Storie di donne in viaggio: vuoto e ricerca.

“Cosa mi dice di sua madre?”: è accaduto spesso nel mio lungo percorso terapeutico che mi sia sentita porre questo quesito dall’analista di turno, nel punto zero del contesto iniziale, laddove si prova a tracciare la definizione sommaria di un accenno di sagoma umana. Quasi un flusso ininterrotto la mia iniziale comunicazione, senza pause del respiro in cui lasciare entrare dubbi, ammettere cedimenti, aprire crepe, allo scopo fraudolento di celare il punto, la fatica di raggiungerlo o anche solo di circumnavigarlo, come se, evitando lo scoglio, la navigazione potesse procedere con la garanzia di una stabilità altrimenti di consistenza esclusivamente utopica. Ogni storia femminile passa necessariamente dal mistero materno che ci mette al mondo con più o meno rispetto della nostra conformazione, laddove la nitidezza dell’identità della creatura generata è inversamente proporzionale al carico di aspettative, alla mole di desideri mancati e all’istinto protettivo dalla cattiveria del mondo dentro cui è racchiusa, in forme più o meno squisitamente patologiche, la complessa posizione di chi ci tiene in grembo per un tempo che pare troppo lungo: tale per cui non riusciamo ad essere concepiti quasi mai lungo un tracciato che sappia di linea continua, senza interruzioni, ma con un soffio esterno che ne conferisce autonomia esistenziale, originata dal taglio da sé. Non ha bisogno del flusso ininterrotto, né di nascondigli o di atti fraudolenti, Annie Ernaux nell’ultima composizione identitaria offerta da “La donna gelata” (traduzione di Lorenzo Flabbi, L’Orma editore) alla quale riesce, con egregia e mai ripetitiva sistematicità, a dare vita.

Questo perché l’autrice francese ha dalla sua una modalità di approccio alla narrazione che, pur mantenendosi costante nel tempo e rifuggendo dalla nevrosi compulsiva dello scioglimento “in diretta” di un trauma, si rivela assolutamente personale: è la ricchezza complessa il suo tratto distintivo, quella che si ricava da una variegata composizione di elementi che, se non fossero collocati nella magnificenza dell’universo femminile, sarebbero contraddittori e fuori da ogni logica umana (qui, degli uomini in senso stretto). La scrittura della Ernaux, i cui libri sono delle forme vivisezionate di brandelli di vita, ogni volta dal taglio e dall’angolatura differenti, possiede l’apparenza semplice di certi scritti di Simone De Beauvoir che aveva a cuore la liberazione femminile almeno tanto quanto lei, con tutte le implicazioni, anche dal lato della gradazione dell’irruenza della trattazione, legate ai differenti periodi storici in cui le due sono vissute. Mentre, però, la prima, in ordine temporale di nascita, già nell’esplicazione di certi ritratti femminili inserisce le chiavi di accesso al loro, al nostro mistero, operando un’insolita semplificazione del “buco nero” in cui è il senso di una parte del nostro stare al mondo, attraverso la capacità di condurci nel loro modo di percorrerlo, la Ernaux compie qualche insospettata acrobazia: racconta l’accadimento, lo priva di ogni orpello, quasi lo scarnifica fino all’esasperazione, dando l’impressione di desertificare.

Ora è proprio lì, in quell’istante in cui la conoscenza parrebbe limitata a quello che la realtà è in grado di ammettere di fronte all’occhio umano, che nasce il mistero femminile, il capovolgimento inaspettato della visuale, l’erotismo sospeso che si nutre della materia, eppure se ne distanzia nel sogno con cui infarciamo egregiamente le attese, le mancanze delle attese, il desiderio prossimo a venire. Ed è esattamente laddove tutto appare chiaro che inizia il buco nero, quello che sfugge allo sguardo, il mondo sotterraneo in cui non siamo nelle forme ordinarie, ma schegge di un caos che genera, che trasforma, che sposta l’ordine tranquillizzante delle cose, che sovverte la pianificazione terrena, che spinge verso il desiderio non ancora realizzato, che produce il moto di rivoluzione dei pianeti maschili dimentichi del piano sovversivo dell’universo, quello da cui tutto ha avuto origine e di cui siamo parte nel potere che ci è dato di portare la vita (“E poi che fatica tremenda coltivare il mistero femminile, mi pare quasi non lasci il tempo di dedicarsi ad altro.”). L’approdo al capovolgimento è la storia di questa ultima creatura della scrittrice francese ed è un approdo che parte da una ripartizione matematica, ma differente dallo standard, dei ruoli familiari: da un canto, una madre non taciuta, al contrario “una presenza costante, serena e affidabile”, una donna combattiva e forte, “la forza e la tempesta”, “la bellezza, la curiosità per il mondo”, “l’apripista sulla strada verso il futuro” da cui imparare a non avere paura di niente e di nessuno; dall’altra, un padre che, “dolce e trasognato”, facile a rabbuiarsi, miglior custode della casa, si occupa del giardino e “conosce un’infinità di barzellette”.

