Fifty-fifty ovvero storia di un perché: Sinigaglia su Ork.

Torna Ezio Sinigaglia con un nuovo romanzo, “Fifty-fifty”, edito da TerraRossa, e torna a scombinare le nostre certezze di lettori assuefatti alla diffusa idea editoriale che per rinnovare il patto di fiducia con chi legge sia necessario, negli ambiti in cui non ci si accontenta di una familiarità stantia o di un personalismo condotto a un punto di non ritorno, di costruzioni strutturali talmente all’avanguardia da non essere comprese da chi a un libro chiede semplicemente una storia, la grazia dello stupore e un’eco di coscienza. Abbiamo atteso per scriverne perché, a dispetto dell’apparenza, il nuovo romanzo di Sinigaglia, in quanto in grado di portare un salvifico disordine nelle nostre vite di lettori, va letto, poi sfogliato ancora e ripreso in mano più volte. A ben guardare, nulla di nuovo rispetto ai suoi precedenti, ma qui la faccenda, per quanto riprenda una schematica di approccio richiestaci già in passato, traccia nuove coordinate, dettate più che dall’impianto o dalla lingua, dalla necessità del rovesciamento delle apparenze assolutamente necessario non solo per comprendere la storia che ne è al centro, ma anche per capire quale sia davvero la storia che ne è al centro. Non è un caso che l’ironia, grande dote dello scrittore, qui si faccia lingua andando ad assieparsi anche laddove il tono parrebbe volere raccontare una relazione con l’esistente assai diversa, come se attraverso la modularità linguistica di un caricaturale, talvolta grottesco, versato anche in certe descrizioni amorose, Sinigaglia più che farsi creatore di una lingua nuova, come aveva egregiamente sperimentato nel precedente “L’imitazion del vero” (TerraRossa edizioni), “si limitasse” a fare della lingua un piano anticipatore dello sguardo complessivo rivolto dal romanzo al tema dell’amore che, rovesciato, porta all’attenzione del lettore, che sa di non doversi fidare di ciò che troppo scorre sotto gli occhi, il lato buio della bellezza della vita che culmina nell’incontro con l’altro.

Ed è proprio quest’ultimo punto un primo tema su cui interrogarsi, anche in relazione a quella visione finale e più ampia che è oltre le singole e ricche storie con cui infarcisce lussuosamente il viaggio. Procediamo per gradi, perché gli indizi sono tanti e, probabilmente, al termine saranno tali da darci la parvenza di un colpevole, ma la storia sarà stata tanto preziosa da non potere fare seguire ad essa alcuna esecuzione della pena. Il titolo racconta l’apparente centralità del romanzo: Fifty-fifty è l’appellativo con cui la voce narrante è solito rivolgersi all’oggetto del suo amore, in relazione al suo non essere mai completamente un’identità definita, a tal punto da essere per l’altro una sorta di enigma nell’istante in cui, pur desiderandolo, non gli si concede (“Non vuole saperne, Fifì, di far l’amore. Non ne ha voglia. Ma non esclude che la voglia possa venirgli, un giorno o l’altro. E m’incatena.”). Un enigma, dunque, che ben si incastra con la voce narrante, il cui appellativo Warum tradisce lo spirito indagatore del latore del medesimo. Qualcuno cerca, si interroga e qualcuno sfugge ai tentativi di cogliere il senso delle fughe da parte dell’altro in un gioco perfettamente riuscito nella rispondenza di questa dimensione monca al desiderio di Warum e, certamente, a quello dell’altro giocatore (“Perciò capii quella notte –indimenticabile purtroppo- che l’amore Fifì ed io non lo faremo mai, se non in forma rituale sotto le corroboranti frizioni dello sciampo. Quando lui è Fifì, non vuole. Quando non è Fifì, non voglio io.”).

Sysyphus, schizzetto con matita e fusaggine, Mork.

Dunque, entrambi sembrerebbero concordare sul non volere ciò che in una relazione amorosa suggella l’inizio e la prosecuzione della medesima: un tratto distintivo eppure negato, un incontro consensuale dentro a una negazione, ammesso che di un realistico incontro con l’altro si possa, alla fine dei giochi, davvero parlare. Il titolo induce a credere che sia lì il punto, fuori da Warum, nell’inspiegabile comportamento di chi ama e non ha nessuna intenzione di cedere all’idea comune che in qualche modo si debba portarla nei corpi, quella storia, ma per tutta la durata del romanzo noi assistiamo al viaggio introspettivo compiuto dall’altro, conosciamo l’oggetto fuggevole del suo desiderio per il tramite della sua voce molle e sinuosa che, spinta alle estreme conseguenze dalla sapienza del burattinaio, cede all’ironia e regala un tono superiore alla narrazione impedendo, anche se non sempre, al deus ex machina di lasciare cadere dall’alto tutte le folgori che, non scagliate, rischiano, qua e là, di tradursi in artifizi di rivolta di cui fa le spese il lettore. La conoscenza di tutto ciò di cui è popolato il romanzo, della psiche di Fifì e delle dinamiche delle relazioni al femminile, come dei desideri di un bassotto che, sospeso tra Conrad e il notturno di un’estate in solitaria, gli sarà fidato alleato di avventure, tutto passa attraverso il pensiero e la parola dell’altro, Warum, tanto che, al termine, quello che potremo dire di conoscere abbastanza è proprio lui in un apparente paradosso in cui, forse, troveremo un perché a Warum, ma non alla scelta inusuale del suo amato che, pure lui, prova a ricondurre a quattro plausibili ipotesi: 1) spingere il desiderio a livelli tali da garantire, al momento dell’amore tradotto in corporalità, un piacere sommo; 2) evitare il rischio della perdita insita nell’inizio di ogni cosa; 3) l’avere posto in essere esclusivamente una comunione trascendente; 4) l’essere angeli e il riconoscimento di un’empietà nella discesa dalla metafisica alla corporeità.

Queste, però, non sono ancora altro che il tentativo di Warum di capire l’altro. Capire l’altro o capire se stesso? Il gioco di specchi si fa strada nelle pagine e parte da un indizio spicciolo riportato ritmicamente in una pausa dal chiacchiericcio diffuso con cui una certa umanità entra a tratti con frastuono e ingordigia e spazialmente in un anfratto della foresta popolosa che anima il romanzo attraverso personaggi grotteschi o semplicemente insoddisfatti, borghesi piccoli piccoli in cerca di un loro posto nel mondo, frequentatori notturni di vite al limite o insani passeggeri della notte senza scopo e senza età. Gioco di specchi, dicevamo: quello che il desiderio di emulazione in un taglio di capelli che rende l’amato identico a sé anticipa rivelando non l’avviso rivoltogli dall’amico, ma un parallelismo dentro cui è, forse, il nucleo della storia. Non è Warum un satellite di Fifì, come qualcuno sostiene, né tantomeno un’orbita, ma entrambi finiscono per essere pianeti e orbite o satelliti in funzione della polarità o delle fragilità e dei bisogni dell’altro, laddove alla forza dell’uno corrisponde l’esigenza dell’altro di sopravvivere in quel principio di attrazione. Perché, in fondo, la fisica e l’astronomia sono temi cari allo scrittore che qui non si dimentica neanche della luna che compare in più punti: sacra e distante al di sopra delle loro avventure in un’indimenticabile vacanza al Conero o, più semplicemente, attenta testimone e compagna di luce nell’ospitalità notturna in una grande villa da cui il racconto trae origine.

