L’infinito: storia di una ricerca da Marinetti a Sabo.

Esistono un paio di modi per evitare che la letteratura vada in altra direzione rispetto a quanto sta accadendo a livello planetario. Uno è quello di occuparsene direttamente attraverso la produzione saggistica e lo sviluppo conseguenziale di una serie di riflessioni che ci aiutino a capire non solo il tratto compiuto dal punto in cui abbiamo perduto l’umanità votando le nostre esistenze alle tecnologie, al progresso, all’innovazione spinta all’ennesima potenza fino ad oggi, ma anche quello che ci attende e il margine di intervento che abbiamo sul futuro. L’altro è quello di generare un universo di possibilità prospettiche capace di sostanziare l’immaginario collettivo che funga da stimolo al movimento, inesistente, attuale. Perché questa seconda accezione del potere di intervento letterario sia parte attiva della storia del nostro presente, il libro, romanzo o racconto che sia, deve assolutamente privarsi di ogni forma di personalismo e accedere a uno spazio più ampio. Quanto più si sceglierà una storia particolareggiata e intima, tanto maggiore sarà la difficoltà di riuscire perché sarà inevitabilmente e umanamente forte la tentazione di cedere non solo all’illusione di eternità offerta dalla pagina scritta, ma anche all’idea che una frattura possa, più o meno perfettamente, ricomporsi nel processo creativo che assurge a risposta ideale a una sorta di bisogno di “salvezza”. Ora è in quest’ultimo punto, nell’esigerlo, che il meccanismo spesso si inceppa.

Le due storie che portiamo oggi su Ork questo rischio lo hanno, in qualche modo, corso, ma ne sono uscite illese, non solo per la capacità dei loro autori di dribblare il nemico rappresentato dall’Ego, ma anche per la conoscenza che devono avere di sé a tal punto da non sfondare mai il margine entro cui sanno di potersi muovere, tracciandovi all’interno delle coordinate dal sapore ampio in cui l’universalità accede al terreno del singolo rendendolo primo punto di un’induzione da legge collettiva e, forse, generale in cui dare vigore a una sorta di Resistenza letteraria. Non stupisca l’accostamento: Ork è abituato alle combinazioni insospettabili. Cristò e il suo “Uno su infinito” (TerraRossa edizioni) e Oto Horvat con il suo “Sabo si è fermato” (traduzione di Ljiljana Banjanin, Stilo editrice) traducono in atto sostanziale l’opportunità di parlare a questo tempo attraverso, nel primo caso, l’inserimento dell’assurdo che, proprio perché tale, sfida il reale e lo identifica mandando a monte ogni calcolo razionalistico di controllo e dominio sulle vite e sul sistema di cui facciamo parte e, nel secondo caso, attraverso uno spirito di ricerca che, incessante, invade il romanzo fino all’ultima pagina, nel tentativo, in apparenza fallito, di trasformazione di una vicenda di dolore estremo.

Semplice puzzle dalle tessere perfette o quasi, che spiazza per principio di partenza e suoi inimmaginabili effetti, oltre che nel prosieguo, il romanzo di Cristò sceglie di affrontare l’enigma della casualità attraverso la fallibilità umana che scarta l’assurdo per poi trovarsene vittima. Lo fa lasciando che il movimento della storia si origini dall’idea di una lotteria in cui a ciascun partecipante viene dato il potere di sfidare l’improbabile puntando su un numero che sia da zero a infinito. Idea di base che non solo invita il singolo a preservare quel proprio margine di sogno che dalla vincita potrebbe assumere le fattezze di una mancanza colmata, nei limiti in cui il sogno è fatto di oggetti, bisogni fisici, urgenze concrete, ma anche riflessione sul valore evolutivo della specie umana che, fedele agli scarti materici di un lontano sogno, torna indietro non solo nella polverizzazione degli ideali. Recita un passaggio: “È un caso di studio interessante che proprio nel momento in cui la digitalizzazione delle comunicazioni stava diventando una realtà, nel momento in cui la gente cominciava ad abituarsi a pagare le bollette della luce su Internet, spopolasse un gioco per cui era necessario spedire fisicamente la scommessa”.