La matematica, però, non aiuta a stare felicemente al mondo, eppure insegna la concretezza della possibilità che si possa farlo fuori dalla modalità accolta dalla media di chi ci passa vicino: questo scopre Annie nel confronto con la piccola realtà di un paese perso dietro alle urgenze della fame post-bellica dove non c’è spazio per un sogno diverso, non c’è occupazione fertile ammessa per un’idea diversa di femminile e di ruoli dentro l’unica forma concepibile di amore che finisce nelle griglie composite del matrimonio. Se intorno la verità si impone, per effetto di leggi statistiche, nel rigore canonico della consuetudine, esiste quella piccolissima percentuale in cui una donna può essere forte e un uomo dolce e che scardina le certezze fornendo le premesse per la costruzione di un’alternativa possibile, in cui esercitare il diritto di essere donna fuori dallo sguardo limitato dagli steccati mentali, sociali e religiosi imposti dalla Storia prima del loro superamento, oltre che fuori dal gelo materno che difende, nel rigore di uno schema e nel freddo metallico di un’armatura che ne segue la funzionalità, la fatica di essere madri diverse, ma non per questo meno madri. È il confronto con le aspettative altrui che separa la giovane Annie dall’essere donna (“Sono responsabile soltanto di me e del mio futuro. Questo pensiero talvolta – di rado – mi atterrisce. Mi dico che sarebbe molto più facile compiacere gli altri pelando verdure, mostrandomi affettuosa con tutti, piuttosto che sudare sui libri di scuola senza sgarrare. Ma, appunto, non ci penso quasi mai.”) e, dunque, dall’approdo finale, parzialmente finale di questa recente pubblicazione: non solo la coscienza di non volere essere in una forma dentro cui le altre paiono trovare il loro spazio di felicità, se non addirittura un senso allo stare al mondo, nel rispetto, dal passo rigorosamente cadenzato, delle tappe delle illusorie conquiste femminili che si esauriscono nella presenza maschile a cui affidare il proprio mantenimento e per cui rinunciare alla realizzazione personale, ma anche il concepimento, nella propria crescita, di un desiderio maschile e la fatica di una propria collocazione dentro di esso e rispetto a cui un materno forte e ribelle di riferimento scompagina le carte, confonde, spiazza, irrigidisce, moltiplica paure, nonostante gli intenti di partenza, talvolta arresta il processo di ingresso nell’età adulta, dilata il tempo in cui aggrapparsi all’infanzia (“Per quanto mi sforzi di ricordare, durante l’infanzia non c’è nulla che sia davvero riuscito a scioccarmi, nulla che mi abbia lasciato un senso di ansia o disgusto.”).

Il mondo dei maschi, così poco conosciuto, si mantiene per lungo tempo “un sogno intermittente, una promessa di felicità”, “né ombra né luce assoluta”: un insondabile mistero almeno quanto il suo, dove essere donna si confonde, almeno nell’esperienza tragica e necessaria del matrimonio, nello sforzo di essere l’incarnazione del desiderio dell’altro, come se, faticando a riconoscere dignità alla propria femminilità, non ci fosse altro modo di esistere se non quello di essere visti dall’altro e nelle specifiche forme volute dall’altro, fino a un’evidente disappartenenza alle medesime (“Ho bisogno dei ragazzi, ma per potergli piacere dovrei diventare davvero dolce e adorabile, dargli sempre ragione, usare le «armi femminili. Uccidere quel che ancora sopravvive, l’amore per la conquista, la voglia di essere davvero me stessa. O questo o la solitudine.”). È dalla fuoriuscita dalle griglie del desiderio altrui che l’approdo si fa più vicino, non perché lì esso abbia inizio, ma perché è in quel taglio che sorge il riconoscimento dignitario del nostro desiderio e di un piacere originatosi negli angoli ribelli della sonnolenza turbolenta dell’ultima estate da bambini: l’insegnamento, il suo grande sogno, l’altro lato della maternità, tutto quello che il tempo ci nega e che ci riprendiamo con la forza, e questa volta senza dubbi di collocazione, con cui non rinunciamo a noi stesse, diventano strade da percorrere, scelte di vita, direzioni ostinate di ricerca.

