Wish (1992):

Siamo ormai negli anni 90. Gli anni ottanta si erano chiusi con “Disintegration”, un disco bellissimo, epocale, che oltre ad essere di fatto il loro successo più grande (finirà al top delle classifiche mondiali) è anche, insieme a “Pornography”, il punto più alto della loro musica negli anni ottanta. E come già era stato per “Pornography”, rappresentava qualcosa di definitivo. Che non poteva ripetersi. Con questo disco Robert e i suoi avevano messo un punto agli anni ottanta, salutandoli come meglio non potevano fare. E avevano attraversato il varco. “Wish” arriva tre anni dopo, quando siamo già negli anni novanta, e spiazza nuovamente i fan. Perché è un nuovo cambio di rotta, inaspettato, che svolta verso un sound più rock, diversissimo da quello intimista e atmosferico di “Disintegration”. È il 1992. In mezzo c’era stata l’esplosione del Grunge, il pop degli anni ottanta cedeva il posto a suoni più viscerali, si voleva tornare a suonare imbracciando gli strumenti. Il rock duro diventa una cosa più di massa, fondendosi a nuove forme di alternative rock, e anche i Cure adesso sulla scia di quanto stava accadendo alzano il volume alle chitarre, le distorcono, giocano di noises e larsen (Porl Thompson non chiedeva altro, e con le sue chitarre rumoreggianti e muri di feedbacks che percorrono i live dà le coordinate a questo nuovo suono, con Robert Smith che lo segue a ruota creando un nuovo suono, più “duro”, dominato da cry baby e distorsioni), e danno ai loro pezzi un’impronta più vicina al sentire di quel momento.

Un suono più chitarroso quindi, più “heavy”, in linea con quello che stava accadendo intorno, per cui aggiungono anche una terza chitarra nella band (Perry Bamonte, che era già entrato alle tastiere dopo Roger ‘O Donnell). Un suono più chitarroso, dicevamo, e duro. Che però non è tutto. Non esaurisce da solo l’anima di“Wish”. Perché “Wish” ha essenzialmente due facce, due anime, messe insieme a creare un’unica impalcatura: rock e pop. Che si accompagnano meravigliosamente lungo le tracce, necessarie l’una all’altra. Senza schizofrenia. Da una parte ci sono le incalzanti corse heavy-rock molto nineties, che rappresentano una parte del disco: “Open” e “End”, che aprono e chiudono il disco, tra alternative rock e ispirazioni grunge (più che i Nirvana, con cui pure c’è qualche assonanza, anticipano un po’ quel suono che si esprimerà con forza a metà anni novanta), lo scossone “quasi-metal” di “From the edge of the deep green sea” (uno dei pezzi principali dell’album) e “Cut”, con un suono potente e chitarre distorte e abrasive che ricordano “shoegazers” come “My Bloody Valentine”, o anche “Apart”, più lenta e atmosferica, davvero bella, che riecheggia delle atmosfere di “Disintegration” ma stese su un sound più vicino al momento, un po’ ballad metal alla “Nothing else matters”. Dall’altra intervengono momenti invece più pop alla “Just like Heaven”, più distesi e aperti, dove anche il suono si fa più leggero: “Friday I’m in love” in particolare, sicuramente una delle più note e sostanzialmente simbolo di quest’album, a fare un po’ il “verso” al Rock’n roll anni ’50 (il testo in particolare) con un omaggio innamorato, ma anche “High”, che raccoglie l’atmosfera e i suoni del vecchio dark ma li riempie d’aria, e li sposta sulle coordinate di un nuovo alternative-pop nascente. Due voci in apparenza dissonanti ma che alla fine creano una materia unica, che corre spedita dall’inizio alla fine e suona veramente bene.

“Wish” è un album che ami sin da subito quando sei un cinno, desideroso di un disco con un suono rock, o apprezzi con gli anni, quando superi le diffidenze legate al “genere”, ai pregiudizi, al concetto curesco di gruppo dark (e basta). Quando capisci che è un bell’album di bella musica e basta. Le vecchie atmosfere, essenzialmente quelle più vicine, di “Disintegration”, riecheggiano nei momenti più lenti del disco: “A letter to Elise” (sarà il primo singolo estratto dall’album), malinconica e dolce, che sembra registrata nello stesso giorno di una delle tante b-sides di “Disintegration”, “Trust”, dalle atmosfere romantiche e melancoliche, in cui torna il pianoforte alla “Homesick”, o uno dei momenti in assoluto più belli dell’album, “To wish impossible things”, meravigliosamente spaziosa e atmosferica, sorretta da chitarre ragnateliche e un violoncello di fondo che si inerpica piangente a cantare per l’intera durata, che condensa in poco spazio tutto l’esistenzialismo Cure per come può essere all’inizio degli anni novanta. Nel ‘92 sono una band matura, che ha fatto tesoro dello spleen degli anni ottanta e si diverte ora ad attraversare anche il rock. E inizia anche a divertirsi suonando (i loro concerti da qui avranno un’intensità nuova, più piena, meno velata di nero com’era invece negli anni ottanta).

