“Il tempo e l’acqua”: muoversi nel reale. Conversazione con Fabrice Dubosc.

Ork conclude il viaggio intorno al libro di Magnason, “Il tempo e l’acqua”, edito da Iperborea con un’ultima conversazione. Questa volta, abbiamo scelto di interrogarci intorno ai temi sollecitati dallo scrittore islandese con il sostegno di uno psicanalista, Fabrice Dubosc, la cui recente pubblicazione, “Sognare la Terra” (Il troll nell’Antropocene), per Exòrma, abbiamo ospitato nei mesi del lockdown del 2020.

Ork da sempre ha un debole per la possibile chiave di lettura del reale fornita dalla psicanalisi e, pertanto, non poteva non coinvolgere nel dibattito una personalità nota e stimata del settore d’elezione.

Nel saggio, Dubosc riteneva imprescindibile partire da una riflessione che fosse politica e comunitaria insieme, senza tralasciare l’intimo più congeniale a un discorso psicanalitico in senso stretto. Anche qui, lo psicanalista coglie l’occasione per responsabilizzare l’individuo non solo di fronte all’esistente, ma anche nel campo relazionale dove potrebbe giocarsi l’opportunità del principio di una svolta e che, invece, diventa terreno minato in cui tagliamo alla radice tutte le forme di vita immaginativa che pure potrebbero se non salvarci, regalarci lo spiraglio di un futuro concepibile non senza il dolore della elaborazione di un lutto.

Torneremo su questi temi a breve perché non riusciamo più a portare qui qualcosa che, se non capace di oltrepassare il tempo della sua creazione, non sappia almeno parlare al nostro disorientamento, aiutandoci a vederne le crepe che ne sono all’origine.

1. Il libro di Andri S. Magnason, “Il tempo e l’acqua”, recentemente edito da Iperborea, fa leva sulla misurazione della velocità del tempo attuale attraverso il riferimento al superamento dei tempi geologici nella considerazione del mutamento della realtà intorno. Tutto cambia alla velocità dell’uomo, senza che questo implichi una capacità di controllo da parte dello stesso. Abbiamo, cioè, generato un processo che ci è sfuggito di mano. Dice Magnason: “Quando abbiamo imparato ad attraversare i ghiacciai, a contare i luoghi di nidificazione dei coccodrilli e a studiare il canto delle megattere, eravamo ormai tanto forti e ingombranti che tutto quello che finalmente sapevamo misurare e capire stava già scomparendo”. Di cosa è fatto, secondo voi, il limite di fronte a cui deve arrestarsi la volontà dell’uomo perché la capacità di comprensione non degeneri in dominio dell’esistente? E, se abbiamo perso i riferimenti tradizionali per collocarci nel tempo, in una dimensione sbrigliata oramai da ogni griglia, cosa ci radica nel “qui e ora”?

Mi sembra che la pandemia sia una delle possibili risposte alla tua domanda. Il fuori campo esiste. La natura ha logiche e tempi che non siamo in grado di controllare a partire dalla ragione algoritmica. Man mano che il progresso tecnico conferiva il potere di poter fare, si è anche consolidata l’idea di una natura “esterna” come oggetto non umano sul quale il “soggetto” umano poteva agire a suo piacimento per estrarre beni e ricchezza. E questa negazione della nostra appartenenza materiale e interdipendenza con il corpo vivente del mondo ha creato una dissonanza percettiva profonda. Il nostro sguardo sulla natura come sull’inconscio è “estrattivista”.  L’idea stessa di un “progresso” evolutivo è fondata su una sorta di colonialismo cognitivo. È la stessa dissonanza che nutriamo rispetto ad altre culture, ad altre storie e a quelle parti della storia che vorremmo rimuovere, alle tante forme di ingiustizia che strutturano i rapporti sociali e tra i generi – parti di storia e di passato che non sappiamo nemmeno collocare rispetto al presente. La pandemia è un segnale molto forte che questa idea di una linearità evolutiva temporale fondata su una presunta superiorità cognitiva fa parte del problema. C’è uno “stop” radicale – ogni soluzione proposta è non solo insufficiente di fronte a una situazione così intricatamente complessa ma sovente rivela che siamo di fronte a un passaggio epocale. Passare alla mobilità elettrica? Ottima idea ma quante risorse energetiche saranno necessarie per costruirle e per strutturare la rete complessiva di supporto – quanto ulteriore inquinamento? Tutto sembra indicare che il contenimento dell’aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi entro il 2030 verrà sforato. Fare i conti con l’irreparabile muterà radicalmente anche il nostro rapporto col tempo.

