Della scrittura Raùl Zurita disse in un’intervista che essa rappresenta “il suo esercizio privato di resurrezione”. Non è per nulla casuale la nostra scelta di partire da qui: un po’ tutta la sua poetica, fortemente influenzata dall’opera dantesca, risente di questo tema ed è, forse, la ragione principale, unitamente a quanto riusciremo a raccontare qui, nel prosieguo, per la quale si è deciso di accoglierlo su Ork, con tutte le resistenze possibili che nascono dalla complessità di rendere al pubblico di potenziali lettori la peculiarità di componimenti che si atteggiano a versi, senza accattivanti forme seduttive, ma carichi della dignità e della forza del senso più profondo di questa umana forma creativa. Nel recente incontro svoltosi a Bologna, per la presentazione del suo “Inri” (traduzione e cura di Amaranta Sbardella), edito da Edicola Ediciones e oggi primo ospite del nostro pianeta che per l’occasione si tinge dei colori del Cile della cui storia si fa in qualche modo latore, Paolo Primavera e Lorenzo Mari non hanno mancato di sottolineare la dimensione quasi matematica del poeta cileno, in parte fortemente condizionata dalla sua formazione, riconducibile in sostanza ai suoi studi universitari di Ingegneria, in parte perfettamente funzionale a una sorta di distanza che accompagna i versi di questa sua fatica e senza la quale, assai probabilmente, il dolore legato all’esperienza dittatoriale cilena, da lui vissuta in prima persona, avrebbe finito per travolgerlo senza un angolo possibile di quella resurrezione che è chiave di lettura dell’intera sua produzione poetica. Distanza, abbiamo detto. Distanza che non è mai fredda lontananza: se ciò fosse, essa equivarrebbe a una sorta di cancellazione del trauma personale e collettivo. Si tratta, invece, di una prospettiva congeniale a uno sguardo saturo di visioni di sangue perché si possa generare l’opportunità di un percorso per chi legge che sia di testimonianza, di monito e di possibile redenzione.

“Inri”, a ben guardare, è esattamente questo: un viaggio che si compone, per intima scelta strutturale dell’opera, di tre parti, una superficie che non è assolutamente solo l’oggetto immediato della visione, ma l’ingresso alla discesa che occupa la seconda parte, prima che si affacci all’orizzonte un piccolo nucleo dentro cui si riesce a leggere un principio di futuro, quello che è l’ultimo tratto del percorso che Zurita ci invita a compiere. Tutto ciò accade in un tempo, questo, in cui, nonostante gli scempi compiuti al mondo che è fuori dall’umano, il poeta cileno trova la solidità ingegneristica dei versi per immettere nella sua dimensione poetica la commistione dell’umano con l’esistente allo scopo di raccontare un orrore di esclusiva derivazione umana. Lo fa non solo perché fortemente condizionato dalla potenza e dalla carica simbolica, che si presta alla sua narrazione, offerte dalla disomogeneità del paesaggio cileno, ma anche perché deve essergli stato chiaro come solo l’inserimento di un accadimento umano all’interno della fenomenologia quasi fisica del mondo avrebbe potuto garantirgli l’opportunità di una svolta, una salvezza in nuce che, non compiuta definitivamente, lascia il margine perché si faccia strada un’altra storia in cui l’orrore delle pasture di carne in cui si traducono i corpi in mare dei dissidenti si trasformi in leggera visione, si apra al cielo, si ricomponga in quelle carni che “copriranno di nuovo le ossa innevate di tutte le Ande” per merito dell’unico strumento umano di redenzione possibile, quell’Amore che dona dignità ai “fiori recisi”, a quelli “insensati”, a tutto ciò che l’umano schiaccia e che non è destinato a soccombere tutte le volte in cui un uomo, un poeta, un “idiota” dostoevskiano ai margini della storia saprà cantarne la Resistenza.

