“Marlone” – To Kill a Petty Bourgeoisie: il viaggio notturno di una civiltà post-industriale.

C’è questo locale bellissimo a Napoli, si chiama “Perditempo”. Ultimo (o forse tra gli ultimi) punto di ritrovo per quella parte di Napoli alternativa che non si identifica nelle istituzioni consumistiche e delle mode. Quelle che, purtroppo, a questo ultimo giro abbiamo visto invadere anche la città partenopea. Ahimè.

Per fortuna qualcosa resiste.

Siamo passati a Napoli in questo principio d’anno, a chiudere queste feste natalizie che proprio “feste” non sono state, concitate e caotiche. Napoli è la città natale di una parte di Ork, ma questa volta un motivo in più ci portava lì: un affetto importante, un fratello da ritrovare.

Ci siamo visti lì in quel locale, abbiamo bevuto qualche bicchiere di vino e parlato, e riso. Ricordando anche cose del passato. Ci siamo tornati poi nei nostri successivi giorni trascorsi a Napoli.

Il Perditempo è un bar, una piccola libreria underground, un posto che ancora resiste al trionfo consumistico che c’è intorno. E c’è sempre buona musica, sparata forte da grandi casse nell’ombra del locale, tra manifesti e adesivi tutt’intorno che riportano alla cultura punk e rave, i baristi sono ex ragazzi come noi che hanno conosciuto quel movimento degli anni ‘90 (a Napoli era molto forte) e la gente che si ritrova lì, più giovani e più vecchi, una minoranza che non ha voglia di riconoscersi nella legge imperante fuori, del consumo. Tutto questo mentre Napoli, anche lei, si riempie di locali “street food”, in linea con questo tempo di food networks e chef che vanno in tv, l’era del dominio dell’industria del cibo spettacolo (perché che cosa volete di più di una bella cartolina di Napoli con le sue bontà gastronomiche a portata del turismo danaroso?), ormai da un po’ moda del momento, e piega la sua anima al mito americanoide del compra-consuma-spendi, pronta a vendersi ai migliori offerenti.

Sembra assurdo vederla così. Ma ormai tutto o quasi va in quella direzione.

Torniamo in quel locale un po’ di volte in quei giorni (è un po’ una piccola oasi felice quando siamo lì), beviamo vino e ascoltiamo musica nuova. Quella che non passa nei grandi canali. Quella underground, che ancora cerca qualità e non le vette delle classifiche.

Uno di questi dischi mi capita tra le mani lì dentro, quello che oggi portiamo qui sul nostro pianeta.

Oltre ai libri si trovano anche cd in vendita nel locale, produzioni indipendenti e autoproduzioni, sia italiane che estere, musica sotterranea che non vedrai mai finire nelle hit-parade…Così mi metto a rovistare, e mi colpisce questa strana copertina: oscura, stranissima, una sorta di indefinito paesaggio disegnato a china simile alle cose che facevo quando avevo sedici anni, tra i Pink Floyd e il dark. Non c’è il nome del gruppo sul disco, del titolo neanche l’ombra, solo quest’immagine strana e inquietante che si rincorre fuori e dentro il digipack un po’ consumato dal tempo. Sembra una specie di pelliccia mostruosa, di qualche mostro venuto fuori magari da racconti scandinavi. Tempo fa era uno dei metri con cui scoprivo nuova musica: mi colpiva una copertina (è successo con diversi dischi), magari il tizio del negozio in cui andavo lo metteva su un attimo per farmi sentire che musica c’era dentro, e il gioco era fatto! Se mi piaceva, mi piaceva al primo ascolto.

Anche con questo disco che oggi arriva su Radio Ork è stato amore al primo colpo. Ma stavolta non ho avuto anteprime: il dj stava già passando altra musica, si è limitato a darmi qualche informazione. Veloce e semplice, immediata, senza dilungarsi in roba da critici: mi è bastata, però, a farmi venire in mente un altro disco che ho apprezzato tantissimo, Vacante, dei Calista Divine, anche questo preso “a scatola chiusa” in un mercatino dell’usato anni fa. A Bologna.

Così ho pensato di portare a casa anche questo cd.

“Hai scelto bene!”, ha commentato il dj, “poi mi dirai”.

E infatti. Al primo ascolto gli si dà ragione!

Marlone dei To Kill a Petty Bourgeoisie è il disco che oggi vogliamo portare qui sulle frequenze di Ork. Ci piace come sempre dare voce alle piccole perle trovate nel sottobosco, quelle che brillano e suonano benissimo, non considerate dalla grande massa.  

Loro sono un duo nato a Minneapolis, attivo dai primi anni duemila, il disco è del 2009 (sfortunatamente solo ora è giunto a noi). Jenha Wilhelm (voce, polistrumentista) e Mark McGee (polistrumentista, programming) si muovono nella scia di un certo post-industrial di fine anni novanta e di una musica elettronica che ha sempre il suo centro propulsore in Bristol (Third Eye Foundation, Matt Elliott, Crescent, oltre che, ovviamente, Massive Attack e Portishead), e riscrivono in forma misteriosa e sofisticata un genere che dai primi anni duemila si è fatto strada fortemente, tra Glitch, Trip-hop più spinto, Noise, Experimental e Ambient nelle sue varie forme, sempre nell’ambiente elettronico (dentro anche nomi grossi come i Sigur Ròs e i Radiohead, e certe esperienze soliste di Thom Yorke), e infine Dreampop e Postrock.

Anche queste le parole magiche usate dal dj del “Perditempo” per cui ho pensato che potesse essere qualcosa di simile a quello preso qui dei Calista Divine.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gruppi e musicisti che si muovono in quest’onda, con suoni e concezioni sperimentali (sulla scia delle composizioni oblique del musicista francese Ghédalia Tazartès, scomparso nel 2021) sempre più spinte, creazioni sonore sempre più decostruzioniste tra musica concreta e Ambient che superano definitivamente l’idea della canzone andando verso linguaggi astratti. Verso la fine del primo decennio Duemila i Nostri in un certo senso riportano tutto a casa, partendo da quest’onda per creare una visione noisemelodica (in particolare proprio con Marlone) personale e davvero straordinaria. Degna di nota nel polverone Avantgarde.  

I To Kill a Petty Bourgeoisie avevano esordito sulla lunga distanza nel 2007 arrivando nelle file dell’americana Kranky. Il primo album, The Patron, offriva uno scenario più estremo e radicale rispetto a Marlone, violento e cupo: il duo di Minneapolis esordiva con un abissale electronoise allucinato che ondeggiava su un glitch seminale e alieno, versione più buia di quello degli islandesi Mùm, atmosfere asfissiate Dark ambient e Dream (con la voce di Jenha Wilhelm a veleggiare sonnambula tra paesaggi alla “Twin Peaks” e i Cranes), ricordi Apocalyptic folk e Martial industrial e scenari criptici, dove la melodia era sventrata da strati di elettronica noise, parossismi sonori iper-accelerati, tappeti di frastuono bianco che rendevano tutto irriconoscibile, astratto, facendone perdere i connotati con un effetto disorientante. Simile a quello dei quadri di Tanguy. La musica rimaneva sul fondo, disturbata da queste frequenze laceranti, trascinandosi su questi tappeti di rumorismi electroglitch, creando qualcosa di sub-normale di una potenza espressiva spaventosa. Del resto è proprio questo il bello loro: la capacità di mettere insieme musica e sperimentazione creando atmosfere ipnotiche.

Col primo album esplodevano trasfigurando il suono con uno spirito che nel fondo era quasi punk.