E l’attuale accelerazionismo digitalizzante è un farmaco che non fa che peggiorare le cose. Il mito che lo anima è sempre quello di una supposta superiorità umana che muoverebbe il progresso. Sul piano dell’identità, diventiamo sempre più avatar di noi stessi – è un gioco che può destrutturare il nostro complesso identitario ma la riduzione a corpi e identità virtuali avrebbe un costo psicologico enorme, anche se può rivelarci che una certa idea di radicamento è illusoria. Creiamo continuamente difese contro il cambiamento, contro la pluralità delle forme che noi stessi siamo mentre potremmo lasciar andare il controllo e scoprire una relazione più complessa e aperta con il mondo. Avremmo bisogno innanzi tutto di lentezza. E forse è proprio questo che più ci siamo abituati a temere perché temiamo di perdere colpi, di non “performare” di non “realizzarci” senza vedere che abbiamo incorporato dei diktat che tolgono tempo alla vita. Recuperare un rapporto con il tempo significa innanzi tutto imparare a rallentare, a non essere produttivi a tutti in costi, a esplorare altre prospettive.

2. Con il sopraggiungere della pandemia e il conseguente lockdown molti credevano fosse giunto il momento ideale perché si ponesse all’attenzione generale e alla coscienza dei singoli l’opportunità di un cambio di rotta rispetto a una serie di abitudini di vita e di produzione che hanno contribuito al collasso del sistema Terra. Eppure, allo stato attuale, non sembrerebbe accaduto nulla di quanto sperato da questo lato. Dice Magnason: “Quindi credo che, quando gli esseri umani finalmente capiranno che la collaborazione è l’unica via per risolvere il problema, potremo incontrarci e lavorare insieme. Ma credo anche che non lo faremo finché non saremo messi alle strette, finché la crisi non sarà tanto profonda da non lasciarci scelta”. Cos’altro deve succedere perché l’uomo prenda coscienza della propria precarietà e impieghi il tempo per tornare sui suoi passi? Mi spiego meglio: perché l’ansia, il panico, le fobie che stanno interessando molti di noi non riescono ad agire come motore di trasformazione del sentimento negativo che nutriamo verso l’altro in sguardo intimo rivolto a noi e ai nostri limiti?

Dicevo che l’idea stessa di una soluzione possibile sia parte del problema. Su molti piani si è innescata una crisi da cui non vi è ritorno a un “prima” – Abbiamo cosa? 10-12 anni prima di sforare ogni livello di guardia rispetto al riscaldamento globale? O forse l’abbiamo già sforato con danni irreversibili per la biodiversità e per tutti gli equilibri della Terra. Tutto ciò attiva a livello inconscio una sorta di angoscia di estinzione a tonalità apocalittica che a sua volta predispone il terreno alle “grandi soluzioni” tecnocratiche o populiste che continuano a scontrarsi con una complessità che richiede altri strumenti. Forse come dice Anna Tsing dovremmo imparare a vivere nelle rovine del capitalismo o a “restare col problema” come dice Donna Haraway. Senza accettazione del disastro non c’è possibilità di lutto, di lutto per ciò che abbiamo perso o stiamo distruggendo. E senza l’attraversamento di un lutto non potremo innescare politiche della relazione e della riparazione. Temiamo di guardare in faccia qualcosa di irreversibile e ripartire da lì.

3. Veniamo alla parola con cui lavorate tutti e tre. Recita un passaggio del testo qui preso in esame: “Se c’è una cosa che contraddistingue i nostri tempi, quella è la guerra per le parole, per il potere di definire la realtà e il sistema economico, di formulare e diffondere notizie. È una guerra combattuta per stabilire con che parole esprimere il mondo. Sono le parole a creare la realtà: per qualsiasi sistema di potere è fondamentale possedere le parole e i mezzi di comunicazione per farle circolare”. Quanto la gestione comunicativa mediatica ha influito sulla percezione del pericolo e della gravità della situazione pandemica? Quanto l’avere calcato la mano sul dato delle morti, soprattutto in una fase iniziale, ha inciso paradossalmente sulla fatica di comprendere e sulla fuga dalla realtà successiva affermatasi prepotentemente con il flusso dei negazionisti?

