“Il cannocchiale del tenente Dumont”, edito da L’Orma, giunge su Ork con un lieve ritardo rispetto ai tempi prefigurati da chi scrive in relazione alle previsioni che si sarebbero potute formulare al principio del viaggio, poggiandone l’impalcatura sulla conoscenza del suo autore, Marino Magliani, e della sua scrittura. La quasi uniformità dei giudizi sul conto di questa ultima creatura dello scrittore ligure mi aveva illuso, esclusivamente per un mio personale processo di facile assimilazione e conseguente approccio di lettura, a credere che, seppure nella connotazione di un romanzo storico, vi avrei trovato un’immediatezza che, pur nella costruzione di un pensiero articolato, raggiunge senza intoppi l’anima di chi legge. È la scrittura di Magliani. Si trattava di una falsa prospettiva e nulla di ciò che era prevedibile è accaduto da una serie di punti di visuale, uno dei quali coincide con la non uniformità della narrazione, parzialmente determinata dal genere con cui l’autore sceglie di raccontare una storia che è oltre la Storia. Lo fa dando voce alle fonti, alla testimonianza diretta di chi è in grado di raccontarla, allo scambio epistolare, a tutto ciò che sia funzionale alla formulazione di un pensiero libero, più che di un giudizio storico, ad opera di chi, leggendo il romanzo, si fa potenziale elemento terzo e imparziale di una vicenda di diserzione e sceglie, indotto, più che dalla coscienza della natura di fiction dell’oggetto narrato, dal processo complesso entro cui si sviluppa la trama, a lasciare un margine fuori dalla categoria classificatoria di bene e di male o, meglio, inerendo la faccenda anche al piano storico, di ciò che è giusto e ciò che non lo è. In qualche modo, l’inganno, e una prima fonte di illusione, è credere che tutto si risolva nella Storia, nell’appartenenza della vicenda a un tempo dalle coordinate apparentemente definite: 1800, campagna d’Egitto conclusasi con la disfatta di Napoleone Bonaparte e, dentro, tre vite che se ne allontanano in un percorso anomalo, di ricerca, fuori da ogni logica di successo e potere. Non solo la Storia si fa ambigua raccontando qualcosa di non tracciabile agevolmente attraverso il decorso degli eventi, ma addirittura nel suo contraddittorio incedere qualcuno decide di uscirne. Sconfitto, Napoleone Bonaparte consolida, in un formale paradosso, la sua fama, ma assiste parallelamente al fenomeno di chi, in quelle terre così lontane dalla luce della ragione, abbandona il suo esercito cercando altre vie.

Non è in gioco la sopravvivenza nell’attimo che precede la diserzione, ma è la conoscenza il punto che muove e sfalda, che allontana e fa viaggiare oltre ogni limite consentito dalla legge. Ed è proprio la notizia dell’elevato numero di defezioni registrate in Egitto il motore formale del romanzo, l’origine della ricerca della ragione che ne è alla base. Dunque, un fenomeno diffuso, seppur di minoranza, di portata più ampia rispetto alla specificità delle vite singole che verranno concretamente seguite nello sviluppo della narrazione e grazie alle quali il libro di Magliani si apre ai margini della Storia, quegli spazi in cui la via principale devia e racconta tutto ciò che non è stato per un gioco non riuscito di equilibri e percentuali. L’attenzione si sposta, segue un filo che non è stato tracciato dai canali ufficiali, si insinua nelle vite e nelle testimonianze di chi si risolve a cercarsi fuori dagli onori della politica e della cronaca di un tempo che si fa più veloce e breve. Sono il capitano Philippe Lemoine , il tenente Gerard Henri Dumont e il soldato basco Urruti la rappresentazione di quella singolarità in cui necessariamente deve svilupparsi la minoranza cara a Magliani perché possa, attraverso il romanzo, essere rivestita di quella dignità che non è lo scarto della colpa della fuga, ma il punto oltre ogni certezza, quello senza il quale le singole storie rimarrebbero solitudini ferme e silenziose. Lo esplicita abbastanza chiaramente un passaggio: “Il disertore, senza saperlo, lavora fino alla fine a qualcosa di impossibile, non c’è in effetti un sogno, niente potrebbe avverarsi, se non che si sta già facendo. Il sogno è non saperlo, la negazione di un destino segnato […]”.

