Il cannocchiale del tenente Dumont: ultimo viaggio prima della pausa estiva.

«La fonte ammetterà che non ci credeva più, un’immensa collina tagliata alla sua base, il blu azzurrite come lo sono le volte di certe chiese ferite dalla Rivoluzione: l’impressione che ha chi scappa e sbanda, alzando la polvere, è di essere giunti alla fine e girato l’angolo di trovare l’impalcatura del patibolo. Sembra impossibile non si vedesse da ovunque, i giorni scorsi, mentre ora non finisce più di esserci. Il mare che li ha fatti bisticciare ogni giorno ora erode la baia e mette a tacere.» (Marino Magliani, “Il cannocchiale del tenente Dumont”, L’orma editore)

Certi libri ti sfidano. In una ostile apparenza raccontano uno spirito. Una durezza e uno scoglio da superare. Sì, certo, la Storia, ma anche tutte quelle intime e singolari nella prima contenute. Storie di uomini che escono dal grande flusso collettivo e tracciano un senso fuori da ogni logica di potere. In un angolo di Terra in cui esplode tutta la bellezza e la scrittura si apre in una insolita musicalità che, interrotta nel culmine da una cesura, narra di uno sguardo che per trovarsi deve perdersi. Sarà l’ultimo, il terzo viaggio di Ork, prima della pausa estiva.

Ovette presto su Ork.

«Le persone pensano di dover gestire i propri pensieri solo per il fatto di pensarli e quando non ne vengono a capo stanno male. Un software invece gestisce solo quello che succede, ecco perché mi piace Ovette. Con le previsioni del tempo un software gestisce dati che, se si modificano in modo repentino, lo fanno sbagliare, ecco perché non mi piacciono le previsioni. Le cose accadono. E basta. Questa è pace. Le persone invece pensano e poi vogliono accadere a tutti i costi, manifestarsi, esprimersi e fanno un chiasso incomprensibile.» (Francesco Tacconi, “Ovette”, Zona 42)

Piccoli libri che sanno raccontare la solitudine di questo tempo, provano a farlo fuori da ogni stereotipo e ci riescono, indagano la complessità del desiderio e le dinamiche attivate dalla relazione. Efficacemente ci ritraggono. E tracciano una via. Al di sopra delle nostre esistenze. Ne scriveremo.

Tempo di ricerca: tra filosofia e letteratura.

«Aprirsi al tempo delle immagini dell’interiorità comporta la combustione del sé, del potere che il soggetto ha su di sé come sua identità, e farsi liberi di creare. È uno strumento di divenire, è imparare dalla creazione.» (Margherita Pascucci, “Il tempo tessuto di Dio”, Il ramo e la foglia edizioni)

Nella selezione dei titoli che ci condurranno alla pausa estiva c’è anche questo, insolito e coraggioso: partendo dall’opera letteraria di Dacia Maraini, la costruzione di un percorso di ricerca di un’identità che, congiungendo letteratura e filosofia, racconta di una possibile creazione. Di Sé attraverso l’altro. Lungo un immaginario di senso in cui la declinazione al femminile dello sguardo è il perfetto completamento di Dio.

Tra i prossimi viaggi.

Incontro al Baraccano: Giuseppe Pontiggia e l’arte dello scrivere.

Tornano le occasioni per parlare di libri. Complice Trame Libreria Bookshop. In un pomeriggio caldo al Baraccano, sentire raccontare il percorso umano e letterario di Giuseppe Pontiggia nelle parole di stima e nel ricordo personale di Cristiana De Santis (curatrice del volume “Per scrivere bene imparate a nuotare. Trentasette lezioni di scrittura”, Mondadori): il ruolo di mentore e la responsabilità delle parole, la dimensione artigianale dello scrivere e la rivalutazione della tecnica retorica che rifiuta l’artifizio, la scrittura quale processo creativo in itinere e l’efficacia della parola che, nella precisione, identifica un riappropriarsi di Sé, le reazioni spontanee dei lettori che, nell’insieme, restituiscono un senso allo scritto, generano una rete dentro cui è riposto l’altro che muove allo scrivere, le falle del linguaggio entro cui si annida la prova dell’inconsistenza del merito del medesimo e l’imprescindibilità dell’atteggiamento critico rispetto al testo letterario, leggere molto per non essere condizionati e la classicità nella propria idea di scrittura. Un tempo perduto di parole importanti e un’ultima generazione di giovani che in certi riferimenti culturali potevano ritrovare la motivazione e la fiducia per lavorare con la Cultura persino in un Paese come il nostro.