Marlone fa un passo indietro (o uno avanti), a recuperare la musicalità che in The Patron era sotterranea. E a tradurre il suo cinismo in una malinconia onirica. Nel secondo album (del 2009) cambiano un po’ le carte in tavola, impostando un altro registro sonoro. In realtà solo in parte: perché Marlone ammorbidisce il mood, questo è vero, ma rappresenta l’evoluzione dell’album precedente.

È un continuum rispetto al primo album, che va in una direzione più organica, complessa, musicale.

Nei due anni intercorsi tra l’uno e l’altro disco il duo ha avuto una bella attività live, suonando anche con altri musicisti e allargando il suo spettro sonoro. Che si fa più complesso, più ampio e definito, superando il guado della sperimentazione tout court e andando verso un’idea più chiara di “song”, alla Pink Floyd o Massive Attack. Dopo l’esperienza live (da cui era nato un cd autoprodotto uscito nel marzo del 2008) guarda alla forma più strutturata della (quasi) band, e per il secondo album intervengono in studio diversi musicisti (Aaron Finch, Jason Wasyk, Andy Clayton, Jesse Ackerley, Andrew Berg, Tom Helgerson) a dare il loro contributo.

Il risultato è spettacolare, lascia senza fiato. E calamita dall’inizio alla fine verso un mondo altro, una nuova dimensione dello spazio che riporta agli scenari complessi creati a loro tempo dai (già citati) Radiohead con Ok Computer e Kid A (ma anche i successivi), sia nelle atmosfere che in fatto di composizione e di construct musical-letteraria (come l’uno e l’altro conserva un’unità di fondo che si snoda lungo le tracce, a parte qualche simil-campionamento sparso e rimando sonoro), ma anche a certe atmosfere goticheggianti disegnate da Sir Glen Johnson coi suoi Piano Magic (Artists’ Rifles in particolare).

Ritorna a un discorso musicale, la musica è in primo piano (compaiono persino le chitarre, impensabili nel disco d’esordio, sia rumorose che pulite, e la batteria acustica a intervallarsi con le drum machines), e tutto, dai synths agli effetti a ogni tipo di suono, va in un’unica direzione a creare una tela elettro-atmosferica magica e notturna.

Sono canzoni in primis, come dicevamo, a loro modo, mini-suite dark ambient, serenate post-industriali che richiamano paesaggi liquidi, canti di frontiera che più che dalle terre americane sembrano provenire dall’Est Europa, quasi delle preghiere di una civiltà che ha attraversato tutte le forme dell’industrializzazione e torna all’origine. Post-industrial, appunto. Ninne nanne elettro-acustiche rinchiuse nella stanza da tempo che conservano solo il loro silenzio, e cancellano per un attimo il tempo e lo spazio: il colpo all’anima arriva già in apertura, nel passaggio in tre fasi – come in Fisica – dalla prima traccia, “You’ve Gone Too Far”, vero capolavoro dell’album che da sola vale l’acquisto del cd, attraverso i reattori indie-rock / dark un po’ bristoliani del secondo pezzo, “The Needle”, fino alla terza traccia, “Villian”, nenia gotica con la voce che sussurra nella stanza buia un pianto vittoriano su fraseggi di cello e atmosfere Gothic Metal / Death-Doom alla Third and The Mortal. E la vocalità proprio alla Kari Rueslåtten, oltre che le chitarre lancinanti, a chiudere questo viaggio introduttivo, come fossimo sospesi in una linea di confine tra sonno e veglia.

Una sensazione del genere l’ho avuta con un altro disco che ho amato tantissimo, Sortie dei Divine (non Calista, citati prima), a cui l’album dei To Kill a Petty Bourgeoisie somiglia da vicino.

Tutto il disco è avvolto da un’atmosfera irreale, in un liquido amniotico fatto di nebbia sottile, come retaggio di qualche catastrofe industriale (non ho potuto fare a meno di pensare a “Silent Hill”, il videogioco, con la città fantasma avvolta nella nebbia e il protagonista che doveva correre per salvarsi), e si cammina lenti lungo questi paesaggi post-fantascienza, di impronta musicale industrial, indie, ambient dark, trip hop. Il suono si fa rarefatto, fantasmatico, evanescente, tutto torna a forme più quiete. È un disco di atmosfere, che porta le idee dell’album che l’ha preceduto su una patina notturna. E scorre lento. Anche la voce di Jenha Wilhelm si fa più angelica, eterea (“Too late… too late… You’ve gone too far” parla chiaro sin dall’inizio), sospesa tra Dream-pop lynchano e Goth da camera, veleggia su queste impalcature sonore complicate come in una bolla, fondendosi ai synths e ai loops e trasfigurandosi a tratti in pura essenza sonora. Come gli altri suoni, da quelli riconoscibili a quelli accennati al puro frastuono (delle chitarre e dei feedbacks). Non ha la violenza lacerante e immediata del primo album (che pur nella sua cripticità arrivava dritto all’osso come un disco punk lasciando ai bit-crusher il compito di far tutto a brandelli), il suono è ricercato e attento, e c’è un lavoro di produzione (dalla fase di creazione, agli arrangiamenti agli ultimi rimaneggiamenti in consolle) davvero notevole, sorprendente, che permette all’album di volare parecchio alto. Qui il registro sonoro si definisce. Maturo e attento. L’elettronica attraversa lo spazio acustico, dei suoni acustici, come un filo che unisce le parti di una collana (synths mesmerici, suoni smaterializzati, lampi elettronici, loops trip hop insistenti che si rincorrono sfaldandosi, noises di fondo e rigagnoli electro-glitch), e si percorre lenti lungo lande desolate post-moderne (immaginate Cronenberg che si sia svegliato nel 2009) e paesaggi sonori di una complessità stupefacente, su un filo ininterrotto elettroniconoisegazeambient dark che attraversa il disco come un battito cardiaco latente.

I pezzi dell’album sono come dieci movimenti di un’unica opera elettronica/ industrial, un unico quadro oscuro musicale (e post-musicale) che ricorda le opere di Giger, un’architettura post-moderna perfetta in cui si incontrano più parti, più facce: atmosfere dilatate oniriche, canzoni o canti, “ballate” elettroniche e elettro-acustiche, suites dark e improvvise parentesi di ambienza noise-industrial, oscillatori e rantoli di pad, respiri elettronici, suoni incorporei, pulsazioni di synth e suoni che sembrano provenire da una civiltà aliena, memorie Trip hop e un’elettronica che dall’America, da cui proviene il duo, sembra puntare dritta verso la Scandinavia. E costruzioni armoniche che vanno indietro e vogliono ripescare qualcosa di atmosferico e semplice (compresi i synth strings che nessuno usava più).

Un’unica tela, un unico racconto che riporta in musica la scena di una civiltà post-industriale.

Come fecero a loro tempo già Thom Yorke e i suoi col loro manifesto elettronico del 2000 (chiaro già dalla copertina). E nel fondo, sullo sfondo i Massive Attack di Mezzanine.

Un viaggio ipnotico, mesmerico, dal tono cupo e sospeso. In un altro tempo. Forse futuro.

Che non ammicca alla costruzione cerebrale che vuole colpire a tutti i costi, dove si perde l’emotività. Qui il discorso emotivo è forte, fondamentale. È musica viscerale, anche nella sua elaborazione: mai un discorso intellettualoide fine a sé stesso, semmai ha l’intensità di fondo di un disco dark dei primi anni ottanta, ma scritto con un altro linguaggio. Più moderno.

A cui non sapresti dare una collocazione temporale precisa.

Un’ipnosi, come quelle delle nubi che lo avvolgono. Bianco e nero, sicuramente. O coi colori soffusi di una civiltà che si muove nel mondo raso al suolo dall’età industriale.

Dicevamo della linea di confine tra sonno e veglia: è lì che si compie il viaggio, in orizzontale.

Il suono di una civiltà post-industriale arrivata al collasso. Che deve tornare alla musica. Per trovare una lingua.

