Bloodflowers (2000):

Il disco riporta le parole di Alfred Tennyson: “I know what they mean, tears from the depth of some divine despair, rise from the heart and gather to the eyes in looking of the happy Autumn fields, and thinking of the days that are no more”. E nel tour aprivano i concerti introducendoli con l“Adagio for strings” di Samuel Barber, sinfonia drammatica che già David Lynch aveva voluto in chiusura del suo “The Elephant man” nel 1980. Sono passati quattro anni da “Wild mood swings”, qualcosa è cambiato da quegli scenari variopinti, e ancora una volta Robert sente di dover mettere da parte i giochi e riprendere quel filo che aveva interrotto con “Disintegration”, chiudendo quella trilogia intima iniziata molto prima, con “Pornography”. “Bloodflowers” è ora il terzo capitolo. Dal 1989, da quella luce che era entrata nella stanza disintegrando tutto, di tempo ne è passato. E Robert Smith ha ormai 40 anni. Il tempo è quella cosa che non puoi fermare, quella linea che non puoi fermare. Proprio il tempo, questa riflessione sul tempo andato, l’abbandono, saranno il tema portante dell’album. Che suona come un adagio, lento e lieve, con un tono che si richiude e si fa nuovamente malinconico, complicato, a raccontare quelle sensazioni che Robert si portava dentro. Robert Smith l’aveva introdotto dicendo che sarebbe stato l’ultimo disco dei Cure.

Sebbene questa notizia venisse data sistematicamente dai tempi di “Disintegration” per ogni album, questa volta sembrava essere quella vera, per una serie di motivi: la fine imminente dei rapporti con la Fiction, l’etichetta di sempre, il calo di popolarità e le vendite non entusiasmanti di “Wild mood swings” (il pubblico dark, che comunque costituiva la gran parte dei loro fan, non aveva apprezzato molto gli ultimi due album, e li aveva un po’ abbandonati), da un’altra parte poi il tempo, la coscienza del tempo che avanzava e la voglia, intanto, di dedicarsi a un progetto solista (che però non vedrà mai la luce, almeno nella forma di disco “orchestrale” che Mr. Smith aveva in mente). Voleva che questo disco fosse un’ultima opera. Capace di rappresentare i Cure come opera finale, maggiormente che il divertito disco del 1996. E così torna indietro, in quella stanza in cui aveva scritto “Pornography” e “Disintegration”. Torna a scrivere pagine più intime. Qui però “Bloodflowers” apre un paesaggio davanti, che ci porta fuori da quella stanza. È come se il muro fosse stato tolto, come in alcuni quadri di René Magritte in cui la stanza si apre sul paesaggio al suo esterno.

E la luce qui si fa radente, pacata, come nelle fotografie messe all’interno del disco, scattate dallo stesso Robert Smith (da sempre appassionato di Fotografia). Quella luce che era esplosa con forza in “Disintegration”, e ora si fa morbida. È la sensazione che si ha all’inizio del disco, con “Out of this world”, che ci trasporta in uno scenario totalmente diverso da quello colorato e frizzante che avevamo visto con “Wild mood swings”: siamo su una spiaggia vuota, bianca, con lo sguardo all’orizzonte. La luce è bianca e avorio, e avvolge tutto (avvolge il disco dall’inizio alla fine). E le parole proprio di questo pezzo sono emblematiche: “When we look back at it as i know we will (…) / i wonder will we really remember how it feels to be this alive?”, “One last time before it’s over / one last time before the end”. Tutto il disco è incentrato su questa sensazione: ha un tono dolce e malinconico, sospeso, molto più intimista e chiuso dell’album precedente. E il suono lo segue, introspettivo e sommesso, denso e riflessivo, totalmente diverso da quello che avevamo sentito un attimo prima, con dei toni cupi forti e iperdilatati: è un suono diverso, più maturo, anche con una sua eleganza, vagamente “seventies” (che ritroveremo anche tra qualche anno in un altro pezzo bellissimo, “Underneath the stars”, due album più avanti). Con un’emotività sommessa che non si rivela subito, rimane sotterranea e ombrosa come un fuoco sotto la cenere (è la sensazione che danno le chitarre di “Where the birds always sing” o “The last day of summer”: ascoltatele).

