«La pietà verso di lei s’impadroniva di me in quella selva»: scrive così Fabrizia Ramondino in un delicato passaggio di “Althénopis”, il suo capolavoro, riferendosi allo sguardo di lei bambina rivolto alla madre, introducendo in forma esplicita quello che è probabilmente il tema fondamentale (o quantomeno uno di essi) di questo romanzo edito per la prima volta da Einaudi nel 1981 e ponendo le basi per contenere la complessità del rapporto tra madre e figlia che, pur partendo da un concetto di pietas anomalo rispetto al significato che ad esso deriva dalla tradizione classica, finirà per trasformarsi, parallelamente al processo di crescita dell’Io narrante, in qualcosa che vi coincide perfettamente, pur nella separazione dalla materia materna o, forse, proprio per effetto della medesima.

Il mondo classico, quantomeno in una parte, e, per eccellenza, l’Eneide virgiliana ci consegnano un’idea di pietas che investe non solo la dimensione pubblica e sociale dell’individuo, ma anche quella primaria sfera collettiva che è la famiglia, quel nucleo che, collocato poco oltre l’intimità, sviluppa all’esterno il patrimonio personale da cui proveniamo o si pone potenzialmente come topos (τόπος) congeniale a questo scopo, configurandosi come microcosmo che non è più meditazione autistica, ma compromesso con il vivere nel mondo, base e rifugio delle nostre aspettative infrante dallo scontro inevitabile con il reale. La pietas è la coscienza politica di un individuo, l’adesione a quei valori comunitari che politicamente convergono nell’agire democratico, ma è oltre, nella venerazione di quell’apparato religioso che, nella comunità romana, trascendeva il puro piano teologico per divenire parte integrante della quotidianità dei cittadini per i quali lo sguardo propizio degli dei, consacrazione di un passato in cui riconoscersi, era il conclamato suggello della bontà del proprio destino a cui non ci si sottraeva nell’ottica di una responsabilità umana da cui nessuno è escluso. La pietas è ancora una terza storia, però, più intima: quel rispetto verso i padri in cui si declina una possibile e auspicabile umanità, un rispetto che è devozione verso coloro che ci hanno fisicamente condotto qui o che, più ampiamente o storicamente, hanno creato le condizioni perché noi fossimo qui. Dunque, memoria del passato, conservazione di un patrimonio culturale e di affetti che si tramanda oltrepassando i limiti temporali e circoscritti delle singole esistenze, riconoscimento di una sacralità, anche qui, quella che aleggia intorno a un’eredità importante.

La Ramondino, nel nostro incipit e nel prosieguo del suo romanzo, riprende l’ultima delle declinazioni appena accennate per necessità riepilogative: rispetto verso chi ci ha generato, ma più che verso i padri, come classicità impone, verso le nostre amate madri. Qui la storia cambia genere, potremmo dire, si fa tutta al femminile, perché gli uomini vi saltellano qua e là o vi precipitano senza lasciare una traccia che non sia quella strettamente funzionale al mantenimento della specie.

Il romanzo già traccia delle coordinate che apparterranno all’autrice anche nella restante produzione narrativa, cioè il sogno, intanto, privilegiata dimensione che congiunge storia personale e collettiva, del nostro Paese e del sud in particolare, qui osservato, fermato con lo sguardo e le parole, quasi spiato con la curiosità indagatrice di chi è fuori quel tanto che basta per vedere lo strabiliante ordinario che solitamente sfugge, negli anni dell’immediato dopoguerra.

La Ramondino racconta una storia che conosce bene che è quella di un Paese che deve ricostruirsi sulle macerie di un passato dentro cui è racchiuso il senso di un disadattamento successivo e l’origine dell’antico sostegno economico o, meglio, patrimoniale di una famiglia votata alla fine per incedere storico, una nobiltà sfrattata dal suo ruolo che non si riconosce nell’avanzante modernità e si abbarbica alle proprie certezze granitiche, ai propri privilegi, facendo i conti con i bisogni e una plasticità mancante, se non nella forma rigida della rinuncia. Una narrazione, dunque, che per lo stretto vincolo tra la storia, quella dei libri, e l’umano di chi la fa è anche necessariamente narrazione familiare, di quel microcosmo a cui accennavamo e nel cui ambito si sviluppa la donna che la Ramondino sarà sulla frammentazione di un femminile oscuro dentro cui lei sentirà sempre di non essere. Il romanzo è popolato di un fitto sottobosco di figure familiari che, nell’apparenza di una marginalità, tradiscono il principio di una fine: non solo la crescita personale dell’Io narrante e il conseguente abbandono di un porto animato dalle abitudini di chi, zia o nonna, sorella o cugina, ha un ruolo assicurato, per vicinanza imposta o giustificata da vincoli di sangue, nelle pagine che scorrono impresse, per una quasi inevitabile scelta della scrittrice napoletana, dei chiaroscuri di un sud che esplode negli angoli nascosti dalla vergogna e dalla colpa. Dunque, non solo un abbandono imposto dall’avanzare degli anni, ma una marginalità decretata dalla storia, nella quale il rapporto con la madre ha il sapore di un’evoluzione necessaria e dolorosa, una separazione che è nascita e morte, principio e fine, un movimento naturale di ciclicità che smuove da dentro l’eternità dentro cui vive immobile il sud con i suoi abitanti senza tempo.

