Come provare a raccontare questo tempo regalando al lettore un’opportunità di visuale dell’esistente senza cadere vittime delle forme assolute di catastrofismo che non offrono altro che la condizione infruttuosa del soccombente? Come generare un immaginario a cui ci si possa appigliare per muoversi in un futuro lontano attualmente da ogni possibile configurazione di prospettive? Come renderlo, ammesso che si riesca a generarlo, direttiva di un tracciato di coordinate funzionali a una capacità di stare, nella vita e nelle cose, in cui ora parrebbe esaurirsi ogni umana ricerca di senso? Qualche soluzione prospettica ce la offrono i due testi che Ork oggi ospita. “Poco allegretto” (a cura di Roberto Maggiani), la raccolta poetica del portoghese Manuel de Freitas, recentemente edita da “Il ramo e la foglia”, e il più datato (prima edizione: gennaio 2020) “Piccole apocalissi”, le brevi narrazioni di Livio Santoro raccolte in questa insolita pubblicazione di “Edicola ediciones”, rappresentano il terreno fertile, l’occasione ideale, anche in relazione alla differente forma narrativa in cui rendono un’inquietudine a tratti coincidente, per affrontare il tema e provare a svilupparlo spingendolo più in là dei precedenti parziali approdi del nostro pianeta. Questo perché certamente la scelta di declinare tematiche affini al senso di attuale smarrimento in cui versiamo, nonostante la circoscrizione estremamente intimista dei versi poetici di Manuel de Freitas, nella forma poetica piuttosto che in quella di narrazioni talmente brevi da non potere essere agevolmente inquadrate in un’idea tradizionale di racconto, offre un ingresso agevolato alla creazione di basi abbastanza solide per la definizione di un immaginario molto meno catastrofista di quanto si possa credere in relazione alle nostre premesse e ai titoli. Discorso ampio. Urge procedere con ordine.

Nell’aridità immaginifica nella quale ci muoviamo, prevalentemente invasa da sterili autocelebrazioni, il canto poetico potenzialmente offre una ricchezza, espressiva e di apparati, in grado di generare adeguate fughe prospettiche in funzione non di un’evasione dalla limitazione del reale, ma di una visuale rinnovata dell’esistente che ci limitiamo a negare. Non serve fuggire, ma non serve neanche il facile risucchio del nostro animo di lettori, più o meno consapevoli, in religioso ascolto del sintomo di un malessere individuale e collettivo verso il dramma della fine e dell’assenza di soluzioni con sentenza assolutoria e buona pace di ogni ricerca di responsabilità. Nonostante la poesia offra soluzioni e spazi, non è detto che la specificità di essa sia in grado di generarli. Quella di Manuel de Freitas ha il merito di ritagliarsi una sua dignità, non solo per la capacità di fare agevolmente confluire nei versi l’autentica coscienza di una fatica esistenziale che è sua, ma anche nostra, senza che ciò accada artificiosamente, ma con un lieve debordare dell’Io dai confini naturali di un andamento più timido che qui si sceglie di non praticare se non oltre l’urlo di facciata, ma anche perché il poeta costruisce un mondo che, al termine del viaggio, ha una definizione sufficiente per reggere lo sbando, quello che, al di là di ogni ubriacatura, è fuori da noi e ci investe destabilizzandoci nella nostra rapida e insensata quotidianità.

“Le ore del fado”, foto di Mork.

“Poco allegretto” è un attraversamento di Lisbona (“Intanto Lisbona si rassegna a essere questa mistura marcia di malinconia e pace che per me va bene e tale rimarrà per il breve viaggio delle ossa”), delle nostre città e delle nostre solitudini in esse (“Non ho riconosciuto la città: pallida, non interessante, squallida. Tremavo di sonno e freddo mentre entravo nel primo autobus e quasi ho creduto – per alcune ore – che esisteva, dopo tutto, qualcuno ancora più triste di me”), della seduzione della morte e della resistenza ad essa (“La morte è come i locandieri: non chiede l’età. Ci serve, indistintamente cicuta in bicchieri puliti e ci invita con gli occhi bassi per l’ultimo fandango”), è l’incontro con anime perse in cerca di ascolto, la rievocazione dell’infanzia, di un tempo perduto per sempre che cede il posto all’“attesa di giorni tutti uguali, sotto l’ombra alta dei pini”, l’approdo alla vanità della conoscenza, “quella «realtà arbitraria» e forse incondivisibile”, alla vocazione della morte che la vita anticipa nel corpo e nel suo sintomo (“questo festino di relitti”), la narrazione di una mancanza, di un desiderio in mezzo al vuoto, l’attesa della notte, un corpo non toccato, un nome mai lasciato, l’idea che la vita sia una dimostrazione di irrealtà, l’illusione di essere mentre siamo sempre e solo fuori dalla vita che esiste nei margini di un sogno di anime morte (“natura morta, pleonasmo vivo”).