Tutto è molto più studiato e attento, come se quelle pagine di diario dei tempi di “Disintegration” non potessero essere più lasciate al caso, e ha un’anima che si può accostare a un romanzo russo. È denso e gravoso, una specie di monolite bianco difficile da ascoltare, come già i compagni di trilogia (“Pornography”, col suo suono oscuro e massacrante, e “Disintegration”, impegnativo e intimo, quasi un’opera dark di musica da camera), i brani sono tutti lenti (tranne giusto un paio) e di lunghezza sostenuta, e portano giù. Com’era già accaduto in “Disintegration”. Compare anche l’elettronica per la prima volta (a parte lo svago di “Wrong number”, singolo realizzato nel 98, con cui s’erano cimentati con samplers e sequencers), con un suono molto “fine 90”, e il lavoro di produzione geometrico e attento, a volte un po’ iperlavorato, contribuisce a creare la monumentale architettura dell’“opera ultima”. Crepuscolare e lenta. Non è un disco facile da ascoltare sicuramente, e al primo impatto risulta anche un po’ monocromo e pesante. Diviso tra elucubrazioni elettroacustiche fortemente introspettive e Goth-rockismi barocchi ultra-compressi con muri di chitarre distorte che anticipano il prossimo sound dei Cure (i pezzi più “tirati” e la monumentale suite Goth-rock di “Watching me fall”, con le chitarre che dilaniano lo spazio e la voce di Robert che torna agonizzante).

Inizialmente l’album si sarebbe dovuto chiamare proprio “Watching me fall”. E il testo del pezzo, in effetti, la dice lunga sullo spirito del disco: “I’ve been watching me fall / for it seems like years…”.

Non lo capisci subito: è un disco che necessita di tempo per essere capito. Devi compierli, 40 anni, per entrarci dentro. e capire di cosa si parla. E carpirne la malinconica bellezza.     

Due anni più tardi a Berlino suoneranno per la prima volta l’intera “trilogia” (“Pornography”, “Disintegration”, “Bloodflowers”) in un monumentale live (il “Trilogy”) presentato da Robert Smith come il testamento dei Cure. Il concerto viene filmato e esce in DVD un anno più tardi. Per fortuna verrà poi smentita la notizia del loro testamento musicale: da qui ripartiranno per vari tour dal vivo, sia come headliners ai festival estivi che propri (è inutile: Robert Smith è sempre stato un animale da palcoscenico!), e registreranno altri album e singoli. Parallelamente Robert Smith collabora come solista con nuovi gruppi della scena Darkwave e Goth, incide pezzi solisti e parteciperà (più tardi, nel 2011) ad un bellissimo disco tributo a John Martyn, a due anni dalla scomparsa del cantautore, con la cover di “Small hours”.

Intanto “Bloodflowers” non è stato la fine assoluta, ma solo la fine di un’epoca. Il cerchio che si chiude di una trilogia dell’anima che ha portato Robert Smith a cadere e guardarsi cadere (“i’ve been watching me fall…”), rialzarsi e cercare nuove strade, e tornare nelle stanze buie della sua angoscia ad illuminarle e uscire. Qui ora nella luce crepuscolare dell’ultimo giorno d’estate, “The last day of summer”. Che non è la fine, è solo la fine di una stagione.

E la coscienza del tempo: “the last day of summer / never felt so old”.