Le prospettive dell’idea e di ciò che ne segue sono più di una, perché l’autore sceglie di seguirne lo sviluppo attraverso lo sguardo di una molteplicità di soggetti, tutti, più o meno direttamente, coinvolti dal gioco, perché giocatori, perché registi, filosofi, sociologi, giornalisti…L’idea diventa un fenomeno di massa, da studiare, indagare, vivere, varca i confini locali, investe il mondo televisivo, le vite di cittadini sparsi per il globo che, in un’alternanza oraria capace di mettere d’accordo tutti, rimangono in trepidante attesa dei giochi della sorte. L’idea diventa il mistero da decifrare, l’enigma da sfidare. E non solo per il principio su cui si regge l’impianto della lotteria, ma anche perché esso si va ad articolare su un ulteriore punto oscuro che, insospettabilmente, tutti accettano senza chiederne approfondimenti, quasi una verità assoluta necessariamente associata al fascino del gioco. Nessuno sa come avvenga l’estrazione del numero e nessuno indaga alla ricerca di un’eventuale truffa. Gli Stati non stanno a guardare, se ne appropriano in parte, ma alla gestione pubblica non si accompagna l’esigenza di chiarezza, l’urgenza di garanzia di legalità, quasi andasse bene al sistema procedere nel buio, senza norme solide, senza limiti, pur di lasciare ciascuno immerso nella miseria degli scarti di un sogno. Il privato trova nell’imponderabile, seppure rivolto alla materialità dei bisogni, il senso di una vitalità che è, per quanto mortificata dall’assenza di ideali, la sfida all’ordinario, al certo, al programmato, al piano razionalistico delle cose, mentre il Pubblico, quasi una grande madre, avalla la dipendenza nutrendosi della compulsione dei suoi figli in una logica di incastri e blob inglobanti in cui le identità si smarriscono. Non tutte, però.

“2 + 2 = 5”, tempera su carta, Mork.

Tra le prospettive che avanzano e si alternano nel prosieguo del testo di Cristò, una sembrerebbe emergere dal fondo variegato del nulla o della confusione: è la vita di Bruno Marinetti, il creatore della lotteria, colui che rompe gli argini delle certezze tecnologiche e regala alla collettività l’ebbrezza dell’incognito. Probabilmente il vero latore di un sogno. Il frutto di una congiunzione di quelle che non aiutano, dove un padre “sindacalista e combattente” guarda la televisione, la madre, incapace di gesti amorevoli, dice alla sorella di fare qualcosa e la sorella, in un autismo che la difende dall’incomunicabilità del mondo e dal deserto affettivo familiare, non risponde, e dove il bisogno di dialogo non trova alcuno sbocco e la mancanza d’amore genera un desiderio che è un raffinato progetto di rivoluzione dei sistemi politico-economici di cui siamo vittime felici, dentro cui riservare un posto speciale a chi, come la sorella, contatta, dai piani più alti, l’infinito, quasi ci dialoga (“Però avevo l’impressione che il suo silenzio immobile, anzi, la sua silenziosa immobilità fosse dovuta alla contemplazione continua di quell’infinito che io potevo solo accarezzare e che invece lei riusciva ad afferrare.”), lo traduce in numeri e offre al fratello la base ideologica di una sfida non alla sorte, ma al genere umano involutosi. L’intera vicenda non vuole essere altro che, come dice bene il medico che introduce la storia, una celebrazione dell’ostinata tendenza da parte dell’essere umano di porre in essere dei comportamenti irrazionali generati esattamente dal bisogno di capire, dalla complessità del nostro cervello che non si ferma al rigore razionalistico della scienza, ma la scavalca, generando il paradosso, la religione, l’infinito. L’illusione di inseguire ancora un sogno possibile in chi ha lasciato che andassero perduti per sempre ideali e valori.

