Dalla Grecia all’Italia: viaggio nell’invisibile.

Il pianeta Ork torna a occuparsi di libri dopo una pausa volontaria legata alla stanchezza di un tempo estremamente faticoso, una ritrosia a uscire pubblicamente fuori da Sé che non può non avere delle ripercussioni sul nostro spazio vitale che si compone anche di libri. Quasi volessimo rimanere rintanati, quasi non riuscissimo a riemergere dal risucchio in cui lo stato internazionale e globale delle cose, non solo dal lato politico, e la complicità della dimensione personale coerente a una stranezza epocale che è disfunzione dell’ordinario ci inducono a rimanere. Ma tirare ogni tanto la testa fuori dal pozzo ci è necessario, in quanto animali sociali. Allora, per farlo scegliamo ciò che ci rappresenta e scartiamo e configuriamo l’imminente futuro, l’unico in grado di essere oggetto di un’idea di programmazione, come spazio che contenga classici e qualche pezzo sensato di un’attualità letteraria spesso scissa dalla disgregazione di vecchie certezze che tutti stiamo vivendo. Da qui la lentezza del nostro procedere, la decisione di scrivere esclusivamente laddove ne ravvisiamo ancora un senso, che sia per la riproposizione di un classico alla luce di un brandello di contemporaneità o per una novità fuori dai soliti giri che qui producono oramai un certo fastidio e un’insofferenza di portata abnorme.

Non è, pertanto, casuale che oggi Ork ospiti due storie che hanno il dono della grazia, l’attenzione per l’infinitesimale, che sono celebrazioni dell’inosservato, delle energie che circolano fuori dall’evidenza dei massimi sistemi e, in fondo, l’incontro tra due universi femminili che, pur nella comunanza di una fragilità e della scelta di un attraversamento del percorso terreno nella forma di uno stare dentro le cose, escono dal confronto con la vita con eguale dignità, ma con approdi differenti, pensando ai quali abbiamo creduto essenziale facilitarne il dialogo. Così, per il tempo di questo nostro spazio, Niki-Rebecca Papagheorghiou e Carla Vasio non sono due monadi incomprese, ma quel fuori dall’ordinario che oggi investe le nostre esistenze in ridondanze macroscopiche e che l’intimo ha sempre avuto in sé senza bisogno di una necessaria collocazione storica. E, forse, non è neanche casuale che siano atterrate sul nostro pianeta sotto forma di doni. Entrambe.

“Il grande formichiere (e altre, piccole, favole, in poesia)”, edito da Argolibri (Argo rivista), nella traduzione di Elisabetta Garieri, con le illustrazioni di Giuditta Chiaraluce, offre l’opportunità in Italia, a quanti ancora non la conoscono, di viaggiare nella minimalista e ricca prosa poetica di Niki-Rebecca Papagheorghiou, autrice ateniese toltasi la vita nel 2000, a condizione di lasciare fuori dalle pagine gli inutili ingombri di un vano affaccendarsi che ci vede correre tutti senza scopo in una direzione precisa che è un precipitare arrendevole e incosciente verso la fine. Le giornate nelle quali questa lettura ha coinvolto il pianeta Ork sono state estremamente difficili e, dunque, in qualche modo perfette per accogliere il suo sguardo perché, nonostante lo sconforto dell’evidenza dell’illogicità umana e del suo male, è l’ostinato radicarsi alla piccolezza intorno che salva, se non dalla scelta di porre fine allo strazio del non contenere il dramma dell’esistenza, quantomeno dalla chiusura del cuore alla bellezza dell’esistente. Chiaro che farà più male andarsene, ma sarà, forse, anche la via a un’altra più libera storia, fuori dai vincoli, dalla precarietà, dalla limitatezza, dall’angustia dello spazio delle nostre vite umane. Sarà un percorso. Lo è quello tracciato dall’autrice greca: passa dall’elefante e dal gatto, dagli insetti e dalle lepri, da fughe e naufragi, dai classici della Letteratura, dalla ricchezza mitologica della cultura greca, dalla volontà di radicarsi alla natura per non essere travolti non solo dalle delusioni affettive, ma anche dal proprio vacillante stare al mondo: quasi un gioco di opposizioni, di forze contrapposte che, nel tempo di queste pagine, mantengono un loro perfetto equilibrio, senza alcun cedimento forzoso o forzato dall’una o dall’altra parte.

La poesia, la prosa che si fa poesia, sono la chiave di accesso al terreno muoversi delle cose, sono lo sguardo possibile sullo scarto dal disumano ingombrante, dalla schiavitù del potere e del denaro dentro cui siamo immersi fino al punto da non rendercene comodamente conto, nell’istante in cui si traducono in arte, in quella forma di bellezza che non è solo l’oggetto dello sguardo, ma è la capacità di vederlo e renderlo in un canto lirico dal potenziale eterno. Sono il canale in cui restituire agli uomini l’innocenza persa, in cui preservare dall’estinzione la vita, sono l’occasione ribelle (“Le piante audaci, che fioriscono in montagna una primavera soltanto e il sole le brucia, incido ostinata sul mio blasone, con tutto che tu, timida come un ciclamino, fiorirai di nuovo l’anno prossimo, e quello dopo ancora, all’ombra degli alberi.”), l’inconcepibile che mangia maschi e femmine, la cloaca da cui risorgere con le macerie intorno  e il cuore ancora integro (“Le cose che gli altri buttavano, incautamente, una ad una le raccoglievo io nel mio cuore. In un giorno luminoso, in una notte buia, forse fabbricherò, pensavo, con quelle, qualcosa come un talismano.”), sono l’inconciliabile da guardare mentre va alla deriva (“Vivono ancora mio padre e mia madre. Ma dove saranno mamma e papà? Un’epoca boscosa abitano le ragazze che ero, una campagna trascorsa, una patria nel tempo dove non posso tornare. Un meteo avverso mi attira al largo. E si allontanano spiagge e giardini. Invecchio, emigro.”).

Ma sono anche una storia tutta al femminile, dentro un’intimità complessa e ferita, la ricerca e l’urgenza dell’opposto che la faccia venire fuori nella sua identità desiderante, che sovverta l’ordine delle cose, rivoltando fuori il dentro, perché lei possa “vedere le stelle”, dentro le cadute verso il suolo freddo, l’assenza della madre, la mela maturata e mai mangiata, la tentazione del piacere della vita che passa rapido nella discesa verso la fine e mai colto perché destinato alla fine. Il tutto dentro “un delicatissimo equilibrio minacciato dal vento”, quello di un cumulo di instabili carte da gioco nella solitudine del mondo popolato di torri svettanti persino in terre amiche, quello che traduce in caduta l’anima apolide di una lontana bambina, la stessa che uccidiamo nelle pozzanghere d’acqua, che proviamo ad accudire nell’assenza di una madre, provando a restituirle il coraggio di andare incontro alla morte, cedendo all’ordine naturale delle cose, senza spalancare gli occhi di fronte all’abisso angosciante della fine. Le donne sono un ciclo: il gomitolo, la nuvola e il cristallo. Sono un gomitolo di filo azzurro e sono tutti i colori dell’iride che si dipanano da esso. Siamo un’unicità e tutte le contraddizioni che decretano la rinuncia alla prima. Siamo l’imbastardimento necessario, l’ingenuità che si fa peccato, l’insostenibilità del piacere dell’essere multiforme. Le donne sono le nuvole che sfuggono al desiderio, che, incastrate, cedono e si dissolvono finendo. Siamo la fuga dal piacere nella garanzia illusoria della resistenza alla dissoluzione. Le donne sono il vapore con cui ricoprono il cristallo trasparente dell’uomo e il gomitolo azzurro e la nuvola tracciabili su di esso. Siamo l’atto poietico, il principio generatore, ma siamo anche le forme rispecchiate dall’altro, l’incontro possibile tra due corpi e l’eterno in esso, l’urgenza di renderlo nello spazio tangibile, l’angoscia del bisogno, la dipendenza, la deriva di ogni contatto, il rischio di starci dentro, di perdersi, di non trovarsi più, nonostante l’esito allettante, quell’eterno già in terra, ma sporadico, raro, che si nutre dell’istante, di un tempo che soggiace alle leggi terrene e fugge via insieme alle nostre ultime illusioni. Facendo volare via tutto.