Nel complesso, il romanzo parrebbe volere essere, al termine vorticoso dei suoi infiniti giri, una celebrazione. Della fugacità dell’amore? Della vita che scorre più rapidamente delle nostre umane attese e che talvolta l’amore riporta alla nostra misera attenzione nella relazione che generiamo, nelle aspettative, con chi ha dalla sua ciò che più non ci appartiene, come la giovinezza? In fondo, Warum non è più giovanissimo, si appresta a varcare la soglia di un tempo che non tornerà più e che ha tutta la bellezza di Fifì. A dirla tutta, l’indizio che di una celebrazione potrebbe trattarsi parrebbe contenerlo, quantomeno allo stato potenziale, il vero nome della voce narrante: Aram racconta molto di più, forse, di altri indizi, di natura più squisitamente letteraria di cui è seminato il romanzo. La radice ci porta lontano e in un ritorno al mondo classico leggiamo il principio di un altare, ma anche di un monumento funebre, quasi fosse Warum l’altra faccia di Fifì e la morte l’altro tassello di una narrazione che è canto, ironico e lussureggiante, di amore e vita. La morte entra prepotente attraverso la musica che, nel ricordo di un motivo suonato in casa dal pianoforte materno, diventa la coscienza della fine, la scoperta della morte, l’interruzione della dimensione sconfinata della gioia associata al sorriso della madre e alla percezione potente del suo corpo. Racconta l’angoscia Aram, racconta “la paura della foce”, “una meta arcana”: “L’effetto complessivo era più o meno questo: sopra, una nube di polvere che mi nascondeva; sotto, un vorticare di fango, un aggirarsi viscido di mostri tra i fondali; in mezzo, su quello strato d’acqua limpido, il mio corpo trascinato via, travolto. In gorghi impetuosi, in rapide, in cascate”.

Sysyphus, carboncino, fusaggine e matita, Mork.

Racconta di come si affondi la prima volta in cui prendiamo coscienza di non essere immortali e lo fa servendosi dell’acqua, principio generatore della vita, come il sorriso della madre, accanto alla quale incomincia ad imparare l’arte difficile dell’argine alle umane derive per ciò che non si può combattere. Esattamente come il suo corpo che, nella vitalità di un desiderio, contiene il tradimento della consunzione e della fine. Dunque, la corporalità negata allontana e contiene, culla e ripara, riporta a un pianoforte e a un’infanzia felice prima della fine di tutto. Una fuga anche questa? Aram ci conduce laddove c’è vita e morte, ma anche su un terzo piano, quello in cui il mito propone un pezzo in più delle storie degli uomini. Esiste una costellazione che ha il nome di Aram: l’origine si perde nel tempo del conflitto tra dei e Titani, quando Zeus, salvato dalla furia fagocitante del padre Crono, si ribellò alla sua autorità liberando i fratelli e sconfiggendo i Titani. La costellazione fu l’atto di gratitudine rivolto da Zeus a tutti coloro che lo aiutarono nell’impresa. In fondo, senza Fifì cosa avrebbe potuto capire e narrare di sé la voce di Warum? Se la costellazione in questione aiuta, laddove visibile, i marinai a prevedere l’arrivo di una tempesta, Aram, che nell’acqua si perde in quanto infinito e rinasce a nuova vita nel compromesso imposto dai tagli quotidiani che la vita ci impone per sopravvivere, non è molto diverso da quel Rinaldo che, perso nel piacere delle ampolle delle infinite mancanze, può ancora trovare la sua strada in quello che resta di una nostalgica scintilla d’amore e superare la burrasca che lo attende.

Mindy

Fifty-fifty: l’instabile su Ork.

Sinigaglia ha sempre saputo mantenere fedeltà assoluta all’idea che cambiare sia garanzia di persistenza nel tempo dell’unione civile con i suoi lettori. Cambiare senza rinnegare se stessi, un’idea di divertimento e di gioco colto che muove e spinge verso un punto dell’orizzonte prima invisibile al nostro sguardo disattento. Tutti i suoi libri hanno questo dalla loro: esplorano un dubbio, una fragilità, una crepa, indagano le verità rivelate dal loro punto opposto o decaduto, portandoci un passo oltre le nostre misere certezze. Lo fa anche ora con questa ultima creatura da domani in libreria. Lo fa con “Fifty-fifty”, lo fa con il supporto prezioso di Terrarossa. E non si ripete. Anche perché il lettore pare sfidato molto di più che in altri suoi testi. Non c’è una crisi del romanzo, non c’è una morte alle spalle e una ricerca di senso, non c’è un inganno e un’invenzione linguistica a farne da traino: c’è un gioco di relazioni, l’attesa e il desiderio, il senso instabile degli amori. Una voce divertita che, a tratti, indugia su se stessa sfidando il lettore alla ricerca di un motivo sotteso che, trovato, a ritroso investe quello che è stato. Scritto e vissuto.

Dateci il tempo che merita e lo porteremo qui.

“Il tempo e l’acqua”: muoversi nel reale. Conversazione con Ezio Sinigaglia.

Da oggi, il pianeta Ork si divide in due, per almeno tre settimane, e lo fa per l’esigenza di assecondare due filoni emersi dalle più recenti letture: da un canto quello che si è sostanzialmente cercato di fare fino ad ora, dare spazio a ciò che resiste al tempo, travalicandolo, per qualità di scrittura, stile, struttura narrativa, universalità contenutistica, forse adesso alla luce di un maggiore rigore rispetto al passato, in relazione alla complessità o “stranezza” del periodo storico-sociale dentro cui ci pare di essere stati catapultati senza preavviso; dall’altro, il tentativo di capire quello che sta accadendo, non nell’ottica di una ricerca scientifica o storica o antropologica (non è questa la sede), ma attraverso interviste o pubblicazioni che sappiano incanalarlo, questo tentativo, fornendo le coordinate di un immaginario ancora inesistente nel quale dare sostanza a un futuro che non riusciamo a scorgere.

È nella seconda traiettoria che si inseriscono le interviste, appunto. Sfruttando lo stimolo offerto da “Il tempo e l’acqua” di Andri S. Magnason, edito da Iperborea, abbiamo provato a dialogare, in questo primo tentativo, con Ezio Sinigaglia (suoi “Il pantarei” e “L’imitazion del vero”, editi da TerraRossa, ed “Eclissi”, da Nutrimenti: tutti da noi ospitati), uno scrittore particolarmente caro ad Ork, tra i pochi che possa fregiarsi di questo appellativo senza che esso cada nel vuoto, ma anche persona dalla ricchezza culturale e umana tale da potere trasformare un dialogo come quello che andremo a fare in un viaggio superbo. Il resto è lasciato a noi lettori e all’opportunità di fare del pensiero uno strumento idoneo a facilitare il movimento critico nel reale e l’interazione con l’esistente, oltre che l’elemento agente capace, nell’intimo delle nostre esistenze, di provocare la reazione del mutamento, smuovendo da sotto tutto l’immobilismo sistemico che l’orrore delle politiche mondiali non ha minimamente intenzione di scalfire.

Ezio Sinigaglia

1. Il libro di Andri S. Magnason, “Il tempo e l’acqua”, recentemente edito da Iperborea, fa leva sulla misurazione della velocità del tempo attuale attraverso il riferimento al superamento dei tempi geologici nella considerazione del mutamento della realtà intorno. Tutto cambia alla velocità dell’uomo, senza che questo implichi una capacità di controllo da parte dello stesso. Abbiamo, cioè, generato un processo che ci è sfuggito di mano. Dice Magnason: “Quando abbiamo imparato ad attraversare i ghiacciai, a contare i luoghi di nidificazione dei coccodrilli e a studiare il canto delle megattere, eravamo ormai tanto forti e ingombranti che tutto quello che finalmente sapevamo misurare e capire stava già scomparendo”. Di cosa è fatto, secondo voi, il limite di fronte a cui deve arrestarsi la volontà dell’uomo perché la capacità di comprensione non degeneri in dominio dell’esistente? E, se abbiamo perso i riferimenti tradizionali per collocarci nel tempo, in una dimensione sbrigliata oramai da ogni griglia, cosa ci radica nel “qui e ora”?

