Ci siamo chiesti come potessimo tornare in questi spazi alla luce delle celebrazioni del prossimo 25 aprile senza incorrere nel rischio di non dare all’evento della liberazione un senso rinnovato e più ampio di quanto non si possa fermandosi all’esclusivo sguardo di rievocazione storica. E questo non perché quest’ultima prospettiva non abbia alcuna valenza. Al contrario, le vicende che vedono direttamente coinvolti i Paesi dell’Est e, più ampiamente, l’intero Occidente ne sono l’infelice testimonianza. Ma questo è un piccolo blog senza grandi aspirazioni che non siano la volontà di stimolare a riflettere partendo da un libro. E abbiamo creduto di poterlo fare offrendo ospitalità a due creature che solo erroneamente potrebbero dirsi destinate a un pubblico giovanissimo. È certo che per entrarvi occorre dismettere i panni degli adulti e guardare il mondo da un’altra, più umile prospettiva. Non è un caso che in entrambi la relazione sia con gli animali, con la terra, con chi, tra gli umani, nel mondo è destinato ad accogliere la nostra fatica di vivere. “C’era la taiga c’era un incendio” (Logos edizioni), di Matteo Meschiari, con le illustrazioni di Rocco Lombardi, e “Sei tu che mi salvi” (Terre di mezzo), di Jimmy Liao, nella traduzione di Silvia Torchio, vogliono essere oggi per noi esattamente questo: l’opportunità di arrivare al cuore di questo 25 aprile in forme estremamente semplici, provando a guardarci intorno con gli occhi di un bambino. Sopraffatti dalle recenti vicende belliche, abbiamo molto rapidamente dimenticato tutto quello che è accaduto solo un paio di anni fa e i cui effetti non sono, allo stato attuale, affatto cessati. Che l’intera vicenda abbia tra le concause il martirio a cui abbiamo sottoposto il nostro pianeta è storia talmente assodata che nessun potente, allo stato attuale, pare muoversi in direzione coerente, preferendo la via delle armi anche in funzione di uno scontro che include il piano delle risorse per nulla estraneo a quello da cui ha avuto origine il Covid-19.

Il libro di Meschiari e Lombardi si spinge oltre, includendo sul piano delle responsabilità non solo i potenti, ma anche la nostra quotidianità dentro la quale naufraghiamo nell’abitudinarietà, dimentichi del passato, persino di quello più recente, e convinti sostenitori della possibilità di concludere egoisticamente il nostro ciclo terreno senza ulteriori grossi scossoni e in barba a quello che potremo lasciare ai nostri figli e a quelli che verranno. Eppure qualcosa potrebbe non funzionare, perché tutto ciò che appare lontano può rapidamente coinvolgere le nostre vite fino a stravolgerle. Indiscusso merito della globalizzazione e della devastazione compiuta ai danni del pianeta che rende i fattori dell’esistente, per natura interconnessi, in grado di fungere da tessere abbattute dalla spinta primaria dell’uomo all’interno di un domino senza vincitori. La storia narrata da Meschiari e magistralmente illustrata da Lombardi parte dalla verificazione di un evento che altera l’equilibrio della taiga, che ne mette severamente a rischio la sopravvivenza, ma nei limiti di un’iniziale indiscussa lontananza genera negli animali che la popolano la convinzione di essere al sicuro. A ben guardare, qualcuno dubita anche in merito alla propria condizione di sicurezza assoluta e qualche altro giunge persino a predire un futuro apocalittico senza salvezza per nessuno o in cui a salvarsi saranno in pochi e saranno i più forti. È l’arvicola che prova a trovare una soluzione, che non si concentra sul meditare in relazione a ciò che potrà accadere, ma che suggerisce al resto della fauna un modo per uscirne. La piccolissima creatura sa che la fine assoluta può essere scongiurata solo dalla collaborazione tra tutti.

Se ciascuno saprà essere funzionale al bisogno dell’altro, qualcosa andrà diversamente dalle nefaste aspettative della vigilia. Nessuno la ascolterà, ma sarà, in qualche modo, proprio lei a ridestare gli altri dal sonno o dal buio in cui cadranno tutti a difesa della propria sopravvivenza. La foresta andrà distrutta, il mondo di prima non può esserci più, ma un’isola poco più in là sarà il principio di un nuovo ciclo, quello in cui gli animali saranno in grado di accogliere il suggerimento dell’arvicola e dove la taiga resiste alla dissoluzione come luogo che, immaginando sé stesso, ne preannuncia la rinascita in altre forme. La scelta di condurre in questi spazi il libro, illustrato sapientemente nei toni scuri e lunari coerenti al senso più intimo dei versi di Meschiari, edito da Logos, unitamente alla creatura coloratissima di Jimmy Liao non è affatto una casualità: in entrambe aleggia un profondo senso di solitudine iniziale rispetto a cui la narrazione funge da ideale contenitore, una sorta di insospettabile cilindro di un mago immaginario da cui farla uscire trasformata in quello che ancora non c’è, un incontro, un aiuto, la salvezza, la gioia, non più soltanto la fatica, di vivere.

