“Fifty-Fifty” a Bologna: Ezio Sinigaglia ancora su Ork.

L’alternativa offerta dallo sguardo tramite cui il mondo militare può volgere in un paradosso e divenire il luogo del libero dispiegarsi del desiderio, la fiaba oltre la brutalità umana, la gentilezza e il rapportarsi cortese oltre la facilità dell’abuso, la Letteratura quale opportunità di sperimentazione di mondi che ignoriamo e in cui si affaccia il margine di un vivere quasi lieto e, nel ricordo, il riannodarsi degli elementi lungo il sentire nostalgico che coordina, congiunge, supervisiona, si erge quasi a capo emotivo di un altro esercito possibile, quel fluttuare animato di sensibilità che accedono a un altro modo, disarmato, di conoscere il mondo, che destabilizzano e generano, nella continua invenzione linguistica, una coerenza dell’apparato espositivo all’impianto narrativo e di quest’ultimo all’induzione deformante del processo cognitivo. La memoria che scarta e cancella e il rimosso che trova sapientemente la strada per scombinare le carte, superando il labirinto in cui “il male” si nasconde, ma poi anche l’etica e la Storia che si affaccia con la sua violenza. La musica che, nella trascrizione, assume il movimento ritmico della parola, l’evolversi della scansione metrica, il dosaggio degli accenti e la prosodia, il piacere del gioco delle definizioni, le parlate locali. Il piacere. Quel punto insondabile che è perdita e fusione. Oltre ogni costrutto. L’illusione del senso nella finezza dell’impianto, e narrativo e razionalistico, e la sconcertante verità del fondo dove i ruoli cedono, il vero è un umano bisogno e noi un prossimo silenzio che, forse, qualcuno saprà suonare.

Ezio Sinigaglia e il suo “Fifty-Fifty” (TerraRossa edizioni) a Bologna.

Ezio Sinigaglia e Luigi Weber presso “La confraternita dell’uva”, a Bologna.
Ezio Sinigaglia e Luigi Weber presso “La confraternita dell’uva”, a Bologna.

Sant’Aram ovvero dell’oscuro oggetto di un desiderio.

Dopo averlo fatto per “Quaderni d’altri tempi”, ci si ritrova a citare, nell’arco di un tempo estremamente breve, ancora una volta Maurice Maeterlinck nel suo dialogo con l’abisso che Robert Musil riporta in esergo a “I turbamenti del giovane Törless” (traduzione Giorgio Zampa, SE edizioni): “Strano come, appena pronunciata, una cosa perde il suo valore. Crediamo d’essere scesi sul fondo dell’abisso, ma quando risaliamo, le gocce rimaste sulle pallide punte delle nostre dita, non hanno più nulla del mare da cui provengono. Crediamo d’avere scoperto una fossa piena di tesori meravigliosi, ma, quando risaliamo alla luce, ci accorgiamo di avere con noi solo pietre false e frammenti di vetro. Nella tenebra, intanto, il tesoro continua a brillare, inalterato”. Le cose non capitano a caso e il doppio riferimento a una citazione di tale portata è lo specchio di un tempo affatto semplice su Ork che noi proviamo sempre a tracciare con l’ausilio dei libri (è, in fondo, lo spirito e il senso di questo blog) e Musil offre lo sguardo perfetto alla nostra fatica esistenziale, oltre che l’ideale supporto integrativo al viaggio nell’ambiguità dell’essere umano in cui si traduce l’ultima creatura di Ezio Sinigaglia che, per scelta editoriale, è stata pubblicata in due tempi: quel Fifty-Fifty che ha avuto un primo atto, “Warum e le avventure conerotiche”, lo scorso anno e un secondo, più recente, “Sant’Aram nel regno di Marte”, che, piuttosto che confermare le premesse, le altera, come è nello spirito ironico del suo autore, scombinando le carte fino a generare la confusione necessaria a entrare nell’anima più profonda di un’opera molto più complessa di quanto non voglia apparire a una prima occhiata e che va necessariamente letta nella sua unità per riflettere anche in merito all’opportunità di farne uscire un unico sostanziale atto. La scelta di partire dalle considerazioni sul tema dell’abisso è perfettamente congeniale alla struttura narrativa dell’opera, poiché, come è deducibile dalle battute finali, la narrazione che consta del racconto in prima persona di un’insolita vicenda amorosa avrebbe avuto quale ratio l’esigenza di raccontarla, la medesima, di esplicitare il movimento intimo che l’amore scatena in una delle parti coinvolte, all’altra.