Si muove tra smarrimento, ricordo e urgenza di senso il romanzo di Oto Horvat, portato recentemente in Italia da Stilo editrice. E interrogandosi sulla presunta propria centralità, si pone anch’esso nell’illimitato infinito di cui restituisce lo sgomento. Lo fa in un’ottica poetica che avvicina i due testi che abbiamo scelto oggi, sebbene la voce del primo si radichi in una ricerca di giustizia, umana e sociale, in una possibile ricomposizione degli squilibri del mondo e di quelli affettivi che ci riservano i nuclei familiari, seppur disattesa dalla potenza dell’imponderabile che sfugge a ogni proposito di dominio, mentre quella del secondo è un urlo disperato che si alimenta della irreversibilità della morte della donna amata che traduce la sua sopravvivenza in una reiterazione colposa, se non addirittura dolosa, di un tradimento. Etimologicamente una consegna ai nemici, qui un resistere alla vita, quasi ostile all’amore, conseguenziale alla perdita di chi ce ne restituiva il senso e la ricerca senza sosta di una collocazione, e fisica e metafisica, del luogo della fine in cui sapere di confluire, in cui ritrovarsi. Come reiterare il ricordo dell’amata senza cedere allo smarrimento e al dolore che ad esso si accompagna? In che modo concepire il primo senza gli annessi insostituibili se non come un lasciarla andare e, con essa, un abbandono di un pezzo di storia e di sé che con quel flusso triste hanno finito per identificarsi?

Nostalgica e frantumata, la voce di Horvat richiama alla mente la letteratura russa, costruisce una rappresentazione che, pur nella disgregazione del proprio intimo, ha la solidità di certi paesaggi dell’Est, ancorandosi alla terra e alle abitudini contadine, ai ricordi di infanzia e ai viaggi mancati del padre, con la cui valigia si apre il romanzo, quasi un anticipo del vagabondaggio a cui è ancora condannato il narratore, oltre che il raccordo puntuale e sagomato tra il passato e il futuro impossibile da immaginare se non come prosecuzione martirizzante di un’assenza. A generare l’insolita, ma perfetta piattaforma delle coordinate temporali in cui il romanzo si staglia, senza che si generi confusione e con un perfetto orientamento del lettore che sa di dovere percorrere gli spazi illogici del cuore, non sono solo il viaggio, il nucleo familiare, i padri, l’amore, ma anche la fine: la scoperta della morte, l’inaccettabilità della medesima, l’incomprensione verso un mondo che va verso la fine per fisiologica struttura e non se ne chiede il motivo. Mangia, dorme, lavora. E, in fondo, la fine. Cosa si salva, allora, se tutto è perduto, se la bellezza della rievocazione delle abitudini di un tempo finito ha la tristezza del ricordo che la isola fuori dal presente? Resta, pare suggerirci Horvat, la dignità della funzione letteraria: “Un’opera riesce a condizione che sia stata ricostituita l’armonia perduta del mondo, tutto il resto è soltanto vanità”. Ora, pur spogliandosi la voce poetica di ogni sovrastruttura connessa con la celebrazione dell’Io che l’illusione di eternità del testo letterario solletica e sollecita in qualche modo, resiste indomita all’idea di fondo che un dolore possa assurgere a storia universale e raccontare non uno, ma un’infinità di smarrimenti, possa stratificarsi in più tempi, balzare da un angolo all’altro delle storie del mondo e generare un movimento che dentro le pagine si arresta, assume le sembianze di un’ombra illuminata, di un recupero, di una coscienza, di un verso che rapisce, di una prosa che sancisca il potenziale epico dei nostri fallimenti.

Mindy

“Uno su infinito”: viaggio sospeso tra matematica e poesia. Prossimamente su Ork.

«Semplificando, io credo che comportamenti apparentemente inutili e irrazionali, come dare al mio gatto il nome Moebius in omaggio a Bruno Marinetti, riprendere a portare fiori rossi sulla tomba di suo padre come faceva segretamente mio nonno o scommettere denaro su una lotteria infinita, siano la manifestazione di una complessità di pensiero che è stata la mutazione (o complesso di mutazioni, certo!) decisiva per la comparsa del genere umano sulla terra. In altre parole, sono convinto che il dato caratteristico dell’essere umano sia da cercare nei comportamenti irrazionali perché sono generati proprio dal nostro pensiero razionale e dal nostro bisogno innato di capire. La complessità del nostro cervello ci porta, insomma, a spingere il pensiero razionale alle estreme conseguenze e a concepire il paradosso, la religione, l’infinito.» (Cristò, “Uno su infinito”, Terrarossa Edizioni)

C’è sempre un altro modo di concepire le cose: l’altro, più trascurato, lato che ci preserva “integri” fino alla fine del sogno, quando hai l’esatta immateriale percezione di essere stato parte di un gioco dalle regole certe e dagli esiti insospettabili solo nella misura in cui ne hai smarrito la calda distanza che è, forse, l’unico nucleo del nostro passaggio.

