Reimparare a guardare il mondo. Tra Luigi Ghirri e Gianluca Didino.

È di ieri la notizia della scomparsa di Tito Stagno, storico giornalista Rai, il cui racconto dell’allunaggio, nella notte tra il 20 e il 21 luglio del 1969, entrò nelle case degli italiani ad annunciare una rivoluzione, a dichiarare l’ingresso ufficiale in quella che lui stesso ebbe modo di definire “una stagione di entusiasmi, di coraggio, di desiderio di conoscenza che si rivelò poi troppo breve”. Per alcuni quell’evento segnò l’ineluttabilità di un destino. Fu così per Luigi Ghirri che, in molti dei passaggi e in alcune interviste raccolti all’interno del volume “Niente di antico sotto il sole” (Quodlibet), lo riporta quale insostituibile concausa della sua scelta di abbandonare la vita da geometra per intraprendere quella più rischiosa della fotografia all’interno della quale portare, però, l’aspetto della progettualità dove inserire le forme sfuggenti della passione. Così disse a Sergio Alebardi che gli chiedeva quale fosse il nesso tra lo sbarco sulla luna e la fotografia: “L’immagine della Terra vista da lassù mi fece un grande effetto: per la prima volta vedevamo il nostro pianeta dal di fuori, il duplicato della Terra, la rappresentazione della nostra storia. Tutti i film prodotti, le chiese costruite, tutti i libri scritti, i quadri, le foto, le persone: tutto era sintetizzato in quella foto, senza nulla di realmente intellegibile. Fu per me una spinta a percorrere i primi passi nel campo della fotografia”.

Dunque, da un canto “l’accumulazione istantanea sul significare del cambiamento di senso” che opera per merito della sovrapposizione di piani, quello del mondo fisico ritratto, quello dei simboli con cui accediamo al primo e, infine, quello percettivo dell’osservatore. Dall’altro, l’evidenza caotica di una realtà, lo specchio visibile di un momento che ne racchiude un’infinità di altri che lo hanno preceduto e che, pertanto, suggella non solo l’esistente presente, ma anche il passato, qualcosa che ne ha posto le basi, inducendo nell’osservatore l’attivazione di un processo di memoria (per ora chiamiamola impropriamente così) e, parallelamente, il desiderio di comprendere, quasi di portare ordine in un sistema disarticolato di elementi potenzialmente raggruppabili in categorie. Lo dice a suo modo anche Gianluca Didino, nel recente e-book dal titolo “Brucia, memoria”, edito da Einaudi, nella collana dei “Quanti”: “Nel tentativo di colmare la voragine lasciata aperta da quella fotografia non scattata cominciai a cercare di ricostruire le tappe del viaggio di ritorno da Barcellona. Pensavo che se l’avessi fatto, se fossi riuscito a metter insieme un percorso coerente, anche i ricordi sarebbero tornati al loro posto, producendo un racconto dotato di senso”.

“Memorie di infinito”, matita e carboncino su carta, Mork.

Qui un vuoto, l’assenza di un’immagine in grado di offrire un supporto alla memoria e, dunque, l’opportunità mancata di narrare la zona limbica di una vacanza che segnerà la fine di un tempo che racchiude le infinite possibilità dell’esistenza e il principio di qualcosa che ha il retrogusto amaro della vita adulta. L’indiretta constatazione, in entrambi, che lo sguardo intimo, ma rivolto all’esterno nella forma dell’immagine che ci viene restituita sia l’indispensabile presupposto di ogni processo di storicizzazione e di identificazione dell’individuo. È certamente una storia di perdita quella che Didino traccia nel suo testo, la storia di un passato doppiamente perduto nell’irrecuperabilità di quella restituzione visiva che offre lo spunto per il salto nel ricordo, ma è oltre, in un tentativo di oltrepassare la dimensione individuale e privata per consegnare ai lettori una riflessione più ampia che investe tutti e dalla singolarità del ricordo accede allo spazio collettivo della memoria. Ed è esattamente in questo punto che Didino e Ghirri, in qualche modo, incominciano a dialogare, laddove entrambi colgono gli effetti paradossali di un’epoca satura di immagini e quasi priva di memoria come la nostra, seppure nel riconoscimento del carattere profetico delle parole di Ghirri impiegate in un tempo di scarsa consapevolezza collettiva.

