Reimparare a guardare il mondo. Tra Luigi Ghirri e Gianluca Didino.

È di ieri la notizia della scomparsa di Tito Stagno, storico giornalista Rai, il cui racconto dell’allunaggio, nella notte tra il 20 e il 21 luglio del 1969, entrò nelle case degli italiani ad annunciare una rivoluzione, a dichiarare l’ingresso ufficiale in quella che lui stesso ebbe modo di definire “una stagione di entusiasmi, di coraggio, di desiderio di conoscenza che si rivelò poi troppo breve”. Per alcuni quell’evento segnò l’ineluttabilità di un destino. Fu così per Luigi Ghirri che, in molti dei passaggi e in alcune interviste raccolti all’interno del volume “Niente di antico sotto il sole” (Quodlibet), lo riporta quale insostituibile concausa della sua scelta di abbandonare la vita da geometra per intraprendere quella più rischiosa della fotografia all’interno della quale portare, però, l’aspetto della progettualità dove inserire le forme sfuggenti della passione. Così disse a Sergio Alebardi che gli chiedeva quale fosse il nesso tra lo sbarco sulla luna e la fotografia: “L’immagine della Terra vista da lassù mi fece un grande effetto: per la prima volta vedevamo il nostro pianeta dal di fuori, il duplicato della Terra, la rappresentazione della nostra storia. Tutti i film prodotti, le chiese costruite, tutti i libri scritti, i quadri, le foto, le persone: tutto era sintetizzato in quella foto, senza nulla di realmente intellegibile. Fu per me una spinta a percorrere i primi passi nel campo della fotografia”.

Dunque, da un canto “l’accumulazione istantanea sul significare del cambiamento di senso” che opera per merito della sovrapposizione di piani, quello del mondo fisico ritratto, quello dei simboli con cui accediamo al primo e, infine, quello percettivo dell’osservatore. Dall’altro, l’evidenza caotica di una realtà, lo specchio visibile di un momento che ne racchiude un’infinità di altri che lo hanno preceduto e che, pertanto, suggella non solo l’esistente presente, ma anche il passato, qualcosa che ne ha posto le basi, inducendo nell’osservatore l’attivazione di un processo di memoria (per ora chiamiamola impropriamente così) e, parallelamente, il desiderio di comprendere, quasi di portare ordine in un sistema disarticolato di elementi potenzialmente raggruppabili in categorie. Lo dice a suo modo anche Gianluca Didino, nel recente e-book dal titolo “Brucia, memoria”, edito da Einaudi, nella collana dei “Quanti”: “Nel tentativo di colmare la voragine lasciata aperta da quella fotografia non scattata cominciai a cercare di ricostruire le tappe del viaggio di ritorno da Barcellona. Pensavo che se l’avessi fatto, se fossi riuscito a metter insieme un percorso coerente, anche i ricordi sarebbero tornati al loro posto, producendo un racconto dotato di senso”.

“Memorie di infinito”, matita e carboncino su carta, Mork.

Qui un vuoto, l’assenza di un’immagine in grado di offrire un supporto alla memoria e, dunque, l’opportunità mancata di narrare la zona limbica di una vacanza che segnerà la fine di un tempo che racchiude le infinite possibilità dell’esistenza e il principio di qualcosa che ha il retrogusto amaro della vita adulta. L’indiretta constatazione, in entrambi, che lo sguardo intimo, ma rivolto all’esterno nella forma dell’immagine che ci viene restituita sia l’indispensabile presupposto di ogni processo di storicizzazione e di identificazione dell’individuo. È certamente una storia di perdita quella che Didino traccia nel suo testo, la storia di un passato doppiamente perduto nell’irrecuperabilità di quella restituzione visiva che offre lo spunto per il salto nel ricordo, ma è oltre, in un tentativo di oltrepassare la dimensione individuale e privata per consegnare ai lettori una riflessione più ampia che investe tutti e dalla singolarità del ricordo accede allo spazio collettivo della memoria. Ed è esattamente in questo punto che Didino e Ghirri, in qualche modo, incominciano a dialogare, laddove entrambi colgono gli effetti paradossali di un’epoca satura di immagini e quasi priva di memoria come la nostra, seppure nel riconoscimento del carattere profetico delle parole di Ghirri impiegate in un tempo di scarsa consapevolezza collettiva.

