Fifty-fifty ovvero storia di un perché: Sinigaglia su Ork.

Torna Ezio Sinigaglia con un nuovo romanzo, “Fifty-fifty”, edito da TerraRossa, e torna a scombinare le nostre certezze di lettori assuefatti alla diffusa idea editoriale che per rinnovare il patto di fiducia con chi legge sia necessario, negli ambiti in cui non ci si accontenta di una familiarità stantia o di un personalismo condotto a un punto di non ritorno, di costruzioni strutturali talmente all’avanguardia da non essere comprese da chi a un libro chiede semplicemente una storia, la grazia dello stupore e un’eco di coscienza. Abbiamo atteso per scriverne perché, a dispetto dell’apparenza, il nuovo romanzo di Sinigaglia, in quanto in grado di portare un salvifico disordine nelle nostre vite di lettori, va letto, poi sfogliato ancora e ripreso in mano più volte. A ben guardare, nulla di nuovo rispetto ai suoi precedenti, ma qui la faccenda, per quanto riprenda una schematica di approccio richiestaci già in passato, traccia nuove coordinate, dettate più che dall’impianto o dalla lingua, dalla necessità del rovesciamento delle apparenze assolutamente necessario non solo per comprendere la storia che ne è al centro, ma anche per capire quale sia davvero la storia che ne è al centro. Non è un caso che l’ironia, grande dote dello scrittore, qui si faccia lingua andando ad assieparsi anche laddove il tono parrebbe volere raccontare una relazione con l’esistente assai diversa, come se attraverso la modularità linguistica di un caricaturale, talvolta grottesco, versato anche in certe descrizioni amorose, Sinigaglia più che farsi creatore di una lingua nuova, come aveva egregiamente sperimentato nel precedente “L’imitazion del vero” (TerraRossa edizioni), “si limitasse” a fare della lingua un piano anticipatore dello sguardo complessivo rivolto dal romanzo al tema dell’amore che, rovesciato, porta all’attenzione del lettore, che sa di non doversi fidare di ciò che troppo scorre sotto gli occhi, il lato buio della bellezza della vita che culmina nell’incontro con l’altro.

Ed è proprio quest’ultimo punto un primo tema su cui interrogarsi, anche in relazione a quella visione finale e più ampia che è oltre le singole e ricche storie con cui infarcisce lussuosamente il viaggio. Procediamo per gradi, perché gli indizi sono tanti e, probabilmente, al termine saranno tali da darci la parvenza di un colpevole, ma la storia sarà stata tanto preziosa da non potere fare seguire ad essa alcuna esecuzione della pena. Il titolo racconta l’apparente centralità del romanzo: Fifty-fifty è l’appellativo con cui la voce narrante è solito rivolgersi all’oggetto del suo amore, in relazione al suo non essere mai completamente un’identità definita, a tal punto da essere per l’altro una sorta di enigma nell’istante in cui, pur desiderandolo, non gli si concede (“Non vuole saperne, Fifì, di far l’amore. Non ne ha voglia. Ma non esclude che la voglia possa venirgli, un giorno o l’altro. E m’incatena.”). Un enigma, dunque, che ben si incastra con la voce narrante, il cui appellativo Warum tradisce lo spirito indagatore del latore del medesimo. Qualcuno cerca, si interroga e qualcuno sfugge ai tentativi di cogliere il senso delle fughe da parte dell’altro in un gioco perfettamente riuscito nella rispondenza di questa dimensione monca al desiderio di Warum e, certamente, a quello dell’altro giocatore (“Perciò capii quella notte –indimenticabile purtroppo- che l’amore Fifì ed io non lo faremo mai, se non in forma rituale sotto le corroboranti frizioni dello sciampo. Quando lui è Fifì, non vuole. Quando non è Fifì, non voglio io.”).

Sysyphus, schizzetto con matita e fusaggine, Mork.