Siamo noi che ci liberiamo, noi che sbagliamo, percorriamo strade tortuose per arrivare ad essere donne con un proprio desiderio, poi da condividere con chi saprà riconoscerlo e rispettarlo e, ancor prima, bambine senza testa, che, inseguendo la ciclicità degli eventi, portiamo allo scoperto il male sommerso, lo liberiamo dai rifugi dentro cui si cela al mondo e a noi stesse, lo vediamo, lasciamo che prenda il posto da cui non potrà fare più male, che si confonda con ciò che gli è simile e proprio. Non sarà il nostro mistero ad accoglierlo, ma sarà la sua ricollocazione dentro un sistema di intima giustizia ad essere un tassello in più della nostra ricerca e della liberazione che incomincia tutte le volte in cui, cerchio in mano, senza testa e un tam tam nel petto, ci allontaniamo dalle nostre dimore per provare a noi stesse chi siamo. Lo racconta brevissimamente, ma in una forma magistralmente rarefatta, come il sogno d’infanzia in cui ha origine la danza nel mondo di noi donne e del quale serbiamo una traccia onirica, Matteo Gubellini in un albo autoprodotto (Scomodincanti autoproduzioni) dal titolo “Rurale”. Noi spettatori delle vite altrui vediamo quello che manca, vediamo la testa che non c’è, il gelo che ricopre di rigore le fragilità di certe esistenze: il cuore è dove non lo immaginiamo, nel suono del petto che ci guida, nelle forme di amore che riusciamo a concederci oltre le nostre paure. Nel mistero dell’assenza e della ricerca.

Mindy

Una donna gelata e una bimba senza testa: storie al femminile presto su Ork.

«Per essere felici le bambine devono dire tutto, essere trasparenti. Pazienza. Io, per me, sento che è meglio nascondermi, incline a credere che questo mi avrebbe salvata, tenere nascosto ciò che era basso, i desideri, le cattiverie, un fondo nero e solido. Per lo stesso meccanismo difensivo, avevo una fifa blu che mi apparisse la Vergine Maria, dopodiché sarei stata costretta a essere una santa e non ci tenevo affatto.» (Annie Ernaux, “La donna gelata”, trad. Lorenzo Flabbi, L’orma editore)

I libri della Ernaux sono sempre pezzi di vita che scorrono rapidi, come tutto quello che abbiamo vissuto e siamo riusciti a collocare nel benedetto caos femminile delle nostre esistenze, partono da un campo totale che si restringe con velocità crescente fino a urtare contro pezzi da cui esplode il lato riverso delle cose. Ci piace fermare l’attimo lì: dove siamo tutto e il suo opposto. E ci piace pensare di poterlo dilatare in un viaggio possibile insieme a una bambina senza testa (Scomodincanti autoproduzioni). A breve su Ork.

Cesare Pavese: malinconia di un desiderio.

Ork ha deciso di procedere in duplice direzione, come abbiamo già ampiamente specificato, ha scelto, cioè, di costituire il punto emerso di confluenza di due filoni che ci è parso di scorgere nelle letture che hanno finito per imporsi alla nostra attenzione. Da un canto, quei libri che, coerentemente allo spirito del nostro pianeta (sin dagli esordi), contengono un nucleo di bellezza – che sia nello stile, nella struttura narrativa, nell’universalità della voce, poco importa – di tale impatto da non poterci lasciare indifferenti e che, investendoci, ci porta con sé. Sono belli, possono resistere all’inesorabilità del tempo che passa, ci rapiscono perché parlano anche e ancora di noi e, facendolo, travalicano il presente, lo superano, non temono barriere. Potenziali classici, potremmo dire nell’accezione fornita da Calvino. Dall’altro, ci sono quelle pubblicazioni che parlano più esplicitamente a questo presente: lo fanno con forme ibride di narrazione, con qualcosa di dirompente che innova, spiazza, si fa concreta trasposizione letteraria della stranezza di questo tempo al cui processo di identificazione ha dato il suo argomentato contributo Didino attraverso il suo “Essere senza casa” (minimum fax editore). Palesemente nel primo filone rientra l’illustre ospite di oggi in due recenti pubblicazioni che ne tracciano l’aspetto intimo già noto, apportando qualche non trascurabile elemento di novità: si tratta di Cesare Pavese, quello più conosciuto de “La Luna e i falò”, oggi edito nella veste di una riuscita graphic novel da Tunué, con la complicità di Marino Magliani e di Marco D’Aponte, ma anche quello, sospeso tra desiderio e caduta, delle lettere scritte tra il 1924 e il 1936, pubblicate da L’Orma e dal titolo “Non ci capisco niente” (Lettere dagli esordi), a cura di Federico Musardo.