Non che oggi sia chiara a tutti quella che Didino chiama la “pervasività dei media digitali”, ma è di certo più facile accedere, con adeguata selezione, a contenuti che pongono l’attenzione del lettore sull’urgenza creativa di un immaginario, umano e narrativo, attualmente inesistente e premessa congeniale alla probabile verificazione di una risolutoria fine del mondo. Più facile precipitare nell’abisso, piuttosto che responsabilizzarsi sulla scia di un desiderio sostenuto dall’immagine di quello che ancora non c’è. Siamo, però, troppo sollecitati visivamente per riuscire a scorgere la meraviglia che il mondo è ancora in grado di regalarci. Scientificamente, dice Ghirri, il grado di visibilità del pianeta è diminuito: non solo non vediamo molto più in là di noi, perché eccessivamente presi dal nostro reticolato di problemi e interessi, dentro cui l’altro ha accesso solo in forma virtuale, ma anche conseguentemente l’orizzonte si è avvicinato a noi, cioè quello che non riusciamo a scorgere non esiste perché non siamo più capaci di vederlo né di immaginarlo. Recita un passaggio: “Le categorie dello stupore e dell’incanto sono ben lontane da noi, che non siamo bambini in un mondo che si definisce vecchio, ma non sono totalmente sopite e disperse. Forse è sufficiente riprendere a praticare strade meno consumate e tracciarne di nuove”. Come in concreto ciò debba svilupparsi, cioè cosa debba guidare in questa ricerca è quesito di estrema importanza per il procedere della nostra riflessione e Ghirri, più che Didino che si ferma a un’attenta osservazione dello stato delle cose e al tentativo di individuare un momento storico in cui la pervasività di cui sopra è diventata lo standard (“Non lo so, ma deve essere capitato da qualche parte durante il passaggio che ha portato la mia generazione dall’adolescenza alla vita adulta”), più volte si appella a uno stato di necessità, intendendo con ciò la novità del rapporto dialettico che l’autore è in grado di porre con l’esterno e a cui seguono nuove strade, concetti, idee (fotografia come “grande avventura del pensiero e dello sguardo”), ma anche alla fuga da una sorta di “colonizzazione del nostro vivere, che vuole confinare tutto quello che «non è di moda» in una provincia che non è quella dell’uomo e dello spazio, ma che è quella del tempo”.

