Memorie dal sottobosco: un coleottero dei funghi su Ork.

Il pianeta Ork che, a ben guardare, non è mai stato l’emblema della tranquillità, non scinde la vita dalla letteratura e, ora che tutto intorno è un rinnovarsi del moto oscillatorio delle pregresse certezze, legge, scarta, torna a leggere, cerca, combina, assembla, crea mondi possibili nel punto esatto in cui la realtà si arresta alla chiusura dei sogni e continua, anche se con fatica, a nutrire un sottobosco di desideri e Libertà. Questo implica cambi di direzione, scelte insolite, scarti: un movimento di ricerca che cessa solo al momento in cui la parola si fa sblocco, almeno temporaneo, apertura del canale chiuso dal reale, legge anomala delle nostre distorsioni interiori dentro cui è possibile condensare la molteplicità in cui siamo senza necessità di una ricomposizione razionale sotto l’egemonia dell’Io. Insomma, uno spazio in cui gli affanni di un’analisi infinita si mettono in ascolto di un’altra voce significante e tacciono un po’, salvo poi scoprire che spesso l’ordine delle cose è diverso dalle umane aspettative.

È stato questo “Memorie dal sottobosco”, di Tommaso Lisa, edito da Exòrma, per noi di Ork: l’angolo piccolissimo in cui mollare gli ormeggi del razionale reale per cedere a una storia che, quasi in un apparente paradosso, pur nelle coordinate biologiche offerte dal microcosmo dell’infinitamente piccolo che popola la Terra, genera l’invisibile che è oltre lo sguardo mediante un processo di distanziamento immaginifico suscitato dalla parola di cui una narrazione necessariamente consta. Angolo, dunque, fuori dall’ordinario e parallelo accenno alla complessità di un testo che, per ammissione dell’autore, si presta a più di una lettura. Recita un passaggio, significativo al riguardo, che suggella l’origine di questa inusuale pubblicazione: “L’occasione (o meglio, il “piccolo fatto vero”) si è presentata un tardo pomeriggio di fine autunno del 2019 allorché, estratto il coleottero dalla sua scatola, sono piombato nel ricordo del mio incontro iniziatico con il Diaperis, il 19 aprile 1986, quando avevo pensato che ‘dovesse essere davvero molto bello essere questo coleottero’. A partire da quest’apparentemente kafkiano desiderio di metamorfosi s’è articolato un discorso su vari piani: entomologico, etologico, antropologico e psicanalitico”.

In realtà, i piani non sono, poi, così nettamente distinti, nonostante l’autore abbia scelto di dedicare delle sezioni esclusive alla trattazione entomologica, generando l’idea che esista quantomeno una dicotomia, una duplicità di piani lungo la quale parrebbe articolarsi la natura e lo sviluppo narrativo delle “Memorie”: anche laddove Lisa sceglie di abbandonarsi al piano più tecnico-scientifico, in qualche modo quello sguardo non lo assorbe per intero. C’è sempre traccia degli altri piani, seppure in piccoli dettagli, in spigolature, assenze, spostamenti di prospettiva, annotazioni, quasi a volerci rammentare che nulla è mai solo ciò che si vede. Non è facile coglierlo perché questo autore dà il suo bel da fare al lettore giocando con lui fino alla fine e invitandolo a non fermarsi all’evidenza “macroscopica” delle cose attraverso un meccanismo intelligente e suadente mirabilmente indotto da una lingua che si muove tra le pagine con una padronanza innata e praticata, come se i rimandi sollecitati dalla parola potessero subire l’arresto prodotto dalla bellezza della forma.

Dunque, un sotteso invito a non cedere al canto delle sirene per scoprire l’altra meta del viaggio, la visione posta oltre quei piani di cui lui stesso affronta la natura metodologica dello sguardo possibile e che si sviluppano in un equilibrio complessivamente riuscito all’interno di un testo di quelli che oggi Ork cerca con urgenza quasi cardio-respiratoria. Le sezioni in cui si svolge, in apparenza esclusivamente, il piano entomologico sono, nella gran parte dei casi, non un approfondimento del Diaperis incriminato, cioè di quel coleottero rispetto al quale scatta l’immedesimazione kafkiana da parte dell’autore e che è alla base della nascita di queste “Memorie”, ma lo spazio in cui l’attenzione è rivolta a tutti quei parenti Tenebrionidi che non sono lui e che, per uno strano caso, hanno tutto ciò che il Diaperis non ha, quasi fosse la piccola creatura che si cela nei funghi quell’elemento familiare che passa inosservato tra i meriti e le virtù altrui o che si ritrova a resistere nell’anonimato di un’identità che si afferma per negazione rispetto all’esterno.