Non che oggi sia chiara a tutti quella che Didino chiama la “pervasività dei media digitali”, ma è di certo più facile accedere, con adeguata selezione, a contenuti che pongono l’attenzione del lettore sull’urgenza creativa di un immaginario, umano e narrativo, attualmente inesistente e premessa congeniale alla probabile verificazione di una risolutoria fine del mondo. Più facile precipitare nell’abisso, piuttosto che responsabilizzarsi sulla scia di un desiderio sostenuto dall’immagine di quello che ancora non c’è. Siamo, però, troppo sollecitati visivamente per riuscire a scorgere la meraviglia che il mondo è ancora in grado di regalarci. Scientificamente, dice Ghirri, il grado di visibilità del pianeta è diminuito: non solo non vediamo molto più in là di noi, perché eccessivamente presi dal nostro reticolato di problemi e interessi, dentro cui l’altro ha accesso solo in forma virtuale, ma anche conseguentemente l’orizzonte si è avvicinato a noi, cioè quello che non riusciamo a scorgere non esiste perché non siamo più capaci di vederlo né di immaginarlo. Recita un passaggio: “Le categorie dello stupore e dell’incanto sono ben lontane da noi, che non siamo bambini in un mondo che si definisce vecchio, ma non sono totalmente sopite e disperse. Forse è sufficiente riprendere a praticare strade meno consumate e tracciarne di nuove”. Come in concreto ciò debba svilupparsi, cioè cosa debba guidare in questa ricerca è quesito di estrema importanza per il procedere della nostra riflessione e Ghirri, più che Didino che si ferma a un’attenta osservazione dello stato delle cose e al tentativo di individuare un momento storico in cui la pervasività di cui sopra è diventata lo standard (“Non lo so, ma deve essere capitato da qualche parte durante il passaggio che ha portato la mia generazione dall’adolescenza alla vita adulta”), più volte si appella a uno stato di necessità, intendendo con ciò la novità del rapporto dialettico che l’autore è in grado di porre con l’esterno e a cui seguono nuove strade, concetti, idee (fotografia come “grande avventura del pensiero e dello sguardo”), ma anche alla fuga da una sorta di “colonizzazione del nostro vivere, che vuole confinare tutto quello che «non è di moda» in una provincia che non è quella dell’uomo e dello spazio, ma che è quella del tempo”.