Delle peculiarità del mondo e della poetica di Pavese hanno scritto altri, molto e di gran lunga meglio di quanto potremmo fare noi, autorizzandoci a riservargli lo spazio che si merita, ma noi qui vogliamo prenderci il diritto di dargli ingresso per certi versi autonomo, svincolato dalla critica e dal pensiero consolidatosi su quella che è stata una figura essenziale della Letteratura del nostro ‘900. L’ingresso ci piace attualizzarlo e, in un apparente paradosso, ci serviamo del mito, quell’aspetto dello sguardo di Pavese che evidenzia a ragion veduta Marta Barone nella prefazione al volume edito da Tunué, laddove citando lo scrittore piemontese in una lettera rivolta a Fernanda Pivano, scrive: “Ho capito le Georgiche. Le quali non sono belle perché descrivono con sentimento la vita dei campi, ma bensì perché intridono tutta la campagna in segrete realtà mitiche, vanno al di là della parvenza”. Dunque, la necessità del mito attraverso cui donare un’Anima ai paesaggi, ai luoghi di un tempo definitivamente perduto, poiché è lo sguardo che supera l’immutabilità della miseria degli uomini che vivono nei campi, nell’idea, assai poco seguita dall’editoria attuale, che la letteratura abbia il potere non di non essere innocua, come ha detto recentemente qualcuno, quasi si trattasse di dirigere dall’alto un’orchestra persa nel caos senza vita dell’altrui ignoranza (cioè la nostra, di lettori), ma di generare gli scenari possibili che la realtà contiene dentro di sé, in potenza.

È proprio questa l’attualità della voce di Pavese, ma anche il nucleo di bellezza de “La luna e i falò” che ne offre le garanzie di resistenza al tempo che passa. Per quanto il merito della trama abbia il valore di una ricostruzione storica – fedele alla complessa realtà dei fatti che investirono anche la parte buona e resistente del Paese – del mutamento politico, economico e sociale dell’Italia, ma anche in parte dell’America letta secondo i canoni offerti dal proprio passato (“Anche l’America finisce in mare”), al termine della Seconda Guerra Mondiale, è lo sguardo la chiave di tutto, esattamente quello che manca oggi. Il punto su cui Pavese proustianamente insiste è la discrasia tra l’immobilismo in cui si ferma il paese in cui è nato, lo scenario delle sue origini e la vita che spietatamente va avanti, senza alcuna clemenza, che impone di crescere, di diventare adulti per non soccombere alla tragedia dell’inganno in cui essa consiste (“Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire, ritrovare la Mora com’era adesso”; “non bisogna invecchiare né conoscere il mondo”).

Scrive Natalia Ginzburg: “Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino all’ultimo visse così. Ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo”. Cosa gli aveva impedito di “conquistare la realtà quotidiana”, di cedere alle regole a cui soggiacciono tutti se non un amore profondo per la vita, il rammarico di un tradimento a cui non c’è rimedio, la coscienza della spinta verso il mondo che la letteratura concede, venata della malinconia di un sogno perduto nella constatazione che il reale non muta di fronte al desiderio e dello svuotamento di senso delle cose dell’esistente al di fuori del margine offerto dal piano letterario? Ciò che conferisce sostanza a quest’ultimo, generando la poetica di Pavese, è esattamente ciò che conduce alla sua morte, in un dialogo parossistico, ma silente, tra i due poli in cui l’umano si muove. Recita un passaggio: “C’era di nuovo che adesso lo sapevo, e quel tempo era passato”.

“La luna e i falò”, Marino Magliani e Marco D’Aponte, Tunué.

