi un esperto di comunicazione, suggerirei senza indugio ai governanti di tutto il mondo e soprattutto ai sedicenti esperti che appaiono sui teleschermi ogni sera di mostrarsi meno pessimisti agli occhi dei poveracci che li guardano: a meno che non si propongano di istigare al suicidio il maggior numero di profani possibile. Convivere con il virus per più di qualche mese, a queste condizioni (cioè senza alcun rapporto sociale e, per una parte cospicua dell’umanità, senza alcun reddito), è impossibile. Perciò affermare alla TV, con l’autorità della scienza, che la situazione non tornerà alla normalità prima del 2023 (l’ho udito con le mie orecchie) è un atto irresponsabile. Anche se capisco che quel che per noi è un incubo possa costituire invece, per chi appare sui nostri teleschermi, da quasi un anno, ogni sera, un progetto magnifico, sotto il profilo narcisistico. Il fatto è che nella storia dell’umanità ci sono state migliaia di epidemie, alcune delle quali hanno dimezzato la popolazione di regioni vaste come l’Europa nel giro di pochi mesi. Ma nessuna, mai, è durata tre o quattro anni. Dovesse succedere proprio questa volta, per questa epidemia governata dalla scienza fin dal principio e addirittura battezzata dalla scienza col suo nome grottesco, si tratterebbe davvero di un’eccezione paradossale.

“Alice, smettila di giocare coi gatti”, china e penna su carta, Mork.

3. Veniamo alla parola con cui lavorate tutti e tre. Recita un passaggio del testo qui preso in esame: “Se c’è una cosa che contraddistingue i nostri tempi, quella è la guerra per le parole, per il potere di definire la realtà e il sistema economico, di formulare e diffondere notizie. È una guerra combattuta per stabilire con che parole esprimere il mondo. Sono le parole a creare la realtà: per qualsiasi sistema di potere è fondamentale possedere le parole e i mezzi di comunicazione per farle circolare. Quanto la gestione comunicativa mediatica ha influito sulla percezione del pericolo e della gravità della situazione pandemica? Quanto l’avere calcato la mano sul dato delle morti, soprattutto in una fase iniziale, ha inciso paradossalmente sulla fatica di comprendere e sulla fuga dalla realtà successiva affermatasi prepotentemente con il flusso dei negazionisti?

Come dicevo più sopra, la tendenza a esasperare i toni e a profetizzare sciagure ancor più gravi di quelle che già stiamo vivendo non è d’ausilio all’esattezza, e quindi nemmeno alla verità. Di conseguenza fornisce materiale di primissima scelta ai cosiddetti negazionisti, cioè ai fabbricanti di notizie false: i quali, per raggiungere i loro obiettivi, hanno bisogno di mescolare sapientemente il falso con frammenti di vero, così da renderlo più attraente. Farò un esempio tratto dalla cronaca quotidiana: è un esempio nel quale le parole si associano ai numeri, con effetti manipolatori ancora più macroscopici e fuorvianti. Ogni giorno ci vengono ammanniti alcuni dati che si riferiscono sempre alle stesse “grandezze”: nuovi contagi di oggi; numero dei tamponi effettuati; numero relativo dei ricoveri in terapia intensiva (quanti in più o in meno di ieri); un altro dato consimile – non sempre presente – relativo ai ricoveri totali; e infine: numero dei morti. Sono dati tutt’altro che omogenei perché, pur dicendosi relativi a “oggi”, parlano in realtà di “tempi” diversi e per di più ignoti e inconoscibili a chi non sia in possesso di altri dati, ben più complessi e dettagliati. Ora, può capitare di udire, nel corso di un telegiornale, una notizia all’incirca così formulata (è capitato a me qualche sera fa): “In significativa diminuzione oggi i contagi. Un dato incoraggiante, specie per il notevole aumento dei tamponi effettuati. Il tasso di positività si attesta così al 4,1%, il dato più basso da mesi. Ma continua purtroppo a preoccupare il numero dei morti: quasi 500, 12 in più di ieri!”. Ecco che in questo modo l’incoraggiante si trasforma in preoccupante e la buona notizia in una cattiva. Centinaia di morti in un giorno, infatti, non possono che costituire una notizia pessima. Ma il fatto è che questi morti di oggi non hanno nessun tipo di rapporto con l’andamento odierno dell’epidemia. I morti, com’è loro abitudine, hanno una storia: se sono morti oggi, e morti dell’infezione dal nome grottesco, è perché erano ammalati da parecchi giorni, alcuni da settimane, altri addirittura da mesi, e prima di ammalarsi erano stati contagiati con almeno otto giorni di anticipo sull’insorgere, in ciascuno di loro, dei primi sintomi. La stessa cosa si potrebbe dire, del resto, per il dato relativo ai ricoveri in terapia intensiva, che sono a loro volta l’esito di lunghi decorsi clinici.