“Colonizzare il tempo”, conformarlo a un sistema di apprezzamento generalizzato per cui non conta o non vale ciò che “non è metropolitano, spettacolare, levigato, tecnologico, economico”, è la base della negazione della dimensione dialettica del confronto attraverso cui può sorgere il nuovo o, quantomeno, la capacità di scorgerlo. Ora se Ghirri declina il processo in termini qualitativi, cioè in una forma inerente a un sistema di valori che si impone come preminente, Didino ce ne suggerisce una chiave quantitativa, laddove il nostro tempo è assorbito, “impegnato”, “saturato” dalla pervasività dei media che hanno annullato “le zone grigie di assopimento e torpore”, cancellando il valore creativo della noia, la percezione della mancanza e lo slancio del desiderio. Seguire la via proposta da Luigi Ghirri comporta il recupero del rapporto con l’altro che il sistema ha oramai escluso se non nella forma virtuale della condivisione e dell’apposizione di una reazione simbolica, poiché, laddove la fotografia restituisce un’immagine dialettica, essa sarà in grado di comunicare all’altro il nostro stupore con conseguente effetto domino su chi la osserverà con una diversificazione delle percezioni soggettive, senza affannose ricerche di oggetti posti sotto gli occhi di tutti e il cui moltiplicarsi è logica consumistica applicata anche all’arte. Ed è l’altro che torna anche nel testo di Didino perché il percorso che compie attraverso il testo vuole essere, così parrebbe, prima ancora che una riflessione, intima e generale, sull’assenza di una memoria in grado di collocare il ricordo dentro i parametri di una logica precisa (direbbe Ghirri, “non l’immagine-ricordo, ma il ricordo di una immagine, di una percezione”), un inevitabile tentativo di fare della narrazione un sostituto di quella fotografia che, forse, se ci fosse stata, avrebbe cambiato le sorti sue e dell’amico, l’opportunità, vanificata dal riscontro di pezzi mancanti, di colmare le lacune di una storia, ma anche l’affaccio timido e nostalgico, malinconico e inevitabilmente impreciso alla dimensione narratologica nei vuoti della memoria. Dice della malinconia Ghirri: “La malinconia è il cartello indicatore di una geografia cancellata, ed è probabilmente il sentimento della distanza che ci separa da un possibile mondo semplice”. Non è, forse, l’umore prevalente che Didino ci trasmette nella restituzione di un mondo sepolto, unitamente a tutto quello che è mancato nell’esperienza personale di un viaggio? Non è, il suo, un modo di riprodurre verbalmente e dialetticamente, nel confronto con quello che non c’è più, emblema di semplice linearità di vite e logiche che si incrociano prima del risucchio globale nella vita adulta e in un sistema asfittico di civiltà, la complessità di un mondo dove più informazioni si producono e più esso risulta incomprensibile? Lo aveva detto Ghirri in uno scritto nel 1987, che tutta la fantascienza si è avverata senza che nessuno se ne sia accorto e potendo in questa categoria introdurre tutta quella strana e non facilmente comprensibile verificazione di eventi in cui si è tradotta la nostra quotidianità storicizzata.

Ora, se la fotografia è un tentativo di comprendere il mondo, nascendo da una domanda, è nel margine ambiguo, in quello che insoluto lascia alla percezione dell’osservatore, che risiede l’origine dello stupore, la bellezza di un disvelamento mancato, il margine di una prossima avventura, il piano spostato dell’orizzonte imposto dai social. Come può, allora, il mondo esterno diventare da complesso a inesauribile, cioè come lasciare che la volontà di comprensione si traduca in riconoscimento di un limite a dispetto di qualcosa che ci sovrasta nell’ottica del recupero del senso della meraviglia in una ignoranza non colpevole, ma connaturata? Sembrerebbe questo il punto del nostro viaggio. Non solo. Se fotografare è, come sostiene Ghirri, la “coscienza del trovarsi sulla linea di confine tra conosciuto e ignoto”, essa appare il luogo di elezione in cui sviluppare i corollari della questione posta, anche nella forma di un viaggio senza immagini al seguito, dove al senso della perdita e alla malinconia si accompagna l’esperienza di curiosità verso un altrove, il nostro futuro desiderabile e immaginabile. Leggere poi nelle pagine di Didino un movimento in disarmonico equilibrio, quello di un’intera generazione o, forse, due, tra quello che è stato, carico della potenza e delle potenzialità dei sogni giovanili, il bisogno di fermarlo, rischiando di eternarlo epicamente, e ciò che sarà, in una visione che striscia, inciampa, zoppica, ma che non rinuncia a volgere in alto lo sguardo, e in quelle di Ghirri un flusso costantemente mosso dalla solida confluenza dei piani nella irriducibile forza del presente è probabilmente un’altra, ancora più enigmatica storia visionaria.

Mindy

Napoli e noi: da “Malacqua” alla felicità.

rak

E’ mattina anche su Ork.

Apro la finestra, c’è un po’ di sole e io ho bisogno di fare entrare luce nella stanza.

Ieri, un vento forte pareva volesse portarsi via la casa, come se in un soffio potessero volare via desideri e storie, sacrifici e speranze, ma per fortuna la Vita non funziona esattamente così.