Dunque, narrare per portare su un piano di realtà condiviso, e con l’altro e, in fondo, col pubblico in un narcisistico trionfo espositivo che è il rimedio che la letteratura offre alla irrimediabilità della vita, un viaggio nella fragilità e nell’ambiguità di cui si compone quel curioso sentimento che facciamo accedere alla categoria ampia dell’amore e dentro cui Sinigaglia si muove abilmente per renderne la bellezza di un’apparente contraddittorietà. Tutto, in realtà, ha una sua spiegazione. E il fondo dell’abisso portato allo stato di superficie perde necessariamente lo splendore custodito dal tesoro non violato e lasciato nelle profondità più oscure, dovendosi agghindare da feuilleton per ordine naturale delle cose nel loro indotto processo di riemersione. La bellezza di ciò che è riposto in fondo, nell’istante in cui viene narrato, lascia spazio a un’altra storia che si declina in spazi, tempi e modi differenti in ciascuno dei due atti di “Fifty-Fifty”, generando, a un attento sguardo, un attraversamento dell’altro e, successivamente, di sé lungo delle coordinate che si fanno meno estetiche, più intime e sincere fino alla deflagrazione finale in qualche modo cercata e voluta da entrambe le parti del gioco in atto. Nessuno sfugge al destino del proprio ruolo, anche se pare non crederci fino in fondo, come se la verità fosse altrove, fuori da tutto, fuori dalla coppia, dalla villa di amici in cui il teatro è allestito e i giochi di ruolo incominciano a venire chiaramente allo scoperto, fuori, in fondo, dalla letteratura che vanta il diritto supremo di sapercela raccontare, questa presunta verità, coerentemente ai nostri desideri, preservandoci dalla fine delle cose. La verità è nell’abisso di ciascuno, quello di Fifty-Fifty, quello di Warum o Sant’Aram, quello nostro che non sappiamo dire e che, se anche sapessimo dirlo, non avrebbe il valore ontologico di ciò che vi è riposto. Non resta altro che dilettarsi a raccontarlo, tentare di restituirgli un senso alla luce delle logiche umane e dei bisogni e delle miserie sottese, prenderne le distanze che la parola offre nel margine di separazione dal nucleo e declinarla, la parola, in tutte le forme idonee a suscitare il piacere che ci è precluso dalla umana tendenza a cercare spiegazioni. Se giù in fondo risiede il tesoro e se esso non è trattabile in superficie alla luce del valore di partenza, possiamo solo compensare la mancanza attraverso la narrazione che, incastrandosi nell’impossibilità di restituire la verità, può “solo” nutrirsi e nutrire il mondo con la parola cercata, ricercata, sagomata, limata, manipolata, costruita, in funzione del gioco delle nostre vite. D’altronde, l’autore in questo è maestro e, pertanto, supplisce egregiamente all’impossibilità di restituzione dell’affondo, anche nella forma dell’enigma che occupa l’ultima parte della storia, rivelando potenziali nascosti più che nel fuggitivo autore del medesimo, negli elementi della combriccola riunita nella villa, ciascuno dei quali fornisce il proprio personale apporto alla risoluzione del misterioso biglietto lasciato da Fifì.

Se il primo atto di questa commedia aveva i toni volutamente e talvolta grossolanamente (per volontà) patetici di un ambire non soddisfatto, laddove Aram era tenuto a fermarsi di fronte al desiderio di giacere col suo amato, per rispetto alla sua volontà, in un’attesa che era essa stessa la dimensione del piacere, quel punto che precede la realizzazione del desiderio e che contiene le infinite possibilità degli snodi esistenziali e preserva dall’esclusione e dalla delusione della vita, laddove il principio non concretizzato illusoriamente tutela dalla finitezza delle cose, il secondo atto prende una strada differente, non solo perché al centro sovviene il ricordo non più di un’esperienza condivisa, ma di quella solitaria della vita militare di Warum (altro nome di Aram), complice l’incontro con un pezzo importante della stessa, ma anche perché ciò porta a galla l’universo del narratore che si rivela essere molto più complesso, probabilmente perché umanamente più ricco, di quanto ci avesse fatto credere nella prima parte dove la finezza psicologica veniva riservata all’altro e alle sue incomprensibili decisioni di chiusura. Ora se il primo atto scorre più lentamente in un equilibrio mancato, nella rievocazione di una speciale vacanza al Conero ad opera del narratore, in fondo la parte “felicemente” lesa della coppia, e nell’ingresso sapiente, attraverso il recupero di una traccia di infanzia, del tema della morte, che in qualche modo è consustanziale allo sviluppo nevrotico del tema del desiderio, la seconda parte è un piacevolissimo contraltare, che, infarcito delle dinamiche relazionali del ricordo della naia, si sviluppa a un ritmo molto più sciolto, rendendo la ricercatezza stilistica e linguistica l’esito più naturale di un processo meno irrigidito rispetto al primo atto.