Per muovere verso un’ecologia della cura e della riparazione è ovvio che le parole – specialmente le parole disgiunte da pratiche concrete – non bastano. Innanzi tutto perché c’è sempre uno scarto tra i codici affettivi che ci costituiscono e che traducendosi in parole non riescono a dire gli intoppi, i blocchi, i traumi che animano le biografie. Allora diciamo per non dire, o quel che diciamo ha bisogno di una traduzione. Anche la pratica dell’intervista avrebbe forse bisogno di altre forme, di tempi, incontri riflessioni lasciate sedimentare. La banalità è sempre in agguato il dire tanto per dire, per non perdere l’occasione. E’ di nuovo una sorta di presunzione gerarchica che ha posto la (limitata) capacità riflessiva umana in cima alla piramide che ci separa da quel sentire immaginativo che guarda il mondo con altri occhi. L’uomo ha delle capacità mentali straordinarie – le stesse capacità di mentalizzazione che ora affida all’intelligenza algoritmica che ne moltiplica il potenziale di calcolo. E tuttavia queste non possono sostituire una percezione immaginativa del futuro animata da visioni del possibile. Tutte le grandi visioni che hanno generato trasformazioni epocali sono nate da visioni che parevano utopiche. Esiste un realismo utopico radicato nella capacità di intrecciare la ragione, la tecnica e la capacità di un agire efficace con un giusto sentire che non può che essere profondamente relazionale – e che si può anche chiamare respons-abilità.

4. Se ammettiamo che la letteratura non è strumento di evasione, ma forma di discernimento del reale, cosa si salva ancora? L’impressione è che molto della produzione editoriale sia svuotato rispetto a ciò che sta accadendo, avvertendosi questo più del passato. Cosa ha senso scrivere? Che cosa può ancora parlare di noi in questo tempo che procede a una velocità senza precedenti e farlo alla luce di un’ottica in cui ciò che si scrive possa rimanere più o meno “eterno”? Può essere che un genere nuovo stia sorgendo e che sia un ibrido che risente delle competenze specifiche dell’autore e della loro influenza sul suo sguardo rivolto al mondo?

La spirale depressiva che coglie molti ha a che fare con questo sentimento del “a che pro?” – non solo per la scrittura ma per qualsiasi cosa.  E’ di nuovo una deriva accelerazionista e performativa che porta a sottovalutare tutto ciò che ha a che fare con la ricerca relazionale con cui si costruiscono i mondi – una ricerca che genera la sensazione che invece vale la pena di “prendere parola” o di partecipare in altre forme artistiche, performative, diversamente riflessive alla memoria di un mondo futuro. E’ anche vero che il mercato editoriale è cambiato molto – che i nuovi media creano e distruggono allo stesso tempo le forme con cui si fruisce di parole ed emozioni. E che ogni emozione diventa facilmente merce. Per questo anche c’è disamoramento. Si possono osare forme nuove e ibride ma soprattutto frequentare pazientemente pratiche di comunanza e condivisione. E costruire spazi sicuri de-mercificati.

“I think your house is burning down”, matita e carboncino su carta, Mork

5. Dice Magnason: “Forse allora andrà a finire bene, qualsiasi cosa succeda”. C’è una fiducia sottesa nell’ordine delle cose. Pensate sia così? Quanto il pensiero e l’immaginazione connessi ai vostri ambiti di elezione possono anticipare quello che ancora alla realtà manca? Che ruolo hanno l’antropologia, la psicanalisi e la letteratura, quanto possono contribuire, non a rassicurare, ma a invitare l’uomo a un’interazione con l’esistente e in che modalità?

Da psicoanalista torno alla questione del lutto. Che cosa significa “andrà tutto bene”? forse dovremmo saper prima fare i conti con quel naufragio che è la storia per poter costruire gli strumenti per riparare. Un’ecologia della cura e della riparazione implica prendere atto di ciò che non va e non è andato bene. Che i peccati dei padri ricadano sui figli è un pensiero arcaico che si confonde con la colpa e ben poco vitale. E’ un’idea che genera negazione. Il razzismo e l’indifferenza sono segnali di questa negazione profonda delle nostre eredità collettive. Assumersene responsabilità non significa cadere in una spirale mortificante ma immaginare una grammatica di ciò che può riparare. Un lutto rispetto alla storia umana del resto può solo nascere da un processo condiviso che ci permette di riconoscere che abbiamo solo questo pianeta su cui vivere e che oggi questa possibilità implica un passaggio epocale per il quale dobbiamo inventare nuove risorse.

Grazie a Fabrice Dubosc

“Senza casa”: in cerca dell’invisibile fantastico.

