“Pigafetta” di Felicitas Hoppe (traduzione di Anna Maria Curci), edito da Del Vecchio, giunge su Ork per effetto di una folgorazione, qualcosa di inspiegabile, un intuito scisso da ogni calcolo, che conduce nel punto in cui necessitiamo di una svolta, non sappiamo quale direzione sia la nostra e il viaggio, complice l’arresto del mondo imposto dalla pandemia, parrebbe non potere riservare alcuna sorpresa se non fosse che proprio questa deliziosa creatura offre lo spunto per orientarsi fuori e dentro, in una della molteplici letture a cui essa si presta. Si sviluppa, infatti, in più diramazioni il carattere enigmatico della narrazione, consistente nella predisposizione irruenta dell’ironia con cui l’autrice tedesca ci immette scoperti e impreparati nel flusso del viaggio, quasi ci provasse gusto ad aprirci le porte a un mondo, il suo, o al mondo, quello che è fuori e ci attende al termine delle nostre paure, senza fornirci anticipatamente alcuno strumento di soccorso che non sia l’accettazione dell’imprevisto. L’enigma diventa, pertanto, umore costante del viaggio e occasione di apertura al disvelamento di un mondo o, meglio, di due universi, quello intimo della viaggiatrice e quello esterno e più ampio che include la narrazione quale opportunità di riflessione sulla complessità del processo creativo che talvolta necessita di essere privato dei classici componenti perché se ne colga il senso ultimo.

L’esplorazione sui due piani di movimento concepiti in funzione della meta, a ben guardare, procede parallelamente, poiché, come in un’impalcatura di piccoli mattoni, ad ogni passaggio, che sia di luogo, accolto nel proprio campo visivo o attraversato, o di persona conosciuta, dentro e fuori l’equipaggio, o di oggetto avvistato, Felicitas Hoppe inserisce ciò che prima non c’era, come se, col tocco di una bacchetta che la fata turchina deve avere lasciato a sua disposizione, facesse sorgere dal nulla l’inaspettato, quello che non ci aspetteremmo, che ci spiazza e la cui comprensione passa talvolta dalla storia, talaltra dal vissuto della viaggiatrice, più di frequente dall’idea di letteratura che permea l’intero romanzo e che nelle pagine finali ci viene rivelata: “Per quello che mi riguarda, tendo tutta la letteratura su due semplici fili: sul primo è appeso ciò che tenta di scoprire il gioco della realtà e che di conseguenza simula la realtà con strumenti letterari, mentre sul secondo è appeso ciò che rovescia questo processo: viene simulata la letteratura con gli strumenti della realtà”.

Un gioco di specchi, dunque, che parte dal superamento del reale attraverso il fantastico per poi tornare alla realtà raccontandola “come se non fosse altro che una fiaba”. Che il viaggio si svolga concretamente o meno non è rilevante, sebbene nel caso specifico il testo della Hoppe tragga spunto da un’esperienza realmente vissuta. Ciò che rileva è l’occasione da esso offerta per la creazione di una rinnovata mitologia che si impregna fortemente di umano, ma superandolo e, dunque, concedendoci la possibilità di andare oltre le nostre miserie, di vedere i nostri limiti e di comprendere appieno il valore del mito che, smontato nella sua classica impalcatura, si affaccia qui in forme inusuali per indurci a coglierne non solo l’ineliminabilità nella storia degli uomini, ma anche la sua declinazione in forme altre per merito del processo creativo dentro cui lo scrittore non smette di generare vita laddove essa pare arrestarsi, con o senza pandemia. Recita un passaggio: “Come guardiamo il mondo dipende naturalmente dal punto di vista da cui lo guardiamo, non è dunque una questione di libera scelta, bensì, inevitabilmente, un regolare lo sguardo attraverso quella finestra dalla quale abbiamo guardato nella nostra infanzia”.

“L’ombra di Giada si proietta su un sofà cannibale” (particolare), olio su tela, Mork.

Questo significa che la tradizione, la fiaba, il mito sono le risorse di uno sguardo intimo dentro cui è racchiusa la nostra storia, sono l’occasione amplificatrice di un sogno che custodiamo nelle nostre vite e che nasce nel momento in cui prendiamo coscienza dell’unicità della nostra identità che dallo sguardo passa. Unici siamo noi come lo è Felicitas Hoppe che qua e là semina la narrazione di indizi di un passato dentro cui restituire un senso alle coordinate di viaggio tracciate nel corso della medesima attraverso la definizione di una meta che ha la bellezza solida del capitano, la libertà che sapere nuotare regala a chi solca i mari e un angolo di mondo in cui “avere un letto proprio tra le onde, teli bianchi su fondo azzurro, bandiera del sonno e vessillo dei sogni al di sopra dell’abisso sotto le alte arcate formate dalle costole all’interno di un ventre di balena, dove alla luce di una candela che va spegnendosi lentamente e con il profumo di bucato stirato di fresco leggiamo insieme la Bibbia”. Ed ecco che i piani tornano a procedere in parallelo. Non solo la dimensione privata di un sogno che rende familiare, quasi un accogliente riparo domestico, ciò che per eccellenza non lo è, ma la comparsa di fiabe e miti e religione nelle intercapedini della realtà lasciate in balia della nostra capacità onirica, che, insieme all’essere in grado di stare a galla, parrebbe la chiave per sopravvivere all’angoscia della finitezza. Il mare e il ventre della balena vengono rovesciati nel loro comune e diffuso essere intesi, non sono più, al termine della notte, l’inesplorato e il buio dal quale uscire, ma, in un apparente paradosso, la fine sperata e l’accoglienza materna.