Sorprendersi ancora in un pomeriggio in cui avanza la luce invernale. E cercare le parole per raccontarlo, questo viaggio matematico e poetico.

Petra e Paolo ovvero la ricerca della verità.

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Riprendiamo a scrivere, lo facciamo dopo una breve interruzione, legata anche alla fatica di riprendere i ritmi di una presunta normalità che oramai non ci appartiene più. E non solo per la nostra congenita stranezza, ma perché qualcosa dentro si è incrinato e riportarlo allo stato pregresso sarebbe solo illudersi di potere tornare indietro, facendo finta che nulla sia accaduto, mentre dentro i piani dell’esistenza hanno cambiato definitivamente posizione e l’unica cosa sensata che si possa fare, quando la vita è ben oltre i suoi esordi, è imparare l’arte della riparazione, guardarne le crepe, il crollo, cercare, di quei piani, una nuova destinazione in un ordine di priorità mutato per sempre. In fondo, è questo lo sguardo del libro che oggi ospitiamo in questa terra aliena e fuori dal mondo, è la voce malinconica e gentile di Cristò che con “La meravigliosa lampada di Paolo Lunare”, edito da TerraRossa, prosegue un percorso iniziato con il precedente “Restiamo così quando ve ne andate”, a cui Ork aveva riservato uno spazio speciale, quello dei libri che non si impongono per alterigia di stile o per marcatura ad uomo del lettore, quelli di chi, narrandoti una storia, ti si siede accanto e, prima che tu te ne accorga, ti ha posto sulle spalle la mano che servirà a contenere tutto ciò che la narrazione sarà stata capace di sciogliere, quel pantano emotivo dove stanno i sogni dispersi, gli amori lasciati andare, le amicizie finite, la vita che va e non si arresta, mentre tu rimani ancorato a un cenno, a un ricordo, a un dettaglio in cui esplode la forza di ciò che è stato e ne rimani vittima affascinata. Senza colpa in capo a nessuno, senza responsabili, un concatenarsi di reati senza colpevole perché le norme poste non sono alla portata della generalità e la vita si configura come un gioco dalle regole impossibili per chi conosce la fragilità dei sentimenti e non ci rinuncia.

Ora, se questo è stato il filo conduttore delle due creature di Cristò, non possiamo esimerci dal dire che l’ultimo, nonostante il precedente ci avesse dato un senso di maggiore compiutezza, mette sul tavolo più carte di quanto non appaia a una prima lettura. È un po’ la cifra di questo autore che fa della semplicità la veste di ingresso del suo mondo, ma anche una intelligente copertura a tutta la sua profondità non solo tematica, ma anche emotiva. Potremmo dire che il contenimento del pantano è rimedio pubblicamente offerto alle note struggenti con cui talvolta cede a quella ricchezza, ma anche ammissibile forma in cui riconoscersi fragile quel tanto che basta a non cadere nella banalità del sentire, condizione diffusa e principio di scarto dal flusso di vita che, invece, qui scorre prepotente sotto le paure e le menzogne.

E, infatti, è proprio la menzogna, parallelamente al timore, a farsi progressivamente strada fino ad occupare un posto, quantomeno apparente, di rilievo nella storia nella sua generalità e nella struttura medesima dove il tema della luce introduce non casualmente le parti di cui si compone il romanzo: una menzogna che consiste talvolta nella distorsione di ciò che è vero, talvolta nell’omettere un pezzo del puzzle complessivo che si traduce in una visione presuntivamente accettabile della realtà da parte della “vittima” nell’ottica dell’ingannatore. Un luogo mefitico camuffato da paradiso. Si legge in un passaggio emblematico del romanzo: “che l’inferno in fondo fosse rimanere ancorati per sempre alle cose non dette in vita, agli imbrogli perpetrati, alle bugie seminate?”.