Non è facile ripartire in questo principio d’anno in cui non si riesce a scorgere ancora la fine della pandemia e noi ci facciamo sempre più convinti che non è questo, uscirne il più rapidamente possibile, il nucleo più profondo della faccenda, per quanto aspirare alla fine del tunnel nel quale siamo caduti sia desiderio umano altamente condivisibile. Che la storia del virus andasse inquadrata in un ambito molto più ampio e complesso lo avevamo già visto, abbastanza chiaramente, per il tramite del saggio di Fabrice Olivier Dubosc, “Sognare la Terra”, edito in pieno lockdown dalla casa editrice Exòrma. In fondo, avevamo capito che la questione andava collocata in un processo di interrelazione con il vivente e che molte delle dinamiche messe in atto all’interno del corpo sociale e miranti al consenso personale e generanti lo sfaldamento di un senso di appartenenza, nel quale ci siamo ritrovati (subito dopo gli inni di solidarietà da precarietà fino ad allora felicemente rimossa dallo stato esistenziale), erano riconducibili a una condizione diffusa di coscienza in affanno.

Dubosc affrontava, in quella sede, le miserie dell’umano e le poneva all’interno di uno scenario più ampio includente l’agire politico e il fallimento delle democrazie occidentali e, oltre, lo scarto del resto del vivente che il sistema, quello non di creazione umana, di cui facciamo parte ci ha restituito nella forma pandemica. Evitando di fermarci e provando a tracciare un percorso di inizio anno attraverso cui ricostruire il senso di questo tempo, ammesso se ne possa individuare uno, facciamo un altro passo, su un piano differente, che, senza dimenticare la fragilità della psiche umana, si spinga verso una visione ambigua e, in qualche modo più vera, della storia contemporanea partendo da un saggio che scava abbastanza nella complessità aiutandoci a definirla mediante il ricorso alla categoria della weirdness.

Ci dice Gianluca Didino nel saggio “Essere senza casa” (edito a giugno del 2020 da minimum fax) che viviamo in una dimensione fortemente connotata dalla “stranezza”, sebbene l’espressione italiana non colga il carattere “perturbante” dell’accezione inglese. E non si tratta più di qualcosa che coinvolge esclusivamente la nostra interiorità, il nostro spazio intimo, in una logica freudiana, e che, pertanto, trova un suo contenimento nell’idea che tutto si svolga per effetto di un trauma che, pur nella sua carica tragicamente devastante, è identificabile nella nostra vita in cui, in fondo, se ne limita l’origine, rendendoci conoscibili a noi stessi. Qui, il dramma assume proporzioni da incubo senza via di uscita, perché la stranezza “ha a che vedere con ciò che minaccia la casa provenendo dall’esterno”. Recita un passaggio che congiunge Lauzon e Fisher: «l’inquietudine provocata dal weird si manifesta nel momento in cui due entità “che non appartengono” alla stessa dimensione si incontrano (Fisher), nel luogo dell’ibridazione e dell’incontro che segna il confine tra ‘casa’ e ‘mondo’. È qui che entra in gioco la nozione di soglia». Questo significa indirettamente che non siamo più sicuri: non perché non ci sentiamo più tali, ma perché obiettivamente, sebbene non sia del tutto corretto esprimersi in questi termini, ponendosi il piano oggettivo quale cassa di risonanza della weirdness, non c’è alcun motivo per ritenere di essere tali.

La complessità non è negata, ma arricchita da una serie di percorsi che vengono tracciati all’interno del saggio e che investono la sfera politica, come quella artistica, passando dalla “rivoluzione” più importante degli ultimi decenni, quella globalizzazione generata dal sistema informatico che non solo ci ha reso tutti in apparenza in grado di fare la qualunque, in sostanza meno capaci di controllare le nostre vite, più manipolabili, catalogabili e assimilabili per genus, con buona pace di ogni diritto alla personificazione, ma anche più esposti all’Altro, a quello che è fuori di noi e dalle nostre case con cui abbiamo finito per condividere tutto della nostra quotidianità. Non esiste uno spazio per sé. Tutto è pubblico o non è. Eppure non conosciamo l’Altro, ne abbiamo paura, non possediamo strumenti che aiutino a contenerla, questa paura, e a limitare l’invasione del nostro campo per opera di un blob a cui non sappiamo ancora dare un volto, una forma, un connotato che ce lo renda comprensibile. Questo perché, coerentemente a un processo estremamente umano, ci è congeniale lo scatto del superamento della paura attraverso l’idea della conoscenza e, quanto più siamo in grado di conoscere, tanto più ci pare di venire a capo dei nostri incubi e dell’insensatezza della nostre esistenze.

“I desideri inespressi”, inchiostro di china su carta, Mork.