Dunque, entrambi sembrerebbero concordare sul non volere ciò che in una relazione amorosa suggella l’inizio e la prosecuzione della medesima: un tratto distintivo eppure negato, un incontro consensuale dentro a una negazione, ammesso che di un realistico incontro con l’altro si possa, alla fine dei giochi, davvero parlare. Il titolo induce a credere che sia lì il punto, fuori da Warum, nell’inspiegabile comportamento di chi ama e non ha nessuna intenzione di cedere all’idea comune che in qualche modo si debba portarla nei corpi, quella storia, ma per tutta la durata del romanzo noi assistiamo al viaggio introspettivo compiuto dall’altro, conosciamo l’oggetto fuggevole del suo desiderio per il tramite della sua voce molle e sinuosa che, spinta alle estreme conseguenze dalla sapienza del burattinaio, cede all’ironia e regala un tono superiore alla narrazione impedendo, anche se non sempre, al deus ex machina di lasciare cadere dall’alto tutte le folgori che, non scagliate, rischiano, qua e là, di tradursi in artifizi di rivolta di cui fa le spese il lettore. La conoscenza di tutto ciò di cui è popolato il romanzo, della psiche di Fifì e delle dinamiche delle relazioni al femminile, come dei desideri di un bassotto che, sospeso tra Conrad e il notturno di un’estate in solitaria, gli sarà fidato alleato di avventure, tutto passa attraverso il pensiero e la parola dell’altro, Warum, tanto che, al termine, quello che potremo dire di conoscere abbastanza è proprio lui in un apparente paradosso in cui, forse, troveremo un perché a Warum, ma non alla scelta inusuale del suo amato che, pure lui, prova a ricondurre a quattro plausibili ipotesi: 1) spingere il desiderio a livelli tali da garantire, al momento dell’amore tradotto in corporalità, un piacere sommo; 2) evitare il rischio della perdita insita nell’inizio di ogni cosa; 3) l’avere posto in essere esclusivamente una comunione trascendente; 4) l’essere angeli e il riconoscimento di un’empietà nella discesa dalla metafisica alla corporeità.

Queste, però, non sono ancora altro che il tentativo di Warum di capire l’altro. Capire l’altro o capire se stesso? Il gioco di specchi si fa strada nelle pagine e parte da un indizio spicciolo riportato ritmicamente in una pausa dal chiacchiericcio diffuso con cui una certa umanità entra a tratti con frastuono e ingordigia e spazialmente in un anfratto della foresta popolosa che anima il romanzo attraverso personaggi grotteschi o semplicemente insoddisfatti, borghesi piccoli piccoli in cerca di un loro posto nel mondo, frequentatori notturni di vite al limite o insani passeggeri della notte senza scopo e senza età. Gioco di specchi, dicevamo: quello che il desiderio di emulazione in un taglio di capelli che rende l’amato identico a sé anticipa rivelando non l’avviso rivoltogli dall’amico, ma un parallelismo dentro cui è, forse, il nucleo della storia. Non è Warum un satellite di Fifì, come qualcuno sostiene, né tantomeno un’orbita, ma entrambi finiscono per essere pianeti e orbite o satelliti in funzione della polarità o delle fragilità e dei bisogni dell’altro, laddove alla forza dell’uno corrisponde l’esigenza dell’altro di sopravvivere in quel principio di attrazione. Perché, in fondo, la fisica e l’astronomia sono temi cari allo scrittore che qui non si dimentica neanche della luna che compare in più punti: sacra e distante al di sopra delle loro avventure in un’indimenticabile vacanza al Conero o, più semplicemente, attenta testimone e compagna di luce nell’ospitalità notturna in una grande villa da cui il racconto trae origine.