Era il 2009, un anno prima era iniziata la famosa “crisi”, i To Kill a Petty Bourgeoisie presagivano uno scenario che nel giro di poco più di dieci anni si sarebbe verificato.

E l’hanno raccontato in musica, in questo disco futuribile e evocativo.

Che dire? Davvero notevole.

Un album che trascina in un’altra dimensione. E sembra venir fuori da un tempo futuro, non ancora raggiunto.

Un futuro prossimo, che è quello in cui stiamo vivendo.

La capacità profetico-musicale di questo duo: ecco, in Marlone la mettono perfettamente a frutto!

Ha l’aria di quelle produzioni ultra-sotterranee nate negli anni duemila, di quelle micro e auto-produzioni nel terreno dell’elettronica che guardano verso i linguaggi sperimentali, ma poi volta la testa con una capacità di muoversi verso gli anni novanta della prima elettronica indipendente, quando la musica elettronica usciva fuori dagli schemi del pope della discoteca e iniziava a darsi delle sue connotazioni di identità, sempre più alternative.

Negli anni novanta nasceva tutto questo.

Nel 2009 i To Kill a Petty Bourgeoisie lo scrivono su una tela più moderna.

Una linea meridiana tracciata tra il passato e attraverso un presente prossimo e il futuro che vediamo sempre più da vicino.

Un lavoro davvero interessantissimo, una bellissima realtà sonora che nonostante gli scenari foschi fa ben sperare. Almeno che qualcuno voglia recuperare qualcosa di umano.

Basta tornare alla musica.

Come Jenha Wilhelm e Mark McGee hanno capito perfettamente.

Mork

Principio d’anno e prossimi viaggi.

Principio di anno turbolento, il nostro. Tra intralci al sogno e una realtà che delude scegliamo di aggrapparci a ciò che diverge dalla norma e diffonderlo. Così il pianeta Ork si prepara a una prossima discesa sulla Terra, in primavera. E non saremo soli.

Sarà un’unione speciale di forze, artistiche e musicali.

Nell’attesa di definirne i dettagli, valutiamo i prossimi viaggi da condividere. Un disco scelto al Perditempo – Libri, vini e vinili (via San Pietro a Majella, 8, Napoli) sarà l’imminente tappa. Quanto ai libri, ci stiamo girando intorno. E qualcosa dalla sfera del pianeta uscirà.

Stay tuned.

Mork & Mindy

Fiabe dalla Grecia: mito, memoria, rito e quello che manca all’Occidente.

Il pianeta Ork si è chiesto quale potesse essere il modo migliore per congedarsi prima delle festività natalizie e ha trovato che non vi fosse nulla di meglio che farlo riportando all’attenzione dei suoi lettori l’interesse per il mondo e la cultura greca in un anno estremamente speciale da questo punto di vista, essendo quello in cui si è realizzato il sogno di atterrare in Grecia e si è definito quello di volerci tornare più e più volte per conoscerlo meglio in tutte le sue latitudini, più profondamente e meno convenzionalmente. Non potendolo concretizzare, il secondo, nell’immediato, quale soluzione adottare per rimanere connessi a quello spirito se non provando a immergersi nella sua cultura? Un lavoro essenziale e funzionale a tal fine lo svolge la casa editrice Aiora che, unitamente alla contemporaneità, ha il merito di recuperare pezzi di classicità che a una buona fetta di pubblico, meno addetta ai lavori, difficilmente arriverebbero. Un esempio è egregiamente offerto dalla raccolta dal titolo “Fiabe dalla Grecia” (traduzione di Elisabetta Garieri) che il pianeta Ork ha portato a casa direttamente dalla città di Atene in una vacanza memorabile tra antiche rovine, cieli imponenti e riverberi di luce in uno scorcio di ultima estate in cui tutto avrebbe potuto conoscere una fine nella ricollocazione di senso che questa terra concede a tutte le nostre inquietudini.

Recita un passaggio della premessa: “I racconti qui riuniti sono di vario genere: fiabe di magia di influenza medievale, favole di animali, leggende legate a miti antichi e a più recenti credenze popolari, barzellette. Provengono da diverse aree del mondo grecofono di ieri e di oggi: dall’Attica a Cipro, dalle coste dell’Asia Minore alla Calabria. Per ognuna è indicata una regione di riferimento, ma la maggior parte circolava anche in altre zone, perché erano racconti tradizionali tramandati oralmente, di generazione in generazione, con molte varianti e temi ricorrenti. Per questo hanno una prosa semplice, ricca di ripetizioni o lacune, e la loro ambientazione è caratterizzata da spazio e tempo indefiniti”. Questo ci consente di cominciare a definire gli ambiti tracciati in qualche modo dalla selezione compiuta dalla casa editrice: non solo una varietà tipologica che include forme diverse di declinazione della fiaba che vanno dal recupero della mitologia e della classicità in genere fino alla celebrazione della dimensione volgare della medesima passando per l’occultismo medievale, ma anche epoche differenti a cui la gradazione tipologica inevitabilmente e storicamente corrisponde e luoghi di origine non necessariamente confinati nella terra nazionale, ma estesi a tutti quei punti che in un’ipotetica mappa restituiscono la grandezza del pensiero e della civiltà greca per influenza e capacita di estensione, quasi una fenomenologia dello spirito che la limitata catalogazione politica dell’esistente non è in grado di arrestare.

“Il regno del fantastico”, pastello su carta, Mork.

Esistono, però, in questo universo ampio, ci dice la premessa, temi che ricorrono e che, passando per la tradizione orale, non hanno una fissità storica, ma fluiscono da un luogo all’altro in epoche diverse in una contaminazione reciproca, responsabile della ricchezza e dell’atemporalità definitiva che se ne scorge al termine, quasi fosse l’intera raccolta una corrente che, pur nata da innumerevoli affluenti, procede inarrestabile verso un punto finale che è la sintesi di una memoria collettiva dentro cui tracciare le coordinate funzionali a un dimenticato modo di stare al mondo. Se si dovesse provare a dare sostanza a ciò, sarebbe ineliminabile la considerazione svolta dalla premessa in merito alla semplicità della prosa che, nutrita di ripetizioni e lacune, potrebbe apparire un limite agli occhi di chi cerca una corrispondenza tra la complessità tematica e l’estetica funzionale alla narrazione. È esattamente il suo opposto, oltre che un ideale spunto di riflessione sulle scritture contemporanee. Proviamo a spiegarlo. Intanto si tenga conto che si tratta di testi tradotti dal greco e chiunque lo abbia masticato, il greco, anche solo per il tempo del passaggio liceale, sa bene che ogni piccolo pezzo racchiude, se non un universo compiuto, tasselli di un componimento di pensiero che si completa con l’ultimo elemento, parola o verbo o altro che sia, funzionale alla restituzione di una compiutezza, di un cerchio che, aperto, necessariamente si chiude. Dunque, più nuclei. Questo aspetto, però, appartiene alla lingua, a quel substrato in cui si sostanzia l’identità di un popolo e la sua visione del mondo che passa dal linguaggio.