Il dramma si compie laddove non riusciamo più a inserire l’inspiegabile, la fonte della nostra paura, all’interno di griglie precostituite, provando un senso di smarrimento aggravato dalla distorsione di una percezione temporale in cui il passato più recente pare celebrato come se fosse collocato al di fuori delle generazioni che ci hanno preceduto, se non addirittura cancellato, e il futuro il nostro presente, mentre l’orizzonte si chiude con la nostra incapacità di vedere oltre. Eppure, ci dice Didino, citando Heidegger, sono i momenti in cui “il mondo si ‘schiude’ completamente allo sguardo umano, perdendo i propri connotati familiari” quelli in cui, per effetto di un ampliamento della visione, proviamo angoscia, ci perdiamo e parallelamente godiamo della “rara opportunità di trovare una dimensione più autentica dell’esistenza”. La grandezza di un regista come Herzog risiede esattamente nella lucida visione in base a cui l’idea dell’uomo di avere un controllo sulla natura è la più grande illusione a cui si possa cedere in questo tempo. Fuori da questa falsa verità esiste, però, un margine di salvezza: la stranezza si acquista insieme al pacchetto dell’ipermodernità e non resta che farci i conti. È possibile, però, fare quello che l’uomo ha sempre fatto: raccontare storie con cui costruire un mondo immaginario in cui includere l’Altro che ancora non ha trovato requie. È così che si incomincia a dare sostanza a un futuro che ancora non riusciamo a vedere.

Dunque, letteratura, poesia, arte quali veicoli dell’invisibile, di quell’Altro di cui ci parla Didino e che nel testo di recente pubblicazione (Edizioni Volatili) di Giorgiomaria Cornelio, “La salatura delle immagini”, assume i connotati di un’assenza che necessita di essere vivificata. Se una qualsiasi immagine può dirsi soggetta a questo processo, è perché essa ha in sé una seconda lettura, meno immediata, quasi sepolta: ciò che è nascosto è la chiave. Qui non interessa l’allegoria, ma il processo creativo con cui l’individuo determina il reale attraverso ciò che esiste in potenza, ma che ancora non riusciamo a scorgere («partecipiamo attivamente alla vita delle cose attraverso la seconda vita delle immagini»). Questo significa che esiste un vuoto, ma anche una dimensione sotterranea suscettibile di letture dentro meccanismi di creazione immaginifica: l’uno non esclude l’altro e tenerli insieme è la sfida poetica del nostro tempo. Che la letteratura non sia scevra da quanto sta accadendo intorno, ma al contrario possa contribuire ad accompagnarci oltre il muro di nebbia con cui neghiamo il trauma collettivo attraverso una “visione” lo spiega bene Matteo Meschiari nel suo “Antropocene fantastico”, edito da Armillaria: «Di che cosa abbiamo veramente bisogno in questo momento? Che cosa può restituirci la speranza? Quella ragazza, quel ragazzo che inventano mondi, mentre noi piagnucoliamo sorseggiando birra. Quel qualcuno, che esiste già da qualche parte e che stiamo aspettando senza saperlo».

Persino, l’essere sulla soglia di molte delle narrazioni circolanti è lo specchio di quella prossimità all’Altro di cui parla Didino, del raccordo tra visibile e invisibile nel tracciato disegnato da Giorgiomaria Cornelio. Non è raccontando l’apocalisse nella quale ci troviamo che rispondiamo alla funzione in qualche modo politica che la letteratura può svolgere, ma selezionando quelle componenti del fantastico che sappiano alludere a un’idea di futuro senza che questo equivalga a negare il presente e la sua tragicità. Un equilibrio complesso, dunque, ma necessario perché la letteratura possa continuare a dire qualcosa oggi: un equilibrio che passa dall’invisibile, dagli spettri, dall’Altro con cui incominciare a dialogare senza pretesa di risposta alcuna. Quest’ultimo il limite di alcuni recenti testi passati da qui e di una, pure potenzialmente interessante, pubblicazione di Add editore, “I pesci non esistono”, di Lulu Miller, che parte sin da subito con la volontà di fungere da sostegno alla lettura rinnovata del mondo, congiunge punti e tessere, realizza il puzzle, risponde all’angoscia, spiega nell’istante stesso in cui propone un mondo “demondificato”. In tutto ciò nulla che venga “realmente” chiesto in una dimensione che rischia di essere autistica. Come autistica parrebbe essere una parte della nostra narrativa contemporanea: testi intrisi di nevrotiche autocelebrazioni che esulano dal dramma collettivo e personale o di aspirazioni neorealistiche svuotate di senso nell’incapacità di portare a galla l’universalismo di una storia familiare e nell’assenza di reale silenzio dentro cui il lettore possa trovare qualcosa di Sé. Non resta che, tornando al breve saggio di Meschiari, evitare comode vie di fuga e fare dell’Antropologia qualcosa di più di un sapere confinato a un ambito scientifico, poiché, nell’istante in cui essa consente di conoscere la realtà nella sua complessità, offre non solo l’opportunità di uno sguardo verso l’Altro, ma anche una visione narratologica possibile.