La cosa che mi fa più spavento, fra tutte quelle prodotte dall’umanità, è la sua presunzione. Per un secolo buono, dalla seconda metà del XIX alla seconda metà del XX, non si udivano altro che peana elevati a quelle “magnifiche sorti e progressive” di cui il mite Leopardi si prendeva gioco già nel primo Ottocento. C’erano scienziati che dichiaravano senza vergogna che la Natura custodiva ormai pochissimi misteri, pronti a essere svelati come tutti gli altri nel giro di un paio di lustri. Adesso che, a dispetto di un progresso tecnologico prodigioso e addirittura disorientante, non un singolo mistero è stato svelato, la presunzione si rovescia: dal potere semi-divino a quello semi-diabolico. Non siamo riusciti a carpire il segreto della vita, a tessere l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande in un’unica tela, a ricostruire con un minimo di precisione la storia della nostra specie (obiettivo in apparenza ben più modesto)? Ebbene, non sottovalutate per questo la nostra grandezza: nel giro di un secolo Homo sapiens sapiens riuscirà a cancellare ogni forma di vita dalla faccia della Terra.

Io sono fiducioso: come non si sono avverate le profezie della megalomania positiva, così non si avvererà nemmeno quella della megalomania negativa.

Intendiamoci, le società umane, specie quelle tecnologicamente più avanzate, hanno sempre danneggiato con sorprendente senso di irresponsabilità l’ambiente che le ospitava. E non è affatto da escludere (benché gli esempi di cambiamenti climatici enormemente più rapidi e catastrofici di questo siano nella storia della Terra innumerevoli, già centinaia di milioni di anni prima dell’avvento dell’uomo) che la trasformazione in corso del clima sia dovuta soprattutto alle opere umane, né che questa trasformazione sia destinata a portarci a un disastro senza precedenti. Dubito però che l’effetto finale di questo disastro o di questa serie di disastri che forse ci attendono possa consistere nell’estinzione della specie umana, che è riuscita a sopravvivere in condizioni apparentemente disperate, quando ad esempio, appena una dozzina di migliaia di anni fa, quasi l’intero pianeta era coperto di ghiacci, o quando questi ghiacci, come d’incanto, si sciolsero dando origine a quella alluvione planetaria che chiamiamo Diluvio. Ne dubito, benché non possa escluderlo. Ciò che invece escludo è che una catastrofe provocata dall’uomo possa distruggere la vita sul pianeta. Le forze della Natura sono immensamente superiori alle nostre, dovremmo convincercene una volta per tutte, e la capacità della vita di perpetuarsi è immensamente superiore alla nostra capacità di portare la morte.

Sono piuttosto miscredente che credente, per natura. E quindi anche alla scienza credo con molta cautela. Non credo, tanto per fare un esempio, né nel Fiat Lux né nel Big Bang, due ipotesi che, oltre ad essere pressoché identiche, contengono anche, curiosamente, lo stesso numero di parole e di lettere. Ma se si crede alla scienza quando ci parla delle catastrofi ambientali del futuro, bisogna crederle, per onestà intellettuale, anche quando ci parla delle catastrofi ambientali del passato, delle quali, se non altro, possediamo qualche indizio. Ebbene, dicono gli scienziati che circa 250 milioni di anni fa, per effetto di qualche spaventevole e subitaneo cambiamento climatico, innescato probabilmente dallo scontro con un gigantesco asteroide, scomparvero dalla Terra gran parte delle specie viventi: oltre l’80% dei generi nel regno animale. La vita però non scomparve e anzi, nel giro di qualche milione di anni, riesplose più rigogliosa e varia di prima. Figuriamoci se il pianeta è disposto a morire solo per compiacere la nostra superbia di inquinatori impuniti. Pensiamo forse di essere più forti noi, piccoli esseri umani, di un asteroide di un centinaio di chilometri di diametro?

Non illudiamoci: dovessimo riuscire a distruggere la nostra stessa specie, la Terra, eventualmente, starà benissimo (molto meglio, direi) senza di noi. Quando sento gridare “Vogliamo salvare il pianeta!”, mi indignerei di tanta arroganza se non fosse sempre in me il senso dell’umorismo a prevalere su tutto. Perché naturalmente l’arroganza, del singolo come del gruppo, ha questo di bello e di santo: è ridicola. Se gridassero “Vogliamo salvarci la pelle!”, li prenderei più sul serio e, benché la mia pelle valga ormai una minuscola frazione della loro, magari, con un buon bicchiere di vino nel sangue, scenderei in piazza per unirmi al loro grido. Salvarsi la pelle, oggi come oggi, è davvero difficile, infatti: e non soltanto per via del riscaldamento globale.

2. Con il sopraggiungere della pandemia e il conseguente lockdown molti credevano fosse giunto il momento ideale perché si ponesse all’attenzione generale e alla coscienza dei singoli l’opportunità di un cambio di rotta rispetto a una serie di abitudini di vita e di produzione che hanno contribuito al collasso del sistema Terra. Eppure, allo stato attuale, non sembrerebbe accaduto nulla di quanto sperato da questo lato. Dice Magnason: “Quindi credo che, quando gli esseri umani finalmente capiranno che la collaborazione è l’unica via per risolvere il problema, potremo incontrarci e lavorare insieme. Ma credo anche che non lo faremo finché non saremo messi alle strette, finché la crisi non sarà tanto profonda da non lasciarci scelta”. Cos’altro deve succedere perché l’uomo prenda coscienza della propria precarietà e impieghi il tempo per tornare sui suoi passi? Mi spiego meglio: perché l’ansia, il panico, le fobie che stanno interessando molti di noi non riescono ad agire come motore di trasformazione del sentimento negativo che nutriamo verso l’altro in sguardo intimo rivolto a noi e ai nostri limiti?

Mi sembra piuttosto illusorio immaginare che un cataclisma di questo tipo possa mettere in crisi un sistema di pensiero (e di opere, e di omissioni) solido, ben radicato e del tutto privo di antagonisti qual è il nostro. Al contrario, com’è ovvio, lo rafforza, perché rafforza le già marcate disuguaglianze (ad aggravare le quali i governi di tutte le democrazie liberali lavorano alacremente da ormai un quarantennio). Del resto, da sempre, i cataclismi fanno la fortuna degli sciacalli: i cataclismi locali, come i terremoti, sono una manna per i piccoli sciacalli, che rubacchiano fra le macerie delle case e delle botteghe; i cataclismi planetari arricchiscono invece i Grandi Sciacalli, cioè quelli che un tempo si chiamavano i Padroni del Vapore e adesso, nel degrado linguistico in atto, si chiamano magari Big Tech.

(A proposito di degrado linguistico, apro una parentesi per protestare contro il nome grottesco di questa epidemia. Ecco quel che succede quando si deruba l’umanità della sua creatività popolare e ci si affida a certi sedicenti scienziati, convinti che la scienza debba parlare solo per cifre, sigle, acronimi e abbreviazioni. Dare un nome asettico a una pestilenza è veramente il colmo del ridicolo. Visto che si tratta di una malattia appartenente alla grande famiglia delle influenze, non si poteva chiamarla, sul modello della spagnola e dell’asiatica, “la lombarda”? Ci sarebbero state molte ottime ragioni per farlo, mi sembra. Covid-19! È proprio “ciappuzzo”, come direbbero a Cagliari, cioè insieme squallido, triste e abborracciato alla carlona. Sono certo che, se la peste si fosse chiamata così, Covid-19, quel mio illustre concittadino si sarebbe ben guardato dallo scrivere I promessi sposi.)

Dicevo: immaginare che i Grandi Sciacalli possano interrogarsi sull’opportunità di un cambio di rotta proprio nel bel mezzo della pacchia è contrario a ogni logica. Ci penseranno dopo, a epidemia finita, quando i loro patrimoni si saranno quadruplicati: allora, mossi dall’esigenza di risparmiare sulle imposte, creeranno qualche nuova fondazione benefica attraverso la quale controllare anche il settore delle Opere Filantropiche. I Padroni del Vapore non hanno la minima intenzione di indietreggiare neppure di un millimetro: lo dimostra il fatto che quasi tutti gli accordi per il contenimento dell’inquinamento e dell’emissione di veleni, sottoscritti negli ultimi quarant’anni, brillano per l’assenza congiunta di Stati Uniti e Cina. Proprio come le petizioni per la moratoria universale della pena di morte: sarà una coincidenza?