“Aquiloni e sogni”, pastello su carta, Mork.

E Carla Vasio nel suo “Invisibile”, edito da Exòrma, racconta una storia affine per densità e complessità, un mondo sotterraneo a cui radicarsi quando i pezzi si sgretolano e il vento dell’indifferenza generale rischia di portarli via per sempre. Esiste una forza nel radicarsi, nell’accettarsi, anche nelle fatiche di cui si compone il nostro stare al mondo. Viviana guarisce con le mani, vede quello che agli altri sfugge, incanala e restituisce, si carica del dolore altrui, lo trasforma, si fa tramite tra mondi, sente e intuisce senza sapienza alcuna che non sia l’urgenza di un bene. E Carla Vasio la racconta, la porta tra le pagine con l’afflato lirico che l’inconoscibile impone, qualsiasi forma si decida di dare ad esso. Non importa accertare che ci sia un dio dall’altra parte. Occorre guardare all’umano nell’istante in cui si presenta a noi, liberarlo dalla fatica di un dolore, dal sintomo di un’anima aggrovigliata, impigliata, quasi un gomitolo senza il capo del filo con cui sbrogliarlo. E il libro si tramuta in un viaggio dentro le ombre: “Di giorno le ombre si vedono più marcate, più concrete, più solide, hanno forme di persone; però non si vede mai il volto, non si distingue se siano uomini o donne: sono ombre. Si accostano a persone particolari che ne abbiano bisogno e siano disposte a riceverle; intervengono nella loro solitudine nel momento in cui non è più sopportabile, perché in questo mondo di ovvietà, di convenzioni, di contratti, le eccezioni pagano il prezzo di una solitudine estrema”.

Quelle eccezioni in cui sappiamo esserci anche Niki-Rebecca Papagheorghiou senza la forza dell’interazione con l’umano che appartiene a Viviana, perché se l’una si nutre di corpi da restituire alla vita, a una dimensione accettabile dell’esistenza, a una ricomposizione con la propria anima che, ferita, somatizza, si fa sofferenza, fisicità debole, l’altra è della ferita che si nutre non quale oggetto di un personale potere taumaturgico, ma quale sangue che sgorga a farci sentire vivi prima dell’inevitabile precipitare delle cose. Se si è stanchi dei rumori intorno, se il vociare che giunge si è fatto sterile, se altre voci attendono di essere accolte, se fuori il mondo è disumano e illogico, queste pagine offrono un riparo. Che non sia una fuga però, che sia per il tempo necessario per tornare fuori e provare a cambiarlo, per ritrovare il filo azzurro e renderlo compatibile con la moltitudine dei colori. Perché di assoluto nell’umano c’è poco o niente. Lasciamolo all’altro tempo che verrà.

Mindy

“Il tempo e l’acqua”: muoversi nel reale. Conversazione con Fabrice Dubosc.

Ork conclude il viaggio intorno al libro di Magnason, “Il tempo e l’acqua”, edito da Iperborea con un’ultima conversazione. Questa volta, abbiamo scelto di interrogarci intorno ai temi sollecitati dallo scrittore islandese con il sostegno di uno psicanalista, Fabrice Dubosc, la cui recente pubblicazione, “Sognare la Terra” (Il troll nell’Antropocene), per Exòrma, abbiamo ospitato nei mesi del lockdown del 2020.

Ork da sempre ha un debole per la possibile chiave di lettura del reale fornita dalla psicanalisi e, pertanto, non poteva non coinvolgere nel dibattito una personalità nota e stimata del settore d’elezione.

Nel saggio, Dubosc riteneva imprescindibile partire da una riflessione che fosse politica e comunitaria insieme, senza tralasciare l’intimo più congeniale a un discorso psicanalitico in senso stretto. Anche qui, lo psicanalista coglie l’occasione per responsabilizzare l’individuo non solo di fronte all’esistente, ma anche nel campo relazionale dove potrebbe giocarsi l’opportunità del principio di una svolta e che, invece, diventa terreno minato in cui tagliamo alla radice tutte le forme di vita immaginativa che pure potrebbero se non salvarci, regalarci lo spiraglio di un futuro concepibile non senza il dolore della elaborazione di un lutto.

Torneremo su questi temi a breve perché non riusciamo più a portare qui qualcosa che, se non capace di oltrepassare il tempo della sua creazione, non sappia almeno parlare al nostro disorientamento, aiutandoci a vederne le crepe che ne sono all’origine.

1. Il libro di Andri S. Magnason, “Il tempo e l’acqua”, recentemente edito da Iperborea, fa leva sulla misurazione della velocità del tempo attuale attraverso il riferimento al superamento dei tempi geologici nella considerazione del mutamento della realtà intorno. Tutto cambia alla velocità dell’uomo, senza che questo implichi una capacità di controllo da parte dello stesso. Abbiamo, cioè, generato un processo che ci è sfuggito di mano. Dice Magnason: “Quando abbiamo imparato ad attraversare i ghiacciai, a contare i luoghi di nidificazione dei coccodrilli e a studiare il canto delle megattere, eravamo ormai tanto forti e ingombranti che tutto quello che finalmente sapevamo misurare e capire stava già scomparendo”. Di cosa è fatto, secondo voi, il limite di fronte a cui deve arrestarsi la volontà dell’uomo perché la capacità di comprensione non degeneri in dominio dell’esistente? E, se abbiamo perso i riferimenti tradizionali per collocarci nel tempo, in una dimensione sbrigliata oramai da ogni griglia, cosa ci radica nel “qui e ora”?

Mi sembra che la pandemia sia una delle possibili risposte alla tua domanda. Il fuori campo esiste. La natura ha logiche e tempi che non siamo in grado di controllare a partire dalla ragione algoritmica. Man mano che il progresso tecnico conferiva il potere di poter fare, si è anche consolidata l’idea di una natura “esterna” come oggetto non umano sul quale il “soggetto” umano poteva agire a suo piacimento per estrarre beni e ricchezza. E questa negazione della nostra appartenenza materiale e interdipendenza con il corpo vivente del mondo ha creato una dissonanza percettiva profonda. Il nostro sguardo sulla natura come sull’inconscio è “estrattivista”.  L’idea stessa di un “progresso” evolutivo è fondata su una sorta di colonialismo cognitivo. È la stessa dissonanza che nutriamo rispetto ad altre culture, ad altre storie e a quelle parti della storia che vorremmo rimuovere, alle tante forme di ingiustizia che strutturano i rapporti sociali e tra i generi – parti di storia e di passato che non sappiamo nemmeno collocare rispetto al presente. La pandemia è un segnale molto forte che questa idea di una linearità evolutiva temporale fondata su una presunta superiorità cognitiva fa parte del problema. C’è uno “stop” radicale – ogni soluzione proposta è non solo insufficiente di fronte a una situazione così intricatamente complessa ma sovente rivela che siamo di fronte a un passaggio epocale. Passare alla mobilità elettrica? Ottima idea ma quante risorse energetiche saranno necessarie per costruirle e per strutturare la rete complessiva di supporto – quanto ulteriore inquinamento? Tutto sembra indicare che il contenimento dell’aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi entro il 2030 verrà sforato. Fare i conti con l’irreparabile muterà radicalmente anche il nostro rapporto col tempo.