“Ricordi e ombre”, china e penna su carta, Mork.

Tecnicismi a parte, la bellezza della creatura di Sinigaglia la si coglie alla luce della lettura di entrambi, sebbene l’anima che riserva il secondo atto sia solo parzialmente anticipata dal primo che, a parere di lettore, avrebbe meritato di essere letto unitamente al secondo e, forse, contenuto in qualche suo eccesso. Ad ogni modo, l’opera complessiva merita alcune osservazioni che, da qualche parte, ci riportano al principio di questo nostro viaggio e alla navigazione perturbata del giovane protagonista dello splendido romanzo di Musil. Se l’evidenza della narrazione si ferma al sacrificio che una delle due parti coinvolte dal rapporto amoroso si ritrova a compiere per evitare la perdita e l’abbandono dell’altro, il magma che sotto ribolle è di portata più ampia. Stupisce che il sopraggiungere di un incontro inaspettato, un vecchio amore dei tempi della naia, scompagini facilmente ogni certezza, se non fosse che esso si rivela essere, nelle fattezze fisiche, ma non nella negazione delle dinamiche sessuali, un doppio di Fifì, alterando agli occhi del lettore l’idea del primo atto. Se lì chi legge interpreta come felicemente soccombente la posizione di chi rinuncia alla propria idea di amore per l’altro, anche perché non messo a conoscenza delle ragioni del diniego, qui si insinua il pensiero che i giochi non li abbia condotti soltanto colui che si nega, ma anche chi dall’altra parte eterna, nel nome (Sciofì e Fifì) e nell’estetica, un amore mai dimenticato di un tempo passato. Come nel romanzo di Musil, l’amore si risolve in un gioco di ruoli su cui si addensa malamente, ma anche fisiologicamente, la componente dell’esercizio del potere non necessariamente, se non alla fine, anzi quasi mai, agito con coscienza.

Recita un passaggio del romanzo edito da TerraRossa: “Non c’è più nulla da chiedere o da avere. C’è solo da impugnare, con avida prontezza, quel che di imprevisto lo scirocco ci ha portato, prima della pioggia: questo istante di sospensione prodigiosa, nella magia della controra, questo istante che tra un respiro sarà già passato, ma che, nel farsi e nel durare, sembra un frammento dell’eterno”. Dunque, l’imprevedibilità di un evento e di un incontro, che fa saltare le coordinate dell’inamovibilità delle cose che non evolvono né involvono e restituisce il gusto della vita oltre la malinconia che attraversa il romanzo sin dal principio, sotto le vesti iridescenti di un rumoroso feuilleton. Qualcosa scorre sotto: lì è l’anima di tutto, oltre le parole. Varcando quel confine accennato da Musil: “Ora sapeva distinguere tra giorno e notte. In verità, l’aveva sempre saputo; a cancellare il confine era stata la piena di un incubo, e lui si vergognava di quella confusione. Ma anche un’altra esperienza era calata nel suo animo, proiettando pallide ombre: quella che il mondo può essere diverso, che intorno a ogni individuo è una sottile linea di confine, facilmente cancellabile, che sogni febbrili strisciano intorno all’anima, rodono solidi muri, infuriano per strade sinistre”. Törless sperimenta la propria ambiguità nella scoperta di un piacere di dominio che non lo rende migliore degli altri e sa che l’arresto all’irruzione della sconvenienza è il frutto di una regola esterna, ma non l’esito di una superabilità reale. Il reale è confusione, persino la matematica con i suoi numeri immaginari finisce per essere funzionale al riconoscimento di un trascendente che invade il principio di realtà e lo destabilizza. In fondo, il nucleo della bellezza spaventevole dell’esistenza umana, quel margine in cui non siamo, che scardina i ruoli e i giochi di società e ci racconta nell’assenza, persino della parola, nel silenzio.