Una nuova fase sicuramente, che ci propone dei Cure nuovi, nelle sonorità, nella capacità di mettersi in gioco e inventarsi una volta ancora, nella maturità e nella voglia anche – perché no? – di “dissacrarsi” un po’, anche dopo un album che li aveva riproposti come gruppo Gothic (guardate il video di “Friday I’m in love”, fiabesco e circense, che apre alle follie dell’album che verrà dopo questo). I Cure non per forza solo gruppo dark. E infatti per la prima volta c’è anche un inno alla vita, esattamente al centro del disco, qualcosa che solo dieci anni prima, ai tempi di “Pornography”, non ti saresti mai nemmeno lontanamente aspettato di sentire da Robert Smith: “Doing the unstuck”, che invita alla felicità, a lasciare dietro ogni dolore e voltare pagina: “Let’s get happy!”, “It’s a perfect day for throw back your head and kiss it all goodbye”. Dal vivo è semplicemente strepitosa. Ci dice esattamente cosa stava accadendo. “Wish” ha un’energia nuova, improvvisamente più aperta, meno cupa del passato. Mr. Smith sta mettendo a posto i fantasmi. Il tour legato a questo disco sarà qualcosa di monumentale: difatti decideranno di immortalarlo in un doppio disco live e anche un filmato, che esce col nome “Show”.

Fuori da “Wish”, saranno b-sides, che confluiranno in EP e singoli, a riportarci l’anima più crepuscolare dei Cure. “Wish” ci aveva dato la parte in luce, le b-sides porteranno le ombre: l’EP “Lost wishes”, che esce poco dopo, interamente strumentale, fatto di tracce atmosferiche e meno pop, e i brani che compariranno nei singoli, più melanconici e intrisi di quello spleen proprio della musica dei Cure. Qui trasformato nel nuovo suono anni novanta. Lucente, anche nel buio. È un album che porta oltre, “Wish”, e apre a una nuova era post-“Disintegration”, all’inizio di un nuovo decennio. 

Wild Mood Swings (1996):

È il decennio della musica alternativa. Il punk è tornato di moda, decine di gruppi nascono in questa scia declinandolo in varie forme (i Cranberries, solo per dire i più famosi ad ampio raggio), esplodono nuove forme di musica alternativa, rock e non rock, e un nuovo sentimento dark si affaccia sulla scena con l’arrivo della “terza ondata”, che si contamina poi col metal e con l’elettronica (i Placebo nascono in coda agli anni novanta, e vari gruppi Gothic Metal o Industrial incarnano le nuove trasformazioni). Anche l’Italia si sgancia un attimo dal Moloch sanremese e fa fiorire decine di etichette indipendenti e gruppi che suonano musica alternativa. Proprio il 1996 e il 97 sono le annate d’oro di questa nuova epoca (basti pensare a un album: “OK Computer” dei Radiohead). I Cure sono una band di culto, punto di riferimento per tanti musicisti di queste nuove ondate. Da “Wish” son passati quattro anni (in mezzo c’è stato un tour grandioso diventato un album live, una partecipazione alla colonna sonora del film “The Crow” e Robert Smith s’era messo a giocare nuovamente coi Banshees per il loro “The Rapture”).

Robert Smith ha 37 anni nel 1996, non è più un ragazzo, e si diverte con la sua immagine, ormai famosa, autoironico e dissacrante, seguendo un po’ lo spirito di “Wish” e “Kiss me kiss me kiss me” (compresa un’apparizione surreale che da noi faranno al Festivalbar, bissando quella di Azzurro proprio nel 1987). Lo fa adesso riciclando sé stesso e il suo immaginario di fantasmi infantili: giochi, fobie, nevrosi, paure, le sue movenze nervose, delle mani, che lo fanno sembrare un bambino e una nuova maglietta, rossa, della squadra russa di hockey CCCP Jersey, dall’aria più “indie”, che diventerà un po’ simbolo di questa fase e del tour che seguirà al disco. Il disco è quello del ‘96, “Wild mood swings”, di cui parlavo nell’intro. Un disco veramente strano, bello. Tutti i fan lo stavano attendendo con grande ansia: erano passati quattro anni dall’uscita di “Wish”, non c’era notizia di un loro prossimo album, e sembravano spariti nel nulla (tanto che un bootleg uscito nel 95, nato dall’headlining ai tour estivi quell’anno, si intitolava “The Return”). Nella line-up, intanto, qualcosa è cambiato: il nuovo batterista, Jason Cooper, ha sostituito Boris Williams (andato via per inseguire un progetto solista con la compagna, ex leader degli Shelleyan Orphan) e Porl Thompson non c’è più. Il disco del ‘96 è una nuova, inaspettata sorpresa. Stranissimo. Molto diverso da “Wish” (a parte qualche chitarra wah / noise e qualche atmosfera leggera in stile “Friday I’m in love”), e per nulla somigliante ad altri dischi precedenti dei Cure.