Lo sa bene Ellen Meloy, l’autrice di “Antropologia del turchese” (Black Coffee edizioni), che, senza alcuna ambizione di fornire risposte allo smarrimento collettivo del nostro tempo, “si limita” a raccontare delle storie frutto delle sue esperienze di viaggio nell’infinitamente piccolo della sontuosità del paesaggio americano, riuscendo a creare quel punto di raccordo tra opposti che è l’unica garanzia di rispondenza al reale che oggi possa esserci. Il fatto che non avvenga in una forma tradizionale, ma in una terra di confine che include il sapere saggistico, il diario autobiografico e la poetica della narrazione è la conferma del percorso che stiamo tracciando, fatto di soglie. Può piacere o non piacere, ci si potrà ritrovare in una forma massima o in minima dose, in base alle nostre inclinazioni, alla nostra formazione e al nostro sentire, ma resta l’inossidabilità della resistenza significante di questo genere di produzione letteraria al nostro tempo. Il libro della Meloy ha dalla sua quello che manca a molte delle pubblicazioni attualmente circolanti: la sincerità, la capacità di parlare al nostro smarrimento, senza per questo fornirci una risposta. Lo dice bene Meschiari, laddove affronta il tema della fragilità, rovesciandone il senso diffuso: «quella che ha fatto da motore cognitivo per la nostra specie, quella che ci ha spinto a reagire immaginando, sognando, desiderando, e che oggi è invece causa ed effetto di un loop cognitivo quasi senza scampo».

Quella crepa in cui tutto può ancora essere.

Mindy

Sognare la terra ovvero da dove ripartire.

Sognare la Terra (Copertina)

Chi ci segue da tempo sa, o quantomeno lo avrà dedotto, che non siamo soliti ospitare a distanza di breve tempo pubblicazioni di una medesima casa editrice, poiché cerchiamo, per quanto ci è possibile e compatibilmente con l’idoneità di un testo a raccontarci in un determinato momento, e personale e storico, di dare spazio alle molteplici creature che l’editoria mette in circolo. Oggi abbiamo fatto un’eccezione e l’abbiamo fatta in una triplice modalità: scegliendo Exòrma, nonostante un paio di settimane fa avessimo già ospitato la poesia in prosa di Miorandi offerta al pubblico dalla casa editrice romana, lo abbiamo fatto optando per un testo che, seppure in una forma agevolmente divulgatoria, si configura come un invito alla riflessione nella componente saggistica che si suole dare in questi casi, e, a ben guardare, decidendo di scrivere in un momento non esattamente semplice, mentre tutte le certezze si sfaldano e di vedere una qualche resurrezione in terra nell’immediato non se ne parla neanche un po’, nonostante la Pasqua imminente.

Urgeva accogliere qui “Sognare la terra”, di Fabrice Olivier Dubosc (attualmente disponibile in formato e-book). E urgeva che tutto questo si svolgesse ora, in questi giorni che si pongono parallelamente come giorni pasquali, dunque di una sofferenza che genera vita oltre la finitezza temporale delle nostre esistenze, e giorni di fragilità estrema in cui, persa ogni “verità”, sbandiamo, ci illudiamo, immaginiamo, proviamo ad andare oltre, ma qualcosa ci scaraventa di nuovo nella nostra incapacità di pensare a un futuro, non potendo più questo assumere le fattezze del già noto.

Di riflessioni che formalmente rimandano al testo ospitato ne sono circolate e ne circolano abbastanza sul web: qui la peculiarità è offerta non solo dalla visione di insieme che esso offre, ma anche dalla solidità delle argomentazioni e dalla autorevolezza delle citazioni che creano un sostrato refrattario all’induzione nel lettore di un’idea rivelata. Pertanto, motore efficace per un pensiero che necessita di puntigli attraverso cui fermarsi il tempo che basta per nutrirsi di ciò che ruota intorno ad esso, una sorta di meccanismo che cede a ogni passaggio pezzi di verità imposte e acquista tasselli per la costituzione di un puzzle estremamente complesso e probabilmente molto più vicino alla realtà attraverso uno sguardo più ricco e un po’ più libero.