“Colonizzare il tempo”, conformarlo a un sistema di apprezzamento generalizzato per cui non conta o non vale ciò che “non è metropolitano, spettacolare, levigato, tecnologico, economico”, è la base della negazione della dimensione dialettica del confronto attraverso cui può sorgere il nuovo o, quantomeno, la capacità di scorgerlo. Ora se Ghirri declina il processo in termini qualitativi, cioè in una forma inerente a un sistema di valori che si impone come preminente, Didino ce ne suggerisce una chiave quantitativa, laddove il nostro tempo è assorbito, “impegnato”, “saturato” dalla pervasività dei media che hanno annullato “le zone grigie di assopimento e torpore”, cancellando il valore creativo della noia, la percezione della mancanza e lo slancio del desiderio. Seguire la via proposta da Luigi Ghirri comporta il recupero del rapporto con l’altro che il sistema ha oramai escluso se non nella forma virtuale della condivisione e dell’apposizione di una reazione simbolica, poiché, laddove la fotografia restituisce un’immagine dialettica, essa sarà in grado di comunicare all’altro il nostro stupore con conseguente effetto domino su chi la osserverà con una diversificazione delle percezioni soggettive, senza affannose ricerche di oggetti posti sotto gli occhi di tutti e il cui moltiplicarsi è logica consumistica applicata anche all’arte. Ed è l’altro che torna anche nel testo di Didino perché il percorso che compie attraverso il testo vuole essere, così parrebbe, prima ancora che una riflessione, intima e generale, sull’assenza di una memoria in grado di collocare il ricordo dentro i parametri di una logica precisa (direbbe Ghirri, “non l’immagine-ricordo, ma il ricordo di una immagine, di una percezione”), un inevitabile tentativo di fare della narrazione un sostituto di quella fotografia che, forse, se ci fosse stata, avrebbe cambiato le sorti sue e dell’amico, l’opportunità, vanificata dal riscontro di pezzi mancanti, di colmare le lacune di una storia, ma anche l’affaccio timido e nostalgico, malinconico e inevitabilmente impreciso alla dimensione narratologica nei vuoti della memoria. Dice della malinconia Ghirri: “La malinconia è il cartello indicatore di una geografia cancellata, ed è probabilmente il sentimento della distanza che ci separa da un possibile mondo semplice”. Non è, forse, l’umore prevalente che Didino ci trasmette nella restituzione di un mondo sepolto, unitamente a tutto quello che è mancato nell’esperienza personale di un viaggio? Non è, il suo, un modo di riprodurre verbalmente e dialetticamente, nel confronto con quello che non c’è più, emblema di semplice linearità di vite e logiche che si incrociano prima del risucchio globale nella vita adulta e in un sistema asfittico di civiltà, la complessità di un mondo dove più informazioni si producono e più esso risulta incomprensibile? Lo aveva detto Ghirri in uno scritto nel 1987, che tutta la fantascienza si è avverata senza che nessuno se ne sia accorto e potendo in questa categoria introdurre tutta quella strana e non facilmente comprensibile verificazione di eventi in cui si è tradotta la nostra quotidianità storicizzata.

Ora, se la fotografia è un tentativo di comprendere il mondo, nascendo da una domanda, è nel margine ambiguo, in quello che insoluto lascia alla percezione dell’osservatore, che risiede l’origine dello stupore, la bellezza di un disvelamento mancato, il margine di una prossima avventura, il piano spostato dell’orizzonte imposto dai social. Come può, allora, il mondo esterno diventare da complesso a inesauribile, cioè come lasciare che la volontà di comprensione si traduca in riconoscimento di un limite a dispetto di qualcosa che ci sovrasta nell’ottica del recupero del senso della meraviglia in una ignoranza non colpevole, ma connaturata? Sembrerebbe questo il punto del nostro viaggio. Non solo. Se fotografare è, come sostiene Ghirri, la “coscienza del trovarsi sulla linea di confine tra conosciuto e ignoto”, essa appare il luogo di elezione in cui sviluppare i corollari della questione posta, anche nella forma di un viaggio senza immagini al seguito, dove al senso della perdita e alla malinconia si accompagna l’esperienza di curiosità verso un altrove, il nostro futuro desiderabile e immaginabile. Leggere poi nelle pagine di Didino un movimento in disarmonico equilibrio, quello di un’intera generazione o, forse, due, tra quello che è stato, carico della potenza e delle potenzialità dei sogni giovanili, il bisogno di fermarlo, rischiando di eternarlo epicamente, e ciò che sarà, in una visione che striscia, inciampa, zoppica, ma che non rinuncia a volgere in alto lo sguardo, e in quelle di Ghirri un flusso costantemente mosso dalla solida confluenza dei piani nella irriducibile forza del presente è probabilmente un’altra, ancora più enigmatica storia visionaria.

Mindy

Principio 2022 su Ork: fine 2021 e ripartenza.