Il fatto che, nella disamina delle fiabe, balzi agli occhi una semplicità della prosa, seppure relativa, in funzione delle caratteristiche linguistiche di cui si è appena detto, è un elemento in più su cui vale la pena di spendere qualche parola. Intanto per chiarire che essa non è per nulla la negazione della complessità e ricchezza, concettuale, filosofica e/o immaginativa, dell’universo tracciabile dalla costellazione delle fiabe selezionate dall’editore. Al contrario, essa si configura come l’esito felice della collocazione di alcune tematiche cruciali dell’umano e dell’esistente all’interno dei canoni offerti dal genus della fiaba, come se l’adattamento del pensiero in quelle strettoie imponesse un rigore funzionale alla ricostruzione della storia e all’efficacia del finale che esplode nella sua essenzialità, privo di orpelli, in una verità semplice. In realtà, c’è un ulteriore passaggio che è tutto a vantaggio dell’immaginario. La gran parte delle storie ha una tale ricchezza di sviluppo narrativo, nonostante le ripetizioni di facciata, anche nella rivelazione di incastri non esattamente lineari e, talvolta, neanche immediatamente comprensibili, che, se non ci fosse una schematica tracciata nella sua essenzialità, il risultato sarebbe pesante e forzato, dirigendosi verso dimensioni lontane dal fiabesco. Abbiamo accennato a un’utilità contemporanea. È abbastanza chiaro che tutto questo è una modalità di approccio narrativo distante da molte delle letture che ci passano sotto gli occhi per scelte editoriali discutibili e che prediligono l’innovazione costruttiva che di per sé non sarebbe propriamente una cattiva cosa, se solo si accompagnasse a un’idea di fondo forte e a un talento di scrittura che si rintraccia sempre più raramente, poiché siamo sempre tutti più bravi a scrivere, ma sempre di meno quelli che nascono per scrivere. Tra gli autori italiani, ad esempio, l’ultimo Adrian Bravi si muove su questa linea, ma è un’eccezione.

Dunque, urgenza di un recupero di semplicità, non solo per raccontare un tempo estremamente complesso come il nostro che non necessita di scarti, cioè di eliminazione di parti, di riduzione, ma di una semplicità che sia il frutto di un lavoro di studio e di estensione collettiva che arrivi a tutti o quasi. Non solo. La modalità di riconduzione della realtà alla finzione deve necessariamente nutrirsi di un pensiero che, come quello greco, passi dalla nostra esperienza, interagisca con l’esistente, si nutra di quello che non c’è, ci racconti nei nostri bisogni essenziali fuori dalle logiche di consumo rapido e di morte senza ciclicità di questo tempo precipitoso e proprio per questo destinato a finire. Ce lo dice anche un altro passaggio della premessa: “Nella nostra epoca di immagini, narrazioni veloci e sviluppi precipitosi, in cui tutto viene sostituito rapidamente da qualcosa di nuovo, e siamo bombardati da informazioni continue, non è facile trovare spazio per le fiabe popolari, che seguono il ritmo lento d’altri tempi e richiedono pazienza e immaginazione”.

Aggiungiamo un ulteriore tassello. Nonostante le fiabe scelte nel contesto della raccolta di cui qui si scrive manifestino un’evidente adesione a quella schematica di cui si è detto e senza la quale non saremmo in presenza di un chiaro universo fiabesco, la grecità parrebbe declinarsi anche nell’eccezione, nello spiazzamento che il lettore subisce per effetto di colpi di scena che alterano l’ordinario immaginario concedendoci visioni che oltrepassano il fiabesco e si congiungono con l’anima grigia di una realtà in cui il bene non conosce l’assolutezza del candore, come il male l’oscuro ed esclusivo inabissarsi nelle tenebre. Così un orco può anche offrire una via di fuga, una chance, un’opportunità, può intercedere, può riconsiderare la sua posizione, una madre può anche essere la benefattrice delle sorti di un figlio, dopo un illustre e onorevole percorso da strega, l’asino può anche farsi beffa di una volpe, la memoria dei sette nani può tramutarsi nell’accoglienza dei dodici fratelli o nella benevolenza dei dodici mesi, le sorelle sono anche esseri capaci di fare del male, senza la rassicurazione di poterle relegare alla infima condizione di sorellastre, le sfide talvolta si vincono per astuzia o coincidenze del caso, non necessariamente per virtù innate, l’ostinazione, non sempre in partenza di buona matrice, si anima di altre possibili prospettive fino ad essere premiata, le creature del mondo di sotto possono assumere la veste di Kalikanzari, “inventario di tutte le magagne del mondo”, perché tutti, quelli più innocui come quelli più malefici, hanno qualcosa che non va e, se anche non riescono a fare del male agli uomini, raccontano a loro modo i disordini del mondo.

C’è spazio per Alessandro Magno e principesse e principi e orchi, streghe e fate, creature popolari mai sentite che richiamano le voci di un antico sud d’Italia e, forse, del mondo. Il mito, la favola, un rito. Diceva Cesare Pavese: “Prima che favola, vicenda meravigliosa, il mito fu una semplice norma, un comportamento significativo, un rito che santificò la realtà. E fu anche l’impulso la carica magnetica che sola poté indurre gli uomini a compiere opere”. Sostanzialmente il mito come consuetudine, quell’abitudinarietà che, per coinvolgimento popolare e convinzione diffusa della sua obbligatorietà, assume le fattezze normative di una sorta di autorità legislativa. Dunque, ciò che abbiamo dimenticato, l’opportunità di una norma dal basso che, di rapida, ma non immediata, creazione, genera una ritualità, un significante che arricchisce la miseria del mondo e aiuta l’uomo a concepirsi diversamente, oltre i confini del teatro greco.

Mindy

Fiabe dalla Grecia: il nostro speciale augurio di buon anno.

Ci siamo chiesti con cosa congedarci prima delle prossime festività natalizie. Francamente non è affatto facile trovare qualcosa che sia in grado di attivare la spinta necessaria per portare qui il nostro pensiero, ma il blog abbiamo deciso di tenerlo in vita, seppure tra difficoltà e fragilità.

In realtà, a ben guardare, qualcosa ci sarebbe. Non appartiene il più delle volte alla contemporaneità ed è spesso di tale portata da non potere occupare la pagina di un blog senza incorrere in cadute grossolane, per natura dello spazio, per lacune dello scrivente, per autogiustificazione del testo medesimo che non necessita di altro che non sia la parola vergine.

Allora, abbiamo scelto di augurarvi una buona fine e un buon principio con una insolita raccolta di fiabe dalla Grecia (Aiora libri), l’apertura di uno squarcio, ponderato per scelta e illuminante per efficacia immaginativa, su un patrimonio che accomuna e diversifica questo speciale spazio di mondo dal resto. Ci pare il gesto semplice e ricco con cui lasciare questo anno. Perché, se c’è un senso di ciclicità, quello appartiene alla cultura greca. E non c’è augurio migliore che riprendere spezzoni del mito o del passato declinato anche nella forma fiabesca, per ridare Anima a questo tempo incupito dall’incapacità di sognare.

A prestissimo!

“Celebrazione”: storia di un passaggio verso il mondo che non c’è.

Ultimamente i ritmi di Ork sono stati rallentati dall’urgenza di risolvere questioni essenziali senza le quali non potremmo essere e rimanere qui. Ciò ha comportato dei ritardi, ma anche il rafforzamento dell’idea, già radicata in questo spazio, che la letteratura, in questo tempo, non possa e non debba essere di evasione. Nonostante ciò, lo è molto di quello che circola, lontano dai turbamenti di questo tempo se non nella forma conclamata della distopia che, con qualche eccezione, è stata sapientemente ridotta a coincidenza tra reale e inimmaginabile lasciando svuotato il campo delle riflessioni sull’orrore di quelle vicende contemporanee che si collegano tutte come tessere di un puzzle impossibile, parrebbe, da ricomporre diversamente.