Si apre il viaggio non solo con l’atto del mare che fagocita le vite umane in esso lanciate, ma anche con un senso di morte che, per umana violenza, dall’esistente travalica i confini per tentare di chiudere cicli interrotti, amori incompiuti, non detti o rimasti “fissi in un giorno assolato”, saluti troncati, preghiere non udite, divora “carni incollate a parole”, quelle che non si sono potute dire, quelle che rimangono nel silenzio del mare tra le tombe offerte da milioni di pesci insieme allo strappo, quasi un’agonia, di quei pezzi di cielo, tolti alla libertà e da cui sono piovuti corpi. Ma il mare non si uniforma all’insensatezza umana e piange, racconta un dolore spostato altrove, nascosto, sepolto invano, racconta un infinito, trasforma, nello sguardo alchemico di Zurita, le pasture in “campi di rossi mandorli di sangue che cadono sul mare” e accede al passato di “infiniti giorni chiari”, a una ciclicità che non chiude, ma apre alle tappe successive, perché la fine, il taglio non appartengono all’esistente che è fuori dalle nostre miserie. Cadono dal cielo uomini, forme reiterate della violenza subita da Cristo: piange il mare che li riceve, ma anche il cielo. Piangono le madri che hanno bisogno della sostanza del corpo, che coccolano il mare, le acque sante dentro cui sono custodite le spoglie di un futuro mancato, una traccia del loro senso, la testimonianza di un orrore storico e collettivo. “Tornano a casa” Bruno e Susana, gli amici perduti, gli amori interrotti, vanno in una direzione diversa dalle “piccole città bianche illuminate dai fuochi della notte” che li attendono invano. Lì non c’è più posto, lì solo le lacrime dell’amico Zurita. Altri corpi avranno, complice la complessità del paesaggio cileno, nella neve “una patria sorprendente e inattesa” e la consistenza di fiocchi abbracciati da altre nevi. Saranno rosa dentro la notte e i fiori bianchi nel fondo degli abissi si tingeranno di rosa e porteranno il loro ricordo all’arrivo della primavera. Come rosa sarà l’alba che li attraverserà e rosso il sangue che, al disgelo, rappresenterà la testimonianza di una, più violenze, nel sacro contenimento della pietà dei monti, quasi il pantheon dei medesimi sopra cui i lacrimali rosa delle stelle prima dell’alba accennano a una prossima primavera nuova, di un paese di là da venire, in cui, carichi di memoria, supereremo il rosso dell’orrore per renderlo passione e torneremo a guardare il cielo senza paura della morte. Altri corpi saranno quelli dei dispersi, corpi deposti in una nave accantonata nel deserto in un porto secco, “una tomba conficcata in mezzo al giorno pieno di sole”. È la terza variante paesaggistica, dopo il mare e i monti, a raccontare la dittatura, a narrare un paese che non c’è più, perché tutto è stato consumato, tutto è caduto.

“La dissolvenza”, matita, carboncino e pastello su carta cotone-toned, Mork.