Mindy

Fifty-fifty ovvero storia di un perché: Sinigaglia su Ork.

Torna Ezio Sinigaglia con un nuovo romanzo, “Fifty-fifty”, edito da TerraRossa, e torna a scombinare le nostre certezze di lettori assuefatti alla diffusa idea editoriale che per rinnovare il patto di fiducia con chi legge sia necessario, negli ambiti in cui non ci si accontenta di una familiarità stantia o di un personalismo condotto a un punto di non ritorno, di costruzioni strutturali talmente all’avanguardia da non essere comprese da chi a un libro chiede semplicemente una storia, la grazia dello stupore e un’eco di coscienza. Abbiamo atteso per scriverne perché, a dispetto dell’apparenza, il nuovo romanzo di Sinigaglia, in quanto in grado di portare un salvifico disordine nelle nostre vite di lettori, va letto, poi sfogliato ancora e ripreso in mano più volte. A ben guardare, nulla di nuovo rispetto ai suoi precedenti, ma qui la faccenda, per quanto riprenda una schematica di approccio richiestaci già in passato, traccia nuove coordinate, dettate più che dall’impianto o dalla lingua, dalla necessità del rovesciamento delle apparenze assolutamente necessario non solo per comprendere la storia che ne è al centro, ma anche per capire quale sia davvero la storia che ne è al centro. Non è un caso che l’ironia, grande dote dello scrittore, qui si faccia lingua andando ad assieparsi anche laddove il tono parrebbe volere raccontare una relazione con l’esistente assai diversa, come se attraverso la modularità linguistica di un caricaturale, talvolta grottesco, versato anche in certe descrizioni amorose, Sinigaglia più che farsi creatore di una lingua nuova, come aveva egregiamente sperimentato nel precedente “L’imitazion del vero” (TerraRossa edizioni), “si limitasse” a fare della lingua un piano anticipatore dello sguardo complessivo rivolto dal romanzo al tema dell’amore che, rovesciato, porta all’attenzione del lettore, che sa di non doversi fidare di ciò che troppo scorre sotto gli occhi, il lato buio della bellezza della vita che culmina nell’incontro con l’altro.

Ed è proprio quest’ultimo punto un primo tema su cui interrogarsi, anche in relazione a quella visione finale e più ampia che è oltre le singole e ricche storie con cui infarcisce lussuosamente il viaggio. Procediamo per gradi, perché gli indizi sono tanti e, probabilmente, al termine saranno tali da darci la parvenza di un colpevole, ma la storia sarà stata tanto preziosa da non potere fare seguire ad essa alcuna esecuzione della pena. Il titolo racconta l’apparente centralità del romanzo: Fifty-fifty è l’appellativo con cui la voce narrante è solito rivolgersi all’oggetto del suo amore, in relazione al suo non essere mai completamente un’identità definita, a tal punto da essere per l’altro una sorta di enigma nell’istante in cui, pur desiderandolo, non gli si concede (“Non vuole saperne, Fifì, di far l’amore. Non ne ha voglia. Ma non esclude che la voglia possa venirgli, un giorno o l’altro. E m’incatena.”). Un enigma, dunque, che ben si incastra con la voce narrante, il cui appellativo Warum tradisce lo spirito indagatore del latore del medesimo. Qualcuno cerca, si interroga e qualcuno sfugge ai tentativi di cogliere il senso delle fughe da parte dell’altro in un gioco perfettamente riuscito nella rispondenza di questa dimensione monca al desiderio di Warum e, certamente, a quello dell’altro giocatore (“Perciò capii quella notte –indimenticabile purtroppo- che l’amore Fifì ed io non lo faremo mai, se non in forma rituale sotto le corroboranti frizioni dello sciampo. Quando lui è Fifì, non vuole. Quando non è Fifì, non voglio io.”).

Sysyphus, schizzetto con matita e fusaggine, Mork.