Eppure è proprio in questo anfratto che la letteratura ha il suo grande potere di intervento, fornendoci gli strumenti non solo per conoscere gli uomini e provare a interpretare il loro agire, ma anche per immaginare un’insospettabile ricomposizione di quelle medesime tessere, un artigianato di eccellenza foriero di un’immagine che da soli non saremmo capaci di generare. Per fare questo non serve evadere, occorre riprendere il passato, talvolta, e svilupparne punti di contatto con il presente lasciando a noi la responsabilità di vedere che siamo in un flusso che, pur nella ripetitività degli accadimenti indotta dai meccanismi dell’umano agire, sufficientemente spinti fino alla negazione dell’altro, offre sempre l’opportunità di uno sguardo diverso, frutto della memoria, di quello che ci è appartenuto in ogni senso, della coscienza di quello che possiamo essere e del recupero di ciò che è funzionale al ribaltamento dell’orrore pregresso.

In quest’ottica ci è parsa una benedizione esserci ritrovati tra le mani una lodevole pubblicazione di Bottega Errante. Si tratta dell’ultima creatura di Damir Karakaš, autore di origine croata, che in “Celebrazione” (trad. Elisa Copetti) racconta, declinandola in tre passaggi che paiono o sono tre punti di vista differenti di una medesima narrazione, la condizione bellica attraverso il recupero dello sguardo rivolto ad essa e alle sue conseguenze da parte di tre generazioni di contadini. Ora non è soltanto la peculiarità dell’oggetto dello sguardo che ci riporta alla nostra contemporaneità devastata dal tema, quale genus, del conflitto, peraltro a più livelli, a indurci a credere che esso sia stata una benedizione, laddove, pur con qualche accenno o anche riferimento più specifico deducibile dall’accostamento di elementi storico-paesaggistici utili al fine, ne sarebbe possibile l’individuazione specifica, ma anche la scelta dei soggetti con cui intraprendere il viaggio offerto dalla narrazione medesima.

Sono i contadini coloro che affrontano la guerra, che vivono del sostentamento garantito loro dalla coltivazione della terra o dalla spontaneità dei suoi frutti e dall’allevamento degli animali che qui, in più punti, assume l’aspetto di un accudimento, una relazione che, pur fondata sul bisogno, non nega a chi la vive l’opportunità di uno scambio in grado di varcare il confine della necessità per sporgersi fino al punto in cui la materialità può lasciare il passo alla dimensione degli affetti e alla conoscenza dell’altro, umano o animale che sia. Un cedere, spesso solo parziale, della legge umana o, più semplicemente, di quella dettata dall’urgenza di sopravvivere in nome di una comunanza di sorti che investe i soggetti dello scambio e regala al lettore un’altra umanità possibile in assenza di falsi bisogni indotti dal sistema. Perché qui c’è solo l’essenziale, non esistono orpelli di derive consumistiche, esiste un piatto frugale, l’attraversamento di una foresta, l’allontanamento forzato dalla propria casa familiare, un neonato che piange di fame di fronte all’impotenza rabbiosa del padre incapace di procurarsi l’essenziale e quella fragile e disperata della madre “colpevole” di non avere il latte in grado di garantirgli la sopravvivenza dentro un dramma di più ampia portata in cui si profila la morte e il bene è il sole che non sorge su queste terre, pur comparendo a sprazzi a ricordare il margine di un futuro diverso al termine del buio oltre la foresta. La speranza di potere tornare a casa, che la guerra finirà e che il neonato e i suoi fratelli potranno avere ciò che loro occorre per continuare a vivere, con il potere assolutorio delle colpe offerto dalla proiezione di un’altra vita.

Ce lo dice chiaramente un passaggio tra i più eloquenti in relazione al suo nucleo: “Nell’oscurità, col fiato corto, si strofinò le mani invisibili sulle gambe dei pantaloni e poggiò la testa sulle ginocchia: per qualche tempo ancora l’odore raddensato l’appesantì dal ragionare chiaramente su qualcosa, sul fatto che ora questo era il suo destino, la salvezza, e che quando per la prima volta avrebbe mosso un passo da lì, fuori ci sarebbe stato un altro mondo nel quale i suoi nemici non sarebbero stati più nemici, e lui non sarebbe stato più un braccato: come fosse rinato; l’unico pensiero chiaro e pulito […] fu che la cosa più importante ora fosse riposare per bene. Poco dopo, circondato dal senso di sicurezza e dal calore che aumentava a ogni nuovo pensiero di tutto ciò che sarebbe venuto un giorno quando sarebbe stato libero, si accoccolò in posizione fetale, chiuse gli occhi e lentamente si addormentò”.

Dunque, la salvezza non solo come destino personale, ma anche come opportunità di tornare al mondo e nel mondo e di vederlo mutato, senza più ostilità, nutrita dal proprio pensiero che, assumendo i contorni della speranza, si fa leggero e traduce una possibilità nell’immagine di un’altra realtà, quella che ancora gli occhi non possono concretamente vedere. Ora, se questo accade e si svolge così efficacemente nella riflessione di uno dei protagonisti dell’opera di Karakaš, è in fondo perché l’autore croato si serve del piano della finzione letteraria quale eccellente complice dell’intera operazione. È la creazione di un universo che, declinandosi diversamente nelle tre storie narrate, ma racchiudendo un nucleo sostanzialmente comune, popolato della semplicità del vivere rurale, rappresenta l’esito del processo letterario dello scrittore che, pur nutrendosi di un certo verismo che a quella dimensione pare confarsi perfettamente, si spinge oltre nella determinazione di un immaginario che non ha altro che la scansione dei ritmi giornalieri nell’osservazione della natura da cui ciascuno riparte, in una bolla di speranze e paure, nel viaggio di ritorno verso ciò che resterà della civiltà, l’altra, al termine del conflitto. Dunque, la letteratura quale strumento idoneo per esplorare il silenzio dei contadini che animano, con il loro procedere conforme allo spirito del bosco e alle norme che natura detta, le pagine di una narrazione che si isola dall’orrore bellico, senza per questo evadere, e regala nella dimensione selvaggia, ma non inospitale per chi ci è vissuto accanto passandoci attraverso, della foresta e degli scorci di campagna tenuti fuori dalle bombe quella sospensione spazio-temporale necessaria per ripensare a un altro mondo scandito da leggi diverse da quelle umane che conducono esclusivamente allo scempio e alla rovina.

Lì, nel bosco, in quel che resta della campagna sopravvive uno stato di bellezza che ostinatamente non si fa travolgere dal conflitto e dalle sue regole e che la letteratura è in grado di eternare, integrando la visione autentica da parte dei contadini con la creazione non di un pensiero sovra-strutturato che finirebbe per alterarne lo spirito, generando un innesto di parti altre su ciò che ha sua configurazione e una fedeltà cocciuta a un’identità amara e semplice, ma di un immaginario che, più potente di ogni ragione, regala il sogno della Libertà. Recita un passaggio: “Mijo si fermò di nuovo, corse con lo sguardo intorno a sé, tese le orecchie e tutto davanti a lui e attorno gli sembrò conosciuto: ora quell’albero fruscerà, ora da quell’altro cinguetterà allegro un uccello dalla coda rossa che ha visto la volta precedente; ma nulla di tutto ciò accadde, tranne il sole, che si infiltrò tra i rami e gli restituì uno sguardo ammiccante”. È buona parte della narrazione che si avvale di questa maestria del suo autore, il sapiente immergersi in quello che resta oltre le macerie degli uomini per trovare un accesso non solo alla propria salvezza, ma a quella del genere umano.

