Esistono un paio di modi per evitare che la letteratura vada in altra direzione rispetto a quanto sta accadendo a livello planetario. Uno è quello di occuparsene direttamente attraverso la produzione saggistica e lo sviluppo conseguenziale di una serie di riflessioni che ci aiutino a capire non solo il tratto compiuto dal punto in cui abbiamo perduto l’umanità votando le nostre esistenze alle tecnologie, al progresso, all’innovazione spinta all’ennesima potenza fino ad oggi, ma anche quello che ci attende e il margine di intervento che abbiamo sul futuro. L’altro è quello di generare un universo di possibilità prospettiche capace di sostanziare l’immaginario collettivo che funga da stimolo al movimento, inesistente, attuale. Perché questa seconda accezione del potere di intervento letterario sia parte attiva della storia del nostro presente, il libro, romanzo o racconto che sia, deve assolutamente privarsi di ogni forma di personalismo e accedere a uno spazio più ampio. Quanto più si sceglierà una storia particolareggiata e intima, tanto maggiore sarà la difficoltà di riuscire perché sarà inevitabilmente e umanamente forte la tentazione di cedere non solo all’illusione di eternità offerta dalla pagina scritta, ma anche all’idea che una frattura possa, più o meno perfettamente, ricomporsi nel processo creativo che assurge a risposta ideale a una sorta di bisogno di “salvezza”. Ora è in quest’ultimo punto, nell’esigerlo, che il meccanismo spesso si inceppa.

Le due storie che portiamo oggi su Ork questo rischio lo hanno, in qualche modo, corso, ma ne sono uscite illese, non solo per la capacità dei loro autori di dribblare il nemico rappresentato dall’Ego, ma anche per la conoscenza che devono avere di sé a tal punto da non sfondare mai il margine entro cui sanno di potersi muovere, tracciandovi all’interno delle coordinate dal sapore ampio in cui l’universalità accede al terreno del singolo rendendolo primo punto di un’induzione da legge collettiva e, forse, generale in cui dare vigore a una sorta di Resistenza letteraria. Non stupisca l’accostamento: Ork è abituato alle combinazioni insospettabili. Cristò e il suo “Uno su infinito” (TerraRossa edizioni) e Oto Horvat con il suo “Sabo si è fermato” (traduzione di Ljiljana Banjanin, Stilo editrice) traducono in atto sostanziale l’opportunità di parlare a questo tempo attraverso, nel primo caso, l’inserimento dell’assurdo che, proprio perché tale, sfida il reale e lo identifica mandando a monte ogni calcolo razionalistico di controllo e dominio sulle vite e sul sistema di cui facciamo parte e, nel secondo caso, attraverso uno spirito di ricerca che, incessante, invade il romanzo fino all’ultima pagina, nel tentativo, in apparenza fallito, di trasformazione di una vicenda di dolore estremo.

Semplice puzzle dalle tessere perfette o quasi, che spiazza per principio di partenza e suoi inimmaginabili effetti, oltre che nel prosieguo, il romanzo di Cristò sceglie di affrontare l’enigma della casualità attraverso la fallibilità umana che scarta l’assurdo per poi trovarsene vittima. Lo fa lasciando che il movimento della storia si origini dall’idea di una lotteria in cui a ciascun partecipante viene dato il potere di sfidare l’improbabile puntando su un numero che sia da zero a infinito. Idea di base che non solo invita il singolo a preservare quel proprio margine di sogno che dalla vincita potrebbe assumere le fattezze di una mancanza colmata, nei limiti in cui il sogno è fatto di oggetti, bisogni fisici, urgenze concrete, ma anche riflessione sul valore evolutivo della specie umana che, fedele agli scarti materici di un lontano sogno, torna indietro non solo nella polverizzazione degli ideali. Recita un passaggio: “È un caso di studio interessante che proprio nel momento in cui la digitalizzazione delle comunicazioni stava diventando una realtà, nel momento in cui la gente cominciava ad abituarsi a pagare le bollette della luce su Internet, spopolasse un gioco per cui era necessario spedire fisicamente la scommessa”.

Le prospettive dell’idea e di ciò che ne segue sono più di una, perché l’autore sceglie di seguirne lo sviluppo attraverso lo sguardo di una molteplicità di soggetti, tutti, più o meno direttamente, coinvolti dal gioco, perché giocatori, perché registi, filosofi, sociologi, giornalisti…L’idea diventa un fenomeno di massa, da studiare, indagare, vivere, varca i confini locali, investe il mondo televisivo, le vite di cittadini sparsi per il globo che, in un’alternanza oraria capace di mettere d’accordo tutti, rimangono in trepidante attesa dei giochi della sorte. L’idea diventa il mistero da decifrare, l’enigma da sfidare. E non solo per il principio su cui si regge l’impianto della lotteria, ma anche perché esso si va ad articolare su un ulteriore punto oscuro che, insospettabilmente, tutti accettano senza chiederne approfondimenti, quasi una verità assoluta necessariamente associata al fascino del gioco. Nessuno sa come avvenga l’estrazione del numero e nessuno indaga alla ricerca di un’eventuale truffa. Gli Stati non stanno a guardare, se ne appropriano in parte, ma alla gestione pubblica non si accompagna l’esigenza di chiarezza, l’urgenza di garanzia di legalità, quasi andasse bene al sistema procedere nel buio, senza norme solide, senza limiti, pur di lasciare ciascuno immerso nella miseria degli scarti di un sogno. Il privato trova nell’imponderabile, seppure rivolto alla materialità dei bisogni, il senso di una vitalità che è, per quanto mortificata dall’assenza di ideali, la sfida all’ordinario, al certo, al programmato, al piano razionalistico delle cose, mentre il Pubblico, quasi una grande madre, avalla la dipendenza nutrendosi della compulsione dei suoi figli in una logica di incastri e blob inglobanti in cui le identità si smarriscono. Non tutte, però.