Il pianeta Ork riprende il suo viaggio dopo una pausa assolutamente indispensabile in relazione alla fatica e alla velocità di questo tempo che pare risucchiarci tutti in un punto di non ritorno. Lo fa con qualche pezzo di coscienza in più, il che non significa necessariamente con una maggiore definizione di “pieni”. Al contrario. Come abbiamo avuto modo di accennare in contesti più personali, il tempo del Natale appena trascorso è stato, più che in passato, un tempo dello stare, senza alcuna pretesa che non fosse quella di ascoltare un miscuglio di voci non sempre in sincrono tra loro. Accettare l’idea di non appartenere a niente se non a sé stessi, con la bellezza di un ancoraggio fedele, ma anche con l’evidenza di un Sé che si smarrisce ancora troppo facilmente dietro alle battaglie quotidiane. Insomma, sapere di essere fuori da ogni etichetta, ma anche che l’umano necessita di una forma, quantomeno transitoria, per essere colto e compreso e che, talvolta, la fuga dal definito è un ottimo alibi per correre illusoriamente via dalla vita e dalla sua finitudine. Allora, cosa fare? Naufragare, ad esempio, per qualche giorno nell’eternità dell’arte. Riprendere la poetica di De Chirico e Savinio, farla balzare ai nostri occhi, attraverso una mostra che ne esplora il carattere irriverente e provocatorio inserendo una parte della loro produzione artistica in un contesto più ampio che racconta l’Anima avanguardista della Parigi cosmopolita tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta: questo è lo spirito dell’interessantissima e curata mostra allestita alla Fondazione Accorsi Ometto di Torino fino alla fine di gennaio (https://www.fondazioneaccorsi-ometto.it/…/parigieraviva-2/). Non è una fuga, ma un tentativo di decifrare quel Sé passando per la seduzione dell’ambiguità di un tempo sospeso e fragile, che richiama il nostro senza guerre eclatanti alle spalle, ma con una miriade di conflitti irrisolti che spaziano dall’umano alla sua interazione con il vivente. Il resto lo hanno fatto il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, la cui sessione finale, in un gioco di immagini immediatamente o mediatamente percepite mediante l’apparecchio fotografico, restituisce agli occhi dei visitatori la bellezza, scultorea o scomposta, dei corpi maschili e femminili, in un viaggio dentro l’erotismo che si compone di angoli e meccaniche rubate a un’intimità travolta da(l) Sé, e un passaggio al Museo Nazionale del Cinema di Torino, dove la memoria di Ork si è sbriciolata in mille frammenti di un film, il nostro, lungo almeno quanto una certa parte del cinema dentro cui l’abbiamo illusoriamente collocato perché è naturale confondere piani e volti e storie e perché, senza un buon riflettore puntato addosso, e intendo lo sguardo che taglia, amplifica, distorce, non sappiamo spesso riconoscerci la dignità che meritiamo. Tornati a Terra, allora, come riprendere il viaggio senza negare continuità a qualcosa che portiamo dentro da questi giorni? Noi abbiamo pensato che il migliore modo per non tradirci fosse ripartire da uno spazio immaginifico, dalla fiaba e dal visivo. Così “Maizo” di Elena Giorgiana Mirabelli (Zona 42) dialogherà con “Io sarò il rovo” di Francesca Matteoni (effequ) e Gianluca Didino (“Brucia, memoria”, Einaudi editore) parlerà virtualmente con Luigi Ghirri (“Niente di antico sotto il sole”, Quodlibet). Il resto è storia di là da venire che proveremo a costruire. Attimo per attimo.

Intanto, Buon Anno dal pianeta Ork!

Murales presso Museo Nazionale del Cinema di Torino.
Biglietti Mostra alla Fondazione Accorsi-Ometto di Torino.
Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto.

Anticipi del nuovo anno: parte prima.

«Se penso alla mia adolescenza ciò che ricordo sono lunghe giornate senza molto da fare, grandi archi di tempo che si estendevano tra un evento significativo e l’altro – l’inizio o la fine di un’amicizia o di un amore, un cambio di compagnia che rivoluzionava il look e le abitudini – e che costituivano la grana dell’esistenza: il sapore ombroso, polveroso di una noia squarciata solo a momenti da lampi di possibilità. In quel mondo ristretto, l’orizzonte della mia conoscenza arrivava a ciò che i sensi potevano percepire. Con una connessione internet troppo costosa per poter essere usata a lungo, in un’epoca precedente i social media, il mio universo si estendeva fino al punto in cui la bicicletta o il motorino potevano portarmi. La casualità, o l’apparente casualità, giocavano un ruolo importante: non potendo scegliere tra tutta la musica del mondo, ascoltavo le band che arrivavano nell’unico negozio di dischi del paese, e i miei amici erano i ragazzi e le ragazze che per un accidente del destino si trovavano a condividere la classe con me. La vita non era una scelta tra infinite possibilità: si dischiudeva imprevista, la sua bellezza aveva a che fare con la spontaneità.» (Gianluca Didino, “Brucia, memoria”, Einaudi)