Esiste, pertanto, una funzionalità di queste sezioni, che nobilita l’intero settore (“ciò che non è utile o è dannoso o non ha valore”) rispetto alla costruzione primaria di una normalità eccellente dentro la quale condurre il desiderio che ci tiene in vita (“Dal taglio nel legno spuntarono i Diaperis e affiorò il desiderio”) e che, ossessivo e onnipresente, anche quando invisibile agli occhi, tenacemente resiste al collasso del pianeta, “all’istinto predatorio”, resiste laddove esso si nutre di un’impossibilità di facile conseguimento. Recita un passaggio: “Questa civiltà è agita passivamente da una brama di possesso, una sete inestinguibile di collezionismo di forme, di feticci, di sapere. Dalla ricerca del senso”. È in un’assenza e nel desiderio che ne consegue la chiave di tutto o di buona parte di questa storia: in ciò che l’autore non è e che vorrebbe essere. “Il desiderio della mia mancanza è il desiderio della sua differenza”: il viaggio nel mondo dei Tenebrionidi nasce in un vuoto, in quel margine in cui io non sono, ma posso essere non perché la realtà soddisfa il mio desiderio, ma perché esiste un potere, quello generato dall’immaginazione, che scardina le certezze matematiche, si nutre dell’imponderabile e alimenta il mondo delle infinite possibilità.

“Bist du bi mir”, matita, carboncino e fusaggine su carta, Mork

Dall’infinitamente piccolo all’infinitamente possibile il passo è breve: in mezzo si pone la parola che non colma il vuoto, non offre risposte, non è la soluzione. La parola non è servile rispetto ai bisogni dell’uomo, se non per effetto di meccanismi creati ad arte dal genere umano allo scopo di garantire un’illusoria possibilità di statica presenza sulla Terra. Il verbo è la distanza, ciò che nominando il desiderio, cioè il Diaperis, lo allontana dal soggetto desiderante e lo ricopre delle attitudini fascinatorie di quello che non abbiamo e non siamo. Se le parole non lo comprendono, non lo involgono per intero, esso sfugge e in quel margine di fuga c’è tutta la potenza creativa del genere umano. In fondo, “tramite la parola, l’essere umano apre la strada alla tecnologia e rompe l’equilibrio con l’ecosistema naturale in cui vive”: questo equivale a dire che è nel vuoto che nasce un qualche margine di salvezza. Non sono le risposte cercate e trovate e il senso acquisito che salvano, ma la scomposizione alla quale cediamo nell’evidenza di un informe in cui siamo. Noi non siamo dei coleotteri, ma non siamo neanche nessuna delle forme che rincorriamo, ma è in quel margine che nasce la bellezza del mondo: l’arte, la letteratura, questo libro non sarebbero mai nati se la parola non fosse stata incapace di raccontarci nella nostra complessità.

Il passato entro cui si origina la passione di Lisa per il Diaperis è un passato entomologico, ma anche personale, in una confluenza di prospettive in cui l’interesse scientifico, biologico, quasi ossessivo, per questo coleottero congiunge un padre a un figlio e, poi, di nuovo questo, divenuto padre, al proprio figlio in una trasmissione ereditaria dentro cui risuona, da qualche parte, un’assenza femminile e materna. Dunque, il coleottero dei funghi diventa anche l’occasione per riagganciarsi alla vita vissuta, senza che ciò si traduca in un canto nostalgico: esiste una fermezza lucida dietro a questo sottobosco che, forse, solo la Natura riesce a interpretare, poiché, fuori dal cono ottico delle miserie umane, si restringe il potere raziocinante e dominante dell’uomo e ogni cosa, anche l’apocalisse o la fine personale dei singoli individui, va per il suo verso e trova il suo posto.

“Memorie dal sottobosco” potrebbe essere, con un aggiustamento, una delle tante sere passate a guardare le stelle insieme a mio padre dalla terrazza sul mondo di una lontana casa di infanzia, scoprirsi piccoli e non averne paura.

Perché, se un altro apparente paradosso si deduce da questo gioiello di Exòrma, è che non è matematico che il confronto con il diverso generi una coscienza inversamente proporzionale alla dimensione che l’elemento di raffronto assume rispetto a noi. Se l’altro è molto più piccolo, non è assolutamente detto che io mi senta più grande, ammesso che sia disposta a mettere in discussione ogni certezza e a guardare da un’altra prospettiva. Ancora una volta, è l’immaginazione che ci soccorre, aiuta a metterci nei panni dell’altro e a vivere tutte le vite che non ci è concesso, per limiti esistenziali di genere, di essere in un solo passaggio terreno.