Dunque, entrambi sembrerebbero concordare sul non volere ciò che in una relazione amorosa suggella l’inizio e la prosecuzione della medesima: un tratto distintivo eppure negato, un incontro consensuale dentro a una negazione, ammesso che di un realistico incontro con l’altro si possa, alla fine dei giochi, davvero parlare. Il titolo induce a credere che sia lì il punto, fuori da Warum, nell’inspiegabile comportamento di chi ama e non ha nessuna intenzione di cedere all’idea comune che in qualche modo si debba portarla nei corpi, quella storia, ma per tutta la durata del romanzo noi assistiamo al viaggio introspettivo compiuto dall’altro, conosciamo l’oggetto fuggevole del suo desiderio per il tramite della sua voce molle e sinuosa che, spinta alle estreme conseguenze dalla sapienza del burattinaio, cede all’ironia e regala un tono superiore alla narrazione impedendo, anche se non sempre, al deus ex machina di lasciare cadere dall’alto tutte le folgori che, non scagliate, rischiano, qua e là, di tradursi in artifizi di rivolta di cui fa le spese il lettore. La conoscenza di tutto ciò di cui è popolato il romanzo, della psiche di Fifì e delle dinamiche delle relazioni al femminile, come dei desideri di un bassotto che, sospeso tra Conrad e il notturno di un’estate in solitaria, gli sarà fidato alleato di avventure, tutto passa attraverso il pensiero e la parola dell’altro, Warum, tanto che, al termine, quello che potremo dire di conoscere abbastanza è proprio lui in un apparente paradosso in cui, forse, troveremo un perché a Warum, ma non alla scelta inusuale del suo amato che, pure lui, prova a ricondurre a quattro plausibili ipotesi: 1) spingere il desiderio a livelli tali da garantire, al momento dell’amore tradotto in corporalità, un piacere sommo; 2) evitare il rischio della perdita insita nell’inizio di ogni cosa; 3) l’avere posto in essere esclusivamente una comunione trascendente; 4) l’essere angeli e il riconoscimento di un’empietà nella discesa dalla metafisica alla corporeità.

Queste, però, non sono ancora altro che il tentativo di Warum di capire l’altro. Capire l’altro o capire se stesso? Il gioco di specchi si fa strada nelle pagine e parte da un indizio spicciolo riportato ritmicamente in una pausa dal chiacchiericcio diffuso con cui una certa umanità entra a tratti con frastuono e ingordigia e spazialmente in un anfratto della foresta popolosa che anima il romanzo attraverso personaggi grotteschi o semplicemente insoddisfatti, borghesi piccoli piccoli in cerca di un loro posto nel mondo, frequentatori notturni di vite al limite o insani passeggeri della notte senza scopo e senza età. Gioco di specchi, dicevamo: quello che il desiderio di emulazione in un taglio di capelli che rende l’amato identico a sé anticipa rivelando non l’avviso rivoltogli dall’amico, ma un parallelismo dentro cui è, forse, il nucleo della storia. Non è Warum un satellite di Fifì, come qualcuno sostiene, né tantomeno un’orbita, ma entrambi finiscono per essere pianeti e orbite o satelliti in funzione della polarità o delle fragilità e dei bisogni dell’altro, laddove alla forza dell’uno corrisponde l’esigenza dell’altro di sopravvivere in quel principio di attrazione. Perché, in fondo, la fisica e l’astronomia sono temi cari allo scrittore che qui non si dimentica neanche della luna che compare in più punti: sacra e distante al di sopra delle loro avventure in un’indimenticabile vacanza al Conero o, più semplicemente, attenta testimone e compagna di luce nell’ospitalità notturna in una grande villa da cui il racconto trae origine.