Dunque, non un desiderio, “qualcosa di buono che verrà”, citando un ligure del nostro cantautorato, né uno sbandare perché “disertare è qualcosa che non finisce, diventa una missione, una carriera”, piuttosto un sogno che acquisisce la forza di un movimento, di un agire, al di fuori degli ordini, della legge, della Storia, fuori dai compromessi, dalle vittorie e dalle disfatte, lontani dal bianco e dal nero, vicini al rosso del sangue delle ferite e degli amori incompiuti lasciati in eruzione, in un’etica che si compone di una materialità proletaria, di vicinanza di corpi, di assaggi di vite che si sfiorano e generano energia, lì dove tutto volge in un senso diverso da chi la Storia la sta scrivendo. Magliani non si limita, però, a compiere questo viaggio attraverso questa sorta di scomposizione del processo storico mediante il recupero delle singolarità di chi, in qualche modo, si assume il rischio e la responsabilità di non essere agli occhi del mondo e di chi lo farà in futuro, quel mondo, ma, inserendo lo strumento dell’indagine, finisce per insinuare abilmente nelle pagine l’elemento inquisitorio a cui si oppone la ricerca di una verità possibile, oltre ogni assolutismo. Non è un caso che le carte attraverso cui il lettore può ricostruire la storia siano anche quelle di chi insegue i tre disertori nell’idea che a generare “l’abbandono dei ranghi avesse contribuito una sostanza estratta da piante angiosperme dell’ordine Urticales”, quella sostanza più comunemente nota come hascich, in un completamento di parti processuali in cui potrebbe risolversi una delle molteplici letture del romanzo.

Se la missione del dottor Johan Cornelius Zomer è prevalentemente quella di argomentare adeguatamente la tesi dell’abbandono facendola coincidere con l’abuso di quella sostanza, si potrebbe senza sforzi sostenere che egli sia la perfetta incarnazione di un ruolo di pubblica accusa inserito in un processo potenziale dentro cui ciascun lettore è chiamato a entrare quale giudice terzo e imparziale senza che, al termine del gioco, abbia voglia di assolvere o condannare, scomponendosi la Storia in micro-particelle in movimento e spesso ambiguamente e umanamente rivolte in più direzioni, senza uniformità di esito. Dove sia la verità non è dato esattamente saperlo. Più semplice collocare le vite dei tre nel percorso che dall’Egitto li conduce in Italia, nell’attraversamento di una porzione del nostro Paese, lì dove, centralmente, il romanzo esplode in tutta la sua forza, rivelando al pubblico dei lettori, molto di più che altrove, l’anima profondamente ligure dello scrittore e consentendoci di spiegare ora ritardi e stupori di questo nostro viaggio. In un rapido confronto con un lettore, questi sosteneva che il romanzo edito da L’Orma si legge d’un fiato e se ne arriva alla fine con la malinconia di una perdita. Nel rispetto doveroso della dignità di ciascun viaggio, qui non è stato così: fortemente strutturato e corazzato in tutta la sua prima parte, il romanzo di Magliani pare essere la traduzione perfetta della morfologia e, forse, dell’anima che abita la Liguria, terra che incute timore e genera piacere in un contraddittorio avvicendarsi di colori. Oscura e verdeggiante, produce vita sui pendii e digrada verso il mare senza lasciare il tempo di un intermezzo. Chiusa, si apre a chi non si ferma al buio, ma lo attraversa senza aspettative che non siano ciò che si pone poco oltre ogni passo in una via rusticana, ruvida e vera. Quasi inospitale il romanzo alle prime battute, anche nella lingua che si fa scarna, essenziale, illuminata dalla ragione, costruita in un incastro talmente perfetto da destare fastidio, senso di chiuso, oppressione, bisogno di libertà, lungo un percorso in cui la lingua, senza che ne sia lucida coscienza, conduce nell’anima del viaggio dei tre disertori in cerca di un loro posto nel mondo.

