«Semplificando, io credo che comportamenti apparentemente inutili e irrazionali, come dare al mio gatto il nome Moebius in omaggio a Bruno Marinetti, riprendere a portare fiori rossi sulla tomba di suo padre come faceva segretamente mio nonno o scommettere denaro su una lotteria infinita, siano la manifestazione di una complessità di pensiero che è stata la mutazione (o complesso di mutazioni, certo!) decisiva per la comparsa del genere umano sulla terra. In altre parole, sono convinto che il dato caratteristico dell’essere umano sia da cercare nei comportamenti irrazionali perché sono generati proprio dal nostro pensiero razionale e dal nostro bisogno innato di capire. La complessità del nostro cervello ci porta, insomma, a spingere il pensiero razionale alle estreme conseguenze e a concepire il paradosso, la religione, l’infinito.» (Cristò, “Uno su infinito”, Terrarossa Edizioni)

C’è sempre un altro modo di concepire le cose: l’altro, più trascurato, lato che ci preserva “integri” fino alla fine del sogno, quando hai l’esatta immateriale percezione di essere stato parte di un gioco dalle regole certe e dagli esiti insospettabili solo nella misura in cui ne hai smarrito la calda distanza che è, forse, l’unico nucleo del nostro passaggio.

Sorprendersi ancora in un pomeriggio in cui avanza la luce invernale. E cercare le parole per raccontarlo, questo viaggio matematico e poetico.

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