E l’attuale accelerazionismo digitalizzante è un farmaco che non fa che peggiorare le cose. Il mito che lo anima è sempre quello di una supposta superiorità umana che muoverebbe il progresso. Sul piano dell’identità, diventiamo sempre più avatar di noi stessi – è un gioco che può destrutturare il nostro complesso identitario ma la riduzione a corpi e identità virtuali avrebbe un costo psicologico enorme, anche se può rivelarci che una certa idea di radicamento è illusoria. Creiamo continuamente difese contro il cambiamento, contro la pluralità delle forme che noi stessi siamo mentre potremmo lasciar andare il controllo e scoprire una relazione più complessa e aperta con il mondo. Avremmo bisogno innanzi tutto di lentezza. E forse è proprio questo che più ci siamo abituati a temere perché temiamo di perdere colpi, di non “performare” di non “realizzarci” senza vedere che abbiamo incorporato dei diktat che tolgono tempo alla vita. Recuperare un rapporto con il tempo significa innanzi tutto imparare a rallentare, a non essere produttivi a tutti in costi, a esplorare altre prospettive.

2. Con il sopraggiungere della pandemia e il conseguente lockdown molti credevano fosse giunto il momento ideale perché si ponesse all’attenzione generale e alla coscienza dei singoli l’opportunità di un cambio di rotta rispetto a una serie di abitudini di vita e di produzione che hanno contribuito al collasso del sistema Terra. Eppure, allo stato attuale, non sembrerebbe accaduto nulla di quanto sperato da questo lato. Dice Magnason: “Quindi credo che, quando gli esseri umani finalmente capiranno che la collaborazione è l’unica via per risolvere il problema, potremo incontrarci e lavorare insieme. Ma credo anche che non lo faremo finché non saremo messi alle strette, finché la crisi non sarà tanto profonda da non lasciarci scelta”. Cos’altro deve succedere perché l’uomo prenda coscienza della propria precarietà e impieghi il tempo per tornare sui suoi passi? Mi spiego meglio: perché l’ansia, il panico, le fobie che stanno interessando molti di noi non riescono ad agire come motore di trasformazione del sentimento negativo che nutriamo verso l’altro in sguardo intimo rivolto a noi e ai nostri limiti?

Dicevo che l’idea stessa di una soluzione possibile sia parte del problema. Su molti piani si è innescata una crisi da cui non vi è ritorno a un “prima” – Abbiamo cosa? 10-12 anni prima di sforare ogni livello di guardia rispetto al riscaldamento globale? O forse l’abbiamo già sforato con danni irreversibili per la biodiversità e per tutti gli equilibri della Terra. Tutto ciò attiva a livello inconscio una sorta di angoscia di estinzione a tonalità apocalittica che a sua volta predispone il terreno alle “grandi soluzioni” tecnocratiche o populiste che continuano a scontrarsi con una complessità che richiede altri strumenti. Forse come dice Anna Tsing dovremmo imparare a vivere nelle rovine del capitalismo o a “restare col problema” come dice Donna Haraway. Senza accettazione del disastro non c’è possibilità di lutto, di lutto per ciò che abbiamo perso o stiamo distruggendo. E senza l’attraversamento di un lutto non potremo innescare politiche della relazione e della riparazione. Temiamo di guardare in faccia qualcosa di irreversibile e ripartire da lì.

3. Veniamo alla parola con cui lavorate tutti e tre. Recita un passaggio del testo qui preso in esame: “Se c’è una cosa che contraddistingue i nostri tempi, quella è la guerra per le parole, per il potere di definire la realtà e il sistema economico, di formulare e diffondere notizie. È una guerra combattuta per stabilire con che parole esprimere il mondo. Sono le parole a creare la realtà: per qualsiasi sistema di potere è fondamentale possedere le parole e i mezzi di comunicazione per farle circolare”. Quanto la gestione comunicativa mediatica ha influito sulla percezione del pericolo e della gravità della situazione pandemica? Quanto l’avere calcato la mano sul dato delle morti, soprattutto in una fase iniziale, ha inciso paradossalmente sulla fatica di comprendere e sulla fuga dalla realtà successiva affermatasi prepotentemente con il flusso dei negazionisti?

Per muovere verso un’ecologia della cura e della riparazione è ovvio che le parole – specialmente le parole disgiunte da pratiche concrete – non bastano. Innanzi tutto perché c’è sempre uno scarto tra i codici affettivi che ci costituiscono e che traducendosi in parole non riescono a dire gli intoppi, i blocchi, i traumi che animano le biografie. Allora diciamo per non dire, o quel che diciamo ha bisogno di una traduzione. Anche la pratica dell’intervista avrebbe forse bisogno di altre forme, di tempi, incontri riflessioni lasciate sedimentare. La banalità è sempre in agguato il dire tanto per dire, per non perdere l’occasione. E’ di nuovo una sorta di presunzione gerarchica che ha posto la (limitata) capacità riflessiva umana in cima alla piramide che ci separa da quel sentire immaginativo che guarda il mondo con altri occhi. L’uomo ha delle capacità mentali straordinarie – le stesse capacità di mentalizzazione che ora affida all’intelligenza algoritmica che ne moltiplica il potenziale di calcolo. E tuttavia queste non possono sostituire una percezione immaginativa del futuro animata da visioni del possibile. Tutte le grandi visioni che hanno generato trasformazioni epocali sono nate da visioni che parevano utopiche. Esiste un realismo utopico radicato nella capacità di intrecciare la ragione, la tecnica e la capacità di un agire efficace con un giusto sentire che non può che essere profondamente relazionale – e che si può anche chiamare respons-abilità.

4. Se ammettiamo che la letteratura non è strumento di evasione, ma forma di discernimento del reale, cosa si salva ancora? L’impressione è che molto della produzione editoriale sia svuotato rispetto a ciò che sta accadendo, avvertendosi questo più del passato. Cosa ha senso scrivere? Che cosa può ancora parlare di noi in questo tempo che procede a una velocità senza precedenti e farlo alla luce di un’ottica in cui ciò che si scrive possa rimanere più o meno “eterno”? Può essere che un genere nuovo stia sorgendo e che sia un ibrido che risente delle competenze specifiche dell’autore e della loro influenza sul suo sguardo rivolto al mondo?