“Angelus ligure”, matita, carboncino e fusaggine su carta, Mork.

Non serve fuggire, non vale abbandonare il libro, la sconfitta sarebbe scontata e tutto rimarrebbe incompiuto. Non è la fuga la via dei tre, è la visuale che va cambiata e la fuga è solo il giudizio della Storia. Se a loro spetta il compito di agire il sogno, a noi quello di superare claustrofobiche sensazioni di viaggio, perché una terra promessa esiste, forse per poco, per un istante, forse troppo tardi per costruire qualcosa, ma esiste. È il centro del romanzo, è la Liguria di Magliani, è il nostro corpo che si adatta ai luoghi, che interagisce con essi, che dialoga in una comunione di spiriti che involge la gente, il mondo animale e vegetale e celebra un’armonia possibile fuori da ogni logica di successo e fama, di potere e manipolazione. È la centralità di ogni cosa, dove anche la lingua si apre e cede alla bellezza, concedendo a chi non si è fermato, a chi non è fuggito l’adeguata ricompensa, senza che questo implichi una divaricazione, cioè una risposta antitetica alla prima parte. Tutto è in un equilibrio composito perfettamente reso dalla voce unica che si staglia dietro a ogni testimonianza, una voce che unisce ragione ed empatia, che cerca la vita a tal punto da guardarla con rimpianto a ogni passaggio verso il futuro che la Storia e la vita impongono, che vira verso il giudizio, ma si ferma nell’attimo prima dell’indulgenza che ha qualcosa della laicità del Cristo. La lingua non diventa quello che non è nella prima parte, più semplicemente si priva di coperture senza più alcuna utilità, si sveste di ogni divisa e si apre alle storie del popolo e alla bellezza nostalgica del paesaggio ligure, alla ricerca del mare, il mare che in Liguria, anche se non lo vedi, c’è, “incollato alle foglie delle palme, alle pietre”: “il mare che li ha fatti bisticciare ogni giorno ora erode la baia e mette a tacere”. Sebbene tutto questo movimento accada per incastro delle vicende dei tre disertori, è il tenente Dumont a essere lo sguardo principe, insieme al suo cannocchiale, il piccolo Gerard Henri che apprende dal padre che il mare è esattamente nel punto opposto rispetto a quello in cui lo crediamo, è la nostra pupilla, “il mare verticale”.

Recita un passaggio: “Guardare è un compito che non si esaurisce, trasforma le cose, come in un delirio, un picco di pietra scura diventa subito un guardiano gigante, e domina, divide il cielo, crolla e si rialza”. Sono le nostre paure, i nostri sogni a direzionare lo sguardo, a rendere possibile ciò che un attimo prima non lo era o a mandarci in confusione perché “ciò che non è a fuoco nelle nostre pupille lo può essere per il resto del mondo”, contrariamente a ciò che è in Natura e si fa chiaro universalmente. L’ambiguità della Storia si dipana nella centralità del romanzo nell’unica verità possibile che è la Natura medesima, dove lo sguardo attento rivela le minuzie di un’armonia perfetta provando a seguire la quale, forse, esiste un posto riservatoci, esattamente dove il sogno lascia gli allori, non si gonfia di quello che non c’è, non necessita di incentivi esterni alteranti. È solo un piccolo spazio, la luce del Mediterraneo, una sottile lingua di Terra, dove siamo nati e dove moriremo.

Mindy

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