Quanto a quel che l’epidemia planetaria dal nome grottesco è stata ed è per la nostra vita interiore, il mio pensiero è questo: l’anno scorso, per i primi mesi, è stata una novità da esplorare. Per me, che vivo a Milano, la totale assenza di traffico nel pieno del lockdown ha rappresentato un’esperienza insieme rasserenante ed eccitante. Uscivo di continuo, con i più ricercati pretesti, per godermi la vista e l’udito delle strade deserte, e certe prospettive inattese, sorprendenti, create dalla nudità dell’asfalto: piaceri che non mi era più accaduto di gustare dagli agosti gloriosi degli anni Ottanta. A quei tempi Milano era una città veramente ricca, e di un consumismo sfrenato: perciò in agosto si svuotava interamente, come un recipiente da lavare, lasciando a pochi superstiti il privilegio di viverla. Adesso non è più così, perché Milano, come il resto d’Italia, è diventata molto, molto più povera (o quanto meno abitata da un numero molto maggiore di poveri), e in agosto il sessanta percento della popolazione rimane in città. Quindi il lockdown del 2020 è stata un’occasione irripetibile.

La ripresa dell’infezione, dall’ottobre scorso, è stata invece deprimente in modo drammatico. Se fossi un esperto di comunicazione, suggerirei senza indugio ai governanti di tutto il mondo e soprattutto ai sedicenti esperti che appaiono sui teleschermi ogni sera di mostrarsi meno pessimisti agli occhi dei poveracci che li guardano: a meno che non si propongano di istigare al suicidio il maggior numero di profani possibile. Convivere con il virus per più di qualche mese, a queste condizioni (cioè senza alcun rapporto sociale e, per una parte cospicua dell’umanità, senza alcun reddito), è impossibile. Perciò affermare alla TV, con l’autorità della scienza, che la situazione non tornerà alla normalità prima del 2023 (l’ho udito con le mie orecchie) è un atto irresponsabile. Anche se capisco che quel che per noi è un incubo possa costituire invece, per chi appare sui nostri teleschermi, da quasi un anno, ogni sera, un progetto magnifico, sotto il profilo narcisistico. Il fatto è che nella storia dell’umanità ci sono state migliaia di epidemie, alcune delle quali hanno dimezzato la popolazione di regioni vaste come l’Europa nel giro di pochi mesi. Ma nessuna, mai, è durata tre o quattro anni. Dovesse succedere proprio questa volta, per questa epidemia governata dalla scienza fin dal principio e addirittura battezzata dalla scienza col suo nome grottesco, si tratterebbe davvero di un’eccezione paradossale.

“Alice, smettila di giocare coi gatti”, china e penna su carta, Mork.

3. Veniamo alla parola con cui lavorate tutti e tre. Recita un passaggio del testo qui preso in esame: “Se c’è una cosa che contraddistingue i nostri tempi, quella è la guerra per le parole, per il potere di definire la realtà e il sistema economico, di formulare e diffondere notizie. È una guerra combattuta per stabilire con che parole esprimere il mondo. Sono le parole a creare la realtà: per qualsiasi sistema di potere è fondamentale possedere le parole e i mezzi di comunicazione per farle circolare. Quanto la gestione comunicativa mediatica ha influito sulla percezione del pericolo e della gravità della situazione pandemica? Quanto l’avere calcato la mano sul dato delle morti, soprattutto in una fase iniziale, ha inciso paradossalmente sulla fatica di comprendere e sulla fuga dalla realtà successiva affermatasi prepotentemente con il flusso dei negazionisti?

Come dicevo più sopra, la tendenza a esasperare i toni e a profetizzare sciagure ancor più gravi di quelle che già stiamo vivendo non è d’ausilio all’esattezza, e quindi nemmeno alla verità. Di conseguenza fornisce materiale di primissima scelta ai cosiddetti negazionisti, cioè ai fabbricanti di notizie false: i quali, per raggiungere i loro obiettivi, hanno bisogno di mescolare sapientemente il falso con frammenti di vero, così da renderlo più attraente. Farò un esempio tratto dalla cronaca quotidiana: è un esempio nel quale le parole si associano ai numeri, con effetti manipolatori ancora più macroscopici e fuorvianti. Ogni giorno ci vengono ammanniti alcuni dati che si riferiscono sempre alle stesse “grandezze”: nuovi contagi di oggi; numero dei tamponi effettuati; numero relativo dei ricoveri in terapia intensiva (quanti in più o in meno di ieri); un altro dato consimile – non sempre presente – relativo ai ricoveri totali; e infine: numero dei morti. Sono dati tutt’altro che omogenei perché, pur dicendosi relativi a “oggi”, parlano in realtà di “tempi” diversi e per di più ignoti e inconoscibili a chi non sia in possesso di altri dati, ben più complessi e dettagliati. Ora, può capitare di udire, nel corso di un telegiornale, una notizia all’incirca così formulata (è capitato a me qualche sera fa): “In significativa diminuzione oggi i contagi. Un dato incoraggiante, specie per il notevole aumento dei tamponi effettuati. Il tasso di positività si attesta così al 4,1%, il dato più basso da mesi. Ma continua purtroppo a preoccupare il numero dei morti: quasi 500, 12 in più di ieri!”. Ecco che in questo modo l’incoraggiante si trasforma in preoccupante e la buona notizia in una cattiva. Centinaia di morti in un giorno, infatti, non possono che costituire una notizia pessima. Ma il fatto è che questi morti di oggi non hanno nessun tipo di rapporto con l’andamento odierno dell’epidemia. I morti, com’è loro abitudine, hanno una storia: se sono morti oggi, e morti dell’infezione dal nome grottesco, è perché erano ammalati da parecchi giorni, alcuni da settimane, altri addirittura da mesi, e prima di ammalarsi erano stati contagiati con almeno otto giorni di anticipo sull’insorgere, in ciascuno di loro, dei primi sintomi. La stessa cosa si potrebbe dire, del resto, per il dato relativo ai ricoveri in terapia intensiva, che sono a loro volta l’esito di lunghi decorsi clinici.

Per carità, non pretendo di essere un esperto di statistica, né tanto meno di metodologia della scienza statistica. Ma mi sembra di poter dire che non lo sono nemmeno coloro che ci propongono quotidianamente un simile miscuglio di dati eterogenei e non confrontabili.

Fra le parole nuove che ci ha regalato la pandemia, ne sceglierò soltanto una, che è appunto “pandemia”. Questa parola è stata adottata fin dai primissimi giorni della tregenda e ha poi sostituito sistematicamente il più comune termine “epidemia”. Era proprio necessaria la diffusione “pandemica” di questo vocabolo? Dal punto di vista lessicale, etimologico, semantico e storico, a me sembra che “epidemia” servisse bene alla necessità e bastasse allo scopo. Riporto qui la definizione che ne dà il Dizionario Italiano Treccani:

“Manifestazione collettiva di una malattia (colera, tifo, vaiolo, influenza, ecc.) che rapidamente si diffonde, per contagio diretto o indiretto, fino a colpire un gran numero di persone in un territorio più o meno vasto, e si estingue dopo una durata più o meno lunga.”