Improbabile. Folle. Diversissimo da tutto ciò che è stato fatto prima. Suona molto “anni 90”, inevitabilmente, con suoni e soluzioni molto della cultura alternative / indie di quegli anni, fuzztones e H-Rods compresi e il suono delle tastiere volutamente vintage, ma in questi anni 90 i Cure ci mettono la loro impronta inconfondibile, il loro modo di suonare. Coi loro suoni dark storici stesi adesso su una struttura più ampia a cercare un respiro nuovo. “Alternative rock” diremmo. Robert Smith, mago giocattolaio, prende i suoi giochi d’infanzia (quei giochini di latta un po’ macabri, allegri e terrificanti, che saranno i testimonial dell’album) e li rimette a posto nella stanza, ma in modo disordinato. Multiforme. Tra loro c’è anche il clown, forse lo stesso che dava il nome a “The head on the door”, che infatti qui è in copertina, con la sua testa simbolicamente rotta. Spaccata. Qui sarà il “Boxed clown riding scooter Tin Litho toy”. La sua testa è aperta. Le paure, gli incubi di un tempo son vinti: la testa sulla porta si può rompere adesso. Qui dentro si mescolano più registri, più linguaggi, messi insieme in modo folle come quei giocattoli nella stanza, dalla mano di “mago” Smith. Matto e oscuro, un po’ alla Tim Burton (c’è una foto bellissima di questo periodo che lo ritrae mentre gioca col nipotino, vestito con una camicia variopinta e i pantaloncini neri e i capelli arruffati). Che li fa suonare insieme come un unico quadro, un patchwork psichedelico anni novanta, nonostante siano “sbalzi d’umore selvaggi” (wild mood swings, appunto). Ha un tono stranissimo quest’album: indefinibile. È un album più leggero, aperto, svincolato, in apparenza addirittura solare (anche se sembra impossibile parlando dei Cure, come mi disse un amico a cui lo feci ascoltare), e mantiene dentro quello spirito malinconico Cure ma se lo tiene per sé, prezioso e profondo, lasciandolo trapelare solo nel fondo, e nei momenti più introspettivi.

Allora in questi sbalzi si riuniscono pezzi d’impronta alternative rock su cui stendono i loro suoni Cure (e Robert con la sua semiacustica coi vecchi modulari e i più recenti wah alla “Wish”), ballads malinconiche e intimiste rivestite di un suono nuovo, un tantino più nineties (“Bare”, in chiusura, è a mio avviso il pezzo più bello dell’album, o anche “Jupiter crash”), strani divertissement pop e indie-pop,accenni jazzy, e c’è anche un pezzo “hawaiano”, una delle cose più strane mai scritte dai Cure: “The 13th” (il video è ancora più assurdo, e vede Robert Smith in un surreale scenario almodovariano, farsesco e kitsch, rileggersi con meravigliosa autoironia). Nonostante l’eterogeneità, il disco non riesce a suonare disomogeneo…anzi: ha un unico filo d’ascolto e mantiene una formidabile unità stilistica e sonora per tutto il tempo. Come se tutti quei giochini, quei giocattoli “selvaggi” stessero giocando insieme. E spiazza, perché non può non spiazzare un disco così fatto dai Cure. Divide: ti è piaciuto o non ti è piaciuto? Ovviamente i fan dello “zoccolo duro” dark lo bocciano senza riserve definendolo pop e commerciale (se hai in mente sempre i Cure di “Faith” e “Pornography” è normale che quest’album ti stride), così anche la critica non lo accoglie bene (alcuni lo bollano come “il peggior album di sempre della band”). Eppure è uno dei lavori più belli e singolari della band. Sono dei Cure che vanno oltre, che mantengono il loro stile inconfondibile e quel mood melancolico che è la loro anima ma lo riscrivono su un sound nuovo. Andando su e giù come su una trottola giocattolo, proprio di quei Tin Litho Toys che animano il disco. Un album singolare e folle, diverso dagli altri, che necessita di un ascolto libero dagli steccati soliti, legati all’idea dei Cure come gruppo dark e basta. È un nuovo suono, libero dal passato, svincolato dal passato, che porta con sé l’esperienza e la trasforma. Non è dark e dark soltanto, ma una nuova idea che stende il dark che è l’anima dei Cure su qualcosa di nuovo. Ancora una volta Robert e i suoi si trasformano, e trasformano la loro musica.

E Robert Smith mette a posto i fantasmi.

Mork

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