Il pianeta Ork torna a occuparsi di libri dopo una pausa volontaria legata alla stanchezza di un tempo estremamente faticoso, una ritrosia a uscire pubblicamente fuori da Sé che non può non avere delle ripercussioni sul nostro spazio vitale che si compone anche di libri. Quasi volessimo rimanere rintanati, quasi non riuscissimo a riemergere dal risucchio in cui lo stato internazionale e globale delle cose, non solo dal lato politico, e la complicità della dimensione personale coerente a una stranezza epocale che è disfunzione dell’ordinario ci inducono a rimanere. Ma tirare ogni tanto la testa fuori dal pozzo ci è necessario, in quanto animali sociali. Allora, per farlo scegliamo ciò che ci rappresenta e scartiamo e configuriamo l’imminente futuro, l’unico in grado di essere oggetto di un’idea di programmazione, come spazio che contenga classici e qualche pezzo sensato di un’attualità letteraria spesso scissa dalla disgregazione di vecchie certezze che tutti stiamo vivendo. Da qui la lentezza del nostro procedere, la decisione di scrivere esclusivamente laddove ne ravvisiamo ancora un senso, che sia per la riproposizione di un classico alla luce di un brandello di contemporaneità o per una novità fuori dai soliti giri che qui producono oramai un certo fastidio e un’insofferenza di portata abnorme.

Non è, pertanto, casuale che oggi Ork ospiti due storie che hanno il dono della grazia, l’attenzione per l’infinitesimale, che sono celebrazioni dell’inosservato, delle energie che circolano fuori dall’evidenza dei massimi sistemi e, in fondo, l’incontro tra due universi femminili che, pur nella comunanza di una fragilità e della scelta di un attraversamento del percorso terreno nella forma di uno stare dentro le cose, escono dal confronto con la vita con eguale dignità, ma con approdi differenti, pensando ai quali abbiamo creduto essenziale facilitarne il dialogo. Così, per il tempo di questo nostro spazio, Niki-Rebecca Papagheorghiou e Carla Vasio non sono due monadi incomprese, ma quel fuori dall’ordinario che oggi investe le nostre esistenze in ridondanze macroscopiche e che l’intimo ha sempre avuto in sé senza bisogno di una necessaria collocazione storica. E, forse, non è neanche casuale che siano atterrate sul nostro pianeta sotto forma di doni. Entrambe.

“Il grande formichiere (e altre, piccole, favole, in poesia)”, edito da Argolibri (Argo rivista), nella traduzione di Elisabetta Garieri, con le illustrazioni di Giuditta Chiaraluce, offre l’opportunità in Italia, a quanti ancora non la conoscono, di viaggiare nella minimalista e ricca prosa poetica di Niki-Rebecca Papagheorghiou, autrice ateniese toltasi la vita nel 2000, a condizione di lasciare fuori dalle pagine gli inutili ingombri di un vano affaccendarsi che ci vede correre tutti senza scopo in una direzione precisa che è un precipitare arrendevole e incosciente verso la fine. Le giornate nelle quali questa lettura ha coinvolto il pianeta Ork sono state estremamente difficili e, dunque, in qualche modo perfette per accogliere il suo sguardo perché, nonostante lo sconforto dell’evidenza dell’illogicità umana e del suo male, è l’ostinato radicarsi alla piccolezza intorno che salva, se non dalla scelta di porre fine allo strazio del non contenere il dramma dell’esistenza, quantomeno dalla chiusura del cuore alla bellezza dell’esistente. Chiaro che farà più male andarsene, ma sarà, forse, anche la via a un’altra più libera storia, fuori dai vincoli, dalla precarietà, dalla limitatezza, dall’angustia dello spazio delle nostre vite umane. Sarà un percorso. Lo è quello tracciato dall’autrice greca: passa dall’elefante e dal gatto, dagli insetti e dalle lepri, da fughe e naufragi, dai classici della Letteratura, dalla ricchezza mitologica della cultura greca, dalla volontà di radicarsi alla natura per non essere travolti non solo dalle delusioni affettive, ma anche dal proprio vacillante stare al mondo: quasi un gioco di opposizioni, di forze contrapposte che, nel tempo di queste pagine, mantengono un loro perfetto equilibrio, senza alcun cedimento forzoso o forzato dall’una o dall’altra parte.

La poesia, la prosa che si fa poesia, sono la chiave di accesso al terreno muoversi delle cose, sono lo sguardo possibile sullo scarto dal disumano ingombrante, dalla schiavitù del potere e del denaro dentro cui siamo immersi fino al punto da non rendercene comodamente conto, nell’istante in cui si traducono in arte, in quella forma di bellezza che non è solo l’oggetto dello sguardo, ma è la capacità di vederlo e renderlo in un canto lirico dal potenziale eterno. Sono il canale in cui restituire agli uomini l’innocenza persa, in cui preservare dall’estinzione la vita, sono l’occasione ribelle (“Le piante audaci, che fioriscono in montagna una primavera soltanto e il sole le brucia, incido ostinata sul mio blasone, con tutto che tu, timida come un ciclamino, fiorirai di nuovo l’anno prossimo, e quello dopo ancora, all’ombra degli alberi.”), l’inconcepibile che mangia maschi e femmine, la cloaca da cui risorgere con le macerie intorno  e il cuore ancora integro (“Le cose che gli altri buttavano, incautamente, una ad una le raccoglievo io nel mio cuore. In un giorno luminoso, in una notte buia, forse fabbricherò, pensavo, con quelle, qualcosa come un talismano.”), sono l’inconciliabile da guardare mentre va alla deriva (“Vivono ancora mio padre e mia madre. Ma dove saranno mamma e papà? Un’epoca boscosa abitano le ragazze che ero, una campagna trascorsa, una patria nel tempo dove non posso tornare. Un meteo avverso mi attira al largo. E si allontanano spiagge e giardini. Invecchio, emigro.”).