È proprio il nostro caso, direi: un territorio più o meno vasto può essere anche vastissimo e una durata più o meno lunga può essere anche triennale, come auspicato dai più narcisi fra gli “scienziati”. Tuttavia “pandemia” batte “epidemia” perlomeno 50 a 1 in tutti i dibattiti televisivi e in tutti i titoli di giornale. Il fatto è che “pandemia” è suonato fin dall’inizio come qualcosa di nuovo e gigantesco, oserei dire come un “pandemonio” senza precedenti, un’infezione “demoniaca” di gravità inaudita. Questo naturalmente è falso, e soltanto pensarlo è offensivo nei confronti dei nostri progenitori, che hanno conosciuto epidemie come la peste o, in tempi assai più recenti, la difterite, che uccidevano ben più della metà dei contagiati e alle quali il termine “asintomatico” era del tutto ignoto. La nostra infezione dal nome grottesco si diffonde forse con altrettanta facilità, ma non è certamente altrettanto letale. In questo tipo di megalomania lessicale penso che a prevalere non sia tanto una vera e propria volontà di seminare il terrore, quanto l’abitudine di ritenere che tutto quel che accade oggi e qui sia più grande, più bello o più terribile di quel che è accaduto prima e altrove: è – se posso permettermi di proporre anch’io una parola nuova – la primatofilia, che non consiste nell’amore per o con le scimmie ma nella smania paranoica dei record. Si tratta di una perversione tipicamente americana, e quindi ormai anche italiana, visto che noi, dagli Stati Uniti, importiamo qualsiasi cosa, tranne quelle poche che ci farebbero bene. A dispetto del riscaldamento globale, ad esempio, non c’è inverno che non porti con sé, in qualche angolo del mondo, la più alta (in metri) nevicata mai vista o la più bassa (in gradi Celsius) temperatura di sempre (traduzione alla rovescia dell’avverbio inglese ever, che a volte, in effetti, vuol dire sempre, ma in questo caso vuol dire mai).  

4. Se ammettiamo che la letteratura non è strumento di evasione, ma forma di discernimento del reale, cosa si salva ancora? L’impressione è che molto della produzione editoriale sia svuotato rispetto a ciò che sta accadendo, avvertendosi questo più del passato. Cosa ha senso scrivere? Che cosa può ancora parlare di noi in questo tempo che procede a una velocità senza precedenti e farlo alla luce di un’ottica in cui ciò che si scrive possa rimanere più o meno “eterno”? Può essere che un genere nuovo stia sorgendo e che sia un ibrido che risente delle competenze specifiche dell’autore e della loro influenza sul suo sguardo rivolto al mondo?

Come scrittore, per l’attualità ho sempre nutrito una certa diffidenza. Un conto è il dovere (dico il dovere, non il diritto) che ha ogni vero scrittore di calare i suoi personaggi nell’epoca storica, nello spazio geografico e nella società in cui il suo romanzo è ambientato, di farne cioè “uomini del loro tempo”, che parlino del loro tempo mentre parlano di sé stessi. Un altro conto è acchiappare un fatto “di cronaca” (un delitto, un naufragio di migranti, un’epidemia dal nome grottesco, una strage scolastica – un’altra cosa che sicuramente importeremo prima o poi dall’America –, una carneficina perpetrata da terroristi più o meno islamici) e farne l’argomento di un romanzo d’attualità, di un instant novel. Lo dico senza peli sulla lingua: è ben raro che si tratti di qualcosa che possa aspirare a chiamarsi “letteratura”. Nel caso di piccole tragedie private o locali, questi libri sono quasi sempre veri e propri atti di sciacallaggio paragonabili a quelli, che ho citato più sopra, dei ladri post-sismici. Nel caso di catastrofi epocali, come guerre, rivoluzioni e pesti bubboniche, bisogna attribuirsi la grandezza quanto meno di Balzac o Tucidide, di Primo Levi o Manzoni per trovare il coraggio di mettersi all’opera. Faccio il primo esempio che può soccorrere un uomo della mia generazione: l’assassinio di Kennedy, uno dei fatti storici più sconvolgenti della mia adolescenza e anzi della mia intera giovinezza, che commosse e turbò non soltanto gli Stati Uniti ma tutto il mondo occidentale (un mondo incomparabilmente più ingenuo e romantico di quello di oggi), ha dato vita a migliaia di ricostruzioni storiche, decine delle quali di eccellente qualità, e a centinaia di romanzi, tutti ben lontani (anche quelli firmati da autori celebratissimi) dalla grande e forse anche dalla discreta letteratura. Robaccia, per dirla fuori dai denti.

L’attualità, inoltre, ha la caratteristica di durare pochissimo e purtroppo, quando non è più attuale, cessa di esistere, perché non contiene nient’altro che la propria freschezza, proprio come un ghiacciolo: non a caso è materia adatta ai quotidiani e alle riviste, la cui speranza di vita non supera il giorno o la settimana, e inadatta alla grande letteratura, che aspira alla perennità. E ancora, guardare le cose troppo da vicino trae quasi sempre in inganno: intendo dire che spesso ciò che consideriamo oggi di straordinaria gravità non sarà giudicato che di trascurabile importanza fra trent’anni e cadrà nel totale oblio fra meno di un secolo. Oggi, nei nostri licei, si leggono ancora I sepolcri perché, nel panorama desertico della letteratura italiana post-settecentesca, allineano se non altro un paio di centinaia di endecasillabi di eccellente fattura: ma sulla loro genesi di scritto d’occasione (cioè di “stringente attualità”) si preferisce passare a volo d’uccello, senza scendere nei dettagli, per non mettere in ridicolo la figura del povero Foscolo. Ma saliamo alle vette più eccelse: Dante, che visse a Firenze in un’epoca di guerre di campanile feroci, sanguinarie e – ai nostri occhi – insignificanti e patetiche come combattimenti di galli, ha popolato le sue tre cantiche, cioè i tre Regni dell’Aldilà (ma soprattutto l’Inferno), di personaggi spregevoli: bulli, bravacci, rodomonti che rappresentavano la sua “attualità” e il cui rilievo storico è zero: si deve soltanto alla sua arte sovrumana se questi nani della storia si sono trasformati in giganti della letteratura: eppure perfino il sommo Dante, il più vicino a Dio di noi tutti (e non soltanto per l’argomento del suo poema), quando l’“attualità” lo prende alla gola e la vista corta del risentimento politico la vince sulla vista infinitamente lunga e profonda della poesia, può riuscirci, per un  paio di terzine, indigesto.

Infine vengo al punto che riguarda me stesso. In gioventù ho scritto un romanzo, Il pantarèi, il cui protagonista, pur parlando molto di romanzi e moltissimo di sé, parlava anche, senza darlo troppo a vedere, della società in cui viveva: un personaggio, direi, profondamente calato nel proprio tempo (che era quello degli anni Settanta del secolo scorso). Il mio dovere di scrittore, dunque, l’ho fatto. Da quell’epoca sono passati cinquant’anni, l’arco temporale di due generazioni. E due generazioni di oggi, con la rapidità dei mutamenti che ci hanno sospinti o travolti, sono più di quel che era un secolo qualche secolo fa. Sono cioè un periodo troppo lungo per la vita di un uomo. Un povero vecchio di oggi deve afferrare in pugno tutta l’intelligenza, l’ironia, la forza vitale e la capacità di adattamento che ancora gli restano al semplice scopo di sopravvivere in una realtà che gli è estranea. Figuriamoci se può rappresentare questa realtà in un romanzo! In tutta sincerità, io non capisco il mondo in cui vivo, o almeno non lo capisco a sufficienza per poterne parlare. E come me molti altri, che purtroppo ne parlano ugualmente.

5. Dice Magnason: “Forse allora andrà a finire bene, qualsiasi cosa succeda”. C’è una fiducia sottesa nell’ordine delle cose. Pensate sia così? Quanto il pensiero e l’immaginazione connessi ai vostri ambiti di elezione possono anticipare quello che ancora alla realtà manca? Che ruolo hanno l’antropologia, la psicanalisi e la letteratura, quanto possono contribuire, non a rassicurare, ma a invitare l’uomo a un’interazione con l’esistente e in che modalità?