Non resta che scendere nell’abisso ed è quello che Zurita fa nella parte centrale del sui “Inri”, dove lo sguardo si arricchisce della componente del corpo che tocca e sente, dell’esperienza tangibile della conoscenza. Se il primo blocco del viaggio ampliava lo sguardo del potenziale osservatore, immettendolo in una dimensione che supera gli angusti limiti delle dinamiche utilitaristiche dell’agire umano per cogliere la rivelazione dei dettagli che sanciscono la possibile congiunzione tra umano ed esistente, aderendo a una ciclicità in grado di condurci a una fine solo illusoria, nella “discesa” si torna ai corpi: non nella disamina degli effetti del potere sulla libertà delle vite di chi si oppone ai regimi, non le pasture dunque, ma i corpi che, nell’oscurità della discesa, si toccano, non vedono, ma possono accedere a una conoscenza altra per merito della prova inconfutabile della resistenza dell’amore alla morte che pretende, ma solo nell’ottica umana, di chiudere, giudicando. Il paesaggio, complice il sentire, assume tratti di un’emotività nuova fino a questo momento contenuta dall’urgenza di portare tra i versi il senso più profondo di una tragedia immane: le margherite conosceranno il gemito, il sepolcro del mare e delle cordigliere avrà la consistenza di “una notte cagliata di margherite e stelle morte” e “i sudari di neve di tutti i monti affondati baceranno bocconi e riporteranno in alto le ispide ciglia” dei corpi che attendono la resurrezione. È l’ultimo blocco, la parte finale, quella in cui si preannuncia il tempo per “i fiori insensati” e per quelli “recisi”, una ricomposizione di solitudini dentro un’universalità che travalica il contingente dell’umano per spingersi oltre senza dimenticarlo. C’è il deserto, ma ci sono anche i fiori, quelli si possono solo udire, perché la violenza ha censurato la libertà dello sguardo. Ma, se si possono udire, ecco che la parola riemerge in tutta la sua forza a raccogliere testimonianze, a rinnovare il rischio di una tragedia, a trasformarla, quella tragedia, in uno spazio onirico e catartico insieme, unitamente all’Amore. Sono fiori delle Ande e del Pacifico che ci dicono di amarci, lo dicono agli assassini, agli sterminatori di uomini, sono il vuoto colmato delle orbite vuote, sono il futuro da immaginare, la storia che non c’è ancora, la svolta del dolore, la misericordia. È il tempo dell’ascesa, quello dei frangenti che narrano di un nuovo mare, che congiungono l’orizzonte marino con la verticalità del cielo, che offrono l’opportunità di un ritorno: dell’Amore, della Vita. Sono i frangenti della resurrezione. Dentro cui gli occhi impareranno a udire e le mancanze non saranno più tali, ma il principio di un’altra vita in attesa di essere sognata da chi le garantirà un altro pezzo di eternità. È il tempo del ricordo che, libero del sangue, si palesa bianco: le nevi si schiudono, gli oceani vivi rifulgono, i piccoli paesi si stagliano nitidi nel vento. Si apriranno le Ande e si apriranno i sepolcri e saremo morti e vivi, i corpi saranno oltre ogni separazione umana. Saremo, saranno giunti a casa. Sarà un cammino di solitudini in cui la parola congiungerà, passeremo dall’Amore che non ha dimenticato l’antica, sacra consistenza della carne, i nostri corpi ondeggeranno e il ciclo ripartirà dalle pianure. Di nuovo. Per sempre.

Non ci sarebbe altro da aggiungere se non fosse che sentiamo di chiudere con un omaggio a quella parte di mondo che, in qualche modo, un principio di salvezza lo reca intimamente con sé nella verità estrema con cui si muove in esso: è l’infanzia e tutte le volte in cui la violenza si abbatte su di essa non è solo la dimostrazione di un orrore inimmaginabile, ma anche il taglio di infiniti sogni. Lo dimostra, con illustrazioni straordinarie che ne raccontano il tempo rarefatto e sospeso della morte, l’albo con cui ci congediamo: “Niños”, di Maria José Ferrada e Maria Elena Valdez (Edicola Ediciones). È un omaggio, che abbiamo portato con noi dall’ultimo Salone Internazionale del Libro di Torino, a trentaquattro bambini vittime della dittatura cilena, alla loro memoria. Un omaggio che si compie eternando la loro vita in un flash: il palloncino ricevuto per un compleanno, l’amicizia con un uccellino, un concerto insieme, un melo calendario, la somiglianza tra il sole e un’arancia, la sinfonia che fanno le gocce di pioggia sul tetto di casa, il clap clap delle scarpe nelle pozzanghere e il sogno nascosto di una poesia, il cuore che ronza come un insetto, la luna formaggio, le luci che ogni notte si spengono. Quell’infinita speciale normalità interrotta che ci passa sotto gli occhi, che ci lasciamo alle spalle e che qui ha il sapore di un tempo che non può più esserci se non custodito nell’immaginazione che la letteratura solleva creando un ponte, complice la memoria, verso un futuro negato.

Mindy

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