La poetica di Alberto Savinio su Ork: prossima tappa.

Il pianeta Ork prende una pausa, questa settimana, perché ci sono libri che richiedono i loro tempi e il prossimo è uno di questi, perché collabora con parti “buone” del Pianeta Terra (qui trovate il primo contributo: http://www.quadernidaltritempi.eu/joyce-carol-oates-nuovo-cielo-nuova-terra/), cercando di non smarrire il senso dello scrivere di libri, perché a volte trovare le energie per farlo non è esattamente semplice, senza un’impalcatura sotto che possa reggere quando tutto è perduto, perché di libri ne passano parecchi e alcuni potrebbero servire ad affrontare il futuro con meno ansie.

Ad ogni modo, la prossima settimana sarà la volta della Metafisica, molto più di un viaggio nell’opera di Alberto Savinio, un saggio che ne varca le peculiarità artistiche per tracciarne una poetica e una visione anarchica e mercuriale dell’esistenza (Apogeo Editore – Paolo Spinello Diffusione Editoriale).

Battiato su Ork: il nostro ricordo.

A volte, le cose si congiungono per una strana alchimia, quelle che conosci bene: un mago alchimista mistico e un nonno “Totem”, un pranzo da lui una domenica dei miei 18 anni, ché tanto ero sempre lì, e la tua “cura”, “La cura” e il suo e il tuo Cantico dei Cantici, quel Libro che conoscevi bene, Franco, che ascoltai per caso in tv per caso in una delle tue rare apparizioni in tv. E il giallo seppiato di “Fisiognomica” di quand’ero bambino si trasformò in un cielo aperto e decisi di ascoltarti con attenzione, ché quello che si sapeva per sentito dire su “Cuccurucucù” e “Centro di gravità permanente” non era tutto e non ti rispecchiava fino in fondo. La semplice complessità o la complessa semplicità di Battiato sapete cos’è? Bisogna ascoltarlo per capire ed entrare con gli occhi chiusi. Perché, forse, non è vero quello che scrivevi in calce alla tua “Messa Arcaica”: “di una preghiera arriva solo ciò che si riesce a capire”. Non è solo capire, talvolta, è sentire. E allora per me divenne “L’imboscata”, rispolverai “E ti vengo a cercare” e un Amico, un carissimo Amico, mi portò una cassetta: era “Giubbe rosse”. Mi disse: “Visto che sei un neofita di Battiato, questa è per te. Adesso ti faccio viaggiare”. Gli occhi chiusi, play: “Sequenze e frequenze – Aria di rivoluzione”. Fu un viaggio. Lo è stato sempre, dopo, ogni volta che ti ho ascoltato. La tua voce e le tue note e il genio assurdo e impossibile e minaccioso e calmo. Ci sarebbe tanto da dire, e tanto è stato detto, non lo farò io. Io ascolto musica. A volte bisogna spegnere la testa, chiudere gli occhi, e ascoltare.“Riportami nelle zone più alte, in uno dei tuoi regni di quiete…è tempo di lasciare questo ciclo di Vite…”.Continuo a viaggiare, qui per ora, in questa dimensione dove siamo ma non siamo, continuo a viaggiare come allora quando il mio Amico mi portò la cassetta, come ho sempre viaggiato.

Buon viaggio, Franco, vecchio mistico! Ci rivediamo lungo la strada.

Mork

“Notti insonni” su Ork.

«Non è vero che non importa dove vivi, che sei sempre tu, sia a Hartford che a Dallas. E non è vero neanche che ognuno di noi è naturalmente legato alla propria regione. Molti vengono scagliati verso il basso senza cura, alla nascita, e vanno incontro a un ridimensionamento; a volte sperimentano la piacevole truculenza di un’errata collocazione. […] L’onta del posto resta appesa non come un diritto di nascita, ma come una specie di artificio, un po’ di belletto. Io mi ritengo parte delle importazioni, quei pezzi spaiati e striduli che stanno in uno sgabuzzino tra i servizi di porcella abbinati.» (Elizabeth Hardwick, “Notti insonni”, trad. Claudia Durastanti, Blackie edizioni)