“2 + 2 = 5”, tempera su carta, Mork.

Tra le prospettive che avanzano e si alternano nel prosieguo del testo di Cristò, una sembrerebbe emergere dal fondo variegato del nulla o della confusione: è la vita di Bruno Marinetti, il creatore della lotteria, colui che rompe gli argini delle certezze tecnologiche e regala alla collettività l’ebbrezza dell’incognito. Probabilmente il vero latore di un sogno. Il frutto di una congiunzione di quelle che non aiutano, dove un padre “sindacalista e combattente” guarda la televisione, la madre, incapace di gesti amorevoli, dice alla sorella di fare qualcosa e la sorella, in un autismo che la difende dall’incomunicabilità del mondo e dal deserto affettivo familiare, non risponde, e dove il bisogno di dialogo non trova alcuno sbocco e la mancanza d’amore genera un desiderio che è un raffinato progetto di rivoluzione dei sistemi politico-economici di cui siamo vittime felici, dentro cui riservare un posto speciale a chi, come la sorella, contatta, dai piani più alti, l’infinito, quasi ci dialoga (“Però avevo l’impressione che il suo silenzio immobile, anzi, la sua silenziosa immobilità fosse dovuta alla contemplazione continua di quell’infinito che io potevo solo accarezzare e che invece lei riusciva ad afferrare.”), lo traduce in numeri e offre al fratello la base ideologica di una sfida non alla sorte, ma al genere umano involutosi. L’intera vicenda non vuole essere altro che, come dice bene il medico che introduce la storia, una celebrazione dell’ostinata tendenza da parte dell’essere umano di porre in essere dei comportamenti irrazionali generati esattamente dal bisogno di capire, dalla complessità del nostro cervello che non si ferma al rigore razionalistico della scienza, ma la scavalca, generando il paradosso, la religione, l’infinito. L’illusione di inseguire ancora un sogno possibile in chi ha lasciato che andassero perduti per sempre ideali e valori.

Si muove tra smarrimento, ricordo e urgenza di senso il romanzo di Oto Horvat, portato recentemente in Italia da Stilo editrice. E interrogandosi sulla presunta propria centralità, si pone anch’esso nell’illimitato infinito di cui restituisce lo sgomento. Lo fa in un’ottica poetica che avvicina i due testi che abbiamo scelto oggi, sebbene la voce del primo si radichi in una ricerca di giustizia, umana e sociale, in una possibile ricomposizione degli squilibri del mondo e di quelli affettivi che ci riservano i nuclei familiari, seppur disattesa dalla potenza dell’imponderabile che sfugge a ogni proposito di dominio, mentre quella del secondo è un urlo disperato che si alimenta della irreversibilità della morte della donna amata che traduce la sua sopravvivenza in una reiterazione colposa, se non addirittura dolosa, di un tradimento. Etimologicamente una consegna ai nemici, qui un resistere alla vita, quasi ostile all’amore, conseguenziale alla perdita di chi ce ne restituiva il senso e la ricerca senza sosta di una collocazione, e fisica e metafisica, del luogo della fine in cui sapere di confluire, in cui ritrovarsi. Come reiterare il ricordo dell’amata senza cedere allo smarrimento e al dolore che ad esso si accompagna? In che modo concepire il primo senza gli annessi insostituibili se non come un lasciarla andare e, con essa, un abbandono di un pezzo di storia e di sé che con quel flusso triste hanno finito per identificarsi?

Nostalgica e frantumata, la voce di Horvat richiama alla mente la letteratura russa, costruisce una rappresentazione che, pur nella disgregazione del proprio intimo, ha la solidità di certi paesaggi dell’Est, ancorandosi alla terra e alle abitudini contadine, ai ricordi di infanzia e ai viaggi mancati del padre, con la cui valigia si apre il romanzo, quasi un anticipo del vagabondaggio a cui è ancora condannato il narratore, oltre che il raccordo puntuale e sagomato tra il passato e il futuro impossibile da immaginare se non come prosecuzione martirizzante di un’assenza. A generare l’insolita, ma perfetta piattaforma delle coordinate temporali in cui il romanzo si staglia, senza che si generi confusione e con un perfetto orientamento del lettore che sa di dovere percorrere gli spazi illogici del cuore, non sono solo il viaggio, il nucleo familiare, i padri, l’amore, ma anche la fine: la scoperta della morte, l’inaccettabilità della medesima, l’incomprensione verso un mondo che va verso la fine per fisiologica struttura e non se ne chiede il motivo. Mangia, dorme, lavora. E, in fondo, la fine. Cosa si salva, allora, se tutto è perduto, se la bellezza della rievocazione delle abitudini di un tempo finito ha la tristezza del ricordo che la isola fuori dal presente? Resta, pare suggerirci Horvat, la dignità della funzione letteraria: “Un’opera riesce a condizione che sia stata ricostituita l’armonia perduta del mondo, tutto il resto è soltanto vanità”. Ora, pur spogliandosi la voce poetica di ogni sovrastruttura connessa con la celebrazione dell’Io che l’illusione di eternità del testo letterario solletica e sollecita in qualche modo, resiste indomita all’idea di fondo che un dolore possa assurgere a storia universale e raccontare non uno, ma un’infinità di smarrimenti, possa stratificarsi in più tempi, balzare da un angolo all’altro delle storie del mondo e generare un movimento che dentro le pagine si arresta, assume le sembianze di un’ombra illuminata, di un recupero, di una coscienza, di un verso che rapisce, di una prosa che sancisca il potenziale epico dei nostri fallimenti.

Mindy

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