Per carità, non pretendo di essere un esperto di statistica, né tanto meno di metodologia della scienza statistica. Ma mi sembra di poter dire che non lo sono nemmeno coloro che ci propongono quotidianamente un simile miscuglio di dati eterogenei e non confrontabili.

Fra le parole nuove che ci ha regalato la pandemia, ne sceglierò soltanto una, che è appunto “pandemia”. Questa parola è stata adottata fin dai primissimi giorni della tregenda e ha poi sostituito sistematicamente il più comune termine “epidemia”. Era proprio necessaria la diffusione “pandemica” di questo vocabolo? Dal punto di vista lessicale, etimologico, semantico e storico, a me sembra che “epidemia” servisse bene alla necessità e bastasse allo scopo. Riporto qui la definizione che ne dà il Dizionario Italiano Treccani:

“Manifestazione collettiva di una malattia (colera, tifo, vaiolo, influenza, ecc.) che rapidamente si diffonde, per contagio diretto o indiretto, fino a colpire un gran numero di persone in un territorio più o meno vasto, e si estingue dopo una durata più o meno lunga.”

È proprio il nostro caso, direi: un territorio più o meno vasto può essere anche vastissimo e una durata più o meno lunga può essere anche triennale, come auspicato dai più narcisi fra gli “scienziati”. Tuttavia “pandemia” batte “epidemia” perlomeno 50 a 1 in tutti i dibattiti televisivi e in tutti i titoli di giornale. Il fatto è che “pandemia” è suonato fin dall’inizio come qualcosa di nuovo e gigantesco, oserei dire come un “pandemonio” senza precedenti, un’infezione “demoniaca” di gravità inaudita. Questo naturalmente è falso, e soltanto pensarlo è offensivo nei confronti dei nostri progenitori, che hanno conosciuto epidemie come la peste o, in tempi assai più recenti, la difterite, che uccidevano ben più della metà dei contagiati e alle quali il termine “asintomatico” era del tutto ignoto. La nostra infezione dal nome grottesco si diffonde forse con altrettanta facilità, ma non è certamente altrettanto letale. In questo tipo di megalomania lessicale penso che a prevalere non sia tanto una vera e propria volontà di seminare il terrore, quanto l’abitudine di ritenere che tutto quel che accade oggi e qui sia più grande, più bello o più terribile di quel che è accaduto prima e altrove: è – se posso permettermi di proporre anch’io una parola nuova – la primatofilia, che non consiste nell’amore per o con le scimmie ma nella smania paranoica dei record. Si tratta di una perversione tipicamente americana, e quindi ormai anche italiana, visto che noi, dagli Stati Uniti, importiamo qualsiasi cosa, tranne quelle poche che ci farebbero bene. A dispetto del riscaldamento globale, ad esempio, non c’è inverno che non porti con sé, in qualche angolo del mondo, la più alta (in metri) nevicata mai vista o la più bassa (in gradi Celsius) temperatura di sempre (traduzione alla rovescia dell’avverbio inglese ever, che a volte, in effetti, vuol dire sempre, ma in questo caso vuol dire mai).  

4. Se ammettiamo che la letteratura non è strumento di evasione, ma forma di discernimento del reale, cosa si salva ancora? L’impressione è che molto della produzione editoriale sia svuotato rispetto a ciò che sta accadendo, avvertendosi questo più del passato. Cosa ha senso scrivere? Che cosa può ancora parlare di noi in questo tempo che procede a una velocità senza precedenti e farlo alla luce di un’ottica in cui ciò che si scrive possa rimanere più o meno “eterno”? Può essere che un genere nuovo stia sorgendo e che sia un ibrido che risente delle competenze specifiche dell’autore e della loro influenza sul suo sguardo rivolto al mondo?

