Il 25 aprile è passato ormai da un po’, anche il Primo Maggio è andato. Son stati dei festeggiamenti strani per il pianeta Ork, un po’ “in sordina”, per qualche problema che ci siamo trovati ad affrontare, ma comunque sentiti. Come ogni volta. Oggi torniamo a parlare di musica dopo uno stop durato un po’ di tempo. Riaccendiamo la radio, le frequenze di Radio Ork (onde corte e onde lunghe insieme), e torniamo a fa rumore! Lo facciamo oggi con una colonna sonora rumorosa e importante, in questo momento più che mai. Quella che ha il suono ben conosciuto della contestazione.

Lo spunto ce l’ha fornito un’amica di Ork, con una dritta e un invito: una serata, un contest musicale giù al “vecchio Son”, la storica sala prove bolognese (che ancora resiste, nonostante i tempi non facili), nell’ambito dei festeggiamenti per il 25 aprile, in cui le band, giovanissime (alcuni di questi non avevano nemmeno 18 anni), si sono sfidate ma portando in realtà con la musica un unico messaggio: no alla guerra. No all’oppressione. No al fascismo. Non solo quello consegnato ai libri di Storia. Parliamo in realtà di tutti i fascismi, tutte le forme di fascismo, vecchie e nuove, camicia nera e non, che ti fanno capire che i soprusi, le ingiustizie, le guerre, non sono solo un fatto riferito ai primi decenni del Novecento. Basta voltare un attimo lo sguardo ad Est, vedere quello che sta succedendo non molto lontano da noi. Per capire che il fascismo non è una cosa che è nata in un momento storico e basta. Bukowski a suo modo lo diceva.

I gruppi che si sono avvicendati hanno portato una bella energia, e un bel messaggio. Senza badare troppo alla tecnica, con l’impianto di una sala prove (ampli per basso e chitarra e una batteria), l’attenzione più puntata all’emozione e a ciò che si stava dicendo che non all’estetica (“quello che m’importa è l’anima di chi suona e non la qualità dello strumento”, diceva Giovanni Lindo Ferretti a Radio Popolare negli anni ’80), e con quello spirito puro di quando sei giovane e senti che con la musica puoi davvero cambiare le cose. Sai che il tuo messaggio è importante, e lo urli perché si senta forte.

È un po’ con questo spirito che nasce questo libro, e questo CD al suo interno, che oggi portiamo sul pianeta Ork.

Le “Note Bandite” sono quelle messe insieme da En.RI-Ot nei suoi scritti per “Umanità Nova”, il settimanale anarchico fondato da Enrico Malatesta nel 1920, che proprio due anni fa ha compiuto cento anni. Qui ne vengono raccolte alcune, in questo piccolo libro, che oggi, in questo momento storico, ha maggior significato. Una piccola produzione svincolata dalle logiche del mercato, anche un’autoproduzione (per usare un termine caro alla musica), nata da un’idea di più realtà (l’Archivio Storico della Federazione Anarchica Italiana, Cucine del Popolo, Edizioni Bruno Alpini e stella*nera) e distribuita dietro offerta libera, senza un vero editore. Fuori dal mercato. A noi è arrivata attraverso lo stand dell’ANPI, la sera del contest.

La musica è al centro, perché la musica è parte integrante di ogni rivoluzione, è un elemento fondamentale. Strumento di protesta, di liberazione. Di libertà. “La musica non è sempre felicità e sole fuori, come la radio nazionale voleva farmi credere”, dice Marco Pandin (il “guru dell’anarco-punk” del nord-est, firma storica di “A-Rivista anarchica”, che scrive la prefazione del libro), musica è terreno fertile per i semi della ribellione, è dubbio che si insinua nelle crepe dei tuoi muri maestri”. Dal canto degli schiavi afro-americani che poi è diventato Blues, grido di dolore e di sofferenza con cui parlavano al cielo, al canto delle mondine, alle canzoni partigiane, inni della lotta antifascista e accompagnamento della lotta anche oggi, fino ai ritmi convulsi, etnici, folk o punk, che accompagnano i Buskers in strada, la musica è sempre al centro per ogni rivoluzione possibile. Così anche noi oggi vogliamo portare qui queste note. Bandite.