The Cure (2004)  –  4:13 Dream (2008):

Dopo quattro anni da “Bloodflowers”, e smentita la voce della loro fine, arriva il nuovo album. In realtà arriva un po’ in sordina, a causa di una promozione un po’ sottotono. Nel mezzo c’erano stati due greatest hits (uno di questi, proprio nel 2004, è il monumentale cofanetto “Join the dots”, raccolta di b-sides e rarities che percorreva tutta la loro storia) e il singolo “Cut here”, del 2001, con cui sbaragliano le atmosfere lente e plumbee di “Bloodflowers” e ritornano alla grande, riprendendo in parte da “Disintegration”, in parte dai New Order (tanto nell’uso dell’elettronica quanto nei suoni e nelle atmosfere), e spostano il mood malinconico (il pezzo è estremamente malinconico) su un orizzonte nuovo. Sembravano rinati con questo pezzo.

Purtroppo però non tutto andava in questa direzione felice.

Il rapporto con la Fiction (la storica etichetta sin da “Three imaginary boys”) si era interrotto, e un nuovo produttore al fianco di Robert Smith, Ross Robinson (figura importante del rock duro nel nuovo millennio, con nomi dalla sua come Korn, Deftones, Machine Head, Limp Bizkit, ma anche più “antichi” come Sepultura), aveva preso in mano le redini.

La scena intanto era molto cambiata dagli anni ottanta, e anche dai vicini anni novanta: MTV è ormai un Moloch che ingoia tutto, rock alternativo compreso, e muove i fili della musica a proprio piacimento creando i miti per le nuove generazioni. Nell’arco di pochissimo, internet diventa sempre più importante, e cambia totalmente le carte in tavola: a metà degli anni duemila tutto passa dalla rete o nasce direttamente lì dentro (le tv e anche MTV diventano satelliti del Web), ormai internet è il massimo canale di diffusione e anche l’industria discografica si piega (nascono le prime net-label). Della vecchia discografia non rimane praticamente nulla. Tutto corre veloce attraverso la rete e dura poco, ciò che è vecchio viene presto dimenticato. E per restare a galla anche i Cure (ormai quarantenni) devono entrare in questo calderone. Riciclarsi.

Anche il dark nel frattempo è cambiato dagli anni ottanta e novanta. La prima ondata si era praticamente estinta, anche la seconda e la terza sembravano già memoria, e si affermavano o rafforzavano nuove forme più “pure” di dark, più elitarie, slegate ormai dal “vecchio” punk (dal Goth nelle sue forme più estreme elettroniche all’Apocalyptic folk e una miriade di sottogeneri), in cui si rifugiavano quelli della vecchia guardia e anche le nuove generazioni. Un’aristocrazia Goth che mal riconosceva il passato. I Cure rimanevano un po’ un santino dark per la vecchia guardia, da tenere sul comodino fino a “Disintegration”, mentre la generazione del 2000 li conosceva adesso con questi album, abituata comunque a mettere insieme dark e metal (o nu-metal).

Devono quindi riciclarsi se vogliono restare a galla, ed entrare nel nuovo millennio. E firmano con la Geffen, la storica etichetta americana che aveva pubblicato Nirvana e Sonic Youth (tra gli altri) e che nel 2000 rappresenta un’oasi per i musicisti della vecchia guardia alternativa (nel roster entrano anche Siouxsie and the Banshees). Così arrivano nella nuova era, inseriti nella nuova scena con il ruolo di band storica. Proprio nel 2004, l’anno di uscita dell’album con la Geffen, MTV gli dedica uno speciale del suo “MTV Icon”, consacrandoli “icone”: sul palco, a celebrare questo tributo, c’erano tutti (Placebo, Marilyn Manson, Billy Corgan, Deftones, i Blink-182, compagni di scuderia a cui Robert Smith un anno prima aveva scritto un album intero). Nella nuova veste i Cure si presentano più “chitarrosi” e noisy, con un impianto sonoro un po’ più “metal”, in linea con la nuova etichetta discografica e col sound già espresso dai tempi di “Wish” e fino a “Bloodflowers”. I chitarrismi distorti e pesanti dell’ultimo album (“Watching me fall”, “39”) qui si enfatizzano, ingigantiti dagli amplificatori, e dominano la scena (da questo momento Robert Smith userà una Gretsch, indicatissima per questo tipo di suono), anche il reintegro di Porl Thompson nella band contribuisce ad andare in questa direzione.