La spirale depressiva che coglie molti ha a che fare con questo sentimento del “a che pro?” – non solo per la scrittura ma per qualsiasi cosa.  E’ di nuovo una deriva accelerazionista e performativa che porta a sottovalutare tutto ciò che ha a che fare con la ricerca relazionale con cui si costruiscono i mondi – una ricerca che genera la sensazione che invece vale la pena di “prendere parola” o di partecipare in altre forme artistiche, performative, diversamente riflessive alla memoria di un mondo futuro. E’ anche vero che il mercato editoriale è cambiato molto – che i nuovi media creano e distruggono allo stesso tempo le forme con cui si fruisce di parole ed emozioni. E che ogni emozione diventa facilmente merce. Per questo anche c’è disamoramento. Si possono osare forme nuove e ibride ma soprattutto frequentare pazientemente pratiche di comunanza e condivisione. E costruire spazi sicuri de-mercificati.

“I think your house is burning down”, matita e carboncino su carta, Mork

5. Dice Magnason: “Forse allora andrà a finire bene, qualsiasi cosa succeda”. C’è una fiducia sottesa nell’ordine delle cose. Pensate sia così? Quanto il pensiero e l’immaginazione connessi ai vostri ambiti di elezione possono anticipare quello che ancora alla realtà manca? Che ruolo hanno l’antropologia, la psicanalisi e la letteratura, quanto possono contribuire, non a rassicurare, ma a invitare l’uomo a un’interazione con l’esistente e in che modalità?

Da psicoanalista torno alla questione del lutto. Che cosa significa “andrà tutto bene”? forse dovremmo saper prima fare i conti con quel naufragio che è la storia per poter costruire gli strumenti per riparare. Un’ecologia della cura e della riparazione implica prendere atto di ciò che non va e non è andato bene. Che i peccati dei padri ricadano sui figli è un pensiero arcaico che si confonde con la colpa e ben poco vitale. E’ un’idea che genera negazione. Il razzismo e l’indifferenza sono segnali di questa negazione profonda delle nostre eredità collettive. Assumersene responsabilità non significa cadere in una spirale mortificante ma immaginare una grammatica di ciò che può riparare. Un lutto rispetto alla storia umana del resto può solo nascere da un processo condiviso che ci permette di riconoscere che abbiamo solo questo pianeta su cui vivere e che oggi questa possibilità implica un passaggio epocale per il quale dobbiamo inventare nuove risorse.

Grazie a Fabrice Dubosc

“Il tempo e l’acqua”: muoversi nel reale. Conversazione con Matteo Meschiari.

Il pianeta Ork, sollecitato dalla lettura de “Il tempo e l’acqua” (Iperborea), di Andri S. Magnason, ha deciso di sottoporre un po’ di dubbi e di potenziali riflessioni sorte per merito dello scrittore islandese a tre diverse personalità del mondo culturale. La scorsa settimana abbiamo ospitato Ezio Sinigaglia in qualità di scrittore. Abbiamo creduto che il suo intervento non ci avrebbe lasciato indifferenti e che, con l’arte della parola, ci avrebbe accompagnato in un viaggio assolutamente arricchente per creazione di scenari possibili, smantellamento di improprietà lessicali e concettuali, rivoltamenti letterari funzionali al moto riflessivo. Così è stato. Oggi, è il turno di un antropologo che scrive e che, nell’assoluta originalità di un percorso di ricerca, rappresenta un caso abbastanza raro di coesione tra scrittura e pensiero personale che, pur risentendo della formazione scientifica o proprio per suo merito, non cede alle lusinghe del mercato editoriale e sperimenta e prova a innovare, convinto che poeti e artisti abbiano un compito più importante delle mire alla gloria. Matteo Meschiari è giunto su Ork nella forma priva di speranza del crepuscolo offerto da “Neghentòpia” (Exòrma) per poi arrivare a prendersi un posto speciale nel nostro immaginario attraverso la bellezza di Libera che, ne “L’ora del mondo” (Hacca edizioni), ci concede il margine di una trasformazione ancora possibile a fronte del buio delle città e degli uomini che hanno tradito l’esistente nell’ostinata direzione di un libero arbitrio votato alla distruzione. Più di recente, è stato il suo “Antropocene fantastico”, edito da Armillaria, a fornirci, tra critiche e osservazioni, dentro un sapere polimorfo, appigli funzionali a rendere le mancanze attuali punto di partenza di un futuro ancora inimmaginabile. Oggi, risponde alle nostre domande e lo fa nella maniera che gli è più congeniale: ricorrendo alla sintesi e invitando il lettore a cogliere tutto quello che traccia nel non detto. In fondo, lasciandoci liberi di scegliere, non senza qualche avvertimento.

1. Il libro di Andri S. Magnason, “Il tempo e l’acqua”, recentemente edito da Iperborea, fa leva sulla misurazione della velocità del tempo attuale attraverso il riferimento al superamento dei tempi geologici nella considerazione del mutamento della realtà intorno. Tutto cambia alla velocità dell’uomo, senza che questo implichi una capacità di controllo da parte dello stesso. Abbiamo, cioè, generato un processo che ci è sfuggito di mano. Dice Magnason: “Quando abbiamo imparato ad attraversare i ghiacciai, a contare i luoghi di nidificazione dei coccodrilli e a studiare il canto delle megattere, eravamo ormai tanto forti e ingombranti che tutto quello che finalmente sapevamo misurare e capire stava già scomparendo”. Di cosa è fatto, secondo voi, il limite di fronte a cui deve arrestarsi la volontà dell’uomo perché la capacità di comprensione non degeneri in dominio dell’esistente? E, se abbiamo perso i riferimenti tradizionali per collocarci nel tempo, in una dimensione sbrigliata oramai da ogni griglia, cosa ci radica nel “qui e ora”?

Il Tempo è il problema numero uno dell’Antropocene. Proprio come un blocco culturale-cognitivo ci impedisce di vedere e capire gli iperoggetti del collasso, allo stesso modo l’idea di tempo si è sgretolata, con un futuro non immaginabile, un passato manipolabile, e un presente-trappola che ci tiene incollati alla cronaca anziché ai ritmi del cosmo. Reagire al collasso del tempo è questione immaginativa, collettiva, politica. Le vie sono molteplici, quella che personalmente pratico è la lettura narratologica della storia, una scienza degli scenari passati per leggere i possibili scenari futuri. Cercare una “soluzione” narrativa, inventare narrazioni alternative a quelle tossiche del fascismo, dello scientismo tecnologico, del populismo acritico, è una via antifragile per orientarsi nell’onnipresente con-fusione tra finzione e realtà, che è poi all’origine della grande cecità dell’Antropocene.

2. Con il sopraggiungere della pandemia e il conseguente lockdown molti credevano fosse giunto il momento ideale perché si ponesse all’attenzione generale e alla coscienza dei singoli l’opportunità di un cambio di rotta rispetto a una serie di abitudini di vita e di produzione che hanno contribuito al collasso del sistema Terra. Eppure, allo stato attuale, non sembrerebbe accaduto nulla di quanto sperato da questo lato. Dice Magnason: “Quindi credo che, quando gli esseri umani finalmente capiranno che la collaborazione è l’unica via per risolvere il problema, potremo incontrarci e lavorare insieme. Ma credo anche che non lo faremo finché non saremo messi alle strette, finché la crisi non sarà tanto profonda da non lasciarci scelta”. Cos’altro deve succedere perché l’uomo prenda coscienza della propria precarietà e impieghi il tempo per tornare sui suoi passi? Mi spiego meglio: perché l’ansia, il panico, le fobie che stanno interessando molti di noi non riescono ad agire come motore di trasformazione del sentimento negativo che nutriamo verso l’altro in sguardo intimo rivolto a noi e ai nostri limiti?