Nel complesso, il romanzo parrebbe volere essere, al termine vorticoso dei suoi infiniti giri, una celebrazione. Della fugacità dell’amore? Della vita che scorre più rapidamente delle nostre umane attese e che talvolta l’amore riporta alla nostra misera attenzione nella relazione che generiamo, nelle aspettative, con chi ha dalla sua ciò che più non ci appartiene, come la giovinezza? In fondo, Warum non è più giovanissimo, si appresta a varcare la soglia di un tempo che non tornerà più e che ha tutta la bellezza di Fifì. A dirla tutta, l’indizio che di una celebrazione potrebbe trattarsi parrebbe contenerlo, quantomeno allo stato potenziale, il vero nome della voce narrante: Aram racconta molto di più, forse, di altri indizi, di natura più squisitamente letteraria di cui è seminato il romanzo. La radice ci porta lontano e in un ritorno al mondo classico leggiamo il principio di un altare, ma anche di un monumento funebre, quasi fosse Warum l’altra faccia di Fifì e la morte l’altro tassello di una narrazione che è canto, ironico e lussureggiante, di amore e vita. La morte entra prepotente attraverso la musica che, nel ricordo di un motivo suonato in casa dal pianoforte materno, diventa la coscienza della fine, la scoperta della morte, l’interruzione della dimensione sconfinata della gioia associata al sorriso della madre e alla percezione potente del suo corpo. Racconta l’angoscia Aram, racconta “la paura della foce”, “una meta arcana”: “L’effetto complessivo era più o meno questo: sopra, una nube di polvere che mi nascondeva; sotto, un vorticare di fango, un aggirarsi viscido di mostri tra i fondali; in mezzo, su quello strato d’acqua limpido, il mio corpo trascinato via, travolto. In gorghi impetuosi, in rapide, in cascate”.

Sysyphus, carboncino, fusaggine e matita, Mork.

Racconta di come si affondi la prima volta in cui prendiamo coscienza di non essere immortali e lo fa servendosi dell’acqua, principio generatore della vita, come il sorriso della madre, accanto alla quale incomincia ad imparare l’arte difficile dell’argine alle umane derive per ciò che non si può combattere. Esattamente come il suo corpo che, nella vitalità di un desiderio, contiene il tradimento della consunzione e della fine. Dunque, la corporalità negata allontana e contiene, culla e ripara, riporta a un pianoforte e a un’infanzia felice prima della fine di tutto. Una fuga anche questa? Aram ci conduce laddove c’è vita e morte, ma anche su un terzo piano, quello in cui il mito propone un pezzo in più delle storie degli uomini. Esiste una costellazione che ha il nome di Aram: l’origine si perde nel tempo del conflitto tra dei e Titani, quando Zeus, salvato dalla furia fagocitante del padre Crono, si ribellò alla sua autorità liberando i fratelli e sconfiggendo i Titani. La costellazione fu l’atto di gratitudine rivolto da Zeus a tutti coloro che lo aiutarono nell’impresa. In fondo, senza Fifì cosa avrebbe potuto capire e narrare di sé la voce di Warum? Se la costellazione in questione aiuta, laddove visibile, i marinai a prevedere l’arrivo di una tempesta, Aram, che nell’acqua si perde in quanto infinito e rinasce a nuova vita nel compromesso imposto dai tagli quotidiani che la vita ci impone per sopravvivere, non è molto diverso da quel Rinaldo che, perso nel piacere delle ampolle delle infinite mancanze, può ancora trovare la sua strada in quello che resta di una nostalgica scintilla d’amore e superare la burrasca che lo attende.

Mindy

Fifty-fifty: l’instabile su Ork.

Sinigaglia ha sempre saputo mantenere fedeltà assoluta all’idea che cambiare sia garanzia di persistenza nel tempo dell’unione civile con i suoi lettori. Cambiare senza rinnegare se stessi, un’idea di divertimento e di gioco colto che muove e spinge verso un punto dell’orizzonte prima invisibile al nostro sguardo disattento. Tutti i suoi libri hanno questo dalla loro: esplorano un dubbio, una fragilità, una crepa, indagano le verità rivelate dal loro punto opposto o decaduto, portandoci un passo oltre le nostre misere certezze. Lo fa anche ora con questa ultima creatura da domani in libreria. Lo fa con “Fifty-fifty”, lo fa con il supporto prezioso di Terrarossa. E non si ripete. Anche perché il lettore pare sfidato molto di più che in altri suoi testi. Non c’è una crisi del romanzo, non c’è una morte alle spalle e una ricerca di senso, non c’è un inganno e un’invenzione linguistica a farne da traino: c’è un gioco di relazioni, l’attesa e il desiderio, il senso instabile degli amori. Una voce divertita che, a tratti, indugia su se stessa sfidando il lettore alla ricerca di un motivo sotteso che, trovato, a ritroso investe quello che è stato. Scritto e vissuto.

Dateci il tempo che merita e lo porteremo qui.