“Oltre”, matita, carboncino e fusaggine su carta, Mork.

Che ciò accada con gli animali o con una bambina o una donna, come succede al termine del viaggio al bambino dell’albo di Jimmy Liao, è “solo” l’opportunità di fare una riflessione in più, ma resta il sogno e quello invade l’una e l’altra. Il piccolo cerca nell’immagine riflessa di sé sull’ultimo treno della notte la compagnia alla propria solitudine. Un manifesto grandissimo gli offrirà nei giorni a seguire la porta di ingresso a un altro mondo: popolato di animali e oggetti, sarà il rovescio del pensiero ordinario, l’opportunità di vedersi diversamente e di leggere le proprie mancanze al di fuori del desiderio degli altri e dentro il piacere proprio. Perché il nostro, quello ordinario, fuori da ogni manifesto, “è un mondo imperfetto in attesa di istanti perfetti”. Dentro la realtà immaginaria c’è spazio per dirsi “ti voglio bene” e per le lacrime, per attraversare la foresta, guadare il torrente, respirare il profumo dei fiori, l’odore dell’erba, per assaporare il miele e addentare la mela, per mangiare fragole, ballare e cantare, per incontrarsi. C’è spazio per le tempeste e per il loro tormento, per il pianto e le risate, per la lentezza senza ottusità, per la tristezza, per le verità sottese a ogni apparenza, per la vita che cela la fine, per l’essenza che contiene il suo opposto, per i limiti e la forza di avanzare con essi nella vita, per guardare i fantasmi e riconoscere, per il loro tramite, lo sguardo miope dell’umano, per imparare a non cadere nonostante le innumerevoli spinte da più lati. C’è spazio per sorridere senza stancarsi, per distinguere la banalità delle domande altrui e sapere di potere essere altrove, per non chiedere niente in cambio di un piacere, per capire che ci sono cose rispetto a cui non puoi fare nulla, per riconoscere il futuro dall’illusione, per essere timidi e imbarazzati, per imparare a fare i conti con la propria infelicità senza chiedere all’altro di farsene carico, per prendersi le proprie responsabilità. C’è spazio per la fedeltà del cane e sapere di volere stare per sempre con lui, per la gentilezza e il conforto reciproco, per le potenziali cadute che diventano una danza, per cercare un’intera vacanza, un’intera primavera, un’intera infanzia. Per vedere nel silenzio un fiore nella crepa di un muro, per essere confusi, per rivelare al mondo un segreto, per l’invidia che cede il posto al desiderio, per le cose vere e quelle pensate e temute, per il perdono, per gli sconfitti e la tristezza della perdita. C’è spazio per l’immaginazione e i limiti da superare, per le fiabe, per chi crede ancora alle fiabe, per l’inganno e i rimpianti, per l’ascolto dei problemi della Terra, per gli addii rinviati, per portare fuori dal manifesto la forza di un incontro, il sogno di un amore, la resistenza di un desiderio.

Al di là di ogni punto di contatto tra le due creature che rispondono al senso di solitudine iniziale attraverso la coscienza dell’opportunità dello scambio e del reciproco sostegno, qualcosa che regala al limite dell’esistenza singola la ricchezza dell’altro, ciò che non si è e che si impara a rispettare, non perché nostra prosecuzione o espressione, ma proprio in quanto altro, un’altra ragione li ha condotti qui. Più semplice e in linea con queste due righe che abbiamo voluto fermare. Le tavole di Rocco Lombardi stanno impreziosendo alcuni angoli sotto i portici della città di Bologna. Succede che, rapiti dalle proprie preoccupazioni, dalle paure di questo tempo che pare fuggire via insieme ai nostri desideri e alle nostre speranze, lo sguardo dell’orso o del gufo o il tenero muso dell’arvicola compaiano d’improvviso lungo un’infelice camminata a rischiarare l’angoscia di un buio che dal fondo talvolta avanza con forza fino a volere cancellare ogni barlume di vita. E che il manifesto che quelle tavole contiene si tramuti improvvisamente nel cilindro di un mago per tirarne fuori non la negazione del male, ma l’opportunità di esso, il risvolto, la vita che si affianca alla morte e che si rinnova di senso nel confronto con essa. Come la scoperta del bambino di Jimmy Liao. Come il manifesto preludio semplice alla complessità. Come l’arvicola che sveglia gli altri animali e prepara al nuovo mondo prima ancora che esso assuma i contorni nitidi di una storia, della Storia.

Mindy

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