Sarà tra i primi viaggi di Ork del nuovo, prossimo, anno. Non sarà solo. Avrà un compagno autorevole. E sarà un modo per Ork per visionare la complessità del reale. Indagandola alla luce di uno sguardo che, nostalgico, prova a fermare la bellezza dell’istante. E, nella coscienza dell’impossibilità, racconta una storia arrendevole e resistente, almeno quanto le forze opposte dello stare al mondo.

“Senza casa”: in cerca dell’invisibile fantastico.

Non è facile ripartire in questo principio d’anno in cui non si riesce a scorgere ancora la fine della pandemia e noi ci facciamo sempre più convinti che non è questo, uscirne il più rapidamente possibile, il nucleo più profondo della faccenda, per quanto aspirare alla fine del tunnel nel quale siamo caduti sia desiderio umano altamente condivisibile. Che la storia del virus andasse inquadrata in un ambito molto più ampio e complesso lo avevamo già visto, abbastanza chiaramente, per il tramite del saggio di Fabrice Olivier Dubosc, “Sognare la Terra”, edito in pieno lockdown dalla casa editrice Exòrma. In fondo, avevamo capito che la questione andava collocata in un processo di interrelazione con il vivente e che molte delle dinamiche messe in atto all’interno del corpo sociale e miranti al consenso personale e generanti lo sfaldamento di un senso di appartenenza, nel quale ci siamo ritrovati (subito dopo gli inni di solidarietà da precarietà fino ad allora felicemente rimossa dallo stato esistenziale), erano riconducibili a una condizione diffusa di coscienza in affanno.

Dubosc affrontava, in quella sede, le miserie dell’umano e le poneva all’interno di uno scenario più ampio includente l’agire politico e il fallimento delle democrazie occidentali e, oltre, lo scarto del resto del vivente che il sistema, quello non di creazione umana, di cui facciamo parte ci ha restituito nella forma pandemica. Evitando di fermarci e provando a tracciare un percorso di inizio anno attraverso cui ricostruire il senso di questo tempo, ammesso se ne possa individuare uno, facciamo un altro passo, su un piano differente, che, senza dimenticare la fragilità della psiche umana, si spinga verso una visione ambigua e, in qualche modo più vera, della storia contemporanea partendo da un saggio che scava abbastanza nella complessità aiutandoci a definirla mediante il ricorso alla categoria della weirdness.

Ci dice Gianluca Didino nel saggio “Essere senza casa” (edito a giugno del 2020 da minimum fax) che viviamo in una dimensione fortemente connotata dalla “stranezza”, sebbene l’espressione italiana non colga il carattere “perturbante” dell’accezione inglese. E non si tratta più di qualcosa che coinvolge esclusivamente la nostra interiorità, il nostro spazio intimo, in una logica freudiana, e che, pertanto, trova un suo contenimento nell’idea che tutto si svolga per effetto di un trauma che, pur nella sua carica tragicamente devastante, è identificabile nella nostra vita in cui, in fondo, se ne limita l’origine, rendendoci conoscibili a noi stessi. Qui, il dramma assume proporzioni da incubo senza via di uscita, perché la stranezza “ha a che vedere con ciò che minaccia la casa provenendo dall’esterno”. Recita un passaggio che congiunge Lauzon e Fisher: «l’inquietudine provocata dal weird si manifesta nel momento in cui due entità “che non appartengono” alla stessa dimensione si incontrano (Fisher), nel luogo dell’ibridazione e dell’incontro che segna il confine tra ‘casa’ e ‘mondo’. È qui che entra in gioco la nozione di soglia». Questo significa indirettamente che non siamo più sicuri: non perché non ci sentiamo più tali, ma perché obiettivamente, sebbene non sia del tutto corretto esprimersi in questi termini, ponendosi il piano oggettivo quale cassa di risonanza della weirdness, non c’è alcun motivo per ritenere di essere tali.