Innumerevoli eventi storici mostrano come il limite di tolleranza al peggio sia l’annientamento, nel senso che, come la rana nella pentola, finiamo per restare bolliti per inerzia, assuefazione, passività. Jared Diamond in Collasso lo ha spiegato bene, c’è un ritardo cognitivo nella presa di coscienza del crollo imminente che ha come unico esito possibile la catastrofe. In buona sostanza è impreparazione al peggio, negazione dello scenario spiacevole, attaccamento allo status quo, escapismo, fede in un deus ex machina. Personalmente non credo che paura, dolore, ansia abbiano il potere di svegliare. Al contrario sono l’humus su cui germogliano visioni collettive, fedi, abbagli epocali che ci condannano alla quiescenza o peggio. Ci vorrebbe una rivoluzione cognitiva, ma intanto bisogna capire che il crollo genera non rinascita, il crollo genera il deserto.

“Caduta degli inferi, Ascesa”, omaggio a Libera, matita carboncino, fusaggine e gesso, Mork.

3. Veniamo alla parola con cui lavorate tutti e tre. Recita un passaggio del testo qui preso in esame: “Se c’è una cosa che contraddistingue i nostri tempi, quella è la guerra per le parole, per il potere di definire la realtà e il sistema economico, di formulare e diffondere notizie. È una guerra combattuta per stabilire con che parole esprimere il mondo. Sono le parole a creare la realtà: per qualsiasi sistema di potere è fondamentale possedere le parole e i mezzi di comunicazione per farle circolare”. Quanto la gestione comunicativa mediatica ha influito sulla percezione del pericolo e della gravità della situazione pandemica? Quanto l’avere calcato la mano sul dato delle morti, soprattutto in una fase iniziale, ha inciso paradossalmente sulla fatica di comprendere e sulla fuga dalla realtà successiva affermatasi prepotentemente con il flusso dei negazionisti?

Questa interpretazione presuppone una regia manipolatrice di alto livello, una biopolitica organizzata e predeterminata. Per me lo scenario è molto più squallido: impreparazione tecnica e politica, adozione di un cerchiobottismo criminale nella gestione pandemica, stanchezza e usura psicologica. Io non vedo grandi burattinai, solo burocrati opportunisti o imbecilli che non hanno avuto il coraggio di affrontare il problema nell’unico modo possibile: un lockdown rigido e breve anziché la pagliacciata delle zone colorate e lo stiracchiamento illimitato della pandemia. In questo le parole sono commisurate a chi le usa. Non vedo né agenti oscuri della propaganda né chiacchieroni dotati di un qualche potere reale. Non sono le parole ma le immagini il vero campo di battaglia, e qui dovrebbero intervenire artisti e poeti, ma sembrano molto occupati a fare mostre e farsi pubblicare.

4. Se ammettiamo che la letteratura non è strumento di evasione, ma forma di discernimento del reale, cosa si salva ancora? L’impressione è che molto della produzione editoriale sia svuotato rispetto a ciò che sta accadendo, avvertendosi questo più del passato. Cosa ha senso scrivere? Che cosa può ancora parlare di noi in questo tempo che procede a una velocità senza precedenti e farlo alla luce di un’ottica in cui ciò che si scrive possa rimanere più o meno “eterno”? Può essere che un genere nuovo stia sorgendo e che sia un ibrido che risente delle competenze specifiche dell’autore e della loro influenza sul suo sguardo rivolto al mondo?

Troppo presto per dirlo. Inoltre bisogna notare che ci sono diverse velocità di reazione, diverse zone culturali in ballo, diverse remore nell’assecondare lo zeitgeist narratologico. L’America e l’Italia sono pianeti diversi, reagiscono in modo diverso all’Antropocene, l’editoria nei rispettivi paesi è diversamente porosa o impermeabile. In Italia c’è un vero e proprio sforzo a concerto per sostenere quello che potremmo definire un negazionismo editoriale. In questi giorni stanno uscendo ad esempio molte recensioni a Il silenzio di DeLillo, non ne ho vista nessuna che ha affrontato davvero di petto il nocciolo del libro: il collasso in atto. Per dire che la parola d’ordine è disinnescare l’orrore e continuare a vendere libri su famiglie disfunzionali e amori borghesi.

5. Dice Magnason: “Forse allora andrà a finire bene, qualsiasi cosa succeda”. C’è una fiducia sottesa nell’ordine delle cose. Pensate sia così? Quanto il pensiero e l’immaginazione connessi ai vostri ambiti di elezione possono anticipare quello che ancora alla realtà manca? Che ruolo hanno l’antropologia, la psicanalisi e la letteratura, quanto possono contribuire, non a rassicurare, ma a invitare l’uomo a un’interazione con l’esistente e in che modalità?

L’antropologia e la psicanalisi non si studiano a scuola, la letteratura che si studia è storia della letteratura. Direi che in questo c’è la risposta. Come possiamo sperare in una nuova generazione attenta, consapevole, attiva, reattiva, se non le si danno gli strumenti giusti per pensare l’impensabile?

Grazie a Matteo Meschiari

Il 2020 in 12 libri scelti da Ork. Buon Anno!

Qui interessa la Resistenza al disumano, quello che abbiamo dimenticato di essere, lo scoperchiamento di una pentola dagli umori infernali che il virus ha “solo” reso evidente. Ma, poi, evidente a chi? Probabilmente a chi qualcosa aveva già incominciato a percepirla prima del disvelamento pubblico della catastrofe nella quale siamo. I libri sono uno strumento di resistenza formidabile e lo sono quando conducono per mano lungo viaggi che aiutano a vedersi, a incontrare le proprie crepe, a riconoscersi in quello spazio che il mondo ci ha tolto e dentro cui ci sono tutte le negazioni di questo presente ottuso: la paura e la morte, la fragilità, la memoria, la pietas, l’inettitudine, la forza delle idee, il rifugio della scrittura quale raccordo con la risposta alla violenza degli uomini, la decomposizione del corpo, l’umanissima passione di Cristo, la caduta e la resurrezione terrena, poco più in là delle nostre prigioni mentali, l’epica della trasformazione, la diversità, l’inganno e la sovrapposizione delle realtà nello sguardo delle monadi che per effetto dell’Amore collassano e generano la superbia negata e la bellezza del mondo. Se abbiamo capito che, se siamo uno scarto, il diritto ad essere considerati umani è pari a quello di chi veleggia senza timori lungo mete già battute e monotone, che certe rivendicazioni sono anche nostre, se ci siamo voltati a guardare certi abissi materni e li abbiamo resi degni di perdono, se abbiamo ricordato di essere stati figli sbagliati che hanno provato a dialogare con quelli giusti, ma anche fragili, se abbiamo ripercorso le estati al sud in un passato sospeso e inafferrabile, se Zeno Cosini sapevamo di esserlo, ma abbiamo capito che avremmo potuto fare di “meglio” sedotti da Girolamo Girolimoni, se abbiamo osato lasciare decomporre il rigore algido delle forme per entrare nella morte latente che ogni corpo reca con sé, se siamo caduti nella voragine della voglia di cedere e finire, poco più in là del principio di morte, se abbiamo preso coscienza che la Letteratura è un gioco, un omino di latta che racchiude l’origine del superamento delle nostre miserie, se Cristo siamo noi, tutte le volte in cui riabilitiamo un padre distante, tutte le volte in cui siamo corpo, dolente e gaudente, se abbiamo riconosciuto di essere ingranaggi quasi perfetti, se non fosse per l’Amore che scompiglia ogni cosa, se abbiamo compreso che un treno su cui salire potrà salvarci, ammesso di riconoscerci scarti di un’ultima classe, in un mondo devastato dove il senso sarà solo nell’essenziale e nell’invisibile, lo dobbiamo a questi libri che sono i nostri del 2020 (dunque, a prescindere dalla loro data di venuta al mondo):