 Libro intelligente e colto, ambizioso a ragion veduta, perché l’autore padroneggia perfettamente la materia e i suoi derivati, libro che ci emancipa dagli affanni analitici di un percorso destinato a perdere tutte le volte in cui lo si carichi del peso di un volerlo ricondurre a terra con il dominio del senso. È nel margine della fallibilità l’insensata bellezza della vita.

Mindy

“Senza casa”: in cerca dell’invisibile fantastico.

Non è facile ripartire in questo principio d’anno in cui non si riesce a scorgere ancora la fine della pandemia e noi ci facciamo sempre più convinti che non è questo, uscirne il più rapidamente possibile, il nucleo più profondo della faccenda, per quanto aspirare alla fine del tunnel nel quale siamo caduti sia desiderio umano altamente condivisibile. Che la storia del virus andasse inquadrata in un ambito molto più ampio e complesso lo avevamo già visto, abbastanza chiaramente, per il tramite del saggio di Fabrice Olivier Dubosc, “Sognare la Terra”, edito in pieno lockdown dalla casa editrice Exòrma. In fondo, avevamo capito che la questione andava collocata in un processo di interrelazione con il vivente e che molte delle dinamiche messe in atto all’interno del corpo sociale e miranti al consenso personale e generanti lo sfaldamento di un senso di appartenenza, nel quale ci siamo ritrovati (subito dopo gli inni di solidarietà da precarietà fino ad allora felicemente rimossa dallo stato esistenziale), erano riconducibili a una condizione diffusa di coscienza in affanno.

Dubosc affrontava, in quella sede, le miserie dell’umano e le poneva all’interno di uno scenario più ampio includente l’agire politico e il fallimento delle democrazie occidentali e, oltre, lo scarto del resto del vivente che il sistema, quello non di creazione umana, di cui facciamo parte ci ha restituito nella forma pandemica. Evitando di fermarci e provando a tracciare un percorso di inizio anno attraverso cui ricostruire il senso di questo tempo, ammesso se ne possa individuare uno, facciamo un altro passo, su un piano differente, che, senza dimenticare la fragilità della psiche umana, si spinga verso una visione ambigua e, in qualche modo più vera, della storia contemporanea partendo da un saggio che scava abbastanza nella complessità aiutandoci a definirla mediante il ricorso alla categoria della weirdness.

Ci dice Gianluca Didino nel saggio “Essere senza casa” (edito a giugno del 2020 da minimum fax) che viviamo in una dimensione fortemente connotata dalla “stranezza”, sebbene l’espressione italiana non colga il carattere “perturbante” dell’accezione inglese. E non si tratta più di qualcosa che coinvolge esclusivamente la nostra interiorità, il nostro spazio intimo, in una logica freudiana, e che, pertanto, trova un suo contenimento nell’idea che tutto si svolga per effetto di un trauma che, pur nella sua carica tragicamente devastante, è identificabile nella nostra vita in cui, in fondo, se ne limita l’origine, rendendoci conoscibili a noi stessi. Qui, il dramma assume proporzioni da incubo senza via di uscita, perché la stranezza “ha a che vedere con ciò che minaccia la casa provenendo dall’esterno”. Recita un passaggio che congiunge Lauzon e Fisher: «l’inquietudine provocata dal weird si manifesta nel momento in cui due entità “che non appartengono” alla stessa dimensione si incontrano (Fisher), nel luogo dell’ibridazione e dell’incontro che segna il confine tra ‘casa’ e ‘mondo’. È qui che entra in gioco la nozione di soglia». Questo significa indirettamente che non siamo più sicuri: non perché non ci sentiamo più tali, ma perché obiettivamente, sebbene non sia del tutto corretto esprimersi in questi termini, ponendosi il piano oggettivo quale cassa di risonanza della weirdness, non c’è alcun motivo per ritenere di essere tali.