La complessità non è negata, ma arricchita da una serie di percorsi che vengono tracciati all’interno del saggio e che investono la sfera politica, come quella artistica, passando dalla “rivoluzione” più importante degli ultimi decenni, quella globalizzazione generata dal sistema informatico che non solo ci ha reso tutti in apparenza in grado di fare la qualunque, in sostanza meno capaci di controllare le nostre vite, più manipolabili, catalogabili e assimilabili per genus, con buona pace di ogni diritto alla personificazione, ma anche più esposti all’Altro, a quello che è fuori di noi e dalle nostre case con cui abbiamo finito per condividere tutto della nostra quotidianità. Non esiste uno spazio per sé. Tutto è pubblico o non è. Eppure non conosciamo l’Altro, ne abbiamo paura, non possediamo strumenti che aiutino a contenerla, questa paura, e a limitare l’invasione del nostro campo per opera di un blob a cui non sappiamo ancora dare un volto, una forma, un connotato che ce lo renda comprensibile. Questo perché, coerentemente a un processo estremamente umano, ci è congeniale lo scatto del superamento della paura attraverso l’idea della conoscenza e, quanto più siamo in grado di conoscere, tanto più ci pare di venire a capo dei nostri incubi e dell’insensatezza della nostre esistenze.

“I desideri inespressi”, inchiostro di china su carta, Mork.

Il dramma si compie laddove non riusciamo più a inserire l’inspiegabile, la fonte della nostra paura, all’interno di griglie precostituite, provando un senso di smarrimento aggravato dalla distorsione di una percezione temporale in cui il passato più recente pare celebrato come se fosse collocato al di fuori delle generazioni che ci hanno preceduto, se non addirittura cancellato, e il futuro il nostro presente, mentre l’orizzonte si chiude con la nostra incapacità di vedere oltre. Eppure, ci dice Didino, citando Heidegger, sono i momenti in cui “il mondo si ‘schiude’ completamente allo sguardo umano, perdendo i propri connotati familiari” quelli in cui, per effetto di un ampliamento della visione, proviamo angoscia, ci perdiamo e parallelamente godiamo della “rara opportunità di trovare una dimensione più autentica dell’esistenza”. La grandezza di un regista come Herzog risiede esattamente nella lucida visione in base a cui l’idea dell’uomo di avere un controllo sulla natura è la più grande illusione a cui si possa cedere in questo tempo. Fuori da questa falsa verità esiste, però, un margine di salvezza: la stranezza si acquista insieme al pacchetto dell’ipermodernità e non resta che farci i conti. È possibile, però, fare quello che l’uomo ha sempre fatto: raccontare storie con cui costruire un mondo immaginario in cui includere l’Altro che ancora non ha trovato requie. È così che si incomincia a dare sostanza a un futuro che ancora non riusciamo a vedere.

Dunque, letteratura, poesia, arte quali veicoli dell’invisibile, di quell’Altro di cui ci parla Didino e che nel testo di recente pubblicazione (Edizioni Volatili) di Giorgiomaria Cornelio, “La salatura delle immagini”, assume i connotati di un’assenza che necessita di essere vivificata. Se una qualsiasi immagine può dirsi soggetta a questo processo, è perché essa ha in sé una seconda lettura, meno immediata, quasi sepolta: ciò che è nascosto è la chiave. Qui non interessa l’allegoria, ma il processo creativo con cui l’individuo determina il reale attraverso ciò che esiste in potenza, ma che ancora non riusciamo a scorgere («partecipiamo attivamente alla vita delle cose attraverso la seconda vita delle immagini»). Questo significa che esiste un vuoto, ma anche una dimensione sotterranea suscettibile di letture dentro meccanismi di creazione immaginifica: l’uno non esclude l’altro e tenerli insieme è la sfida poetica del nostro tempo. Che la letteratura non sia scevra da quanto sta accadendo intorno, ma al contrario possa contribuire ad accompagnarci oltre il muro di nebbia con cui neghiamo il trauma collettivo attraverso una “visione” lo spiega bene Matteo Meschiari nel suo “Antropocene fantastico”, edito da Armillaria: «Di che cosa abbiamo veramente bisogno in questo momento? Che cosa può restituirci la speranza? Quella ragazza, quel ragazzo che inventano mondi, mentre noi piagnucoliamo sorseggiando birra. Quel qualcuno, che esiste già da qualche parte e che stiamo aspettando senza saperlo».