  1. Baco, Giacomo Sartori, Exòrma edizioni;
  2. Taccuino delle piccole occupazioni, Graziano Graziani, Tunué;
  3. Il libro di Katerina, Auguste Korteau, Nutrimenti edizioni;
  4. Althènopis, Fabrizia Ramondino, Einaudi editore;
  5. L’imitazione del vero, Ezio Sinigaglia, TerraRossa edizioni;
  6. La parte inventata, Rodrigo Fresan, LiberAria editrice;
  7. Sete, Amélie Nothomb, Voland;
  8. Mascarò, Haroldo Conti, Exòrma edizioni;
  9. Anatomia di un profeta, Demetrio Paolin, Voland;
  10. Il treno per Ballachulish, Matteo Meschiari, Edizioni Volatili;
  11. I rifugi della memoria, José Luis Cancho, Arkadia editore;
  12. Ricomporre amorevoli scheletri, Giovanna Rivero, gran via edizioni.

Buon 2021 da Ork!

Mork & Mindy

“Giocolieri in strada (la danza di Oreste)”, tempera su carta, Mork

Ork e il miracolo della traduzione.

«Tradurre era smantellare e ri-costruire ponti, dighe e canali al posto dei ponti inventati da altri. Era pianificare altre chiuse sul canale. Nulla o tutto doveva cedere come nell’originale. La chiusa di un canale è il punto in cui la frase piega senza spezzarsi, la corrosione delle fiancate della chiusa, al passaggio delle navi container, obbliga a ripetere centinaia di volte la stessa manovra, fin quando la nave scorre come scorre nell’originale… Tradurre era passeggiare lungo il Noordzeekanaal, indovinare un punto e intingere il dito nell’attimo in cui l’acqua dolce e quella salata si privano del prima e del dopo per farsi acqua salmastra.» (Marino Magliani, “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi”, Exòrma Edizioni)


Non si sarebbe potuto descrivere meglio il viaggio che la traduzione esige. Un omaggio che Ork rende al lavoro indispensabile di chi prova a restituirci nella nostra lingua l’interezza di un testo in un delicato equilibrio tra rispetto e confine, confluenza e identità.


Il libro sarà ospitato a breve in questo blog.

Amsterdam, foto di Mork.

Eva con Eva. Baltasar e D’Elia su Ork.

permafrost-d586

Esistono libri che non si esauriscono a lettura ultimata, rimangono lì ancora un po’ a chiederti qualcosa, figli da ascoltare, creature indefinite che attendono una parola, quella mancata la volta precedente, quella eternamente mancante, quella che dia loro una consistenza identitaria, che sia di immedesimazione nel confronto con l’autore del verbo o sia di contestazione nella medesima relazione è gioco rilevante quel tanto che basta a capire di più l’intimità dei soggetti coinvolti. E, in fondo, la lettura di un libro cosa può essere se non la restituzione, a se stessi o al pubblico, di un universo che è la sintesi di una riflessione di sguardi?

Succede che un libro si accantoni, allora, e continui a chiamare e tu non sai che voce nuova mai potresti dargli rispetto al percorso che hai già tracciato e in cui lo hai inserito con buona pace dei dubbi in merito alle sfumature volatilizzatesi nel tempo ordinario del processo che ha tentato di offrirne un lato concreto, oltre i segni nebbiosi. Succede che quel libro si lamenti e incominci a farsi strada nelle parole di un altro, come se la sua chiarezza fosse nel silenzio, nel lamento, in ciò che ancora non è e, dunque, in una contrapposizione salvifica a tutto ciò che è urlato, esteso, parlato, dichiarato nell’altro e ti pare che la verità stia nell’incontro dell’uno con l’altro.

Eva Baltasar e Raffaella D’Elia non credo si siano mai sfiorate, eppure i loro libri raccontano non un identico femminile, ma una storia, oltre la specificità dello stile e del contenuto della narrazione, che pare essere, in punti precisi di ricerca sotterranea, una stessa strada, un dolore simile, un’incapacità che soffoca e una coscienza autorevole che non lascia scampo se non nella scelta della modalità con cui darle forma verbale e che, mentre nella prima si fa ironia, urlo, schianto, elaborato incipit che si scioglie nel prosieguo e che non disattende, poiché si sbroglia umanamente, nell’altra si fa magma silente in un fiotto di parole ricercate, nel lasso di tempo necessario a farvi confluire l’esterno rosso “sbandierato” dall’autrice spagnola.

Entrambe da qualche parte raccontano una crisi, una maturità non necessariamente legata a un’età precisa, certamente una crescita, che porta con sé una difficoltà, un tempo perduto per sempre, il disincanto e l’ingenuità che sbattono contro la realtà e si fanno dolore, l’urgenza di un “dolore da fare esplodere senza andare in pezzi”, e, nello stesso istante, massima celebrazione della vita nell’impossibilità di accettarla nella nuova configurazione indotta dalla disillusione. La vita si preserva nell’attesa: sono le aspettative che lasciano ancora lo spazio per raccontare “stupori colpevoli”, “spaventi”, “occhi che si aprono troppo”. Il dolore incombe su entrambe, ma diventa esperienza narrabile o nel riconoscerlo e distinguerlo dai “modi sbagliati di attraversare le situazioni” e, dunque, dalla responsabilità personale e dalla falsità con cui, carichi di quel dolore, interagiamo con la realtà erroneamente, facendo scivolare su di essa ciò che è “solo” nostro, o nel conflitto con l’esterno rispetto a cui la tensione dell’”agguato” ci tiene in allerta. Entrambe narrano di una fragilità, di un nucleo più intimo, fuori dal quale c’è lo spazio pericoloso del niente o l’inconsistenza familiare, di fronte a cui si esiste mancando, mancando se stesse, distruggendo la propria identità, ingannando, ingannandosi. Non resta all’una che questo, l’inganno che la protegge, e all’altra l’illusoria libertà che è espediente per sopravvivere senza aggressività, mentendo a se stessa nell’evidenza dell’impossibilità di vivere del cuore. Allora, i tentativi di suicidio della protagonista di “Permafrost” (Nottetempo editore, trad. Amaranta Sbardella), il romanzo della Baltasar, sono il diario di un attaccamento alla vita protetto dal freddo strato di un’ironica, seppur rabbiosa, intelligenza che è la distanza necessaria dalla femminilità familiare, da ciò che non è mai esistito se non in intollerabili forme dentro cui dichiararsi inesistenti è la salvifica modalità di ingresso, da un motivo dall’andamento moderato-borghese e suonato male rispetto a cui non si esiste, una sorta di reciproco non vedersi che aiuta paradossalmente a non disintegrarsi nella vicinanza imposta dai legami familiari.