Dentro questa asperità ci si muove in forma sapientemente e moderatamente urlata: l’impatto iniziale è quello di chi, insofferente, denuncia, annaspa, disperatamente cerca, non trova il suo posto, ma non si rassegna, sa di poterlo pretendere, ma si scontra con l’ostilità del mondo che solo negli anfratti, per le strade e nelle taverne, riserva ancora la sorpresa dell’ascolto e dello scambio. Laddove non si ha nulla da perdere all’infuori della vita, tutto si fa più potente e autentico. Le vie di mezzo, i compromessi del vivere sono scartati: o il desiderio avanza integro tra le macerie della vita o è meglio abdicare ad esso. Eppure in questo cammino claudicante la città si anima di dettagli e luoghi “immondi”, di botti e bicchieri, di “inferni diseguali”, di tabacco, di birra e pane, di canzoni di innamorati persi nell’eco di un’era lontana, di “lamiere di zinco”, di autobus e taxi in viaggio nella notte, di chiavi, vestiti e corpi che non si rassegnano alla fine e si ritagliano sussulti di resistenza mentre, intorno, tutto muore o è già morto, in un’inversione di rotta per effetto della quale il mondo di sotto è l’umanità vera che riemerge tra ciò che resta dell’umano tra i vivi e offre una stabilità che è un adattamento allo stare nella zona liquida, l’inafferrabilità della vita senza pretesa alcuna di dominio, mentre intorno è il vero e inarrestabile sbando. Tracciato di un urlo moderato, dicevamo, e sapiente nell’istante in cui non è fine a sé stesso, ma crea, genera un’alternativa visionaria notturna che si oppone all’esistente, forse in un moto di orgoglio, forse in un margine idealistico in cui cedere alla catastrofe non equivale a interrompere il sogno e il desiderio che il primo rivela.

“I fantasmi entrano”, foto di Mork.

Nel silenzio di uno spazio rarefatto che si popola di figure non necessariamente relegate dove il sole non è ancora sorto, ma spesso della quotidianità solo in apparenza in luce, si muovono le quasi telegrafiche narrazioni di cui consta il volumetto scritto, con tratto incisivo e dominio colto del terreno in cui le si è fatte nascere, da Livio Santoro. Nulla è lasciato fuori posto e ogni componimento, seppure nella forma della prosa, è un canto anch’esso, come lo sono le poesie di Manuel de Freitas, ma qui a prevalere è una dimensione più lucida, per nulla urlata, in una declinazione razionalistica dell’orrore, dell’inaspettato, del sorprendente, che ha il potere di amplificarne la portata e l’effetto. Esiste una normalità del paradosso, dell’inspiegabile, una constatazione dell’anormalità nello scorrere ordinario delle vite che la parola misurata e distante riconduce a uno schema dentro cui, se può essere detto, allora può accadere e risolversi senza che vi si attribuisca un senso o una conclusione. Capita e, se la parola dice ciò che capita, non è buio, quantomeno nell’impatto. Lo è dopo, nell’istante in cui lascia i segni nel corpo, un orrore, un raccapriccio, un senso di impotenza: tutto ciò che muove fuori dagli schemi ortodossi della narrazione e che esplode nel confronto tra la distanza della parola e l’effetto della visione che la prima genera.

Sono “piccole apocalissi” il timore dell’omicida che qualcuno lo senta, la solitudine di un leader che non ha più nessuno da guidare, la ghettizzazione dei mostri che hanno paura, prima di farla, la fine mai raccontata delle fiabe, che coincide con il principio del dramma, che, negato, regala l’illusoria sconfitta della paura del buio, l’ubriacatura di Irene e il suo volo di farfalla, la geniale composizione degli umori del corpo per raccontare “un mondo chiuso e familiare”, un unico corpo, una cosmogonia, il tempo interrotto dal piacere, gli occhi grandi, ineguagliabili contenitori idonei a racchiudere tutto e la loro misera caduta in un tombino, la reciprocità della simbiosi tra l’inclemenza delle formiche vermiglie e il rigoglio della ginestra che le ospita consentendo loro ogni forma di violenza e abuso verso l’altro, umano incluso. Ma sono “piccole apocalissi” anche la fine di un amore preannunciata da un crollo di pietre poste l’una sopra l’altra, i nostri volti composti nelle forme che rintracciamo nelle nuvole come nella muffa per dare un senso all’esistenza, le abitudini interrotte, quello che ci pare di cercare e ciò che davvero cerchiamo.

Livio Santoro si muove tra l’irreale tutto, in cui l’ordine è rovesciato, un parziale irreale in cui esso si combina al dato di realtà senza generare scompensi, a patto che si rinunci alla morale, alla conclusione, al senso, e il reale irreale che permea le nostre vite, quello che ci sfugge, il nostro inconscio, compagno fedele e mai ascoltato, quello che è sotto i nostri occhi dentro un incedere frettoloso che non lascia spazio al caos e a quello che siamo, quasi mai portato veramente a galla. È in quell’irreale nelle sue svariate combinazioni che risiede il mondo immaginifico dell’autore, quello che la brevità e concisione degli scritti rendono (quasi necessariamente) talmente ricco di elementi da offrire lo spunto, alternativo a de Freitas, per un viaggio dalle attraenti coordinate verso un punto di non ritorno, la svolta dell’altro lato delle cose, la profondità degli oggetti, il non visibile esistente, la possibilità che non c’è ancora, ma che dentro di me vedo e non posso negarmi, negare. Se in de Freitas tutto è in un tremolare delle cose in cui la verità fa paura come il riconoscere che il nostro sguardo potrebbe essere quello giusto in un mondo sovvertito, qui l’altro capo delle cose restituisce la giusta dimensione agli accadimenti, come un gioco di prospettive in cui, ciò che è in fondo, relazionandosi con quello che è posto in primo piano, non solo è latore della forza di questo, ma spinge l’occhio al di là dei limiti ordinari.

Mindy

2 pensieri riguardo ““Poco allegretto” e “Piccole apocalissi”: coordinate prospettiche di una visione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...