Viaggio notturno che, pur avendo “la forza del flutto di fondo e dell’andirivieni”, come dice la sua traduttrice nella postfazione, rapisce, senza risucchiare, lungo un movimento che, colto, regala la stabilità tutta femminile degli ingressi notturni alle deviazioni e dei passaggi bui tra i resti franati di un lontano ricordo. Un equilibrio che ha il sapore dell’esperienza di Simone De Beauvoir e una parte dell’attenzione introspettiva di Annie Ernaux dentro una lingua frenata nel “punto di fuga”, dove la verità si bagna, e fortemente connotata dalla lucidità “brilla” con cui ogni inferno è attraversato, capovolto e donato a tutte quelle donne che ancora non si sanno.

Alle donne che si cercano, agli uomini che le cercano.

Come non scriverne?

#endecascivoli, atto primo.

«Mi raccontò il veleno che lo aveva portato in strada, una delusione d’amore, mi disse che il resto era poca cosa, non gli andava più di insegnare a scuola, che col cuore che gli era stato rubato, imbustato e gettato per strada, mangiato dai gatti e dai gabbiani, non vedeva il domani.» (Patrizio Zurru, #endecascivoli, Miraggi edizioni)

Iniziamo così, con un primo anticipo illustrato, indotto dall’autore che, al principio di ciascuno dei 65 racconti, lascia spazio alla fantasia del lettore in un apposito riquadro, il viaggio dentro “Endecascivoli”. Leggera e libera, sincera e schietta, la raccolta di Zurru sarà con noi a breve. Intanto, Mork incomincia a interpretarne qualche tessera.

#endecascivoli, atto I, Mork (Antonio Peluso)

Mare in vista: prossimamente su Ork.

«Per essere precisi parlo di tre viaggi, che mai possono diventare uno solo: in primo luogo il sogno del viaggio, in secondo luogo il viaggio reale e in terzo luogo il loro racconto. In sintesi: avere un sogno è una cosa, riesaminare l’immaginazione sulla scorta della realtà un’altra. Lo sforzo maggiore è tuttavia richiesto da un terzo elemento, ritrasformare la realtà, dunque un viaggio che è stato intrapreso, nel sogno del viaggio, in un testo che con il viaggio stesso non ha quasi più niente a che fare, ma che senza di esso non sarebbe mai nato.» (Felicitas Hoppe, “Pigafetta”, Del Vecchio editore)


Libro che rischia di sfuggire all’attenzione di molti e che è una non stereotipata occasione di riflessione sul rapporto tra realtà e immaginazione, sulla complessità del processo creativo, sul potere immaginifico che si radica alla Storia quel tanto che basta per non cadere nell’accusa di falsità gratuita. Scrittura che si articola generando un livello di sorpresa quantomeno pari al pensiero che dietro ininterrottamente crea. Rarità. Presto su Ork.

Fifty-fifty: l’instabile su Ork.

Sinigaglia ha sempre saputo mantenere fedeltà assoluta all’idea che cambiare sia garanzia di persistenza nel tempo dell’unione civile con i suoi lettori. Cambiare senza rinnegare se stessi, un’idea di divertimento e di gioco colto che muove e spinge verso un punto dell’orizzonte prima invisibile al nostro sguardo disattento. Tutti i suoi libri hanno questo dalla loro: esplorano un dubbio, una fragilità, una crepa, indagano le verità rivelate dal loro punto opposto o decaduto, portandoci un passo oltre le nostre misere certezze. Lo fa anche ora con questa ultima creatura da domani in libreria. Lo fa con “Fifty-fifty”, lo fa con il supporto prezioso di Terrarossa. E non si ripete. Anche perché il lettore pare sfidato molto di più che in altri suoi testi. Non c’è una crisi del romanzo, non c’è una morte alle spalle e una ricerca di senso, non c’è un inganno e un’invenzione linguistica a farne da traino: c’è un gioco di relazioni, l’attesa e il desiderio, il senso instabile degli amori. Una voce divertita che, a tratti, indugia su se stessa sfidando il lettore alla ricerca di un motivo sotteso che, trovato, a ritroso investe quello che è stato. Scritto e vissuto.

Dateci il tempo che merita e lo porteremo qui.