Nell’aria fredda che ci ha restituito tutta la consistenza fisica dei nostri corpi, nel buio naturalmente anticipato di un pomeriggio di dicembre, io e Mork in giro per le strade fredde di Bologna, a calpestare ciottoli bianchi di sale o di grandine, abbiamo creduto per il tempo di una sera di essere Dorothy e lo Spaventapasseri, cercato le scarpette rosse e temuto di volare via.

Questa mattina, ritrovandomi e ritrovandolo ancora qui, ho pensato che avesse un suo senso tornare a Terra tra acqua e ricerca di senso, tra fuoco e desideri, tra paure e voglia di vivere, in una connessione personale e neanche tanto aliena che da “Malacqua” arriva all’ “Arte della felicità” in un giro che è apocalisse e principio, buio e luce, acqua e fuoco, in un viaggio dentro Napoli e dentro di noi, secondo direzioni ostinate e contrarie ai tempi, quelle che Ork non cessa di seguire.

Avevo scoperto tempo fa il libro di Nicola Pugliese, pubblicato in origine da Einaudi (più di recente da Tullio Pironti), nonostante la ferma volontà dell’autore di non cedere ai consigli di Calvino che certamente non era l’uomo qualunque, ma, forse, non poteva da non napoletano comprendere lo spirito che si pone oltre il flusso del testo, quel flusso che si compone di pensieri lunghi, quasi un dispiegarsi ininterrotto della mente, di parole che stanno al loro posto in una dimensione semplice e ruvida dell’esistenza che cela tutto quello che sfugge, seppellito dalla pioggia che colma i vuoti della città partenopea in un tempo di quattro giorni che pare infinito.

Perché la storia è la quasi discorsiva, giornalistica narrazione di tutte quelle vite che Nicola Pugliese racconta nel diluvio dai contorni apocalittici di una città in attesa di qualcosa, un’attesa che è “malattia sfibrante progressiva, che afferra alla gola e stringe”, ma anche possibile preludio di una rinascita necessaria, di un risveglio, di un’opportunità, è la storia di chi cerca quello che ancora manca, di chi non si arrende al tempo che passa e ai turni di giovinezza che la vita impone ed esige, di chi ha ceduto alla fine di un sogno, d’amore o d’altro, di chi è perito sotto l’ostinata idea di un sud fatalista per cui non importa quello che è tuo e ciò che è mio, anche dal lato delle responsabilità, poiché, a ben guardare, ciò che “deve” accadere accade lo stesso, oltre ogni azione umana, in un fluire che si fa assenza di controllo, ma anche caos senza speranza attraverso le parole che provocatoriamente inducono a celare l’origine dei disastri, come se tutto dovesse essere ammesso nell’evidenza dell’ineluttabilità della fine delle cose (“E’ tutto inutile: siamo tutti in attesa che succeda qualcosa”).

E Napoli diventa città oltre ogni stereotipo, città buia, piena d’acqua, pioggia che scende, che ferma le auto, crea voragini e inghiotte la disperazione della gente comune, come se ciò che sta fuori rivelasse la tempesta emotiva di chi non la vive più per un’assuefazione all’ordinario andamento delle cose che si traduce in sconfitta e malattia e spaventa e toglie il respiro, quasi inducendo i suoi abitanti a riprendersi la loro parte di indignazione e di coscienza di essere attori agenti di un destino che è anche scelta e responsabilità.