Credo di non essere il primo a osservare che, se si vanno a sfogliare i romanzi di fantascienza degli anni Cinquanta e Sessanta (un periodo nel quale questo genere letterario ebbe straordinaria fortuna) e li si analizzano dal punto di vista delle innovazioni tecnologiche profetizzate per l’anno 2000 o giù di lì, si resta sorpresi, da un canto, dal numero delle meraviglie che nella realtà non sono state mai realizzate (macchine volanti individuali, cucine parlanti, servi-robot capaci di soddisfare ogni minimo desiderio, per non dire poi, naturalmente, di astronavi corazzate, di armi che disintegrano l’avversario all’istante e di altre analoghe piacevolezze) e, dall’altro, da quelle che popolano la nostra vita quotidiana e che nessuno aveva previsto, come – un esempio per tutti – il telefono cellulare. Questi romanzi sono perciò, oggi come oggi, in gran parte illeggibili: perché è ovvio che, se il protagonista torna a casa a bordo di un piccolo uovo volante, lo parcheggia sulla terrazza in un’apposita cavità, scende nel suo appartamento per mezzo di uno scivolo pneumatico che, durante il breve viaggio, lo delizia di massaggi corroboranti e, chiusosi in camera da letto per sfuggire alle premure dei suoi quindici robot, afferra il ricevitore del telefono a muro per chiamare l’amata, il cosiddetto patto di “sospensione volontaria dell’incredulità” va in frantumi all’istante e il libro atterra tra le fiamme del caminetto a una velocità superiore a quella di qualsiasi uovo volante.

Esempi del genere dovrebbero dissuadere gli scrittori dalla tentazione di fare profezie. Mi azzarderò tuttavia a prevedere, per la fiducia che nutro nei confronti del Dizionario Italiano Treccani, che l’epidemia si estinguerà dopo una durata più o meno lunga. Che sia una durata breve lo possiamo escludere fin d’ora.

Da ultimo, mi spingo a prevedere che, a differenza dell’epidemia, l’umanità non si estinguerà a causa della catastrofe climatica che la attende (e alla quale io dovrei riuscire a sfuggire, a dio piacendo, prevenendola grazie alla mia età veneranda): sopravvivranno qua e là piccoli gruppi di cavernicoli e cavernicole che cacceranno i bufali con bastoni armati di punte di lancia e, dopo una ventina di generazioni, costruiranno le prime capanne, fors’anche pianteranno i primi cereali commestibili. Nel giro di qualche decina di milioni di anni, la Terra sarà di nuovo nostra. Cioè, vostra. O meglio, loro. Insomma: la Terra formicolerà nuovamente di esseri umani. Se credete alla metempsicosi, allora, chissà, questa profezia potrà anche riuscirvi consolante.

Grazie a Ezio Sinigaglia.

“L’imitazion del vero”: la semplice complessità di Sinigaglia.

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Poco più di un anno fa aveva inizio il nostro innamoramento per un autore che ha avuto il potere di risollevare i nostri umori dall’amara constatazione di un universo editoriale che manca spesso della speciale congiuntura di stile, talento narrativo e storie da narrare. Imbatterci ne “Il Pantarei” (edito da TerraRossa) è stata una delle avventure di lettura più stimolanti che ci potessero capitare, in un momento in cui, complice un’esperienza didattica su un testo di una giovane autrice, si incominciava a credere in una dimensione autistica di Letteratura alta. Sinigaglia è stata la confutazione del nostro parziale convincimento, il movimento nella piana distesa di un’editoria che, pur nella giustificazione che le si può accordare di un’urgenza di mantenimento di una vitalità di vendite che strizzino l’occhio al consenso, si dimentica troppo frequentemente delle istanze umanistiche che storicamente, ontologicamente e idealmente reca con sé. Oggi Sinigaglia torna su Ork con una creatura assolutamente diversa dalla precedente e parlarne non è affatto semplice, non solo perché addetti ai lavori, con molte più argomentazioni di noi, hanno detto bene, e meglio di quanto potremmo farlo noi, in cosa consista la bellezza, valutabile con un metro squisitamente letterario, di un testo che omaggia, senza servilismo se non nei limiti di una funzionalità all’oggetto della narrazione medesima, nella lingua e nella storia, il Trecento e Boccaccio in primis, ma anche perché noi stiamo facendoci persuasi che questo Signore della Letteratura italiana contemporanea, dall’aria sonnolenta e distante dalle cose del mondo e dall’acume verbale abilmente mascherato nel silenzio indotto dall’apparante torpore, sia un astuto enigmista che, giocando con il lettore, lo pone di fronte a una pluralità di livelli di gioco, qui quasi un semplice scherzo complesso. Resta a noi scegliere, ammesso di esserne capaci, fino a che punto entrarci dentro e, conseguentemente, con quale ricchezza uscirne. La vicenda narrata ne “L’imitazion del vero” (TerraRossa edizioni), che sviluppa, in una costruzione sapiente di progressivi approcci alla realtà, sempre falsati da un elemento che manca o che, pur essendo presente, si presta a molteplici interpretazioni, le conseguenze dell’incontro tra Mastro Landone, “artefice di grandissimo ingegno”, “gigante dalla barba d’oro”, “uomo di bellissimo aspetto”, “alto, forte e imponente”, e “un giovinetto, nero d’occhi e di pelo com’un saraceno, e di sorriso invece bianchissimo”, chiamato Nerino in ragione della sua apparenza e giunto alla bottega del primo in qualità di sostituto garzone, è una colta e divertita divagazione sul tema della legge, dell’autorità che impone, e del desiderio, sospinto, oltre che dalla mancanza, dalla natura verso ciò che è vietato e che, dunque, si nutre dell’infrazione della medesima in un conflitto irrisolvibile, se non nei termini di una rinuncia infelice. Mastro Landone possiede la gemma dell’ingegno, ma manca delle gemme che più della altre gli procurerebbero piacere: il suo desiderio si accende alla visione di fanciulli e giovinetti e, nonostante la natura dia modo all’uomo di spegnere agevolmente questo suo ardore, essendo i fanciulli facilmente inclinati verso gli uomini che per essi nutrono delle attenzioni diverse dagli ordinari passaggi di vista quotidiana, la legge del Principato di Lopezia, non paga di porsi come frutto di scelta politica, indaga l’animo, lo scruta e gli impone il rigetto di quel desiderio, altrimenti connotato come peccato di sodomia. Dunque, l’uomo che, in qualità di superiore politico, si erge a giudice dell’altro in nome di Dio, facendo della legge qualcosa di più di uno strumento di regolazione del vivere quotidiano, un’intromissione legittimata nella sfera intima dell’individuo attraverso la prospettazione di una pena che, prima ancora d’essere corporale (“lo metterebbero ai ferri e gli mozzerebbero gl’orecchi ed alla gogna per sette dì e sette notti lo terrebbero esposto”), sarebbe un castigo divino, l’eterno esilio dal Paradiso e la fine inappellabile tra le fiamme dell’Inferno, qualcosa che, pur riservando il peggio della faccenda ad altri lidi, porterebbe con sé nella vita restante il peso della vergogna, altro tema fondante del testo di Sinigaglia e base di partenza di un processo di trasformazione che vedrà i due posizionarsi diversamente nella bilancia del loro peso nel gioco di potere che precede quella deposizione delle armi senza cui non finirebbe il testo con l’immergersi nel tema d’amore.

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“La virtù svelata” (particolare), olio su tela, Mork.

Procediamo per ordine, perché questo testo lo impone per poi scombinarlo, esige una visione razionalistica della ricostruzione della vicenda a cui aggrappare il senso più vero che risiede nel sovvertimento delle cose, dei ruoli, della verità presunta a cui affidiamo l’illusoria certezza che un’obiettività esista nei rapporti umani e che dentro ci si possa comodamente stare senza colpa e senza inganno. Il vero, ahinoi, è molto più complesso dell’ordine, ma ciò non toglie che esso, comunque, ci serva, perché, se il desiderio si sviluppa sulla mancanza del suo oggetto e se ne nutre fino all’inverosimile, il confuso fluire degli umori di sotto è in relazione alle apparenze e trae forza da ciò che fuori è vietato, dal tentativo che compiamo di dare una forma razionalistica ai nostri istinti, tutte le volte in cui sappiamo mettere in comunicazione ciò che sta sotto con gli spazi aerei.