Le note bandite sono quelle che non ruffianeggiano col potere, che non ti raccontano che “tutto va bene” mentre tutto va male, che non ripetono la favoletta di un belpaese dove basta cantare d’amore e finire sulle copertine delle riviste a maggiore diffusione: sono quelle che sbeffeggiano il potere, che lo osteggiano, che denunciano le ingiustizie e raccontano un’altra storia, quella di chi soffre e dal potere è soggiogato. Sono quelle che vanno contro il potere, che si schierano dalla parte degli oppressi, che contestano, si incazzano… E si tramandano da sempre, molto prima che il punk lo eleggesse a modus.

 “Note Bandite” è la rubrica comparsa su “Umanità Nova” nel 2018, curata dal giovanissimo EnRI-Ot, un ragazzo poco più che diciottenne ma animato da una grande passione (chiarissimo già nel nome d’arte, e di battaglia, e dal modo in cui scrive, su un’onda più emotiva che tecnica) e sorretto da una notevole cultura musicale. Che compie anche un bellissimo lavoro di ricerca storica intorno a queste note, unito a una partecipazione attiva e sentita e una gran voglia di raccontare. Nasce con l’idea di fornire al settimanale anarchico una sorta di colonna sonora, con cui narrare attraverso le canzoni i fatti e i personaggi che hanno animato la lotta anarchica, partigiana, antifascista. Ieri ed oggi. Gli eventi e i nomi, da quelli storici a quelli più vicini ai giorni nostri. La musica fa da filo conduttore, e attraverso di lei si racconta della Resistenza, dei partigiani, degli Arditi del Popolo, degli anarchici di fine Ottocento e quelli più vicini a noi, da Giovanni Passannante alle lotte operaie, a Giuseppe Pinelli, l’anarchico milanese scaraventato dal quarto piano il 15 dicembre del ’69 (fatto passare per suicidio), Piazza Fontana, i Lager nazisti e le vittime più recenti del potere (Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Davide “Dax” Cesare, uccisi direttamente o indirettamente dalle forze di polizia). Pagine importanti, che ci arrivano attraverso la musica.   

Questo libro, come dicevamo, raccoglie alcuni di questi articoli scritti dal 2018 ad oggi, piccoli fotogrammi musicali sui testi e sulle note, accompagnati dalle bellissime illustrazioni di Fabio Santin, completamento al loro senso.

Non sono recensioni musicali: sono racconti attraverso la musica.

Le note scelte dall’autore sono variegate. Sono gruppi sconosciuti o semisconosciuti (Redska, Derozer, Zuf de Zur, per citare alcuni nomi non finiti nel cd), ma anche cantautori famosi (Fossati, De Gregori, Guccini, persino il Quartetto Cetra con la sua “Crapa pelada / l’ha fa i turtei”, presa dal movimento antifascista come ironico inno contro il duce, o più vicini al rock alternativo più recente, Marlene Kuntz, Punkreas, Frankie Hi-NRG), o canti storici dei movimenti anarchici o partigiani (“L’Internazionale”, l’ironica “Badoglieide” scritta dai partigiani nel ’44 a prendere in giro il maresciallo Badoglio e poi ripresa per i 70 anni della Liberazione dal collettivo Primule Rosse). Non importa il nome o l’etichetta discografica: ciò che conta è il messaggio. Come scrive Joe Scaltriti proprio su UN: “Possono provenire dall’underground più profondo fino a sfiorare l’hit parade, ciò che conta è che smontino le narrazioni del potere e si schierino con gli oppressi”.

E questo spirito è ben rappresentato dal CD unito al libro. In cui sono presenti alcuni dei pezzi che si leggono negli articoli. Parte integrante e indispensabile di questo racconto, unito (anche fisicamente: infilato al suo interno) al libro, e non “allegato”. Ha quella velocità, quell’immediatezza, sentita e pura, del messaggio di resistenza. E di Resistenza. Quella voglia di urlare che è della contestazione giovanile ma non è solo “roba giovanile”.