Ripartire da ciò che davvero occorre per vivere, liberarsi del superfluo, attraversare i boschi, esattamente come i propri demoni, imparare a riconoscerli, questi ultimi, scorgere un raggio di luce tra le fronde e iniziare a pensare che i demoni possono anche essere trasformati, che esiste il rimedio alle nostre limitatezze, un rimedio che è contenuto nei libri, che non ha il sapore della fuga, ma quello più complesso e gratificante e duraturo della trasformazione dell’orrore, che conoscere e ricordare contribuisce a mantenere viva e che ci sostiene nel rapporto altalenante con il reale che incede senza pietà sulle rimanenze dei nostri desideri. Ma questi sono più forti di ogni altra cosa e, con una buona dose di memoria storica e un piano non troppo inclinato di coscienza e il soccorso di una psicologia letteraria quale quella offerta dallo scrittore croato, possiamo anche e ancora, forse, sperare di cavarcela. E, se una celebrazione ci sarà, essa sarà al termine di ogni conflitto e avrà la veste bianca di una giovane donna, come Drenka, uno degli intrepidi avventori del bosco. La veste sarà macchiata di sangue, ricorderà la sua ferita, il dolore di un tempo, il passato, sarà un monito. Un padre sarà portato sulle spalle dal figlio nel passaggio verso la morte. Enea e Anchise saranno il ritorno di una storia antica. E tutto confluirà verso un unico punto.

Mindy

The Cure concerto Bologna (Unipol Arena, Casalecchio di Reno 31/11/2022): lo sguardo di (M)Ork.

[…Un po’ in ritardo, per “aggiustare” dentro le emozioni che ci siamo portati da questa serata, non facili da sistemare, arriviamo anche noi di Ork a raccontare il concerto dei Cure qui a Bologna, all’Unipol Arena il 31 ottobre. Buon viaggio…]

Un rumore di tuoni accompagna tutto il concerto, arriva sul palco prima della band. Esce dalle casse, invade l’arena, si imprime nei momenti di silenzio e tra le encore, sembra voler far scorrere pioggia sul palco… Una giostra gira sugli schermi montati sul palco portandosi via un tempo passato, un tempo che non tornerà mai più, mentre le note malinconiche sfilano nel buio sulle teste di un pubblico in silenzio.

Sono alcune scene che ci portiamo dentro da questo concerto.

Il 31 ottobre i Cure arrivano qui per il “Lost world tour”, iniziato a Riga il 6 ottobre. Suonano qui, a Bologna (prima data italiana), all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno. Da Bologna ci arrivi in pochissimo in autobus. Le altre date italiane saranno Firenze, Padova, Milano. Il tour prende il nome dal nuovo album, di prossima pubblicazione, Songs of a lost world, attesissimo dopo 14 anni (l’ultimo, 4:13 Dream, risale al 2008), di cui Robert Smith e soci stanno eseguendo dal vivo alcuni estratti. Non se ne conosce ancora la data esatta, se ne sta parlando già da un po’, ma dovrebbe uscire entro la fine del 2022. I pezzi inediti a Bologna sono quattro (inizialmente i brani in scaletta erano due, nel corso del tour sono saliti a quattro, poi a cinque). E suonano benissimo, davvero belli.   

Sono passati tre anni dalla straordinaria apparizione della band inglese sul palco del Firenze Rocks, alla Visarno Arena, prima volta in cui io e Mindy li vedevamo insieme. In mezzo son successe un po’ di cose. Gli eventi storici che sono seguiti hanno calato un velo nero sul mondo. E anche nella vita personale di Robert Smith: il leader dei Cure infatti ha perso durante la pandemia entrambi i genitori e un fratello. Delle esperienze dolorosissime, che sono defluite in questo nuovo album, particolarmente vicino alla parte più malinconica, quella di Disintegration, che non alle “frivolezze” pop-rock degli ultimi album (e di alcuni più vecchi e un po’ più pop).

Il concerto di Bologna ci riporta proprio in questa parte, presentando questo Lost world. “Non suonavamo roba così emotivamente intensa dai tempi di Disintegration”, ha spiegato il tastierista Roger O’ Donnell parlando di questo nuovo disco, e Robert Smith in un’intervista lo ha definito uno dei più oscuri e malinconici di tutta la loro carriera.

E a conti fatti gli si dà ragione.

Ascoltando rapiti questi quattro inediti qui in terra bolognese.

È la sera di Halloween, i Cure suonano a Bologna: sembra una combo perfetta. Ed è un perfetto connubio per orientare l’orologio: le lancette vanno indietro, si vira verso la parte più scura dello spettro, e si ritorna a un’altra epoca.

A creare un ponte tra presente e passato.        

Più che dal succitato Disintegration, infatti, a cui i nuovi pezzi rimandano tantissimo, per sonorità e atmosfere, Robert Smith preferisce attingere dagli album più oscuri della band. E la scaletta propende per Pornography, Seventeen seconds, Faith, pietre miliari dell’epoca dark dei primi anni ottanta e della loro fase più dark (tra 1980 e 1982). Che qui creano un unico intreccio di rami, un unico tessuto coi brani nuovi inseriti in questa carrellata di ombre.

I Cure infilano qui a Bologna un concerto memorabile, di grande impatto, che ci lascia dentro delle sensazioni forti (da cui abbiamo faticato a riprenderci…ecco anche perché ne scriviamo solo adesso). Perfetto per la notte de los muertos.

Un viaggio nel buio. Non un concerto in senso classico, con successi e brani in fila uno dietro l’altro, ma uno spettacolo “concept”, un viaggio nell’abisso, da cui si risale solo in parte. Una discesa agli inferi, guidati tra le ombre da un mago che di quelle ombre ne ha fatto la sua musica. E i suoni sul palco, e le luci e tutto lo show, trascinano giù: gli effetti delle chitarre, immancabili flanger e phaser roteanti, il basso tagliente dal suono dark, le tastiere avvolgenti e cupe (quelle stesse di Disintegration), la voce di Smith (molto più in forma che negli anni passati) profonda, commossa…tutto è un vortice che trascina giù. Un altro concerto rispetto a Firenze

Fantasmi vecchi e fantasmi nuovi viaggiano insieme. È lo stato d’animo che incalza nel bandleader in questo momento. Le ombre vecchie e le ombre nuove si sposano. Non è solo un tornare indietro: Robert le mette mano nella mano, tesse un’unica dolorosa tela in due tempi. E va avanti. Così i pezzi nuovi si uniscono a quelli della “trilogia dark”, perfettamente all’unisono, e portano a un’altra trilogia, quella dell’anima, di cui forse Songs of a lost world traccerà la quarta parte.

Già nel 2004 la band realizzò un tour per promuovere il nuovo album: era l’omonimo The Cure (in quel caso suonavano l’album per intero).Ma qui l’impressione che si ha sin da subito è totalmente diversa. I brani che ascoltiamo all’Unipol Arena da Songs of a lost world sono lontani anni luce da quelli del deludente disco del 2004 uscito a trazione Geffen/Ross Robinson.

Qui è qualcosa di diverso.

L’atmosfera all’interno dell’Unipol Arena è magica e distesa. È sempre bella l’attesa pria del concerto. Tra l’altro sono tre anni che non si vedono dal vivo, loro. E non solo loro: uno stop ai concerti durato a lungo, a causa della pandemia, fa sentire questa serata come una liberazione da una terribile prigionia. Siamo emozionati. È la sera di Halloween, quella che dovrebbe essere la più oscura dell’anno, suona il gruppo dark per eccellenza (l’unico rimasto in piedi da quel tempo), e c’è una bella atmosfera. Strano? Per niente. Robert Smith è da anni che riesce in questo trucco magico, mettendo insieme le due anime: luci e ombre, sorriso e pianto, la parte più oscura e quella più allegra. Ce l’ha insegnato dagli anni ottanta, con “The lovecats” poi con “Close to me”, poi da Kiss me kiss me kiss me fino a Wish, traghettando tutta la materia oscura dei primi album verso una vita nuova (non se la prenda lo zoccolo duro).