Tutto il suono ha un impatto diverso, più massiccio, di impronta pseudo-metal e più vicino al rock alternativo com’è concepito negli anni Duemila. Nell’album si manterrà più o meno questo registro, anche se saranno i live ad esprimere meglio la nuova faccia sonora. L’album del 2004 si intitola semplicemente “The Cure”: è la prima volta nella loro storia che non danno il nome a un album (e questo la dice lunga!). Infatti, l’album è sostanzialmente anonimo. Il singolo di lancio, “The end of the world”, è accompagnato da un video perfettamente da MTV, ottimo per rilanciarli nella nuova scena del nuovo millennio tra gruppi alternativi più giovani: è un condensato studiato attentamente di tutto l’immaginario Cure (la claustrofobia, lo spazio intorno che marcisce, gli insetti, le stanze buie, scenari da incubo Gothic e le tenere movenze di Robert Smith in mezzo all’inferno) vendibile alle nuove generazioni. La musica cerca di richiamare “Just like Heaven” (i fill di toms nelle parti di batteria ad esempio, qui allungati in maniera “post-rock”) e la parte più scanzonata dei Cure, e, a parte “The end of the world”, l’album intero arranca per oltre metà della sua durata su questo pop in chiave millennial alla ricerca della nuova “Just like Heaven” o “Friday I’m in love”. Senza però avere la freschezza del passato. In realtà ha un suono incerto, che si muove tra un alternative rock alla “nu-metal mode” (in linea col produttore Robinson e la Geffen) di cui si sentono soprattutto le chitarre urlate (in stile “Wish”, ma senza la sua ispirazione), un pop calibrato con una grande attenzione al suono, sul modello di ciò che propinava MTV nel circuito alternativo, e una velata impronta dark, in realtà più una reminescenza rigirata nel nuovo millennio, appetibile per le nuove generazioni (per cui dark significava “suoni cupi con strumenti distorti”, un po’ di impronta metal). Nel complesso i pezzi risultano privi di un’identità, e l’album sembra registrato in fretta e sulla spinta dell’”Industria” (la nuova). Disco molto deludente, dunque, nonostante le intenzioni iniziali di Robert Smith, che voleva fosse un po’ un sunto dei generi dei Cure dal titolo iniziale di “Good dream, Bad dream” (per questo motivo incarica i suoi nipoti di disegnare una loro visione di sogno e incubo, e i loro disegni finiranno in copertina e all’interno del libretto, probabilmente la parte più bella del disco).

Il sogno finisce comunque nel titolo dell’album successivo, “4:13 Dream”, del 2008, che somiglia in tutto e per tutto al precedente. Anzi, si può dire praticamente identico, per struttura e suono. Anche qui c’è l’impronta della Geffen (a cui si affianca la sussidiaria Suretone), e il sound risulta lo stesso del disco del 2004, tra alternative rock e una specie di nu-metal più patinato, meno “heavy”. Come nel disco del 2004, l’unico momento veramente valido è il pezzo d’apertura (“Underneath the stars”: un pezzo veramente bello che da solo vale tutto il disco, l’equivalente di “Lost” in quello precedente): in entrambi i casi, sono una bellissima partenza, che rimanda per atmosfera alla pienezza di “Disintegration”, con un crescendo vocale di Smith ipnotico e malinconico e le sue chitarre piangenti alla “Sinking” che ti fanno presagire qualcosa di bello. Ma tutto finisce lì, con la prima traccia. E procede sulla stessa strada del disco del 2004, salvato, ma solo in parte, da qualche pezzo più orecchiabile. Che, comunque, non alza il tono complessivo dell’opera.

Due album deludenti, con cui i Cure non sembravano aver trovato una propria identità nel nuovo millennio, a cui poi non ne son seguiti di nuovi.