Persino, l’essere sulla soglia di molte delle narrazioni circolanti è lo specchio di quella prossimità all’Altro di cui parla Didino, del raccordo tra visibile e invisibile nel tracciato disegnato da Giorgiomaria Cornelio. Non è raccontando l’apocalisse nella quale ci troviamo che rispondiamo alla funzione in qualche modo politica che la letteratura può svolgere, ma selezionando quelle componenti del fantastico che sappiano alludere a un’idea di futuro senza che questo equivalga a negare il presente e la sua tragicità. Un equilibrio complesso, dunque, ma necessario perché la letteratura possa continuare a dire qualcosa oggi: un equilibrio che passa dall’invisibile, dagli spettri, dall’Altro con cui incominciare a dialogare senza pretesa di risposta alcuna. Quest’ultimo il limite di alcuni recenti testi passati da qui e di una, pure potenzialmente interessante, pubblicazione di Add editore, “I pesci non esistono”, di Lulu Miller, che parte sin da subito con la volontà di fungere da sostegno alla lettura rinnovata del mondo, congiunge punti e tessere, realizza il puzzle, risponde all’angoscia, spiega nell’istante stesso in cui propone un mondo “demondificato”. In tutto ciò nulla che venga “realmente” chiesto in una dimensione che rischia di essere autistica. Come autistica parrebbe essere una parte della nostra narrativa contemporanea: testi intrisi di nevrotiche autocelebrazioni che esulano dal dramma collettivo e personale o di aspirazioni neorealistiche svuotate di senso nell’incapacità di portare a galla l’universalismo di una storia familiare e nell’assenza di reale silenzio dentro cui il lettore possa trovare qualcosa di Sé. Non resta che, tornando al breve saggio di Meschiari, evitare comode vie di fuga e fare dell’Antropologia qualcosa di più di un sapere confinato a un ambito scientifico, poiché, nell’istante in cui essa consente di conoscere la realtà nella sua complessità, offre non solo l’opportunità di uno sguardo verso l’Altro, ma anche una visione narratologica possibile.

Lo sa bene Ellen Meloy, l’autrice di “Antropologia del turchese” (Black Coffee edizioni), che, senza alcuna ambizione di fornire risposte allo smarrimento collettivo del nostro tempo, “si limita” a raccontare delle storie frutto delle sue esperienze di viaggio nell’infinitamente piccolo della sontuosità del paesaggio americano, riuscendo a creare quel punto di raccordo tra opposti che è l’unica garanzia di rispondenza al reale che oggi possa esserci. Il fatto che non avvenga in una forma tradizionale, ma in una terra di confine che include il sapere saggistico, il diario autobiografico e la poetica della narrazione è la conferma del percorso che stiamo tracciando, fatto di soglie. Può piacere o non piacere, ci si potrà ritrovare in una forma massima o in minima dose, in base alle nostre inclinazioni, alla nostra formazione e al nostro sentire, ma resta l’inossidabilità della resistenza significante di questo genere di produzione letteraria al nostro tempo. Il libro della Meloy ha dalla sua quello che manca a molte delle pubblicazioni attualmente circolanti: la sincerità, la capacità di parlare al nostro smarrimento, senza per questo fornirci una risposta. Lo dice bene Meschiari, laddove affronta il tema della fragilità, rovesciandone il senso diffuso: «quella che ha fatto da motore cognitivo per la nostra specie, quella che ci ha spinto a reagire immaginando, sognando, desiderando, e che oggi è invece causa ed effetto di un loop cognitivo quasi senza scampo».

Quella crepa in cui tutto può ancora essere.

Mindy