Ma sono anche una storia tutta al femminile, dentro un’intimità complessa e ferita, la ricerca e l’urgenza dell’opposto che la faccia venire fuori nella sua identità desiderante, che sovverta l’ordine delle cose, rivoltando fuori il dentro, perché lei possa “vedere le stelle”, dentro le cadute verso il suolo freddo, l’assenza della madre, la mela maturata e mai mangiata, la tentazione del piacere della vita che passa rapido nella discesa verso la fine e mai colto perché destinato alla fine. Il tutto dentro “un delicatissimo equilibrio minacciato dal vento”, quello di un cumulo di instabili carte da gioco nella solitudine del mondo popolato di torri svettanti persino in terre amiche, quello che traduce in caduta l’anima apolide di una lontana bambina, la stessa che uccidiamo nelle pozzanghere d’acqua, che proviamo ad accudire nell’assenza di una madre, provando a restituirle il coraggio di andare incontro alla morte, cedendo all’ordine naturale delle cose, senza spalancare gli occhi di fronte all’abisso angosciante della fine. Le donne sono un ciclo: il gomitolo, la nuvola e il cristallo. Sono un gomitolo di filo azzurro e sono tutti i colori dell’iride che si dipanano da esso. Siamo un’unicità e tutte le contraddizioni che decretano la rinuncia alla prima. Siamo l’imbastardimento necessario, l’ingenuità che si fa peccato, l’insostenibilità del piacere dell’essere multiforme. Le donne sono le nuvole che sfuggono al desiderio, che, incastrate, cedono e si dissolvono finendo. Siamo la fuga dal piacere nella garanzia illusoria della resistenza alla dissoluzione. Le donne sono il vapore con cui ricoprono il cristallo trasparente dell’uomo e il gomitolo azzurro e la nuvola tracciabili su di esso. Siamo l’atto poietico, il principio generatore, ma siamo anche le forme rispecchiate dall’altro, l’incontro possibile tra due corpi e l’eterno in esso, l’urgenza di renderlo nello spazio tangibile, l’angoscia del bisogno, la dipendenza, la deriva di ogni contatto, il rischio di starci dentro, di perdersi, di non trovarsi più, nonostante l’esito allettante, quell’eterno già in terra, ma sporadico, raro, che si nutre dell’istante, di un tempo che soggiace alle leggi terrene e fugge via insieme alle nostre ultime illusioni. Facendo volare via tutto.

“Aquiloni e sogni”, pastello su carta, Mork.

E Carla Vasio nel suo “Invisibile”, edito da Exòrma, racconta una storia affine per densità e complessità, un mondo sotterraneo a cui radicarsi quando i pezzi si sgretolano e il vento dell’indifferenza generale rischia di portarli via per sempre. Esiste una forza nel radicarsi, nell’accettarsi, anche nelle fatiche di cui si compone il nostro stare al mondo. Viviana guarisce con le mani, vede quello che agli altri sfugge, incanala e restituisce, si carica del dolore altrui, lo trasforma, si fa tramite tra mondi, sente e intuisce senza sapienza alcuna che non sia l’urgenza di un bene. E Carla Vasio la racconta, la porta tra le pagine con l’afflato lirico che l’inconoscibile impone, qualsiasi forma si decida di dare ad esso. Non importa accertare che ci sia un dio dall’altra parte. Occorre guardare all’umano nell’istante in cui si presenta a noi, liberarlo dalla fatica di un dolore, dal sintomo di un’anima aggrovigliata, impigliata, quasi un gomitolo senza il capo del filo con cui sbrogliarlo. E il libro si tramuta in un viaggio dentro le ombre: “Di giorno le ombre si vedono più marcate, più concrete, più solide, hanno forme di persone; però non si vede mai il volto, non si distingue se siano uomini o donne: sono ombre. Si accostano a persone particolari che ne abbiano bisogno e siano disposte a riceverle; intervengono nella loro solitudine nel momento in cui non è più sopportabile, perché in questo mondo di ovvietà, di convenzioni, di contratti, le eccezioni pagano il prezzo di una solitudine estrema”.

Quelle eccezioni in cui sappiamo esserci anche Niki-Rebecca Papagheorghiou senza la forza dell’interazione con l’umano che appartiene a Viviana, perché se l’una si nutre di corpi da restituire alla vita, a una dimensione accettabile dell’esistenza, a una ricomposizione con la propria anima che, ferita, somatizza, si fa sofferenza, fisicità debole, l’altra è della ferita che si nutre non quale oggetto di un personale potere taumaturgico, ma quale sangue che sgorga a farci sentire vivi prima dell’inevitabile precipitare delle cose. Se si è stanchi dei rumori intorno, se il vociare che giunge si è fatto sterile, se altre voci attendono di essere accolte, se fuori il mondo è disumano e illogico, queste pagine offrono un riparo. Che non sia una fuga però, che sia per il tempo necessario per tornare fuori e provare a cambiarlo, per ritrovare il filo azzurro e renderlo compatibile con la moltitudine dei colori. Perché di assoluto nell’umano c’è poco o niente. Lasciamolo all’altro tempo che verrà.

Mindy

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...