E se giustizia manca, perché gli uomini tradiscono ciò che la società esige per continuare a essere, non ascoltano i bisogni di chi non ha nulla, calpestano i diritti di chi manca della materia prima e del prestigio che, oggi come ieri, ne garantiscono l’unica forma di rispetto, un’artefatta riverenza, una bambola nascosta nel palazzo del consiglio comunale urla lo scempio non solo della politica, ma delle vittime di essa, facendosi portatrice di una disperazione senza conforto e speranza, e il mare, fatto oggetto di divieto di balneazione e unica risorsa di parvenza immaginifica d’estate agli occhi di chi non ha gli strumenti per cercarsela altrove, la sua estate, raggiunge i bimbi di Montedidio e si schiera laddove gli uomini non sono più capaci di farlo, in una dimensione di salvezza riservata ai più piccoli e all’adolescente che, annichilita dal protagonismo manipolatore materno e rinfrancata dall’amore, fragile, paterno, si fa espressione pura di coscienza dell’inutile senso che gli adulti si affaticano a dare alle cose.

Insomma, la vita ostile alla poesia, nonostante il romanzo ne sia, in qualche modo, nell’intreccio con una realtà che pure denuncia, una celebrazione dietro le quinte.

E, in questo, “Malacqua” sfiora, fino a confondersi nell’apocalisse piovana, “L’arte della felicità”, graphic novel di produzione partenopea, cartone pluripremiato e poesia rara in tempi in cui parlare d’anima è tanto diffuso, quanto abusato e svuotato di senso in spicciole soluzioni di vita offerte a ogni angolo di strada.

Rak racconta della famiglia, delle origini, di due fratelli di sangue che si fanno anima unica perché si riconoscono oltre ogni forma sociale, narra di quello che gli altri si attendono da noi e della nostra fuga da noi, giustificata dall’illusoria convinzione di potere non finire, laddove non nasciamo, di come ci illudiamo di essere senza aspettative per non avere delusioni, del diritto ad amare, dei punti che congiungono noi, l’amore e le origini, laddove l’anima ci chiama e il senso delle cose finalmente torna.

“L’arte della felicità” è l’intimità imposta dal buio e dal diluvio, è la ricerca di sé e del proprio posto nel mondo, oltre il taxi con cui il protagonista lavora per comodo ripiego e oltre il quale ci sono i suoi sogni, è l’acqua che scroscia tanto da far perdere di identità chi sotto ci casca imponendogli una ricerca oltre le comode apparenze.

“L’arte della felicità” è un viaggio, è Ork, sono i suoi abitanti, è l’idea che arriva un punto in cui cedere a se stessi e quel punto è la felicità.

 

Mindy

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La libertà di cercarsi. Tra opposti.

E’ una strana giornata fitta di pensieri.

Ho tagliato i capelli molto corti, più del solito, e andando dall’analista mi sono declinata al maschile.

Fatica inutile, quella che compie un pezzo di me, per indurmi a credere che io sia ancora il maschio mancato in famiglia, se faccio i conti con la nudità di un volto dall’evidenza femminile che esplode, dal contorno cesellato, a ogni vetrina che compare sul mio cammino.

E’ una strana giornata in cui, come spesso mi capita, mi confronto con gli opposti sensi, con il maschile e con il femminile, con il mio desiderio che si fa forza nella distanza da quello dell’altro che mi avrebbe voluto diversa e che si fa paura nel rischio di incontrare colui che si ama e che non ti chiede di essere altro da quello che sei.

E’ una giornata di urgenze, mentre l’aria si fa tersa e spigolosa, prima dell’estate fredda dei morti, ed io rientro a casa decidendo di combinare una camomilla, regalatami da chi ne fa miracoloso rimedio a ogni dolore, a una commerciale tisana della sera.

Su Ork non si dorme molto ultimamente e i pensieri si affastellano, talvolta si confondono, nella notte, prima di vedere l’alba, quando il sonno ci coglie e i pensieri si diradano degradando dolcemente verso un dondolio materno mai esistito o ricordato male.

Apprendo della morte di un signore che per lungo tempo si è occupato di libri per una delle più note case editrici di questo Paese.

Qualche tempo fa, avevo iniziato a seguirne le vicende sui social media, complice la sua volontà di tenere una sorta di diario della sua malattia.