Non c’è confronto con la propria madre e non c’è con la propria sorella perché non c’è condivisione. Il confronto si nutre di parole e narrazione, di un’esternazione verso l’altro che ha in sé la potenzialità di contenere la soluzione della condivisione. Che sia di poco, di molto, è una storia differente, perché è una “gradazione” di una fluidità che scorre e bagna due terre vicine in un’umidità che, nella penetrazione, racconta accoglienze diverse. Qui, ci sono fratture e il gelo in cui si rafferma il sangue ed è impedita la comunicazione. Il romanzo si assesta su due livelli: la chiusura rispetto alla evidenza dell’inesistenza nel rapporto con le donne di famiglia, uno strato glaciale che non permea il romanzo perché la voce, facendosi ironica e rabbiosa, cede, più di frequente di quanto non si creda, all’emotività calda di un femminile nuovo. Quella condizione di innamoramento verso le donne che racconta di uno sguardo rinnovato, che diventa l’ingresso alla narrazione dell’intimo e delle vicende amorose e sessuali in cui si sviluppa il cuore negato dall’originario femminile e si declina quale accezione, oltre la sfera sessuale, di una possibile forma di esistenza che si dilata, come un utero, ad accogliere tutte le donne del mondo, le più diverse, quelle che non si è potuto essere, quelle amate o da amare, quelle che sfuggono e lasciano un segno, quelle imprendibili, quelle che vorrebbero sposarci, quelle in cui siamo, tutte le volte in cui la forma del pensiero familiare non ghiaccia l’acqua che sappiamo fare scorrere.

Non è un caso che lo stile sapientemente macchinoso dell’incipit venga traghettato, attraverso un tono che, passando per l’ironia e per valvole di sfogo dall’aria tiepida, si fa terso e scorrevole, verso il finale che ricompone la frattura, complice un evento che sovverte l’iniziale prospettiva, inducendoci a rafforzare il pensiero già esplicitato, di una neanche tanto sottesa celebrazione di vita nella ricerca narrata e mai conclusa di tentativi di chiudere con l’esistenza, e l’idea che il principio di morte si faccia agevolmente strada in quei dettagli felici che coprono ogni domanda nei femminili fragili che ci hanno messo al mondo o ci accompagnano in posizione fraterna.

E, dunque, la narrazione è un esternare intimo, è una rivoluzione non violenta che si muove dentro, mentre “Ritmi di veglia” (Exorma editore), di Raffaella D’Elia, è un silenzio che non muta nel corso della narrazione, un dolore, una coscienza tenuti a freno dal pensiero che si organizza brillantemente in una prosa che, modulandosi a norma di registro saggistico quel tanto che è concesso dalla forma romanzata, ostinatamente incasella, schematizza, definisce, nella fragile paura di perdersi nell’assenza di forma, in fondo unica verità possibile e orrore del vuoto.

Ritmi di veglia (Copertina)

Quel vuoto che è mancanza, privazione, che è dolore, ma anche forma di esistere, l’unica forma di esistere quando, rotto il disincanto della bellezza e dell’eternità, la moderata tensione dell’accettazione delle cose è morte o unica vita possibile.

Un desiderio che sospinge non il narrato, non la donna narrata, ma chi la racconta e rimane il soffio di vita che attraversa il silenzio riempiendolo di un’animata attrattiva per chi legge.

Allora, se il dolore è tenuto a freno da una modularità fredda che non passa dall’ironia, ma da un ripiegamento verso se stesse in una dignità di componimento dell’emotività che si serve dell’uso esatto della parola che non deborda mai, esiste un altro tracciato, qualcosa che è sotto, quella maturità della coscienza che è una storia non (ancora) scritta, un allagamento che manca e che, nel mancare, traccia la differenza rispetto alla Baltasar.

Il che non si traduce in una scelta più giusta dell’altra, ma in quella quotidianità in cui siamo tutte e decidiamo quale possa essere il mezzo migliore per sopravvivere a quella valanga di mondo che ci cade addosso quando non sappiamo ancora chi siamo esattamente o quando, giunti a saperlo, ne constatiamo la fallacità, l’inutile orpello con cui proviamo a stare, confondendo coerenza di un esterno agire che si raccorda al pensiero, a ciò in cui crediamo, agli ideali che ci animano nelle posizioni con cui ci definiamo, con l’intima essenza, il nulla in fondo, la vaghezza, eppure un desiderio leggero che ci trascina via dal buio e ci porta fuori a “riveder le stelle”.

E se l’una lo fa nella storia narrata, l’altra lo fa nel piacere della narrazione che sa comunicare e che, pertanto, smussa gli angoli di una critica possibile e rende l’estetica dei “Ritmi di veglia” non fine a se stessa, ma complementare al desiderio, a quell’appiglio che non può essere soltanto un monocromo silenzio.

Non sempre è necessario lo sguardo di un uomo perché ci si veda per intero.

È, però, sempre necessario un viaggio, andare nell’inferno del mondo, non confonderlo col proprio dolore, perdersi, perdere se stesse nello schianto con la realtà, non solo familiare, cadere nel buio, gelarsi e, infine, trovare lì un angolo da cui estrarre la luce, quell’umanità di cui siamo portatrici sane, quel mistero per cui stiamo all’origine della Vita.

Mindy

Caduta di Urano
Caduta di Urano“, penna e china su carta, Mork.

Veglia su Ork: passi ritmici di una crescita.

Ritmi di veglia (Copertina)

Questa notte ho dormito poco. Svegliatami di soprassalto ho dovuto fronteggiare una valanga di pensieri, il capovolgimento inatteso di una stabilità quotidiana di quelle ore giornaliere in cui il sole aiuta a camuffare una difficoltà di esistere senza cui Ork, l’arte e la letteratura probabilmente neanche ci sarebbero.

Ho spalancato gli occhi alla mia fragilità, alla mia mancanza, a tutto ciò che non sono, alla fatica di essere, alla tortuosità dei miei giri mentali, all’armonia cercata e mai raggiunta, a tutte quelle volte in cui un sorriso è stata la migliore soluzione che potessi trovare a un imbarazzo, a una vergogna, a un tumulto emotivo, alla voglia di piangere, quasi fossimo sopra e sotto, maschile e femminile, luce e buio, giorno e notte, parola e movimento, tempo che si disperde e tempo per sé, dentro e fuori, rumore e silenzio.

Contraddizioni viventi di un mistero di cui siamo involontari portatori e la cui coscienza è lo sgomento di fronte all’unica verità della caducità delle cose a cui, solo, possiamo opporre il desiderio e la sua forza di trascinare ciò che resta della maturità verso bagliori ancora possibili prima del buio.

Narrare tutto questo è stata la sfida del libro che Ork accoglie qui oggi: un bianco e armonico silenzio che si respira da principio a fine, l’armonico tracciato di un moto cardiaco contenuto nel fluire costante delle parole, indispensabile forma al caos generato dal dramma della verità quando essa si palesa in primarie attestazioni di stima in chi ha occhi per vederla.

La parola, dunque, come canale di diffusione, passaggio di mezzo che dalla coscienza conduce, in un processo che travolge la condizione anagrafica per lasciare spazio al generale dell’esistenza, oltre, oltre il dolore, in quel candore che non è un’assenza, molto è già avvenuto perché all’origine si possa tornare senza schizofreniche cadute di scissioni identitarie, ma un superamento delle tempeste cromatiche di un’intera vita.