Il punto è esattamente questo: ciascuno offre all’altro la parte di realtà che ritiene di potere concedere, ma nell’omettere o nel distorcere non protegge l’altro, preserva se stesso dall’obbligo di affrontarsi. Come se nascondere fosse negare e negare fosse la concreta cancellazione di una porzione della verità, come se bastasse non rendere in forma verbale l’integrità della realtà per essere certi che non esista, che non sia mai esistita quella realtà che porta con sé l’inevitabilità delle scie dolorose dei processi di crescita, come se fosse possibile lasciare i fantasmi in una terra lontana e irraggiungibile se non in prossimità di morte per essere tranquilli, costruire qualcosa, andare avanti. Ma qui i fantasmi travalicano i confini e giungono a disturbare la calca di menzogne con cui proviamo a raccontarcela prima che il dramma piombi sulle nostre teste e ci imponga un cambio di rotta. Sono quelli che Paolo riesce a distinguere attraverso una torcia straordinaria, speciale e magica, che egli stesso crea, insolito omaggio alla donna, amata e sposata, per il loro anniversario, mediante un recupero: una lampada tra i rifiuti da trasformare, a cui ridare nuova vita e, soprattutto, una luce diversa, quell’indispensabilità del sole che Petra aveva cercato e che le era stata negata dal buio confortante e disperato delle finestre della sua casa familiare, chiuse da una madre incapace di reggerne l’impatto. È il sole che Paolo vuole regalare a Petra e, nell’atto creativo, è la casualità dello schema numerico che ne genera l’alchimia, ché la ragione non sempre serve, come diceva qualcuno, “il sudoku che, nella sua variante elettrica, scombina la quadratura della sua vita”, è la coscienza della fragilità delle cose terrene a cui rimediare, nonostante l’inquietudine imposta dalla legge della caducità, che ne indirizza lo spirito del medesimo processo.

“Per questo, con la torcia accesa nella mano destra, Paolo sentiva inconsciamente il senso della fine di un ciclo, di una stagione, proprio mentre poteva osservare con i propri occhi il ripetersi ossessivo della vita nella morte e cominciava a nutrire il timore che tutto fosse immobile e immutabile”: recita così un altro significativo passaggio del romanzo e prelude significativamente al valore dell’oggetto del titolo rispetto all’andamento della narrazione.

Caduta delle luci - La meravigliosa lampada di Paolo Lunare
“Caduta delle luci”, pastello su carta, Mork.

L’invenzione di Paolo è il motore della storia, è ciò che mette in movimento la fissità dentro cui Paolo e Petra si sono arenati da tempo, quella serenità, compiaciuta e necessaria all’ordine estetico e pubblico delle cose, ma lontana dal flusso delle stesse che pure sotto continua a lavorare, incrementando il solco del fondo, ingravidandolo, con la complicità, quasi femminile, di una lampada che non rivela la superficie della realtà, ma maternamente scava, come la luna di notte, dentro i segreti dei propri figli e rivela le verità nascoste, celate, distorte. In fondo, la lampada su questo agirà: sulle origini dell’uno e dell’altra, e se l’una recupererà un pezzo, l’altro farà i conti con la sua mancanza. La verità, frutto di un prodigio che chiama a raccolta i fantasmi del nostro passato, separa perché differenzia, regala all’una l’illusione benefica di un’interezza mai provata e scoperchia l’altro delle sue certezze, lo rende naufrago di uno strappo di radici di sangue in cui c’è troppo dolore per accettare la mano dell’altra. C’è un orgoglio ferito, il vuoto, la fine delle cose che incombe con la sua greve forza sui resti di un amore troppo piccoli ora perché possano muoversi, danzare al vento, ricomporsi nelle forme di un figlio e di un futuro che verrà.

Nei giorni scorsi ho pensato molto a questo libro, in origine avevo creduto fosse necessario sostenerlo con l’ausilio di un altro, una raccolta di racconti di fragilità e imperfezioni di un Sud America dentro cui, talvolta, ci piace crogiolarci, poi mi sono accorta che il libro aveva la struttura necessaria per ritagliarsi il suo posto da solo qui, una dignità che non necessitava di altro che non fosse l’ascolto della voce di Paolo e di tutti quelli che lasciano il cuore dentro il passato fino a morire, non necessariamente in senso organico.