Ciò che ci ha espulso ci riprende e ci conduce in un’eternità narrativa ancora possibile. In fondo, il mare garantisce “la morte per sparizione”, quella che sulla terraferma non puoi avere perché lì si viene sempre trovati, senza che si abbia, peraltro, la possibilità di leggere sul volto dell’autore del ritrovamento ciò che gli passa per la testa nel momento in cui il nostro corpo gli si pone davanti (e, dunque, di riconoscerci). In acqua tutto si fa più precario, nulla si distingue con esattezza, i confini, persino quelli posti tra i reparti della nave, possono saltare, purché nel rispetto del “rotolo di sicurezza”, e la genealogia delle relazioni umane si articola lungo rami inaspettati che alimentano l’enigma e il senso di sorpresa di cui “Pigafetta” è intrisa sin dal titolo. Fantomatica guida e sostegno della viaggiatrice, termine di confronto e, in fondo, emblema del punto di arrivo, Pigafetta è l’omaggio a quell’Antonio Pigafetta che concluse la circumnavigazione del globo nel 1522 riuscendo laddove Magellano, ucciso, si era dovuto arrendere, ma è anche ciò che alla viaggiatrice ancora manca, in fondo la forza di dare dignità a una scelta personale fuori dalle origini e lontana dalle anguste aree familiari che, se anche non sono gabbie perché per obiettiva constatazione non possono esserlo, lo diventano nella ristrettezza dello spazio che offrono ai nostri sogni irrequieti e in via di espansione.

Non bastano i sogni a renderci, però, capitani coraggiosi. È l’altro elemento rivelato in più punti del romanzo che, intrecciato al primo, anticipa lo scorcio del futuro: è la visione che il capitano deve possedere. Nulla avrebbe senso, neanche le isole avrebbero un nome, “senza la fantasia di uomini grandi”. È la capacità visionaria che genera quello che non c’è, che rende il sogno motore effettivo dello spostamento verso il recupero di un nuovo punto di coscienza che, unitamente a quelli già acquisiti, ci restituirà ciò che abbiamo scelto di essere dentro un abisso che avrà allora il contenimento di un ventre materno. Pigafetta, però, non è soltanto titolo del libro e potente generatore di riflessioni che travalicano la Storia per farsi spirito indomito della vita personale della viaggiatrice, ma qualcosa in più che il romanzo rivela inaspettatamente porgendolo non solo in un’area affine ai sogni, ma anche, in una ironica maestria, quasi sotto coperta: è la storia del giorno perduto, quello che Pigafetta credette di avere perso sbarcando nelle isole di Capo Verde e, poi, a San Lucar, dove i suoi calcoli dei giorni di navigazione vennero confutati dagli abitanti, ponendolo di fronte al mistero di un giorno e, dunque, di una porzione di tempo irrimediabilmente finito in una sorta di buco nero. La spiegazione era nella direzione del viaggio che, procedendo nella stessa del Sole, faceva sì che sulla sua testa il sole fosse passato una volta in meno rispetto a chi in quelle località era rimasto fermo: insomma, una prova spaziale, più che temporale, cioè della simmetria sferica della Terra e della rotazione del Sole attorno alla Terra.

L’episodio in qualche modo anticipa la coscienza della viaggiatrice rispetto al mutamento che lo spostamento genera: “Ma le lettere dei miei amici si fecero più rade, qui, scrivevano loro, non cambia mai nulla, niente è come prima, scrivevo io di rimando”. Non solo. Il giorno perduto è un po’ un varco spazio-temporale, se non vogliamo cedere alla scienza, è il sole che cade in acqua, il buio che irrompe, lo spavento, ma anche il principio del mondo capovolto, quello a cui diamo origine tutte le volte in cui abbiamo l’impressione che qualcuno ci metta la mano sugli occhi e noi vediamo nonostante l’assenza di luce. Anzi, proprio perché essa manca. La lingua che furtivamente nasconde la propria ricchezza e la flessibile funzionalità a un pensiero estremamente strutturato, ma qui regalato in una forma deliziosamente ironica, è il completamento di una narrazione che costruisce e smonta per regalare una meta che ha tutta l’aria di essere una terra densamente popolata di tutto quello che saremo stati capaci di creare, non prima di averlo sognato.

Mindy

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