Inizia a suonare la band di supporto, gli scozzesi The Twilight Sad, fondati nel 2003 dal cantante James Alexander Graham e dal chitarrista / organista Andy MacFarlane. Davvero bravi (soprattutto live). Non è un caso che Robert Smith li abbia voluti con sé nel tour americano del 2016, e anche stavolta nel tour europeo. Iniziano a suonare puntualissimi alle 19:00, a porte aperte, e l’arena si riempie man mano che vanno avanti. È una scena bellissima. C’è un’emozione tangibile nell’aria, le note dei supporters (tra Wave, un po’ di manchesteriana memoria, e innesti shoegaze più recenti) riempiono l’aria e accompagnano i fan che entrano dai portoni in fondo. Alla fine del loro set l’arena è completamente piena.

Il pubblico è eterogeneo, vi sono persone di tutte le età. Non solo dark, accorsi per vedere una band storica del movimento, ma gente di ogni tipo che nella loro musica si ritrova. Al di là delle controculture. La musica dei Cure è qualcosa che arriva all’anima, senza bisogno di sovrastrutture, “un fatto di sensazioni” come diceva un mio vecchio amico di Napoli, e in tutti questi anni ha attraversato il tempo e le bandiere cambiando, crescendo, e trascinando con sé generazioni e anime diverse. Dark, alternativi, ma anche chi in una controcultura non si è mai riconosciuto. Guardiamo intorno: la coppia sulla sessantina seduta dietro di noi, normalissima, e poco distanti una coppia di ragazzi trentenni, tra metal e dark, i vecchi fan vestiti di nero che ormai hanno più di cinquant’anni e ragazzi anche giovanissimi che fa piacere vedere oggi al concerto dei Cure (uno di questi, ventiduenne, l’abbiamo incontrato alla fermata dell’autobus, alto e coi capelli arruffati, che li vedeva per la prima volta, e un gruppo di ragazze che era seduto accanto a noi e conosceva praticamente tutte le canzoni). Poi la nostra generazione, noi che eravamo bambini negli anni ottanta, affascinati magari dal video di “Close to me” con loro chiusi nell’armadio o da “Lullaby”, noi che ce ne siamo innamorati poi crescendo, andando a ritroso ad ascoltare i vecchi album.

Alle 20:16 le luci si spengono sul palco. Un rumore di pioggia scrosciante e di tuoni invade l’arena, proveniente dalle casse. Parte in sordina dopo il cambio di palco, confuso con un noise di quelli che i fonici usano per testare le casse. Una specie di pink-noise. La band arriva sul palco in anticipo rispetto all’orario previsto. Come a dire che hanno voglia di suonare, ancora dopo tanti anni. E difatti ce lo dicono chiaramente: vanno avanti per due ore e tre quarti senza quasi interruzioni (i fuori palco, tra un set e un altro, durano sì e no pochi minuti), e suonano dall’inizio alla fine con la stessa energia.  

Robert sale sul palco col resto della band, col suo andamento sempre un po’ trasognato, vestito di nero, i capelli sempre più arruffati, ormai bianchi per l’età, il solito trucco bianco e il rossetto sbavato. Più leggero ormai. Non c’è bisogno di eternare quel tempo. Appare tranquillo, sereno, anche coi suoi chili in più e gli oltre sessant’anni, lui che negli eightiese la cultura dell’immagine c’è stato dentro. Concentrato sulla musica, sull’anima, non sull’estetica. Ha il carisma di sempre, anche se sembra trovarsi sempre lì per caso, con l’aria un po’ da lord inglese e un po’ quella di un bambino smarrito. Mindy dice che in pochi gesti ha trascinato a sé il pubblico. Infatti. Un diluvio di applausi (compreso il nostro) parte e inonda l’arena, confuso a quello della pioggia che arriva dalle casse. Della vecchia formazione son rimasti lui e il bassista Simon Gallup, anche lui inconfondibile col suo look post-punk che sembra aver congelato gli anni settanta (pare un membro dei Clash) e il suo basso dal suono dark inconfondibile suonato sotto le ginocchia. Macina ancora chilometri sul palco mentre suona come quando aveva vent’anni. Pendant perfetto per Robert Smith, fisso nel suo mondo onirico. Il loro rapporto dura da tanti anni, tra alti e bassi, complicato ma sincero (i due si menarono nei camerini del “Pornography tour” nell’82, poi nel 1988 Simon gli fece da testimone di nozze). Come sempre si avvicinano ogni tanto sul palco, a confrontare le corde, uno di fronte all’altro mentre suonano (è bello quando accade ancora dopo quarant’anni!). Dei membri storici della band anche Roger O’ Donnell, affiancato alle tastiere dal reintegrato Perry Bamonte (seconda tastiera e rhytmguitar aggiuntiva, nei Cure per tutti gli anni novanta), in linea con il sound che si vuole dare in questi live, un po’ più “tastieroso”. Altri membri: Jason Cooper (batterista della band da Wild mood swings, 1996) e il chitarrista Reeves Gabrels, leadguitar, già presente sul palco di Firenze nel 2019 (musicista straordinario di grande apporto alla band).

Aprono con “Alone”, dal nuovo album. È il primo estratto della scaletta. E il rimando è inconfondibile: Disintegration. Una lunga introduzione strumentale, lenta e sognante, ci riporta a quelle atmosfere. Sembra tornato il sound dei Cure di un tempo. Robert sfila sul palco godendosi il pubblico, poi si avvicina al microfono: i primi versi aprono questo viaggio nel buio, “This is the end…”. È un’intro perfetta. Arrivano poi “Pictures of you”, “A night like this”, “Lovesong”, grandi classici della band, ha ancora l’aria di un concerto normale. C’è un’emozione fortissima. Poi improvvisamente l’aria cambia: improvvisamente si cade giù, si sprofonda, Come nei film di Tim Burton. Lo scenario si fa più cupo: “And nothing is forever”, il secondo brano tratto dal nuovo album, ci conduce verso l’abisso. E torniamo indietro nel tempo, in un’altra era. Il palco si fa più buio, sfumate le ultime note c’è un attimo di silenzio, giusto pochi secondi, come un respiro, poi arriva “At night” (tratta da Seventeen seconds). Trascina giù appena sentiamo Jason Cooper battere i quattro e partono le prime note: il basso distorto, l’incedere della batteria, il synth glaciale girano all’unisono, il palco si chiude in un’ombra notturna costellato di luci viola. È una caduta improvvisa. La voce di Robert Smith riporta a un’altra epoca del dark: torniamo indietro nel tempo, e entriamo nella storia dei Cure (quella che noi abbiamo conosciuto solo dopo), nella parte più cupa. Un tuffo al cuore per chi c’era allora, e anche per noi. Arrivano dei colpi molto forti: “A strange day”, “The hanging garden”, “Cold” (è uno dei passaggi più cupi di tutto il concerto), “Burn” (tratta dalla colonna sonora del film “Il Corvo”), “Pay for today”, “Primary”…una lunga cavalcata dark che non poteva starci meglio per la notte delle zucche, un perfetto viaggio nel buio, in cui si inseriscono anche brani da Bloodflowers (in linea col mood malinconico di questa parte), Wish, The Head on the door (un attimo più pop, “Push”, pezzo del 1985 energico e trascinante che per un attimo de-mesmerizza il pubblico). E alla fine la nuova “Endsong”, a chiudere questa prima parte, altro estratto dal nuovo album: un monumento sofferto sorretto da squarci di pad e tastiere potenti e un drumming continuo che sembra un ponte gettato dai Cure di Disintegration e Bloodflowers fino ai Pink Floyd.

