Oggi Ork, con la prima delle sue ultime tre letture, prima dell’interruzione estiva, sceglie di compiere un viaggio insolito, molto più di quelli in cui mediamente decide di addentrarsi. Lo fa provando a restituire in maniera semplice (la stanchezza pesa a fine stagione, anche qui) non solo il senso di una sacralità al femminile sancita dai due testi che ospiteremo, ma anche la cura con cui le due autrici ci accompagnano nell’indagine di due universi che possiedono la trama complessa, eppure alla resa dei conti molto più semplice di come venga rappresentata da chi vi è intrappolato, di un’inquietudine che è ricerca e desiderio. Margherita Pascucci e Carmen Pellegrino narrano due storie che, nonostante l’apparente divario nell’impostazione strutturale, si sfiorano in più di un punto e ci consegnano un’idea di femminile autoriale o di scrittura dalle coordinate estremamente definite. Se “La felicità degli altri” (La nave di Teseo) della seconda è chiaramente un romanzo, “Il tempo tessuto di Dio” (Il ramo e la foglia edizioni) è un territorio spurio dove la componente saggistica ed epistolare, nell’occasione di un dialogo ipotetico con Dacia Maraini, si fonde a passi letterari dell’autrice de “La lunga vita di Marianna Ucria” che, oltre a costituirne un chiaro omaggio, argomentano la tesi della Pascucci volta alla dimostrazione dell’esistenza di un’etica dello scrivere e della conseguenziale bellezza attraverso cui l’atto suddetto si realizza compiutamente.

In realtà, sono esattamente questi passi a rendere la specificità della poetica della Maraini e a distinguere, connotandola fortemente, la natura delle riflessioni compiute dalla Pascucci dalla genericità di un discorso che potrebbe potenzialmente involgere l’intero spazio della letteratura o, quantomeno, una buona parte di esso, eventualmente declinato al femminile. La realtà entra nel piano della finzione letteraria attraverso un processo creativo che conferisce alla medesima la sostanza poetica quale esito perfetto di un procedimento alchemico che avrebbe fatto invidia a Baudelaire per il quale la dignità della creazione letteraria passa inevitabilmente dalla constatazione dello stato poetico. Se è vero che la poetica trova espressione nell’estetica della bellezza dello scrivere, è altrettanto vero che la Maraini compie un passaggio ulteriore che investe il piano dell’etica attraverso la categoria dell’estetica: serve il bello a comunicare la creazione poetica, ma quest’ultima reca con sé l’ineliminabile portato della capacità della poesia di offrire l’occasione di sentire ciò che prima pareva non esistere. Dalla poesia al corpo, dunque, passando per la bellezza funzionale all’etica. In realtà, è un altro il tassello rivelatore della peculiarità dell’intera dinamica attivata dalla poetica della scrittrice: il sentire in sé potrebbe in fondo non accedere per intero alla categoria dell’etica, ciò che lo mette in comunicazione con quest’ultima è che esso risulti strettamente connesso alla parte più profonda di noi, al mistero divino di cui ciascuno di noi è, in qualche porzione, latore, quel mistero sacro e laico che l’immaginazione attivata dalla scrittura libera (“Il desiderio del mistero di dissolversi, di lasciarsi conoscere, come senso e come tempo di vita liberato nelle immagini della nostra interiorità, nella forza produttrice dell’immaginazione.”).

“Dio non c’è”, acrilico su tela, Mork.

È l’immaginario liberato e, parallelamente, la rivelazione di quel mistero che conferiscono alla poetica di Dacia Maraini quell’accesso etico che è un valore aggiunto alla sua intera produzione letteraria. Intanto, però, l’immaginario si attiva e libera il mistero, in quanto si passi dal corpo, poiché il primo altro non è se non la conseguenza di un collegamento che costantemente operiamo tra l’immagine e un oggetto percepito attraverso i nostri canali sensibili che dal corpo traggono forza e origine. L’esito è creativo e conoscitivo insieme: saprò qualcosa di più di me e avrò generato poesia. L’esito è un tempo, fuori da quello presente, non come nel teatro, ma un tempo della nostra interiorità, un tempo che sa di Dio, un piano congiunto di coscienza che parte dall’intelletto e, passando dal corpo, investe la grazia dell’amore rivelando a chi ne è coinvolto una direzione finale che, senza un’urgenza di senso, ha in sé l’apertura alle possibilità che la libertà concede all’individuo che non si ferma alla propria irresolutezza e porta dentro di sé qualcosa del principio divino entrando in comunicazione con l’esistente che non gli sarà più indifferente. Se capisco me, il potere dell’immaginazione non potrà non espandersi e coinvolgere quello che è fuori da me, sebbene in un processo di comprensione che, pur rivolto all’altro, risentirà della mia personale scoperta.

