“Libertà grande”: viaggio alchemico di Ork.

«Questa bellezza angelica che nostro malgrado […] attribuiamo a qualcuno dei protagonisti minori del Terrore: Saint-Just, Jacques Roux, Robespierre il Giovane – questa bellezza che si è conservata per noi attraverso i secoli, fluttuante attorno a una ghirlanda di graziose teste tagliate come un balsamo d’Egitto, il soprannome dell’Incorruttibile – il candore di questi colli da Giovanni Battista affilati dalla ghigliottina, i drappi di pizzo, i guanti bianchi e i pantaloni gialli, questi bouquet di spighe, questi cantici, questi pranzi di sole prima delle grandi cene rivoluzionarie, il biondeggiare del grano maturo, gli archi flessibili di bocche impastate da un sogno di morte, questo tortoreggiare di Jean-Jacques sotto la scura verzura dei primi castagni di maggio, verdi come mai sul sangue rosso vivo delle mannaie, questi madrigali funebri di Brummel sonnamboli, un mazzo di pervinche in mano, questo appassirsi di fiori, di giovani aristocratiche in cestini di vimini come se, sapendo di dover essere un giorno portata in cima a una picca, tutta la bellezza affascinante della notte dell’uomo avesse scelto di convergere nel viso magnetico di queste teste di Medusa – la castità sovrumana, l’ascesi, questa bellezza selvaggia di fiore reciso che fa impallidire il volto di ogni donna – è la lingua di fuoco che, per me, scende misteriosamente tra le silhouette rapide come lampi delle grandi strade mobili, come sullo schermo un viale di alberi in fiamme nella campagna di una notte di giugno, e fa sì che l’indimenticabile volto di questi predestinati alla ghigliottina mi conduca a qual certe estasi paniche.» (Julien Gracq, “Libertà grande”, traduzione di Lorenzo Flabbi, L’Orma editore).

Atto sacrilego sarebbe scrivere di questo libro, quasi una raccolta di appunti sparsi dove la forza dirompente della materia violenta l’immaginario senza che ciò generi alcun esito disarmonico. Soccorrono le parole. La plasticità verbale, quasi sapientemente indotta da Gracq, ricompone ogni contraddizione in un approdo da viaggio alchemico che è consacrazione di bellezza. Ork caldamente consiglia.

Ork sospeso tra Michon e Gracq.

Mentre mi inerpicavo nell’armonica bellezza che «La Grande Beune» (Adelphi Edizioni) restituisce al lettore nella traduzione di Giuseppe Girimonti Greco, che rende perfettamente la ricercatezza di un autore come Pierre Michon, senza rinunciare al dato sensibile che qui esplode prepotente, mi balenava per la testa la cadenza poetica dello svolgersi di un altro romanzo, cercato e poi trovato: «Acque strette», di Julien Gracq (L’orma editore), è il rimando etereo di quell’armonica bellezza che in Michon si fa “pioggia turbinosa”, “intonaco color sangue di bue”, “miele nero”, poesia che si sporca di vita, l’altra faccia dell’origine del mondo. Ork legge, abbina, completa, intesse i suoi puzzle e prova a dare un senso al percorso da tracciare da qui alla pausa estiva. E, intanto, cresce. Grazie ai libri. E medita di scrivere anche di Michon.

Mindy

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