L’innocenza nella cui categoria Mastro Landone immette Nerino è il preludio dell’imminente possibile catastrofe che altro non è se non l’ardore che si accompagna alla rovina, alla fine del decoro e al sovvertimento di ogni verità accolta, al piacere con cui ci si disintegriamo per non essere o per essere in un felice, ma colpevole tripudio dei sensi: non ci sarebbe l’ombra dello sguardo del giovane a fungere da avvertimento in chi si lasci sedurre dalla sola luce dei denti, se non avesse l’autore voluto avvisarci dell’ingresso in terre poco battute dal sole. E, in fondo, l’innocenza, ce lo dice esplicitamente in un passaggio, non poteva sottrarlo alle leggi di natura, quelle stesse che non fanno degli opposti un’inconciliabilità senza speranza, come autorità impone, ma un giustificarsi reciproco, come la vita per la morte, la luce per l’ombra, l’acqua per il fuoco.

Ed è secondo natura che il fanciullo sente la carne bruciare di “confusi ardori” e natura vuole che abbia in sé gli strumenti per placarli e li sperimenti in totale stato di “colpevole innocenza”. Questo fa Nerino nell’ora di riposo concessagli e questo scopre, non visto, Mastro Landone da taluni dettagli (una camicia “incompiutamente dalla cintura accolta”, “un involto sopra i fianchi”), introiettando la vergogna che pure il fanciullo prova ma non per l’essersi dato piacere. È la colpa di essere stato trovato dormiente dal Mastro che induce il giovane a tradire turbamento e affanno e sono questi stati d’animo che rendono innocente agli occhi di Mastro Landone il giovane e gli danno modo di superare lo stato di vergogna provato per Nerino, quasi ci fosse bisogno di una ferita per legittimare uno stato di natura, non potendosi ammettere l’innocenza in chi sia dedito al piacere senza colpa. Quasi autorizzato dalla scoperta e dalla modalità purificatrice della medesima, con cui porre a tacere voci eccessivamente coscienziose, Mastro Landone mette in scena quella che diventerà il principio di un moto di scatti di presunta verità in ciascuno, oltre che dell’avvio di una verità, l’unica possibile, di un’interezza umana che solo l’amore reca con sé. Questo sarà la macchina, vietata al giovane e, pertanto, fortemente desiderata, che, con uno stratagemma che prevede l’ingresso in una botte e, botola annessa, la possibilità di godere dei piaceri indotti da presenza umana senza vederne l’origine, essendo la vista del di sotto negata da legni fitti, fini e lievi, regala al fortunato avventore un’estasi senza eguali e al creatore l’idea di essere simile a Dio, in una connivenza senza precedenti, stadio nel quale i due non giungono se non alla conclusione della storia narrata.

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“Continua attesa”, pastello su carta, Mork.

Al principio dei giochi, è il solo Mastro Landone a conoscere i meccanismi della macchina e a metterli in atto per il piacere del giovane e indirettamente per il suo, ingannandolo, pur nella simultanea coscienza del giovane di essere lui a condurre la faccenda, servendosi di ciò che gli è stato vietato. La verità per ora è una cosa semplice e i fili li tiene tutti il gigante Landone fino a quando Nerino non scopre che il portento della macchina, senza il suo creatore, è poca cosa e, nel ripercorrere a ritroso i momenti in quella botte miracolosa vissuti, conosce, in una notte illuminata dalla luna, quasi specchio di una cattiva derisione di una madre lontana, il sentimento della vergogna, da cui non si lascia sopraffare attraverso la conclusione a cui giunge di uno spostamento del baricentro dalla sua parte. Ora è lui a sapere qualcosa in più rispetto all’altro e, pertanto, a potere condurre i giochi in suo favore, non solo per un pezzo di sapere in più, ma perché sa di essere l’oggetto del desiderio dell’altro.

La verità incomincia a farsi storia complessa e quello che più si avvicina al dato di realtà è colui che in origine appariva come la vittima dell’inganno in un sovvertimento di ruoli che nulla è di fronte al “dramma” successivo, la frantumazione dell’identità, quella ferita che non serve più a giustificare nulla, ma a introdurre le premesse di ciò che sublima ogni cosa nel nome dell’Amore. Il nuovo padrone del gioco non muta nulla, rimane e manifesta all’altro impazienza e “voluttà novissima”, destando la preoccupazione nell’artefice della macchina, il quale crede e teme che il giovane per la botte abbia perduto la testa, ancora lontano dalla verità. Come lontano dalla verità è anche Nerino, ora che non riesce a vedere se stesso, non solo non cogliendo di non essere affatto padrone di un gioco che non rivela a nessuno, pur combattuto dall’urgenza di vendetta, succube, com’è, del bisogno di essere cullato da quei piaceri, ma anche non riuscendo a placare la parte di sé che col cuore ha a che fare e a cui non sa porre rimedio perché di amore si tratta e di esso il giovane è ancora inesperto e non sa nominarlo. La macchina, allora, scinde in due, frattura, separa, esattamente nell’istante in cui offre a Nerino il piacere e l’avviluppo in esso e parallelamente il modo di sentire, oltre la vergogna, la vendetta che sgorga dall’umiliazione subita, agita e, poi, di nuovo subita da chi non ha ancora un posto nella nostra vita, ma incomincia a rilevare in forme sconosciute e ingombranti con cui opponiamo alla forza delle cose l’arresto della paura e il muro della difesa.

Sinigaglia non si ferma. E la costruzione si fa ancora più complessa, come l’approccio alla verità che si sfalda sempre di più, mediante la scelta di introdurre nella parte ultima della narrazione un terzo elemento, un amico di Nerino, Petruzzo che, nell’essere animato dall’ardore del desiderio semplice, eppure innocente e colpevole insieme, di cui era, all’origine della storia, inebriato il corpo di Nerino e, parallelamente, nella millantata conoscenza delle cose del mondo che lo fermano un passo indietro rispetto all’amico, si presta ad essere il soggetto ideale di un nuovo inganno, questa volta perpetrato da Nerino ai danni dell’ultimo arrivato, in una nuova dinamica di potere in cui Mastro Landone entra esclusivamente come vittima della vendetta che il suo garzone trama allo scopo di placare gli spiriti ribelli, senza essere ancora riuscito a dare loro un nome. Come Mastro Landone, proibendo, era stato capace di avvicinare Nerino alla macchina, ora quest’ultimo si fa artefice di una dialettica analoga per indurre in piacevole errore l’amico più stolto attraverso un argomentare sagacemente studiato allo scopo di dirottarlo verso l’oggetto proibito del desiderio nel rispetto di tempi e modi che ne assicurino la perfetta messa in scena. E, se da un canto questo terzo elemento è funzionale alla creazione di un nuovo equilibrio che riproduce lo schema originario, dall’altro canto sarà quello che manderà fortunatamente in crisi la ripetizione di una ritualità schematica di copertura al sentire dell’uno e dell’altro dei protagonisti: riproducendo Nerino la sua esperienza di vittima all’esterno della coppia originaria, egli fornisce a Mastro Landone l’occasione di vedere che l’altro è a conoscenza dell’inganno a tal punto da esserne diventato l’autore rispetto a un terzo, ma ciò, anziché tradursi nell’agognata vendetta, rivela una fragilità di Nerino che del suo intelletto non sa ora che farsene.