Allora, se Dacia Maraini riesce a privarsi, nell’ottica della Pascucci, della sua identità ingombrante e ci restituisce la pluralità delle voci femminili che popolano la sua poetica, è perché il processo creativo descritto si radica nella sua scrittura così efficacemente da generare un’estrema coerenza tra il pensiero che se ne deduce e il suo concreto operare. Ora, se un ipotetico dialogo con Dio viene ricostruito nell’ottica di una ricerca di senso che, pur partendo da terre care alla filosofia, passa dalla letteratura, nella esternazione poetica della Maraini, esso in qualche modo vuole essere il pretesto per proiettare su un piano più alto e neutro le dinamiche comuni agli uomini, esattamente come prova a fare la letteratura che, però, nel caso della scrittrice che è al centro dell’amorosa indagine compiuta dalla Pascucci, è fortemente in dialogo con il reale da cui prende avvio e a cui torna l’intero processo alchemico di cui la Maraini è fautrice, e nel pensiero e nei fatti.

Anche nell’ultimo romanzo di Carmen Pellegrino torna un dialogo, talvolta sotteso, talaltra più rabbioso, con Dio, che solo al termine assume le fattezze di un tempo intimo: prima, è un tempo dilatato e confuso, quel punto esterno alla nostra fatica di crescere rispetto a cui l’indulgenza scatta nell’attimo ultimo dell’ingresso nella vita adulta, in quell’istante in cui non è più il Padre un punto esterno, una via di fuga, un’assenza, ma siamo noi, unici responsabili delle nostre vite, più o meno infelici (“Felicità è una delle parole più inseguite, una delle più manipolate, sempre più magnificamente ambigua, definizione che tanto rassicura…L’importante comunque è darsene l’aria. Ma di quale felicità parliamo? Quella di là da venire, la felicità degli altri, dato che, a ben guardare, la nostra vita è percorsa da un profondo sentimento di tristezza. Da nascondere quanto più possibile. Al cuore del sintomo, un forte senso di solitudine, proprio nella società che erige altari al contatto e alla comunicazione, e intanto muore di frammentazione e isolamento.”). Eppure, nonostante la diversità di un approccio a sfere più o meno metafisiche o di conoscenza di Sé, la Pellegrino e la Pascucci regalano due testi che si avvicinano laddove si aprono al femminile, talvolta materno, e all’assenza. “Il tempo tessuto di Dio”, in particolare, racconta di un principio di assenza che è “la capacità performativa che nasce da una mimesi, da un’empatia profonda e diventa creazione di interiorità”, insomma una faccenda etica, potremmo dire. Il meno è la sparizione della scrittrice e il piano creativo lasciato libero alle sue creature perché investano il lettore e ne liberino l’immaginario in un concatenarsi di libertà derivate in cui si esaurisce buona parte del tessuto letterario. Nel romanzo di Carmen Pellegrino l’assenza prende corpo, diventa una fiducia tradita, un’aspettativa delusa, un desiderio mancato e inseguito dentro un’inquietudine che è la sovrastruttura instabile di un disperato bisogno d’amore mai colmato. L’apparente complessità iniziale di cui abbiamo scritto.

Dunque, l’assenza quale prova di un universo intimo popolato delle attese, senza seguito, di una vita che si esaurisce nello spazio dell’infanzia dentro cui chiudere e racchiudere le proprie verità per illudersi di potere oltrepassare la linea che ci separa dall’età adulta senza il dolore dei deliri materni e dei nostri sogni spezzati. Ma anche l’assenza come scelta di stile: la decisione di raccontare una storia scarnificandola totalmente senza per questo rinunciare alla femminilità o, meglio, alla maternità della cura con cui la Pellegrino investe ogni singola parola e, in qualche modo, la protagonista, colei che imparerà ad avere cura di sé lasciando al passato il tempo delle attese e dando ingresso al presente, alle scelte, alla vita. Terzo di una potenziale trilogia della medesima autrice, “La felicità degli altri” è un altro passo nel percorso di ricerca dell’autrice salernitana, un silenzio cercato che, nel processo di privazione con cui decide di narrare la storia di Cloe, lascia che il buio si affacci più efficacemente al lettore e che l’indagine in esso delle ombre attraverso la storia e la coscienza diventi un’esigenza condivisa, di chi legge e di chi vive. Talvolta quasi disturbante, l’essenzialità impone di non guardare troppo oltre, di stare nel presente per cercare quello che c’è. E la cura amorevole con cui ogni parola cade lenta, come neve, sulla pagina è già in sé una risposta.

Mindy

2 pensieri riguardo “Dio sospeso tra il tempo e gli uomini: Margherita Pascucci e Carmen Pellegrino su Ork

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