Proprio Robert Smith, nel 2019, in un’intervista in cui annunciava un nuovo album in arrivo (a distanza di 11 anni dall’ultimo “4:13 dream”) parla di questi due album come di qualcosa “fatto in fretta, senza una vera voglia di fare”. Da allora, dall’ultimo, son passati 13 anni. Il disco di cui parlava Robert Smith non è ancora uscito. In mezzo hanno continuato a suonare dal vivo, hanno festeggiato due compleanni importanti, e, perdonatemi (!!), i loro concerti, anche se attingono a un repertorio lungo 40 anni, se scavano (inevitabilmente) nel passato, non riescono a suonare come delle “operazioni nostalgia”. Con uno di questi concerti, pieno della loro energia, nel 2019 sono arrivati anche su Ork.   

Outro:

E, infatti, quell’energia c’è rimasta dentro, e ancora ce la ricordiamo tutte le volte che “Radio Ork” li passa, qui sul nostro pianeta. Con una luce nuova, arricchita, che non è più quel velo iconografico oscuro con cui un tempo anche io li coprivo, di gruppo dark e basta. Che ci fa capire il tempo che è passato, e come quella musica lo ha attraversato da dentro. E, dopo Firenze, l’abbiamo capito meglio. Ecco perché non vogliamo pensare che un percorso musicale e umano così bello e vario finisca con due brutti dischi e giù il sipario. La bellezza loro, lo abbiamo visto anche in questo viaggio attraverso i loro album, è che hanno saputo sempre trasformarsi. Cadere e rialzarsi più volte, ogni volta in forme nuove. Senza perdere l’anima che li contraddistingue. Mr. Smith è caduto e si è rialzato continuamente. E se ci pensate, nella loro discografia, nessun album è uguale al precedente, né al successivo. Ogni disco una trasformazione.

Il concerto di Firenze ci ha dimostrato che di energia e voglia di suonare Robert e i suoi ne hanno ancora da vendere.

Ecco perché aspettiamo il nuovo album, quello di cui, proprio nei giorni del concerto, si parlava su e giù per il web.

In mezzo, in questi 13 anni, c’è stato anche qualcosa di spiacevole: Robert Smith ha perso la madre e un fratello. La nuova musica nasce proprio da questo. È tempo di ritornare in quelle stanze.

Chissà che l’anima non ci metta il suo “zampino” di nuovo!? Nelle interviste Robert Smith parla dell’urgenza di comporre nuova musica che nasce proprio da queste esperienze dolorose. E la nuova musica – dice – è infatti intensa e drammatica, a suo dire “come non lo era dai tempi di Disintegration”. Dopo due album che forse non gli appartenevano del tutto. Lui stesso lo fa capire.

L’uscita era prevista per il novembre 2019. Si parlava addirittura di un triplo disco, o una sequenza di tre album, tanto era il materiale che Robert aveva scritto (o anche solo improvvisato, poimesso su carta) e i suoi compagni suonato con lui, come raccontava, in una voglia di suonare insieme che non avevano più così forte da anni. Nelle parole di Smith, “la nuova roba dei Cureè davvero emozionante. Sono dieci anni di vita sintetizzati in due ore di materiale molto intenso”. Così dice al SundayTimes. Poi, ancora, riprendendo l’idea di un possibile album di fine carriera, “non penso che faremo mai più una cosa del genere”. Abbiamo imparato che non bisogna credere troppo a quello che Mr. Smith dice nelle interviste.

Beh, speriamo che una delle due sia vera! E l’altra falsa.

Del resto l’abbiamo visto a Firenze: Robert Smith non ha nessuna voglia di smettere di suonare. È come nelle sue “passerelle” alla fine di un concerto, sul palco, mentre si gode sornione gli applausi del pubblico e sembra non vorrebbe mai scendere da lì. Poi saluta col solito “Goodnight”. E saltano fuori per una nuova encore.

Di solito fanno così.

L’album annunciato per il 2019 lo stiamo ancora aspettando.

Speriamo sia una encore grandiosa!

Mork

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