Una compilation di 18 brani, in tutto dura 55 minuti (punk docet).

Ci dicevano che l’assenza di un editore li ha penalizzati, perché quei gruppi che avevano già un produttore si son visti frenare dalla SIAE e poi nomi “grossi” neanche a parlarne, così son rimasti in casa solo i gruppi più underground. Ma per noi questo è un valore aggiunto. L’autore ha contattato una per una queste band, che hanno concesso gratuitamente i loro pezzi senza problemi. Provengono da tutte le parti d’Italia (alcuni sono di Roma, altri di Cosenza, o Lecce, o del profondo nord, altri ancora bolognesi, di Forlì, Parma…), il loro modo di suonare non è quello della grande distribuzione musicale.

La musica è quella resistenziale, della contestazione, Combat, nelle varie forme di questo genere: punk, SKA, folk, rap, hardcore, anche cantautorale…declinazioni magari dissimili a livello sonoro, ma unite da un comune denominatore sentimentale. E musicale. Esce dritta dalle sale prove, dai cortei, dalla strada: chitarre distorte, ritmi tirati, suoni immediati e senza “fiocchettini”, senza fronzoli, l’attenzione è al messaggio, urlato, diretto e aggressivo. Ché arrivi forte e chiaro.

Sono canzoni ma sono anche inni. Manifestazioni di un sentimento.

Suoni diversi ma una stessa anima.

Dal punk suonato nelle sue varie espressioni, street-punk e Oi! (Los Fastidios, conosciuti negli ambienti punk e Skinhead SHARP, SkinHeads Against Racial Prejudice, i Lenders, resi più cattivi dalla presenza della seconda chitarra, che portano nel loro pezzo la rabbia per tutti quelli morti per mano della polizia, Stefano Cucchi incluso, i Lumpen sulla stessa linea, al grido di Dax odia ancora” per Davide “Dax” Cesare, l’attivista dei centri sociali ucciso nel 2003 da due attivisti di estrema destra sostanzialmente coperti dalle forze di polizia), il punk-rock “vecchia scuola” (Emilia) dei FEV, che infilano un pezzo dal sound “skiantoseggiante” dedicato a Federico Aldrovandi (chiaro il titolo: “F. Aldrovandi”, senza girarci intorno!) con la partecipazione di un pezzo di Storia del punk bolognese, Steno dei Nabat, o l’Hardcore punk (Contrasto, hardcore rabbioso e duro, con una struttura sonora alla Helmet, tra punk e metal, gli FFD, che raccolgono l’eredità della loro città, Parma, difesasi sulle barricate contro i fascisti e la rendono attuale, gli Airesis, che mettono insieme l’anarchico Giovanni Passannante e un sound alla NOFX) e quello più lieve e di ispirazione New wave dei Kalashnicov Collective (“romantic punk”, come si definiscono loro, con l’aggiunta di tastiere e synths e voce femminile), al “Combatburdèl” degli Atarassia Grop, figli dei monti comaschi, che uniscono strumenti tipici della musica popolare al classico terzetto punk chitarra-basso-batteria, formando un’ibrida patchanka punk-combat folk (la loro “L’Oltretorrente”, dal nome del quartiere proletario di Parma che cercò di fermare la Marcia su Roma, è ormai un inno nei cortei e finì nella playlist di uno dei personaggi di Zerocalcare nel 2015), allo SKA, sia ballereccio e ironico da “balera di strada” degli Arpioni (Statuto, Mistoterital, ma anche Paolo Rossi), che traducono in italiano l’invito alla diserzione di Tonino Carotone “Insumisiòn” (insubordinazione, resistenza alla leva, gesto per il quale proprio il cantautore basco pagò sulla sua pelle con il carcere), sia Combat-SKA dei Balotta Continua, bolognesi, che coverizzano nel loro sound uno dei pezzi più famosi della tradizione antifascista, “Figli dell’officina”, inno del movimento antifascista degli Arditi del Popolo.