“Sognare la Terra” parte da un preesistente, qualcosa che ha preparato il terreno all’esplosione di una vicenda che tocca salute e politica insieme passando per l’idea di comunità, laddove la prima si configura non soltanto come diritto inalienabile del singolo, ma come dovere per le organizzazioni politiche di garantire le condizioni ottimali in cui si possa esplicare. In realtà, il primo passaggio del discorso lungo di Dubosc ha a che vedere con la comunità, meglio con il rapporto tra la collettività e la politica attraverso la considerazione dello stato di emergenza che radicalizza una situazione già esistente e legata a processi politici che hanno svuotato di senso le nostre attuali democrazie, ben visibili nella gestione autoritaria del riconoscimento dei diritti secondo un criterio di esclusione che, premiando il simile, rafforza l’idea di una salvezza coincidente con il male altrui, oltre che nel ricorso a protocolli e algoritmi con cui decidere senza perdere consenso. È certo che l’emergenza generata dalla crisi approda a un discorso sull’etica nel momento in cui determina una necessaria assunzione di responsabilità che investe tutte le categorie e, parallelamente, non si ancora a risposte preconfezionate, poiché tutto è nuovo e il sapere già consolidato non è in grado di fornire alcun appiglio. In un clima di vaghezza estrema – attenzione: clima che stavamo già vivendo, seppure non nelle forme pandemiche attuali – è facile radicare nella collettività il pensiero “confortante” che l’apartheid, cioè la politica dell’inimicizia, possa salvarci, come se bastasse escludere dallo sguardo il naufragio di milioni di uomini, in fuga dalle loro origini e in cerca di un futuro, per stare bene, ammettendo esclusivamente un rapporto del simile con il simile, non solo per illuderci che il resto c’è nei limiti in cui io mi salvo perché l’altro muore, ma anche per rimuovere la fragilità di cui anche io sono portatore.

Da qui la deriva offerta dall’odio generalizzato e dagli haters, il cui obiettivo è generare un consenso diffuso all’odio attraverso cui potere condividere l’esperienza personale della rabbia e della disillusione, non sentirsi estranei alla collettività, ma ritagliarsi uno spazio che vada ampliandosi e che si identifica nell’esclusione di chi è diverso. L’hater nega ogni possibilità di cambiamento, è disilluso, si augura la fine e trascina con sé chi ha la stessa incapacità di rielaborazione della propria mancanza, della propria perdita, chi non è disposto a vedersi fragile. Il testo fa un ulteriore passaggio collocando la figura dell’hater in un genus più ampio, quello dei troll, qualificandosi in sostanza il primo come un troll particolarmente “virulento”. Ma chi è esattamente il troll? Nella cultura norvegese e nell’accezione originaria, ci spiega Dubosc, il troll rappresenta un punto di congiunzione tra umano e natura, una sorta di figura meta-umana che dialoga con il mondo, con il vivente. Qual è, allora, il limite che ci induce a pensarlo come una categoria in cui fare rientrare gli haters? Cosa assimila l’uno agli altri? Attraverso la citazione di Ibsen e del suo “Peer Gynt” il punto è chiaro: al troll deve bastare di essere quello che è, mentre l’identità umana passa dalla ricerca di Sé. Ciò significa che la partita si gioca tra il definire se stessi e un bastarsi collettivo, laddove probabilmente il passo da fare ora congiunge le due istanze, in una rivoluzione dell’immobilismo del troll che necessiterà del “doppio relazionale”, quell’alterità, quell’altro da noi che è costitutivo del Sé e, dunque, dell’identità più profonda di ogni uomo. Non più, dunque, scissione tra natura, mondo vicino al troll, e cultura quale sede dello spirito inteso come coscienza, ma compartecipazione delle due realtà in uno scambio che sia anche emotivo in modo che esse, le emozioni, non debbano essere respinte, compresse, cosa che genererebbe un surplus di sentire destinato all’astrazione o all’alimentazione delle nicchie di coltivazione dell’odio, laddove l’assenza di spazio e di rielaborazione per la parte emotiva produce isolamento, rabbia e urgenza di condivisione nella modalità dell’hater già vista prima.

Questo perché è al Sé che occorre rivolgersi, oggi più che mai, perché l’Io è smarrito di fronte all’imprevedibilità degli eventi, all’eccezionalità della situazione che stiamo vivendo e che, non essendo accostabile a nulla di già noto, non offre soluzioni. In che cosa si traduce concretamente il Sé dovendosi esso comporre dell’alterità? Intanto, nella non negazione di un confronto, nello sguardo rivolto non solo al simile, ma anche al diverso, nella dialettica e nell’ascolto, nel riconoscimento di una co-vulnerabilità dentro la quale ci siamo tutti laddove ci riconosciamo coinvolti da un lutto, da una perdita, e sentiamo il dolore e la rabbia che ne derivano, senza tramutarle in un agire contro qualcuno e in una manipolazione del vicino fragile a nostro favore.