 

A ben guardare, Petruzzo, la macchina e la scultura che di Nerino dovrà avere le sembianze e a cui Mastro Landone dedica il suo tempo allo scopo di saziare il bisogno inesauribile di avere davanti a sé costantemente anche gli occhi sfuggenti del giovane, non più solo il corpo ben noto, sono tutti meccanismi propizi al discernimento, alla coscienza di Nerino che, vedendosi sostituito da un tronco di legno modellato, si frantuma, crolla, singhiozza e si dispera perché capisce che il suo piacere è essere l’oggetto del piacere dell’uomo che lo ha voluto con sé in bottega, che non è la vendetta che ricompone l’unità tra sopra e sotto, ma la bellezza di scoprire che il corpo segue ciò verso cui il cuore spinge, come alla coscienza di Mastro Landone che, fattosi sazio del corpo del giovane amato, lo cerca in forme lignee perché monco dello sguardo gli appare nel tempo dei pensieri che a lui dedica e, trovatolo nella sincerità della ferita, scopre la propria unità, oltre quella del giovane. Se abbiamo voluto accompagnarvi nella costruzione della storia, seppure per sommi capi, è, lo avrete compreso, perché è qui che si gioca il nucleo di questo gioiello: in una verità che da semplice si fa realisticamente più complessa nell’esposizione agli uomini, ai loro inganni, più che a quelli orditi ai danni degli altri, a quelli di cui sono essi stessi vittime, pur avendoli rivolti all’esterno. Ciascuno arriva a suo tempo a una qualche verità che nulla può di fronte alla realtà che l’ha già superata perché, per intervento teatrale, e della vita e degli uomini, nulla rimane mai troppo fermo e l’abitudinarietà ai bisogni viene scardinata, smontata, abbattuta dalla forza dell’amore che si nutre della corporalità che ne è l’indispensabile sostegno. Non è l’amore che purifica ciò che l’uomo, facendosi interprete di Dio, proibisce e che risponde alle leggi di natura e che regala piacere. Non c’è nulla di impuro. L’amore dona una coscienza nuova, esige l’abbattimento delle verità, la rinuncia alla vendetta, la piacevolezza di un inganno che, a ben guardare, dal principio altro non è se non un (mal) celato modo di riconoscere a se stessi la colpa di desiderare ciò che è proibito.

Mindy

“L’imitazion del vero”: il piacere di un viaggio o un viaggio di piacere.

«[…] È ben vero che, fra le diverse cose umane, le quali tutte di leggierissimo momento sono, e di strettissimi confini, talché sempre dall’una sponda l’opposta si può vedere e dall’imboccatura il fondo e dal principio la fine, la potestà che più d’ogn’altra l’umana natura alla divina fa simigliante e le finite cose alle infinite e le mortali alle immortali è la virtù che ciascuno ha d’amare […]». (Ezio Sinigaglia, “L’imitazion del vero”, TerraRossa Edizioni)

Il prossimo viaggio di Ork sarà un piacere e intorno al piacere: torna un autore che noi amiamo molto e torna con una lingua che è un egregio, ma non servile, omaggio al Trecento e con una trama che è una costruzione sapiente intorno al confine tra realtà e “verità”, quella creata, indotta, (mal) celata o (mal) riposta. Un domino in cui ogni personaggio aggiunge una tessera spostando il baricentro sempre di più verso la seconda. E un bel rompicapo per noi orkers.

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“La virtù svelata”, olio su tela, Mork.

Felici ritorni: Sinigaglia su Ork.

Lettore ideale: chi è stufo di leggere romanzi scritti tutti allo stesso modo e pensa che l’editoria sia poco coraggiosa; chi ama il ritmo della scrittura non meno di quello della narrazione; chi è attratto dalla grande letteratura libertina di tutte le epoche, a partire da Boccaccio, e chi apprezza quegli autori che si divertono a fare il verso all’antico, come il Balzac delle “Sollazzevoli istorie”.

“L’imitazione del vero” di Ezio Sinigaglia, edito da TerraRossa Edizioni, è finalmente anche su Ork.

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Sturmtruppen (re-mood) ovvero quando 3 è il numero perfetto [matita e fusaggine su carta, Mork]

Elementi di “Polittico”.

«[…] Ci si sta bene, in casa mia, d’estate. Proprio di fronte ad una delle finestre del soggiorno, al di là di due porte e di una parodia di corridoio, s’apre la finestra dello studio. E l’apro, appunto. Spalanco tutto, fino a slogare i cardini. Fabbrico il vento a dispetto degli dei. Mi espongo al soffio rinfrescante di una brezza locale. Di provenienza ignota. Di direzione instabile, cangiante. Un microclima temperato. Specie di notte, è meraviglioso. Dalla strada, più che silenzio, mi entra in casa un ovattato frullo di fantasmi. Come il batter disorientato, inconcludente, d’ali di pipistrello nella notte, intorno ai lampioni. Un ronzio sordo della città defunta, putrescente. È il suono caratteristico della metropoli agostana: il rumore che farebbero i morti se potessero, la notte, sporgersi dalle ringhiere dei balconi, e sbattere i tappeti […]».(Ezio Sinigaglia, “Un tam-tam nel fuggi-fuggi”, tratto da “Polittico”, a cura di F. Borrasso, Caffèorchidea editore)

Un progetto a più voci, uno scopo di pubblicazione meritevole, un tono coerente con la solitudine e le ombre del nostro presente, qualche discontinuità di troppo e un soffio di aria che, pur adattandosi al resto, non rinuncia alla vita e le rende insolito omaggio grazie allo stile di Sinigaglia.

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Scorcio di Napoli, foto di Mork.

Terra e Ork: incontri.

Il senso dello scrivere, tra ossessione e comunicazione necessaria con l’altro, ciò che ci fa esistere, che trasfigura, dà forma al dolore. Terapia e bellezza. Poi, il lato umano. Senza alcolici, avvicinarsi, parlare con Sinigaglia e, in pochi minuti, spaziare dai buchi neri alla Pasqua, dalla luna al cielo visto dall’alto di una terrazza di una casa di infanzia, dal gioco rinnovato dello scrivere alla stima che Ork nutre per chi, con il proprio sapiente mestiere, ci fa ancora credere in un’idea possibile di Letteratura alta. Viaggi di Ork e, forse, un “Polittico” (Caffèorchidea editore) presto sul nostro pianeta.

Mork & Mindy

 

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Presentazione del “Polittico”, presso La Confraternita dell’Uva, Bologna, con Francesco Borrasso e Giorgia Tribuiani.

 

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Presentazione del “Polittico”, presso La Confraternita dell’Uva, Bologna, con Ezio Sinigaglia.

Un racconto per tornare a galla.

Riemergiamo dalle tenebre di un mese impegnativo in cui la “casualità” degli eventi ci ha riportato al nostro grande Amore per le Lettere, l’Arte e la Cultura, facendoci vedere fino in fondo tutto ciò che non ci appartiene e che è tradimento del desiderio. Riemergiamo con una segnalazione, un racconto di Ezio Sinigaglia, che, prima o poi, riceverà la cittadinanza onoraria di Ork, contenuto all’interno del secondo numero di questo progetto che ci piace condividere e sostenere (sotto, il link alla rivista). Il racconto è assolutamente un gioiello di stile, un sottile gioco di livelli, una lezione autoriale dallo sguardo duplice, ciò che appare e ciò che è, il pensiero dell’altro e la percezione di sé, lo scarto che genera l’approccio umoristico alla vita, un indiscutibile piacere con cui siamo tornati alla lettura riemergendo dai nostri vortici e sfiorando il cielo.
Il resto lo pubblicheremo nei tempi dovuti.
Buona Lettura, intanto!

Mindy

L’IRCOCERVO: LA RIVISTA

Eclissi. Lo sguardo di (M)Ork.

Il nostro omaggio illustrato all’ultimo libro, in ordine di tempo, qui ospitato. A riprova che certi autori possono essere l’eccezione di una felice conferma su Ork.

 

«[…] L’ultimo filo di ragno della falce di luna del Sole svanì e la Luna di tenebra prese possesso del cielo. Ma nell’istante stesso in cui l’eclissi si fece totale e la notte, da un momento all’altro, calò sul mondo come un immenso cappuccio nero, una grande scintilla abbagliante si accese sulla spalla del Sole, quasi per un attrito violento tra i due dischi celesti. Si disegnò nel buio una perfetta ellisse di luce, come se la forza creatrice avesse voluto rivelare al mondo, per un fuggevole attimo, l’uovo dal quale era nato […]». (Ezio Sinigaglia, “Eclissi”, Nutrimenti edizioni)

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“La dissolvenza”, matita, carboncino e pastello su carta-cotone “toned”, opera di Mork.