Come scrittore, per l’attualità ho sempre nutrito una certa diffidenza. Un conto è il dovere (dico il dovere, non il diritto) che ha ogni vero scrittore di calare i suoi personaggi nell’epoca storica, nello spazio geografico e nella società in cui il suo romanzo è ambientato, di farne cioè “uomini del loro tempo”, che parlino del loro tempo mentre parlano di sé stessi. Un altro conto è acchiappare un fatto “di cronaca” (un delitto, un naufragio di migranti, un’epidemia dal nome grottesco, una strage scolastica – un’altra cosa che sicuramente importeremo prima o poi dall’America –, una carneficina perpetrata da terroristi più o meno islamici) e farne l’argomento di un romanzo d’attualità, di un instant novel. Lo dico senza peli sulla lingua: è ben raro che si tratti di qualcosa che possa aspirare a chiamarsi “letteratura”. Nel caso di piccole tragedie private o locali, questi libri sono quasi sempre veri e propri atti di sciacallaggio paragonabili a quelli, che ho citato più sopra, dei ladri post-sismici. Nel caso di catastrofi epocali, come guerre, rivoluzioni e pesti bubboniche, bisogna attribuirsi la grandezza quanto meno di Balzac o Tucidide, di Primo Levi o Manzoni per trovare il coraggio di mettersi all’opera. Faccio il primo esempio che può soccorrere un uomo della mia generazione: l’assassinio di Kennedy, uno dei fatti storici più sconvolgenti della mia adolescenza e anzi della mia intera giovinezza, che commosse e turbò non soltanto gli Stati Uniti ma tutto il mondo occidentale (un mondo incomparabilmente più ingenuo e romantico di quello di oggi), ha dato vita a migliaia di ricostruzioni storiche, decine delle quali di eccellente qualità, e a centinaia di romanzi, tutti ben lontani (anche quelli firmati da autori celebratissimi) dalla grande e forse anche dalla discreta letteratura. Robaccia, per dirla fuori dai denti.

L’attualità, inoltre, ha la caratteristica di durare pochissimo e purtroppo, quando non è più attuale, cessa di esistere, perché non contiene nient’altro che la propria freschezza, proprio come un ghiacciolo: non a caso è materia adatta ai quotidiani e alle riviste, la cui speranza di vita non supera il giorno o la settimana, e inadatta alla grande letteratura, che aspira alla perennità. E ancora, guardare le cose troppo da vicino trae quasi sempre in inganno: intendo dire che spesso ciò che consideriamo oggi di straordinaria gravità non sarà giudicato che di trascurabile importanza fra trent’anni e cadrà nel totale oblio fra meno di un secolo. Oggi, nei nostri licei, si leggono ancora I sepolcri perché, nel panorama desertico della letteratura italiana post-settecentesca, allineano se non altro un paio di centinaia di endecasillabi di eccellente fattura: ma sulla loro genesi di scritto d’occasione (cioè di “stringente attualità”) si preferisce passare a volo d’uccello, senza scendere nei dettagli, per non mettere in ridicolo la figura del povero Foscolo. Ma saliamo alle vette più eccelse: Dante, che visse a Firenze in un’epoca di guerre di campanile feroci, sanguinarie e – ai nostri occhi – insignificanti e patetiche come combattimenti di galli, ha popolato le sue tre cantiche, cioè i tre Regni dell’Aldilà (ma soprattutto l’Inferno), di personaggi spregevoli: bulli, bravacci, rodomonti che rappresentavano la sua “attualità” e il cui rilievo storico è zero: si deve soltanto alla sua arte sovrumana se questi nani della storia si sono trasformati in giganti della letteratura: eppure perfino il sommo Dante, il più vicino a Dio di noi tutti (e non soltanto per l’argomento del suo poema), quando l’“attualità” lo prende alla gola e la vista corta del risentimento politico la vince sulla vista infinitamente lunga e profonda della poesia, può riuscirci, per un  paio di terzine, indigesto.

Infine vengo al punto che riguarda me stesso. In gioventù ho scritto un romanzo, Il pantarèi, il cui protagonista, pur parlando molto di romanzi e moltissimo di sé, parlava anche, senza darlo troppo a vedere, della società in cui viveva: un personaggio, direi, profondamente calato nel proprio tempo (che era quello degli anni Settanta del secolo scorso). Il mio dovere di scrittore, dunque, l’ho fatto. Da quell’epoca sono passati cinquant’anni, l’arco temporale di due generazioni. E due generazioni di oggi, con la rapidità dei mutamenti che ci hanno sospinti o travolti, sono più di quel che era un secolo qualche secolo fa. Sono cioè un periodo troppo lungo per la vita di un uomo. Un povero vecchio di oggi deve afferrare in pugno tutta l’intelligenza, l’ironia, la forza vitale e la capacità di adattamento che ancora gli restano al semplice scopo di sopravvivere in una realtà che gli è estranea. Figuriamoci se può rappresentare questa realtà in un romanzo! In tutta sincerità, io non capisco il mondo in cui vivo, o almeno non lo capisco a sufficienza per poterne parlare. E come me molti altri, che purtroppo ne parlano ugualmente.