In mezzo anche il rap (Aban, Signor K, due MC attivi negli ambienti street-Hip Hop e RAGGA con collaborazioni anche importanti, da Bonnot degli Assalti Frontali a Inoki Ness, che portano il loro antimilitarismo nella musica parlando della morte di Stefano Cucchi, ucciso dai carabinieri per 20 grammi di hashish, e della Resistenza partigiana), il Crossover dei Lafuria! (considerati i Rage against the Machine italiani), lo stile cantautorale di Alessio Lega, un po’ un Claudio Lolli contaminato dall’elettronica (e dai nuovi linguaggi), tra satira, attitudine cantautorale e spirito MC, che smaschera il mito degli “italiani brava gente” riportando alla memoria il “massacro dell’Amba Aradam”, una pagina cancellata della storia italiana, che in un processo di “catarsi inconscia collettiva” nella lingua dei nostri “mangiaspaghetti” è diventata una parola buffa e giocosa, “ambaradan” (tutto il pezzo gira su questo “finto tormentone”, ironico e arrabbiato) : lo sterminio di centinaia di civili, anche vecchi, donne e bambini, ad opera dell’esercito italiano durante la guerra d’Etiopia, sull’altopiano dell’Amba Aradam, che sancì la conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia fascista, e che il cantautore rilegge con spietata ironia e rabbia, portandolo in un parallelismo fino ai giorni nostri, fino a Nassiriya e ai due Marò.

Voci diverse, che raccontano una storia comune. Espressioni sonore di un unico sentire, messe insieme a testimoniare la voglia di combattere contro l’oppressione, e di farlo con la musica, senza che vi siano confini o barriere (come quando noi s’andava ai concerti di Officina 99, stili diversi e ascolti diversi, ma anche se eri un punk o un dark o un rapper non importava, in quel momento eri parte di qualcosa di comune).  

I testi denotano questo impegno, attraverso più temi cari alla lotta, antifascista ma non solo: ad ogni forma di oppressione. Vecchia o nuova. E congiungono come un filo ininterrotto punti diversi della Storia. Resistenza, lotta politica, anarchica e partigiana, antimilitarismo, le morti per mano del potere, del passato o ancora attuali (dicevamo di Cucchi, Aldrovandi, Cesare) o le morti sul lavoro. E ad aprire e chiudere due inni storici della lotta, “Figli dell’officina” e “E verrà il tempo in cui innalzerem le barricate”, testimonianza dell’impegno degli Arditi del Popolo e di chi negli anni del regime pagò per le proprie idee col carcere e il confino (la prima nella cover SKA dei Balotta Continua, la seconda nella versione punk degli Youngang).

Una nota la faccio anche per la qualità delle registrazioni, non solo la bravura dei musicisti ma anche di chi ha fatto il missaggio e il mastering, sia delle singole tracce che quello complessivo della raccolta (tenuto conto che si tratta di pezzi provenienti da dischi diversi, di anni diversi e anche diversi generi). Il messaggio arriva forte e chiaro, senza indugiare, è una musica rabbiosa e di protesta, ma suonata bene e restituita da una bella struttura, piena ed energica. E con gente che dietro la consolle c’ha saputo fare.

Davvero un bel lavoro.

Qualcuno ha scritto di questo libro e questo CD, citando Oliver Sachs, “il futuro è in buone mani”. Vogliamo pensare così anche noi di Ork. È quello che c’è venuto in mente la sera del contest, giù in una storica sala prove bolognese: se dei ragazzi così giovani portano avanti queste istanze, il desiderio di ribellarsi alle oppressioni e alla guerra e farlo attraverso una musica che era quella che ascoltavamo anche noi, che suonavamo anche noi negli anni novanta, figli della generazione che ci aveva preceduto, allora il mondo non è totalmente spacciato.

Una speranza ancora c’è. È in questi ragazzi, in questa musica. In chi ancora lotta e si ribella.

Ci pare bello allora chiudere con un’immagine di Giovanni Lindo Ferretti, quello dei bei tempi, presa da un suo pezzo, e da come chiudeva lui stesso il booklet di “Linea Gotica”. Proprio perché la musica di questi ragazzi ci ha dato un po’ di speranza. Il mondo magari non è del tutto perduto.

Buon anno, ragazzi. 

Mork

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