Mi colpiva la lucidità con cui raccontava della vita nella coscienza di essere alla fine: un post in particolare, completato da una foto che è un punto di vista, una fatica, una lontananza imminente e una malinconia, una finestra su Roma nella luce decadente di un’estate che contiene in sé il principio della fine, si fa sguardo di un uomo prossimo alla partenza, senza, poi, così tanta voglia di andarsene.

In quel post parlava di sonno chimico, come se in quel tardo pomeriggio fosse d’improvviso venuto alla luce, una luce malata e piena di dolore che, però, racchiudeva in sé la verità forte, nell’evidenza della precarietà che contiene, della giusta distanza con cui dovremmo imparare a vivere.

Non ho strumenti per continuare a parlare di quest’uomo, ho avuto solo l’onore di conoscere la realtà della casa editrice in cui ha lavorato attraverso la voce, intima e vicina al silenzio, nei racconti, scarni di parole, intervallati da sigarette e guizzi negli occhi stanchi, di un signore che in quella casa editrice ha avuto e ha un ruolo importante e che, in un’aula affrescata di uno storico palazzo bolognese, mi ha per qualche tempo reso partecipe di un mondo desiderato.

Allora, immagino la bellezza delle parole, le loro, tutte le volte in cui i due hanno discusso, si sono confrontati, hanno creato, generato, illuminato, o provato a farlo, la tristezza di un Paese che culturalmente si accartoccia su se stesso.

Posso solo provare a immaginare.

Ho scelto, a un certo punto, di non seguirlo più, mi sono raccontata che stavo invadendo, violando, non essendogli amica o conoscente.

La verità è altrove: è in quella malattia che ho conosciuto, è in quel decadimento fisico che rende irriconoscibile un padre a tal punto da fargli assumere le sembianze di un alieno, magro e dalle orecchie appuntite, è nella voglia di vivere che si affaccia quando tutto è perduto, è in mio padre che, nell’ultimo mese in ospedale, mi chiamava perché aveva bisogno di qualcosa che gli desse ancora la sensazione di esserci, che fosse un attivatore di sensi, un cibo o un profumo o solo la mia presenza, è nell’oncologa che lo ricorda per il coraggio di affrontare qualcosa che non voleva.

Ho un libro qui davanti, che parla di cambiamento e di vita.

Ne parlerò la prossima volta.

Lascio che la tristezza trovi il suo posto e, poi, il suo opposto, mentre sono ancora in viaggio.

Mindy

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Bivi. Dimenticare (?).

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Bivio.

Dare voce alla malattia dell’altro o fare parlare se stessi, salvarsi, trovarsi, collocarsi nel mondo.

Esco dalla mia seduta con un senso di inadeguatezza dentro che mi rende estranea al fermento di vita intorno.

Si approssima il fine settimana e, complice un ritorno tardivo e, quasi certamente ultimo, degli accenni dell’estate di questo anno bollente, Bologna è invasa da turisti.

Guide tedesche spiegano i ripieni dei tortellini di cioccolato che catturano lo stupore dello straniero ignaro anche di questa declinazione dolce di uno dei simboli della città felsinea, fiumi umani scorrono sotto i portici, mentre le teste si muovono da un verso all’altro dello sbocco sull’esterno, forse perché rapite dalla luce autunnale che riveste di caldo le tinte già dense di questa città.

Ho poco tempo da dedicare a loro, anche se un pezzo di cuore è nella coscienza di vivere in uno dei posti più belli al mondo, e guardo dentro, come spesso mi capita nei periodi di transizione, mentre, accortami di essere tra lunghe pile di libri, mi muovo in una dimensione che si fa mia e fuori da ogni spazio visibile ai più.

Mi passano volumi vari tra le mani, mentre una donna si interroga dal lato opposto della pila se sia il caso di cedere al suggerimento del libraio ed io mi chiedo se per lei questo affastellamento di carta abbia lo stesso valore che ha per me.

Se è vero che i libri parlano e ti scelgono, l’obnubilata dimensione è favorevole all’incontro surreale dove si fa prossima un’adozione.