La complessità non è negata, ma arricchita da una serie di percorsi che vengono tracciati all’interno del saggio e che investono la sfera politica, come quella artistica, passando dalla “rivoluzione” più importante degli ultimi decenni, quella globalizzazione generata dal sistema informatico che non solo ci ha reso tutti in apparenza in grado di fare la qualunque, in sostanza meno capaci di controllare le nostre vite, più manipolabili, catalogabili e assimilabili per genus, con buona pace di ogni diritto alla personificazione, ma anche più esposti all’Altro, a quello che è fuori di noi e dalle nostre case con cui abbiamo finito per condividere tutto della nostra quotidianità. Non esiste uno spazio per sé. Tutto è pubblico o non è. Eppure non conosciamo l’Altro, ne abbiamo paura, non possediamo strumenti che aiutino a contenerla, questa paura, e a limitare l’invasione del nostro campo per opera di un blob a cui non sappiamo ancora dare un volto, una forma, un connotato che ce lo renda comprensibile. Questo perché, coerentemente a un processo estremamente umano, ci è congeniale lo scatto del superamento della paura attraverso l’idea della conoscenza e, quanto più siamo in grado di conoscere, tanto più ci pare di venire a capo dei nostri incubi e dell’insensatezza della nostre esistenze.

“I desideri inespressi”, inchiostro di china su carta, Mork.

Il dramma si compie laddove non riusciamo più a inserire l’inspiegabile, la fonte della nostra paura, all’interno di griglie precostituite, provando un senso di smarrimento aggravato dalla distorsione di una percezione temporale in cui il passato più recente pare celebrato come se fosse collocato al di fuori delle generazioni che ci hanno preceduto, se non addirittura cancellato, e il futuro il nostro presente, mentre l’orizzonte si chiude con la nostra incapacità di vedere oltre. Eppure, ci dice Didino, citando Heidegger, sono i momenti in cui “il mondo si ‘schiude’ completamente allo sguardo umano, perdendo i propri connotati familiari” quelli in cui, per effetto di un ampliamento della visione, proviamo angoscia, ci perdiamo e parallelamente godiamo della “rara opportunità di trovare una dimensione più autentica dell’esistenza”. La grandezza di un regista come Herzog risiede esattamente nella lucida visione in base a cui l’idea dell’uomo di avere un controllo sulla natura è la più grande illusione a cui si possa cedere in questo tempo. Fuori da questa falsa verità esiste, però, un margine di salvezza: la stranezza si acquista insieme al pacchetto dell’ipermodernità e non resta che farci i conti. È possibile, però, fare quello che l’uomo ha sempre fatto: raccontare storie con cui costruire un mondo immaginario in cui includere l’Altro che ancora non ha trovato requie. È così che si incomincia a dare sostanza a un futuro che ancora non riusciamo a vedere.

Dunque, letteratura, poesia, arte quali veicoli dell’invisibile, di quell’Altro di cui ci parla Didino e che nel testo di recente pubblicazione (Edizioni Volatili) di Giorgiomaria Cornelio, “La salatura delle immagini”, assume i connotati di un’assenza che necessita di essere vivificata. Se una qualsiasi immagine può dirsi soggetta a questo processo, è perché essa ha in sé una seconda lettura, meno immediata, quasi sepolta: ciò che è nascosto è la chiave. Qui non interessa l’allegoria, ma il processo creativo con cui l’individuo determina il reale attraverso ciò che esiste in potenza, ma che ancora non riusciamo a scorgere («partecipiamo attivamente alla vita delle cose attraverso la seconda vita delle immagini»). Questo significa che esiste un vuoto, ma anche una dimensione sotterranea suscettibile di letture dentro meccanismi di creazione immaginifica: l’uno non esclude l’altro e tenerli insieme è la sfida poetica del nostro tempo. Che la letteratura non sia scevra da quanto sta accadendo intorno, ma al contrario possa contribuire ad accompagnarci oltre il muro di nebbia con cui neghiamo il trauma collettivo attraverso una “visione” lo spiega bene Matteo Meschiari nel suo “Antropocene fantastico”, edito da Armillaria: «Di che cosa abbiamo veramente bisogno in questo momento? Che cosa può restituirci la speranza? Quella ragazza, quel ragazzo che inventano mondi, mentre noi piagnucoliamo sorseggiando birra. Quel qualcuno, che esiste già da qualche parte e che stiamo aspettando senza saperlo».