Dunque, la chiave sarebbe nella possibilità di coabitazione del mondo fondata sulla coscienza di un’interazione necessaria con il vivente tutto e su un sentire condiviso che nasca da un fenomeno di inclusione che proceda per due canali assolutamente necessari: da un canto la lingua che ci modella eticamente e che deve essere scevra dal principio di autoconservazione, arricchirsi dell’esperienza dell’altro, rifiutare quell’impoverimento che prepara alla chiusura e all’avvento del tiranno; dall’altro la dimensione immaginativa la cui definizione passa dall’urgenza di un’organizzazione comunitaria in cui l’emotività sia fatta circolare senza blocchi e conseguenti sovrappiù che inducono all’apparente paradosso dell’indifferenza generalizzata.

Come l’inconscio individuale, quello collettivo rivela e potenzialmente ci orienta in senso evolutivo, laddove noi siamo le origini e tutto ciò che ci arricchisce fuori da esse aiutandoci a definirci costantemente. Urge quella che Dubosc chiama “democrazia affettiva: non l’idea che fuori non ci sia salvezza, ma, al contrario, un ampliamento delle nostre fondamenta democratiche attraverso l’inclusione. In tutto ciò la patria non dovrà essere il bene assoluto, ma il sentimento di un bene comune, come nella definizione di Simone Weil.

E arriviamo al punto da cui siamo partiti, quel rapporto tra salute e politica che, in tempi di pandemia, pone alla nostra attenzione l’urgenza di uno svolgimento che si discosti dal passato, sulla base dell’idea che la salute è il terreno in cui il Sé è destinato a svolgersi. Se è vero che lo Stato ha un dovere preciso in tal senso, che è di garanzia, vigilanza, insomma di tutela delle condizioni ottimali perché nessuno ne venga danneggiato, cosa che peraltro gli avvenimenti odierni dimostrano di non essere stata messa in atto in nessuna moderna democrazia, esiste un margine in cui il singolo è messo di fronte alla necessità di un proprio movimento di ricerca che passi dal Sé, che passi dal corpo. Il corpo è un luogo di resistenza attiva in cui si gioca quotidianamente la scelta di rimanere in vita prima ancora dello scoppio di una pandemia, prima ancora della ferita suggellata da una malattia. Proprio questa è, unitamente alla morte, elusa dal nostro sistema economico perché di ostacolo alla produttività e, dunque, al profitto e genera, in quanto rimossa, la precarietà che non è, come la vulnerabilità, elemento costitutivo del vivente, ma la base ideale per quello che stiamo già toccando con mano, cioè il maggiore rischio di contagio collettivo, unitamente alla globalizzazione.

Alba, foto di Mork
Alba, foto di Mork.

Occorre, allora, ripartire da quella che nel libro edito da Exòrma è definita la biopolitica, all’interno della quale la sovranità sia legittimata da qualcosa che è ben oltre il diritto, cioè l’aspirazione alla giustizia, e in cui il bene comune sia il punto di congiunzione non solo tra gli uomini, ma tra gli uomini e il vivente tutto. Del mio trascorso di studi giuridici ricordo l’istanza che mi accompagnava nella comprensione di qualcosa che mi era ancora ignota: cercavo la ratio, ciò che è a fondamento di una norma, che ne spiega l’esistenza all’interno dell’ordinamento. In alcuni casi, l’impresa era fallimentare in partenza: esistono scorci in cui il legislatore giustifica sommariamente un agire e sono quelli in cui un’esigenza superiore, che spesso superiore non è, ammette l’esistenza della norma. Ecco: penso, suffragata dal libro di Dubosc, che sia tempo che il diritto e la politica agiscano coerentemente a delle istanze più profonde, che le tessere si incomincino a mettere insieme in nome di una nuova idea di comunità che non escluda, che vada oltre i limiti del proprio, che emerga una ratio, qualcosa che non si gioca strumentalizzando i diritti, ma un fertile terreno in cui muoversi con uno sguardo molto più ampio, quell’universalità che la legge impone e che si radica nel principio di eguaglianza sostanziale. Più riusciremo a entrare nella complessità delineata da Dubosc più saremo parti agenti di questa necessaria trasformazione. Allora, la Pasqua non sarà lontanissima.

Mindy