Il sound è più atmosferico e denso, con tastiere più presenti (qualcuno s’è lamentato per l’eccessiva invadenza), e anche le chitarre suonano più morbide, giocando d’effetti, unendosi a creare un’unica tela (o ragna-tela, per restare in tema) sonora (non sono più i “chitarroni” che avevamo sentito nei primi anni duemila, noise e quasi metal), un unico tappeto fitto e oscuro. Che in tutta questa prima parte corre senza sosta. È un live molto suggestivo, non avevo mai visto niente del genere. Robert scherza col pubblico come al solito, crea da subito un contatto, introducendo i pezzi sdrammatizzando, col suo fare un po’ lunare. Cinque schermi montati dietro la band proiettano immagini evocative e giochi psichedelici che si uniscono alla musica in modo sinestetico. E tutto, luci, suoni e immagini, trascina giù in quest’abisso.

Ipnotico e oscuro, a ritmo serrato. Una prima parte che ci lascia attoniti. Rapiti da qualcosa di forte che non ci aspettavamo. Storditi e sconvolti, persi in una foresta notturna, “lost in a forest” (non l’hanno ancora fatta, arriverà dopo, con la prima encore).

Dopo una brevissima pausa tornano sul palco. La prima encore prosegue lungo il filo della prima parte. E chiude quello che alla fine appare come una funzione, il dialogo di un tempo che mette insieme passato e presente. Il ritmo ora rallenta, è come la parte finale di una liturgia, l’aria si fa crepuscolare e raccolta. Anche le luci sono più lievi.

Robert Smith sale sul palco, introduce il prossimo brano: “I could never say goodbye”, scritto per il fratello recentemente scomparso. Proprio a lui lo dedica: “It’s for my brother”. Ho gli occhi lucidi. Credo anche lui. È l’ultimo brano inedito questa sera, e colpisce al cuore.

È un dialogo interiore, questo brano e tutta questa parte.

Il pezzo ci rapisce davvero, i versi sfilano su queste note malinconiche e fanno male, tristi e sinceri:

 “Something wicked this way comes / To steal away my brother’s life /

 Something wicked this way comes / I could never say goodbye”.

Una giostra malmessa gira nello schermo dietro la band, lenta e piangente, e si porta via un tempo che non esiste più. È uno dei momenti più belli del concerto. Il più toccante.

Alla fine arriva “Faith”, a chiudere questa liturgia. Subito dopo. Il pezzo di prima sembra defluire nell’altro, come fossero concatenati, una sua naturale conseguenza. È strano, in quel momento, quando la voce di Robert si è rinchiusa nel silenzio e c’è stato un attimo di pausa (un secondo o due forse), sentivo che in quel momento sarebbe partita “Faith”. Anche se non la suonavano più da 11 anni.

“I could never say goodbye” aveva lasciato la platea in silenzio. Alla fine si aveva paura ad applaudire. Ora qui restiamo immobili a guardare (e ascoltare) questa preghiera del 1981 che Robert Smith allora scrisse per sé. E oggi è per il fratello.

Fa fatica anche a cantarla, è emozionato, si vede. E sull’assolo di chitarra si chiude su sé stesso, come ripiegato nell’ombra, e disegna in note il suo dolore.

Poi si riavvicina al microfono per gli ultimi versi: “Nothing left but faith…”. Le parole accompagnano gli strumenti che lentamente spariscono. Le luci si spengono, le ultime battute di batteria rallentano lentamente, come una marcia funebre. E un battito di grancassa grave, pesante, reverberato, alla fine chiude questa funzione. Quasi un rintocco, uno zoccolo animale. Siamo attoniti.

La prima encore si chiude con “A forest”, grande classico della band e di tutta la New wave / dark. Perfetta per chiudere adesso questa liturgia dark.

Dopo una breve pausa risalgono ancora sul palco per una seconda encore, più lunga (non stupitevi: in passato, più giovani, arrivavano anche a quattro). E arriva uno scenario totalmente diverso da quello dark visto finora.  

La seconda encore risolleva gli animi, e tira via dall’abisso. L’arena è investita improvvisamente da un turbine di successi e classici che fa saltare il pubblico nel parterre e sugli spalti: da “Lullaby” a “Friday i’m in love”, a “Close to me”, “Just like heaven”, “In between days”, “The walk”, brani che riportano alla luce. E alla fine, a chiudere tutto arriva “Boys don’t cry” (classicissimo, ha quasi 45 anni, è di una semplicità unica col suo giro di quattro accordi, ma che capolavoro sempre!). Un set dirompente con le loro “pop songs” (come le definisce Robert Smith) che chiude il concerto riportandoci su dopo un viaggio nelle tenebre. E fa ballare. “Il manifesto di una dualità di luci e ombre, tra pop, rock, post-punk, new wave. Il meraviglioso paradosso di essere la stella polare del movimento dark e riuscire a far scatenare un palazzetto in festa.”, come scrive Umberto Scaramozzino su Rockol.

In fondo, Robert Smith, “il mago”, ci riesce sempre.

La band è in grandissima forma e suona con energia e precisione per tutto il live, e consegna a Bologna (e al pianeta Ork) uno spettacolo di quelli che difficilmente si dimenticano.

Certo, lasciano fuori dei capolavori anche, e anche qualche brano che avremmo voluto sentire (si ha un po’ l’amaro in bocca per questo), ma ci lasciano dentro una sensazione forte, potente, difficile da sistemare, e la coscienza di aver visto qualcosa che andava oltre il semplice concerto rock. Di aver assistito a un viaggio nel tempo. Scaraventati nell’oscurità.

Siamo in trance quando usciamo dall’arena, cercando la navetta notturna per tornare a casa.

Ci portiamo dentro i pezzi nuovi, che ci hanno colpito tantissimo. Belli e toccanti, hanno un respiro nuovo, forte, un passo oltre Disintegration e anche oltre Bloodflowers (che chiudeva con l’altro una trilogia dell’anima, iniziata nell’82 da Pornography, e si ha l’impressione ascoltando questi pezzi che questa trilogia voglia diventare una tetralogia). C’è una maturità nuova. Una coscienza oggi nel dolore. Ci portiamo dentro questo viaggio in due tempi, tra le ombre passate e le ombre presenti. Attraverso un mondo perduto che però è ancora qui.

Ci chiediamo come i Cure riescano a mettere insieme le due cose sempre, dagli anni ottanta a oggi. La luce e l’ombra, il dark e il pop, un’unica anima che ha un’unica musica. Ancora oggi, nel 2022.

Storditi torniamo verso il centro della città, c’è la notte di Halloween fuori. E intanto aspettiamo che esca il nuovo album, che dalle premesse di questa sera dovrà essere davvero bello.

Chissà poi che non decidano di tornare…

Alla fine Robert rimane come sempre sul palco da solo, a godersi l’applauso del pubblico, prima di sparire nell’ombra. “See you soon!”,ha detto prima di sparire dietro il palco: noi ci contiamo, Robert!

Chissà che non mantenga la promessa…

Mork

Prossime tappe: coordinate di viaggio.

Perdonate l’assenza prolungata, dovuta all’urgenza di fare fronte a delle priorità esistenziali, di fronte alla quali il tempo da dedicare a questo spazio DEVE necessariamente comprimersi. In fondo, i nostri nonni, ad esempio, già si stupivano del sostegno psicologico dei loro nipoti, loro che la guerra l’avevano vissuta e sapevano che occorre prima vivere per poi entrarne nella complessità. E l’ordine si sta lentamente (?) invertendo con ritorni inimmaginabili a ciò che è basilare. Confidando in orizzonti futuri di più ampie possibilità di intervento, saremo a brevissimo di nuovo qui, per raccontare il nostro concerto dei Cure a Bologna nella notte di Halloween e un piccolo libro che è riuscito a risollevare in noi l’interesse sopito per la letteratura contemporanea. Ché si fa un gran parlare di nuovo e cambio di rotta, ma di qualcosa che lo sia davvero e conservi l’Anima, in giro, c’è davvero molto poco, nonostante gli entusiasmi iniziali, inclusi i nostri.

Stay tuned.