Persino, l’essere sulla soglia di molte delle narrazioni circolanti è lo specchio di quella prossimità all’Altro di cui parla Didino, del raccordo tra visibile e invisibile nel tracciato disegnato da Giorgiomaria Cornelio. Non è raccontando l’apocalisse nella quale ci troviamo che rispondiamo alla funzione in qualche modo politica che la letteratura può svolgere, ma selezionando quelle componenti del fantastico che sappiano alludere a un’idea di futuro senza che questo equivalga a negare il presente e la sua tragicità. Un equilibrio complesso, dunque, ma necessario perché la letteratura possa continuare a dire qualcosa oggi: un equilibrio che passa dall’invisibile, dagli spettri, dall’Altro con cui incominciare a dialogare senza pretesa di risposta alcuna. Quest’ultimo il limite di alcuni recenti testi passati da qui e di una, pure potenzialmente interessante, pubblicazione di Add editore, “I pesci non esistono”, di Lulu Miller, che parte sin da subito con la volontà di fungere da sostegno alla lettura rinnovata del mondo, congiunge punti e tessere, realizza il puzzle, risponde all’angoscia, spiega nell’istante stesso in cui propone un mondo “demondificato”. In tutto ciò nulla che venga “realmente” chiesto in una dimensione che rischia di essere autistica. Come autistica parrebbe essere una parte della nostra narrativa contemporanea: testi intrisi di nevrotiche autocelebrazioni che esulano dal dramma collettivo e personale o di aspirazioni neorealistiche svuotate di senso nell’incapacità di portare a galla l’universalismo di una storia familiare e nell’assenza di reale silenzio dentro cui il lettore possa trovare qualcosa di Sé. Non resta che, tornando al breve saggio di Meschiari, evitare comode vie di fuga e fare dell’Antropologia qualcosa di più di un sapere confinato a un ambito scientifico, poiché, nell’istante in cui essa consente di conoscere la realtà nella sua complessità, offre non solo l’opportunità di uno sguardo verso l’Altro, ma anche una visione narratologica possibile.

Lo sa bene Ellen Meloy, l’autrice di “Antropologia del turchese” (Black Coffee edizioni), che, senza alcuna ambizione di fornire risposte allo smarrimento collettivo del nostro tempo, “si limita” a raccontare delle storie frutto delle sue esperienze di viaggio nell’infinitamente piccolo della sontuosità del paesaggio americano, riuscendo a creare quel punto di raccordo tra opposti che è l’unica garanzia di rispondenza al reale che oggi possa esserci. Il fatto che non avvenga in una forma tradizionale, ma in una terra di confine che include il sapere saggistico, il diario autobiografico e la poetica della narrazione è la conferma del percorso che stiamo tracciando, fatto di soglie. Può piacere o non piacere, ci si potrà ritrovare in una forma massima o in minima dose, in base alle nostre inclinazioni, alla nostra formazione e al nostro sentire, ma resta l’inossidabilità della resistenza significante di questo genere di produzione letteraria al nostro tempo. Il libro della Meloy ha dalla sua quello che manca a molte delle pubblicazioni attualmente circolanti: la sincerità, la capacità di parlare al nostro smarrimento, senza per questo fornirci una risposta. Lo dice bene Meschiari, laddove affronta il tema della fragilità, rovesciandone il senso diffuso: «quella che ha fatto da motore cognitivo per la nostra specie, quella che ci ha spinto a reagire immaginando, sognando, desiderando, e che oggi è invece causa ed effetto di un loop cognitivo quasi senza scampo».

Quella crepa in cui tutto può ancora essere.

Mindy

L’incanto di “Mascarò” su Ork.

Quando abbiamo letto di “Mascarò” (Haroldo Conti, “Mascarò”, trad. Marino Magliani, Exòrma edizioni), abbiamo creduto intimamente dovesse essere nostro. Oggi che l’avventura è appena terminata, siamo ancora più convinti che esista un modo di fare Letteratura che entra nelle nostre vite, le prende per mano, le solleva quel tanto che basta per avvertire, lungo la propria solitudine, la mancanza e lo stimolo alla ricerca, la paura e l’opportunità di non cedervi, la bellezza vissuta che in nulla consiste se non nel fatto che tutto o buona parte accada e sia accaduto sotto la benedizione estrema della meraviglia e la fiera malinconia che tutto ciò che è, andandosene, porta con sé.

Questo libro è un inno potente alla Vita e al suo finire, al vino rosso e agli occhi neri, alla composizione delle cose che raccontano di noi, a quello che decidiamo di rincorrere e a quello che siamo nei desideri, nell’attesa irrilevante del traguardo, ai nomi che ci tradiscono nell’istante in cui si fermano, mentre tutto è in perenne movimento. All’idea che il mondo andrà eternamente in una direzione, ma ci saranno sempre un Oreste e un Principe che, agli angoli della Strada, si sapranno riconoscere e sapranno svoltare. In due, in tre, in quattro, inclusi noi, lettori inquieti, che sapremo con certezza di non essere soli. Fatevi un regalo: leggetelo! Noi ne scriveremo.