5. Dice Magnason: “Forse allora andrà a finire bene, qualsiasi cosa succeda”. C’è una fiducia sottesa nell’ordine delle cose. Pensate sia così? Quanto il pensiero e l’immaginazione connessi ai vostri ambiti di elezione possono anticipare quello che ancora alla realtà manca? Che ruolo hanno l’antropologia, la psicanalisi e la letteratura, quanto possono contribuire, non a rassicurare, ma a invitare l’uomo a un’interazione con l’esistente e in che modalità?

Credo di non essere il primo a osservare che, se si vanno a sfogliare i romanzi di fantascienza degli anni Cinquanta e Sessanta (un periodo nel quale questo genere letterario ebbe straordinaria fortuna) e li si analizzano dal punto di vista delle innovazioni tecnologiche profetizzate per l’anno 2000 o giù di lì, si resta sorpresi, da un canto, dal numero delle meraviglie che nella realtà non sono state mai realizzate (macchine volanti individuali, cucine parlanti, servi-robot capaci di soddisfare ogni minimo desiderio, per non dire poi, naturalmente, di astronavi corazzate, di armi che disintegrano l’avversario all’istante e di altre analoghe piacevolezze) e, dall’altro, da quelle che popolano la nostra vita quotidiana e che nessuno aveva previsto, come – un esempio per tutti – il telefono cellulare. Questi romanzi sono perciò, oggi come oggi, in gran parte illeggibili: perché è ovvio che, se il protagonista torna a casa a bordo di un piccolo uovo volante, lo parcheggia sulla terrazza in un’apposita cavità, scende nel suo appartamento per mezzo di uno scivolo pneumatico che, durante il breve viaggio, lo delizia di massaggi corroboranti e, chiusosi in camera da letto per sfuggire alle premure dei suoi quindici robot, afferra il ricevitore del telefono a muro per chiamare l’amata, il cosiddetto patto di “sospensione volontaria dell’incredulità” va in frantumi all’istante e il libro atterra tra le fiamme del caminetto a una velocità superiore a quella di qualsiasi uovo volante.

Esempi del genere dovrebbero dissuadere gli scrittori dalla tentazione di fare profezie. Mi azzarderò tuttavia a prevedere, per la fiducia che nutro nei confronti del Dizionario Italiano Treccani, che l’epidemia si estinguerà dopo una durata più o meno lunga. Che sia una durata breve lo possiamo escludere fin d’ora.

Da ultimo, mi spingo a prevedere che, a differenza dell’epidemia, l’umanità non si estinguerà a causa della catastrofe climatica che la attende (e alla quale io dovrei riuscire a sfuggire, a dio piacendo, prevenendola grazie alla mia età veneranda): sopravvivranno qua e là piccoli gruppi di cavernicoli e cavernicole che cacceranno i bufali con bastoni armati di punte di lancia e, dopo una ventina di generazioni, costruiranno le prime capanne, fors’anche pianteranno i primi cereali commestibili. Nel giro di qualche decina di milioni di anni, la Terra sarà di nuovo nostra. Cioè, vostra. O meglio, loro. Insomma: la Terra formicolerà nuovamente di esseri umani. Se credete alla metempsicosi, allora, chissà, questa profezia potrà anche riuscirvi consolante.

Grazie a Ezio Sinigaglia.

Un pensiero riguardo ““Il tempo e l’acqua”: muoversi nel reale. Conversazione con Ezio Sinigaglia.

  1. C’è un che di “leopardiano” negli scritti di Sinigaglia. Sicuramente nell’Eclissi, quel senso dell’attesa che si coglie nella Natura quasi a suggerire la minuscolità consapevole dei singoli destini. Che pure qui appare. Tanto da indurmi a rileggere quei pochi versi sul finir della “Ginestra”… “Così dell’uomo ignara e dell’etadì// Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno// Dopo gli avi i nepoti// Sta natura ognor verde, anzi procede// Per sì lungo cammino// Che sembra star. Caggiono i regni intanto,// Passan genti e linguaggi: ella nol vede:// E l’uom d’eternità s’arroga il vanto “. Grazie Ezio, davvero una bella, interessantissima lettura. Antonino

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