Poche parole leggibili dalla copertina -la fascetta mi impedisce di leggere il resto-, il parere di un noto scrittore e una casa editrice che ultimamente mi accompagna, quasi fedele Caronte, in questo viaggio sotterraneo poco rischiarato.

Mi accorgo solo al termine che il titolo è l’esatto opposto di quello che sto facendo io nel quotidiano, fuori e dentro le sedute: “dimenticare”.

Ma dimenticare cosa e chi, in un momento della vita in cui ricordo con forza ostinata pezzi di infanzia e di adolescenza andati via per sempre, come se fossi giunta a un giro di boa in cui quello che è stato è stato talmente forte da segnarmi e quello che non è stato talmente lacerante da farmi male?

In una schizofrenia di passaggi da pieni a vuoti, faccio di questo libro il nuovo spunto di crescita, senza avere la minima idea di quanto potrò trovarvi del mio passaggio terreno.

Ed è proprio vero che i libri ti scelgono se tra le pagine, nella stanza vuota in cui mi perdo nelle ore in cui mi concedo il diritto di dedicarmi a me, tra corpo che parla e silenzio che urla, ritrovo il rapporto forte tra fratelli, le scelte non condivise, lo spazio di vita familiare vissuto insieme per un tempo che pare debba essere infinito e finisce sempre prima che si accenda la luce in sala, la morte del padre che segna una fine e un inizio, la periferia, le piccole realtà in cui l’infanzia si colloca nel suo luogo naturale, più consono alla sua lontananza dall’inutile del grande che affascina, seduce, ma disperde, confonde, stordisce, acceca, le scelte azzardate, quelle che tracciano i solchi tra fratelli, laddove si fanno moto di autonomia nel magma, la malattia, quella fisica e quella che ci portiamo dentro tutte le volte in cui decidiamo di andare via da noi, da quello che siamo e finiamo per non generarci più, ma per morire lentamente nel non detto, nell’apatia, nel limbo dell’ignavia che tutto copre, persino il barlume di vita che ancora potrebbe esserci.

E, poi, la malinconia delle cose perdute, di un tempo finito, la possibilità di ricominciare e la fatica di farlo senza una vita davanti che non sia la tua.

E l’amore che arriva, che si fa forza inaspettata, seppure celata, ma celata male, le fughe dal mondo e dal passato, come se non esistere per gli altri potesse addolcire il male di esserci stati in forme “sbagliate”, le paure che assumono fattezze diverse da quelle che realmente sono e dietro le quali ci siamo sempre e solo noi, la rabbia trattenuta di ciò che avrebbe potuto essere e la coscienza ultima che tutto va come deve andare.

In un finale che si fa sorpresa annunciata, chiusura del cerchio di storie a incastri, non sempre vicine all’origine, ma vicine nell’inconscio che ci avvolge tutti.

E la speranza di tracciare, in questo puzzle, il nostro posto nel mondo, oltre le paure riconosciute, oltre la vita che ci è appartenuta e senza più bisogno di dimenticare, perché ogni pezzo è una tessera di quella parte di puzzle in cui è raccontata la nostra storia.

Mindy

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“Being beatous”, olio su tela, opera di Mork.

 

 

Donne. Oltre i libri.

Parla, mia paura

Non serve a molto dire che il pianeta Ork ha l’abitudine di interrogarsi sul proprio femminile e sul proprio maschile se non a introdurre questo nuovo viaggio.

Lungo il filo della paura per andare oltre.

Pomeriggio grigio a Bologna con accenni di sole che rimane in quella posizione mediana in cui non rischiara a sufficienza né le vie del centro né le anime dei passanti in giro per compere o solo per piacere, dopo il freddo della mattina e il conforto di un tè lontano dagli schiamazzi del mondo, e l’urgenza di un libro che occupa un fine settimana su Ork.