Non solo. Ho pensato che la chiave di lettura fosse e sia una soltanto: le cose belle perse, per incuria, per trascuratezza, perché non ci crediamo abbastanza, perché non ce ne riteniamo degni, perché abbiamo troppo male, per orgoglio, perché siamo uomini e donne e le cose ci sfuggono di mano per legge naturale, forse anche per menzogna. Eppure io ho l’impressione che la menzogna, adesso che sono giunta alla fine, sia solo la copertura, un telo sopra gli angoli lasciati scoperti dalla irragionevolezza, talvolta brutale, della vita. In fondo, la conferma che questo autore sia oltre le ordinarie aspettative, nel punto di sovversione o nell’incrinatura malinconica. In ogni caso, nella mano sulla spalla che ora è qui.

Mindy

Francesco, Mork, Mindy e i sogni di un’intera generazione.

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“…Forse è proprio questo il problema: poter essere tutto e non essere quasi niente, è questo che mi sfinisce anche mentre dormo, che mi fa svegliare più stanco di quando ho chiuso gli occhi…”.

Risuona nitida, come i rintocchi delle ore in un noto film di Buñuel, la confessione letteraria di Francesco, protagonista del romanzo “Restiamo così quando ve ne andate”, edito da TerraRossa Edizioni che mostra, ancora una volta, coraggio e voglia di sperimentare in un clima generale editoriale in linea con il fermo immagine estivo.

Risuona nitida in queste mattine, in cui l’aria si fa pesante anche al risveglio, in questo clima torrido che genera ansia nell’urgenza di un cambiamento, che sia non solo climatico, ma anche un desiderio, celato nel torpore delle cose intorno, di abbandonare fardelli, incubi, ingombri di un passato più o meno recente, tutta quella zavorra che è stata lì a intralciare i sogni, salvo poi chiedersi perché non siamo stati capaci di lasciare gli ormeggi per tempo, inchiodati a un’Itaca che è rimasta troppo a lungo un’origine solo potenziale, un anfratto materno di simbiotiche esistenze, una voragine di ricordi in cui sciogliersi felicemente in un’idea di infanzia che è verginità, purezza, candore, lontananza dalla vita, amore negato, eppure cercato, quasi fosse impossibile essere fuori di lì.

Al risveglio le parole di Cristò ci dicono qualcosa, ci raccontano evidentemente una storia che conosciamo in tanti, forse quella di un’intera generazione, forse quella di chi combatte in ogni tempo tra necessità, ruoli, buonsenso, radicamenti a terra, stipendio a fine mese, moniti paterni e un tempo chiuso alla possibilità di disattenderli, quei severi richiami alla vita adulta e alle sue responsabilità, e quell’altra storia appassionata, di istinti, di talenti, di voci di dentro che spingono in una terra fuori da ogni orizzonte fisico umano, dove siamo, quasi naufraghiamo nel piacere di un’appartenenza che non è possesso, ma coscienza di essere in una libertà che è lì, in quel sogno che è nostro e in cui noi siamo per lui, quella storia sempre saputa, talmente vicina da non poterla riservare al cielo stellato di una notte di San Lorenzo, quella per cui abbiamo perso, ci siamo coperti di ridicolo, abbiamo sollecitato attenzioni, bussato a mille porte, scritto, pianto, abbiamo urlato l’urgenza di un ascolto, preteso accoglienza. Quella storia sognata per cui abbiamo vissuto.

Sappiamo da fonti certe che questo romanzo ha rischiato di non essere pubblicato ed io mi chiedo chi, senza questo libro, avrebbe saputo dirla così bene la mia condizione di nullità, in queste mattine di immobilismo ansioso, dietro pile di libri che in uno schizofrenico paesaggio casalingo narrano le storie più strane, ci fanno naufragare in cerca di bellezza, salvo, poi, calare l’ancora in quelle alternanze che celano diritti e ratio, norme giuridiche, ricerche di senso, schemi lineari di una componente umana che muove a terra e lì si ferma, lasciando alla Giustizia l’aria dei voli pindarici.

Il merito della storia di Cristò non è solo la capacità di narrare una condizione condivisa o facilmente rintracciabile nel genere umano che è da sempre combattuto tra realismo in cui storicizzarsi e aspirazione verso l’alto, tra il desiderio e il rischio annesso di cedere al suo sacrificio in un risucchio verso la fine che è complotto contro se stessi.