Ora è proprio il sentimento della pietas che misura il livello di avanzamento del processo storico e, ancora di più, di quello intimo della vita di chi narra: lo sguardo con cui la Ramondino restituisce un pezzo di storia italiana e una parte della sua esistenza sono l’omaggio perfetto e sincero che la scrittrice rende a un passato che non si ferma al massiccio dei privilegi, ma indaga le falle nobiliari e conosce il fascino della cultura contadina mai separata dalla propria dimensione (posta oltre per intimo generale pensiero di casta e per personale democratica ambiguità), se non per la difficoltà di accedere, da adulta, più bruscamente alla vita in un piglio vitale, in un’irruenza che solo la condizione infantile legittima e solo fino a un certo punto, quel confine oltre il quale c’è la morte o, forse, un’altra vita possibile. Portarsi dietro quel moto sussultorio di stare nelle cose della vita sarà la difficoltà di crescere, la fatica di un processo di conciliazione della propria vitalità con il buio materno, la colpa di essere, dopo un’infanzia e un’adolescenza vissute all’ombra della madre, divisa tra l’oscurità di questa in un tempo che è di dolore e fatica e il calore estatico del proprio corpo, di ritorno dal mare o alla fine di una festa popolare, un piacere felice e dissoluto da lasciare evaporare nella penombra della casa, qualcosa di informe e abnorme che il corpo non contiene, che la colpa frena, che genera inquietudine e impone la ricerca assolutoria della madre in un’impossibile vicinanza e nella vana illusione di potere trovare riparo dalle proprie paure, quasi dai propri desideri.

All’aria impregnata di aceto delle bende poste sul capo della madre fanno da contraltare gli odori dei “lasciti” organici del corpo, cercati, annusati, generati, in un dirompente e canzonatorio inno alla vita che, da napoletana, la Ramondino pronuncia magnificamente con ingenua eppure insolente dissacrazione dell’imposta educazione delle forme, ponendo le premesse di un’identità destinata per legge a svilupparsi in opposizione a quella materna, pur nella complessità che la pietas contribuisce ad ammorbidire, facendola fluttuare dentro un’emotività che pervade il romanzo rendendolo un componimento dai ritmi perfetti, un incedere sostenuto da uno stato di grazia, un susseguirsi di compiuti passi di danza, oltre cui c’è la pausa, il respiro, il tempo di una lacrima, il pensiero rapido, la sincerità, prima che la vita riprenda di nuovo a scorrere con tutta la sua potenza. La pietas con cui la figlia guarda la madre nella prima parte di “Althénopis” non è chiaramente ancora quella che spinge Enea a portarsi sulle spalle il padre Anchise. Ancora troppo piccola e quasi scacciata dal ventre della madre, la Ramondino passa la sua infanzia e l’adolescenza nel tentativo di penetrare il mistero materno e, pertanto, la pietas si esprime, in uno stadio iniziale, nel desiderio di comprendere l’apatia materna, ciò da cui proviene, il senso di ineluttabilità vinto soltanto dalle intemperie delle stranezze di una nonna nella quale ritrova qualcosa che le appartiene, seppure lungo il silenzio assordante delle viscere materne da percorrere tutte senza garanzia di trovarvi nulla, neanche l’afflato democratico della nonna, rimossa e distanziata dalla figlia. (“L’evocazione di quei fasti passati e lo sfarzo del cattolicesimo acquietavano a volte i miei tremori notturni, mentre la gretta solarità ginnica dell’educazione che ci impartiva nostra madre ne esasperavano il diapason fino ai toni più acuti. L’odore della mano della nonna, di incenso, olio, polvere, cera e fiori, mi calmava; la mano di nostra madre invece era inquietante, pareva sempre cancellare “sciocchezze”, lavare via qualcosa, fresca e odorosa di sapone.”).

Dunque, due figlie e due madri, l’una animata dalla pietas, l’altra che gliene chiude l’accesso, l’una che il dolore della diversità lo include e lo abita, l’altra che piega il dolore fisico alle sue esigenze di fuga dallo smarrimento per un’evidente incompatibilità con la propria madre. Il desiderio di penetrazione del mistero lascia, sul finire del romanzo, lo spazio alla pietas di virgiliana memoria. Accade con l’età adulta, con la separazione, con la coscienza della figlia non solo di non essere più nel ventre materno, ma anche di non poterci più tornare: “La Madre sino allora aveva portato la Figlia nel suo ventre, da allora la Figlia cominciò a portare la Madre sulle spalle”. Non più, dunque, madre e figlia, ma due donne, una figlia “sconfitta” dalla propria madre o, più semplicemente, una donna al cospetto di una madre ferma a quel ruolo, a quell’identità, a uno schema, a quella maschera che racchiude l’unico modo, silenzioso e inerte, di stare al mondo, in un’opposizione paradossale alla vita della figlia, della figlia come donna. Il giudizio della colpa, di essere nate, di essere diverse, di non essere mai state… Ma, poi, la pietas che è oltre le sentenze e le responsabilità, oltre i sensi di colpa e i nostri desideri: quel piano di realtà in cui si infrange il cuore alla visione di un punto piccolo piccolo in cui non siamo più noi, ma chi ci ha generato, prossimo a tornare nel ventre della Terra, mentre noi proviamo ad abitarla. Senza più alcun carico che non sia l’eredità lasciata da quel puntino, anche nella forma di un’assenza, di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Finalmente, però complici e vicine. La narrazione della Ramondino, a dirla tutta, si ferma un passo prima. Recita un passaggio rivelatore del processo alchemico – e del suo grado di avanzamento – che investe il sentimento della figlia verso la madre: «Sopravvissero, ma i loro destini si separarono. Erano diventate due, ma in modo impari, come l’Austria-Ungheria, un regno dentro un impero: quando l’Ungheria si volse alla sua sorte, dell’impero austro-ungarico non rimase nulla. La Figlia trovò il suo destino, ma svanì la Madre. Allora nei confronti della Madre subentrò la pietà».

Mindy

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