Quasi fosse, “Ritmi di veglia”, di Raffaella D’Elia (Exorma edizioni), il sostrato fatto della stessa consistenza dei desideri e della matura visione delle cose, su cui volteggiare guardando giù, non dimentichi della paura, ma sostenuti da un sapere nuovo che fa da abile contraltare alla caducità delle cose, un sapere che passa dall’amplificata percezione di sé, dalla maniacalità del dettaglio intorno, su cui innestare il proprio “disadattamento” alle comuni regole dell’esistere, divenendo un’altra storia, quella di una candida volatilità sostenuta da una sapiente e poetica “idiozia”.

“Inclassificabile” lo definisce assai correttamente Emanuele Trevi nella prefazione, ma “Ritmi di veglia” è la sintesi necessaria e sincera di un intimo diario che narra di danza e di corpo, di ordine e dolore, di aperture e di contenimento, di un moto perpetuo che è ciò che resta dello sgomento intraducibile di fronte a ciò che è e che sbarra la strada, urta contro la nostra umana spinta verso quello che non conosciamo, ci punisce nell’incedere egotistico fino a Dio, scioglie la cera con cui ci attacchiamo addosso le ambizioni fallaci e vanagloriose di onnipotenza, ma che nulla può contro la materia sublimata del desiderio.

Non c’è salvezza in questo diario se non nei confini di cartografia di un sentimento che si attraversa nei limiti possibili, da cui la sincerità, di un cambiamento, di un passaggio da uno stato originario che deve essere stato estremamente solido e doloroso e qui parzialmente accennato a quello più alto e leggero che prende il sopravvento fino a diventare oltre uno stato, una modalità di approccio all’intera vicenda esistenziale narrata tra le righe, un soffio candido e bianco in cui il libro si legge e resta, un silenzio di veglia che non dimentica il cuore, lo porta con sé, perché in esso è racchiuso l’ultimo anelito di vita, perché “sono la veglia senza i battiti l’errore da non commettere, le veglie in attesa che qualcosa arrivi senza inaugurarne l’avvento, i ticchettii scomposti di un mondo interiore capovolto”.

Ida incarna quelle esistenze coscienti e fragili, quei risucchi interiori dove la vita concreta è l’illusoria salvezza, in realtà solo tavola momentanea di appoggio a ciò che non ha rimedio se non nel riavvolgere il nastro dal principio e fare finta che sia tutto un grande bluff, il nostro “The Truman Show” sognato da una mente superiore e, forse, cattiva, se a nobilitarla non fosse la ricchezza che questo insolito diario intimo ci svela e tradisce, quel mondo dentro, con cui ascoltiamo noi stessi, ne veniamo fagocitati, non sappiamo essere al di fuori del nascondiglio in cui ci rifugiamo dalla brutalità dell’esterno, in un alveo materno ancora possibile, in cui siamo in fondo, molto in fondo, echi di tutto ciò che è mancato e non c’è stato, salvo accorgersi che è il momento di generare un’accoglienza che è e rimane solo nostra, nella fine di un tempo filiale venuto giù con le rughe e la morte di chi ci ha portato qui.

Un’accoglienza che assume la forma di uno spazio di ascolto, ascolto severo dei rimbombi della propria voce inascoltata e inappropriata, di risposte mancate, di sensibilità ferite, di suoni amplificati da una distorsione dello stare al mondo che è l’urto di sé contro la vita che si staglia oltre l’attesa, quel desiderio sottaciuto fino ai margini dello stato di incoscienza e non più eliminabile dal campo visivo con l’ingresso ufficiale nella propria storia di donna matura, quel pezzo di vita illuminato da “scintille di provvisorietà, lungimiranza, accondiscendenza”: quello che arriva, ma arriva dopo la danza e il dolore, dopo l’urgenza di un apprendimento per codificare quello che non siamo ancora e che, forse, non saremo mai, dopo la fatica di un corpo che per sentire passa dalla percezione del male fino a superarlo estasiandosi, nell’atto della danza, in un piacere finale che non è nel caos, ma nell’ordine costituito, quasi si avesse paura di naufragare in un bene non generato dallo schema assolutorio della mente e dei retaggi con cui nasciamo.

Dicevamo, dunque, di una storia matura che attraversa il corpo e giunge alle parole in un ambiguo e necessariamente contradditorio punto in cui la scrittura è il possibile rovesciamento, il capo scoperchiato della frantumazione avvenuta e tenuta insieme dalla caparbietà di un desiderio dietro cui tracciamo la nostra sagoma facendolo coincidere con noi e provando a salvarci dalla caduta dell’ossessione, in cui scrivere è più di un ingresso in sordina di un’identità maschile nel romanzo, è disvelamento di un altro pezzo di sé, sembrerebbe, quasi dissolvimento di una nevrotica attesa in un’apertura alare che guarda un po’ più in là, che, pur nella coscienza della fallimentare esperienza della caducità, rientra, laddove non può che accondiscendere, ma non si priva di una nuova visione possibile, si sposta, sposta il punto da cui guardare le cose, in un’intimità che, indulgente, non dimentica il dolore, ma ammette a se stessa la felicità, quegli sprazzi di luce prima del buio.

Il romanzo di Raffaella D’Elia è un atto complesso, non solo perché sintesi di contraddizioni dentro cui siamo tutti, ma perché è sintesi compiuta in una forma anomala che passa da una rarissima raffinatezza lessicale in un uso filosofeggiante del narrare romanzesco, celato maliziosamente nella componente formale quasi diaristica del medesimo.

Non solo.

L’inclassificabilità di cui parla Trevi è oltre, in una introversione che, pur cedendo a un sottile gioco di progressive letture, sottese a quella complessità, che, stancando, induce a fermarsi a quella possibile a ciascuno, è il manifesto sincero di un limite che Ida pone a se stessa nel disvelamento di sé, origine e cruccio del fascino femminile, viaggio insondabile nella psiche che percorre vie tortuose e arriva in un giorno inaspettato a un principio di piacere nella frantumazione finalmente maternamente accolta di sé.

Mindy

Il mondo di sotto
“Il mondo di sotto”, penna su carta, Mork.

 

 

La danza e la veglia: avventure prossime.

«[…] La sua figura le fa paura, la teme come si generano le paure dei bambini, agglomerati di oscurità che lasciano interdetti. La sua figura nulla può nascondere, di sé, del suo mondo, della sua vocazione. Con gli anni ha imparato l’inganno. La disciplina del mostrarsi più semplice si è rubata lo spazio impazzito della sua fragilità. È uno spazio pericoloso lo spazio del niente in cui spesso Ida si rinchiude quando non si sopporta più, e crede di stare mancando qualcosa, forse sé stessa. Nel limite di questa disattenzione verso i propri passi Ida si affaccia. Guarda quello che trova, pezzi di dolore fuso a trappole. La distraggono disorientandola. Le rendono lo sguardo spento, vuoto. Per giorni. Mette le mani dentro, Ida, e ne estrae le armi più nocive, quella della distruzione della propria identità […]». (Raffaella D’Elia, “Ritmi di veglia”, Exòrma Edizioni)

Un viaggio complesso dentro una scrittura “differente”: a breve su Ork.

La pera sezionata (china e penna su carta)
“La pera sezionata”, china e penna su carta, Mork.