Il suo merito è, dunque, ma non solo, nel nucleo essenziale di una vita come tante, eppure unica, quella di Francesco che lavora in un supermercato per gentile intervento paterno in un’alienazione che è nella qualità meccanicistica di un lavoro che non offre nulla, nessuna soddisfazione, nessun senso al tempo, a cui toglie lo spazio per il talento, la musica, quell’armonia negata dal bisogno di avere una tranquillità economica che, a fine mese, non faccia sprofondare nell’abisso di una perdita di “Sé” mascherato dal fumo con cui il protagonista si fa lucido osservatore di se stesso senza l’evidenza esposta della malinconica coscienza che pure è presente in tutte le confessioni di cui il romanzo si compone, in un lungo dialogo interiore che racchiude un universo squarciato, ferito, ma fortemente vitale in quella corporeità con cui rispondiamo al principio di morte con cui nasciamo.

“Restiamo così quando ve ne andate” è altro ancora. È la paura d’amare, la facile via di rinunciare a ciò a cui teniamo in un nichilismo che tutto annienta e che, laddove azzera, consente, salvo poi imbattersi nelle scelte risolutive dell’altro, di ripartire in un ciclo eterno, come il fumo che attraversa quasi tutte le pagine in una scia, in un onirico passaggio dove c’è spazio per le cose, gli oggetti che parlano, le case che restano, che assorbono gli odori, registrano le voci, accolgono, si traducono in pensiero, voce compartecipe delle vicende di chi le abita, si fanno portatori di storie in un tradimento continuo laddove l’abbandono è dietro l’angolo, certo come la chiusura di una storia, come la fine della vita.

Una confessione, un dialogo intimo raramente resiste alla lunghezza di un romanzo. Qui, accade questo miracolo. Ci siamo, ci siamo sempre, a fumare, a fare l’amore, ci siamo nello sconforto di quello che ci è toccato in sorte, nelle inutili ribellioni, nelle incapacità di chiudere un cerchio, nell’incompletezza di una vita che, fino a quando è tale, ci esonera dall’obbligo di vedere che ci siamo dentro da un po’ e rischiamo di finire monchi dei nostri desideri. Ci siamo nella conflittualità coi genitori, nella fragilità del raffronto con la compassione materna e in quella della perdita imminente di un padre.

Ci siamo nella commozione che, “a tradimento”, il libro genera.

Utopie nella realtà (penna su carta)
“Utopie nella realtà”, penna su carta, opera di Mork.

Nelle pagine finali, in cui Francesco torna, per vicissitudini varie, a casa, dai suoi, domina, seppure sapientemente celata in un sottotono che abbassa la tensione dell’intero libro, quella che sta dietro alla scia di fumo, dietro ai cannoni con cui sopravvivere alle assenze, domina, dicevamo, la malinconica coscienza di un tempo definitivamente perduto rispetto a cui il desiderio non ancora realizzato è “solo” l’occasione per trasformare quella coscienza in pianto legittimato, quantomeno in chi legge.

Se abbiamo scelto di distogliere l’attenzione dalle norme che di là ci attendono per un’impellente urgenza, vuol dire che questo libro merita un po’ del vostro tempo, vuol dire che ci è piaciuto, che siamo tornati “a casa” per lo spazio di una lettura che lascia traccia in queste mattine lente e ansiose, ferme come il cortile di Ork dove non si muove nulla e intorno la città si spopola, rapide come la nostra crescita, come la fuga rapida dei nostri padri, come la stanchezza delle nostre madri che abbiamo creduto potesse non esserci mai, come la porta che si chiude per sempre a un tempo finito, mentre ci aggrappiamo ancora a quello solo “sognato“, diceva Fossati, e “che bisognava solo sognare“.

Mindy

Restiamo così (?).

«[…] Forse è proprio questo il problema: poter essere tutto e non essere quasi niente, è questo che mi sfinisce anche mentre dormo, che mi fa svegliare più stanco di quando ho chiuso gli occhi […]». (Cristò, “Restiamo così quando ve ne andate”, TerraRossa edizioni)

Noi che, su Ork, come Francesco, in questo romanzo su cui torneremo a breve, ci dividiamo tra urgenze e desideri e per questo, talvolta, tardiamo nello scrivere.

Caos #1 (la voce del silenzio)
Caos #1, “La voce del silenzio”, matita e carboncino, opera di Mork.