Lo occupa non solo nel senso che ne prende lo spazio temporale, ma nel senso che si impadronisce dei suoi abitanti, li risucchia, li riporta a dimensioni conosciute, li strapazza, li conduce in un buio noto, li sbatte a Terra, li fa viaggiare alla stessa spinta velocità con cui si legge il libro.

“Parla, mia paura” parte dal tema caro a Ork e a tutti i desideranti del mondo per approdare ad altro, incluso quel femminile delle origini di queste righe, come delle nostre.

Strana, ma necessaria lettura, questa, che diventa un’esperienza complessa, perché Ork conosce la paura che si fa altro, quella che occupa gli spazi del quotidiano, che ti impedisce di agire, che nasce nel cuore della notte e ti precipita in uno sgomento che pare non avere una via di uscita, quel senso di morte imminente che, nell’istante stesso in cui diviene coscienza di altro, salva, redime e riporta alla vita.

Dietro ogni paura c’è un vissuto, una storia, una persona, le sue fragilità, la sua identità, e non solo il buio che appartiene al percorso individuale.

E leggere un libro diventa in un fine settimana di inizio autunno un confronto con se stessi, laddove Simona Vinci riveste di paura molti pezzi della sua esistenza, inclusa quella femminilità su cui il nostro pianeta, dicevamo, spesso si interroga.

Questo blog non ha aspirazioni di critica letteraria, di cui non possiede gli strumenti, è un’altra storia, come quella che rintraccia oltre le parole della scrittrice.

Esiste un libro sulla paura, sulle vicende che le hanno dato forma, che ne hanno costituito la via di ingresso, sugli incontri necessari, quelli perduti per sempre, come i pezzi di vita che vanno lasciati andare per non cedere al dominio del controllo e alla paura che salva, spezzando il filo con cui pensiamo di potere muovere gli scacchi, bianchi e neri, verso un naturale stare nelle cose, come quelli che ci aiutano a vivere, a ritrovarci in quegli spazi bui in cui cerchiamo un giardino salvifico e, pur avendolo a due passi da noi, non riusciamo a scorgerlo.

Esiste, però, anche un altro libro, su una femminilità cercata col pensiero, in una negazione di sé che passa dal vuoto, dal taglio radicale delle cose, dei segni in cui quella zona franca e libera e voluttuosa chiamata piacere femminile si esprime senza canoni di sorta, segni che vanno nascosti e anche cancellati, quasi fossero tracce del più grave dei crimini, essere se stessi in una femminilità incontenibile e difficile da gestire in un pensiero che non sta a Terra, vaga oltre, in cerca di una forma altra da sé.

Esiste un libro su una maternità negata e, poi, cercata, avuta e allontanata, su una maternità di cui avere paura e su una maternità che si specchia nelle mani che si toccano, di una madre e di un figlio, in attesa che arrivino le parole, quelle di entrambi.

Esiste un’altra madre, quella nascosta tra le righe del diario, quella citata in due righe del libro, che riceve la notizia di una fine e la comunica alla figlia, in una comunanza che si fa rifiuto di realtà, laddove il dolore di quella fine diventa inaccettabile, ed esiste quella che scegliamo di avere, che ci salva e ci redime, se vogliamo, che passa anche dalla paura, ma che ha il potere di cambiare le cose, la visione stessa dell’esistenza.

E’ quella madre che, lungo vie ardimentose, porta a noi, ci partorisce.

E’ la via di salvezza di Lulù, la figlia che in “Se mi tornassi questa sera accanto”, di Carmen Pellegrino, al termine del suo viaggio, diventa donna generandosi attraverso un vissuto di dolore in cui nasce e cresce e che, non disconosciuto, dilata il sentire a tal punto da rendere intollerabile la sofferenza che l’esistenza porta con sé, ma non tanto da impedirle di scegliere per sé, di trovarsi fuori dalle origini, per tornare ad esse, un giorno, senza risentimento.

Senza paura.

Libera di essere se stessa.

 

A tutte le donne che non rinunciano al loro speciale viaggio verso se stesse.

Mindy

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