Nel complesso, il romanzo parrebbe volere essere, al termine vorticoso dei suoi infiniti giri, una celebrazione. Della fugacità dell’amore? Della vita che scorre più rapidamente delle nostre umane attese e che talvolta l’amore riporta alla nostra misera attenzione nella relazione che generiamo, nelle aspettative, con chi ha dalla sua ciò che più non ci appartiene, come la giovinezza? In fondo, Warum non è più giovanissimo, si appresta a varcare la soglia di un tempo che non tornerà più e che ha tutta la bellezza di Fifì. A dirla tutta, l’indizio che di una celebrazione potrebbe trattarsi parrebbe contenerlo, quantomeno allo stato potenziale, il vero nome della voce narrante: Aram racconta molto di più, forse, di altri indizi, di natura più squisitamente letteraria di cui è seminato il romanzo. La radice ci porta lontano e in un ritorno al mondo classico leggiamo il principio di un altare, ma anche di un monumento funebre, quasi fosse Warum l’altra faccia di Fifì e la morte l’altro tassello di una narrazione che è canto, ironico e lussureggiante, di amore e vita. La morte entra prepotente attraverso la musica che, nel ricordo di un motivo suonato in casa dal pianoforte materno, diventa la coscienza della fine, la scoperta della morte, l’interruzione della dimensione sconfinata della gioia associata al sorriso della madre e alla percezione potente del suo corpo. Racconta l’angoscia Aram, racconta “la paura della foce”, “una meta arcana”: “L’effetto complessivo era più o meno questo: sopra, una nube di polvere che mi nascondeva; sotto, un vorticare di fango, un aggirarsi viscido di mostri tra i fondali; in mezzo, su quello strato d’acqua limpido, il mio corpo trascinato via, travolto. In gorghi impetuosi, in rapide, in cascate”.

Sysyphus, carboncino, fusaggine e matita, Mork.

Racconta di come si affondi la prima volta in cui prendiamo coscienza di non essere immortali e lo fa servendosi dell’acqua, principio generatore della vita, come il sorriso della madre, accanto alla quale incomincia ad imparare l’arte difficile dell’argine alle umane derive per ciò che non si può combattere. Esattamente come il suo corpo che, nella vitalità di un desiderio, contiene il tradimento della consunzione e della fine. Dunque, la corporalità negata allontana e contiene, culla e ripara, riporta a un pianoforte e a un’infanzia felice prima della fine di tutto. Una fuga anche questa? Aram ci conduce laddove c’è vita e morte, ma anche su un terzo piano, quello in cui il mito propone un pezzo in più delle storie degli uomini. Esiste una costellazione che ha il nome di Aram: l’origine si perde nel tempo del conflitto tra dei e Titani, quando Zeus, salvato dalla furia fagocitante del padre Crono, si ribellò alla sua autorità liberando i fratelli e sconfiggendo i Titani. La costellazione fu l’atto di gratitudine rivolto da Zeus a tutti coloro che lo aiutarono nell’impresa. In fondo, senza Fifì cosa avrebbe potuto capire e narrare di sé la voce di Warum? Se la costellazione in questione aiuta, laddove visibile, i marinai a prevedere l’arrivo di una tempesta, Aram, che nell’acqua si perde in quanto infinito e rinasce a nuova vita nel compromesso imposto dai tagli quotidiani che la vita ci impone per sopravvivere, non è molto diverso da quel Rinaldo che, perso nel piacere delle ampolle delle infinite mancanze, può ancora trovare la sua strada in quello che resta di una nostalgica scintilla d’amore e superare la burrasca che lo attende.

Mindy

Fifty-fifty: l’instabile su Ork.

Sinigaglia ha sempre saputo mantenere fedeltà assoluta all’idea che cambiare sia garanzia di persistenza nel tempo dell’unione civile con i suoi lettori. Cambiare senza rinnegare se stessi, un’idea di divertimento e di gioco colto che muove e spinge verso un punto dell’orizzonte prima invisibile al nostro sguardo disattento. Tutti i suoi libri hanno questo dalla loro: esplorano un dubbio, una fragilità, una crepa, indagano le verità rivelate dal loro punto opposto o decaduto, portandoci un passo oltre le nostre misere certezze. Lo fa anche ora con questa ultima creatura da domani in libreria. Lo fa con “Fifty-fifty”, lo fa con il supporto prezioso di Terrarossa. E non si ripete. Anche perché il lettore pare sfidato molto di più che in altri suoi testi. Non c’è una crisi del romanzo, non c’è una morte alle spalle e una ricerca di senso, non c’è un inganno e un’invenzione linguistica a farne da traino: c’è un gioco di relazioni, l’attesa e il desiderio, il senso instabile degli amori. Una voce divertita che, a tratti, indugia su se stessa sfidando il lettore alla ricerca di un motivo sotteso che, trovato, a ritroso investe quello che è stato. Scritto e vissuto.

Dateci il tempo che merita e lo porteremo qui.