Dunque, la coscienza, lo sguardo cosciente che si infrange contro ciò che diventa passato per effetto di un cambiamento che si compie inesorabilmente in chi guarda. Non basta “cercare di vedere qualcosa che hai già visto”, non basta se gli occhi non sono più quelli di un tempo, se torni al paese da “troppo lontano”, se “il mondo ti ha cambiato”. La versione illustrata edita da Tunué traduce sul piano grafico l’inconciliabilità del presente di chi narra, di Anguilla, il “bastardo” cresciuto in una famiglia di “miserabili”, lasciato al mondo da chi dopo avercelo portato sparisce e che torna nelle Langhe dopo la Liberazione, con il suo passato: un’inconciliabilità che passa dal mutamento della visione delle cose e che Marco D’Aponte rende capovolgendo il canone tradizionale della scelta cromatica, spegnendo il presente da cui il protagonista si racconta nella nudità di un tempo scarno, senza tensione, e accendendo di colori il suo passato nello svolgersi dei ricordi condivisi con il vecchio compagno Nuto o, più solitariamente, con se stesso. Ed è il colore che riprende l’altro tema caro alla narrazione di Pavese, quell’oltre le colline a cui va incontro il protagonista, la luna onnipresente, l’inspiegabile nella superstizione benefica, l’irrompere dell’irrazionale contro la certezza delle stagioni, il fuoco di un desiderio che mette in moto gli ingranaggi delle nostre esistenze, la madre che manca, l’accoglienza delle donne, l’amore fuori dal bisogno: il rosso che congiunge la luna e i falò, la fine e l’inizio, come ritualità vuole, nella notte di S. Giovanni, il passato al presente laddove quest’ultimo si carica ancora di tensione verso la vita o verso la sua fine, i poli opposti entro cui si anima l’uomo di un vano libero arbitrio (“Il sangue è rosso dappertutto”).

La storia di Anguilla diventa quella di tutti noi che lasciamo il paese che ci ha visti nascere, “con la rabbia di non essere nessuno” e “la smania di tornare” non più da “morti di fame”, per poi scoprire che “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”, noi che speriamo che “di là dalle colline ci sia un paese più bello e più ricco”, è quella di Pavese nella perfetta ed esplicita sovrapposizione di piani in cui D’Aponte rivela la componente autobiografica dell’autore inserendo nella graphic novel un terzo piano che scivola in quello del presente rendendo la disillusione di Anguilla il silenzio urlato da Pavese nello scoppio del fuoco che travolge i luoghi di infanzia di Anguilla, ma che apre anche, pur nella violenza, una via di fuga dall’immobilismo del paese al piccolo Cinto, il figlio mai avuto in una paternità in fondo volutamente scansata, l’opportunità non scelta di dare alle cose una svolta diversa dal loro ripetersi eterno. Il nucleo di questa versione del romanzo di Pavese è tutto nella sintonia tra la cura espressiva e l’attenzione verbale di Magliani nel non tradirlo e la resa illustrativa di D’Aponte che mette in scena la bellezza paesaggistica delle Langhe quasi personificandola, lungo un percorso di estrema coerenza agli umori del grande scrittore piemontese.

L’altro Pavese, quello che ci consegna il carteggio pubblicato in questi giorni da L’Orma, è complementare all’altro, come se fornisse qualche indizio in merito alla fine che Magliani e D’Aponte inseriscono esplicitamente nel loro volume, interpretando la narrazione de “La luna e i falò” quale fermo immagine su di un presente che si raccoglie nella celebrazione di un passato lungo una scelta tonale moderata, salvo l’esplosione del carminio che rivela e anticipa la tragedia o l’unica uscita dalle scene che un uomo come Pavese potesse ammettere. La conferma è nella vita, anche nella porzione biografica leggibile nella dimensione quasi in forma di opuscolo spedibile che L’Orma ha dato in stampa. Sono lettere agli amici artisti, Mario Sturani e Tullio Pinelli, al professore Augusto Monti che lo inizierà all’amore per la letteratura, sono lettere che tradiscono la complessità e il rigore di Pavese, il concetto della creazione artistica quale summa di fallimento e aspirazione all’alto lungo l’abnegazione del sacrificio, l’idea che l’universalità della poesia, come quella dell’arte in genere, sia nel sentimento, nel fatto che essa racchiuda un sentire e che, in quanto tale, ci racconti, superi la scienza che si arresta “fuori di noi”, che essa riveli la forza personale dello spirito di chi scrive rinnovando il senso di un movimento eterno eppure diverso.

Ancora, la ricerca della “vita vera moderna”, sogno e paura, la grande città, il frastuono, le belle donne, il desiderio di ciò che non si conosce e il timore di viverlo. Come i libri, parte del mondo, oggetto di desiderio lancinante come della disperazione più vile. Sono lettere che testimoniano la trasformazione della “malinconia accademica” in “dolore operoso”, probabilmente il conflitto più ingombrante nell’esistenza dello scrittore: la coscienza che il suo vacillare continuo sia espressione dei passi compiuti “fuori dal comune”, ma anche l’origine della sua scrittura, l’anima delle sue opere, nonostante questo significhi, nell’intimità della sua vita, la constatazione di un’incapacità di scelta, un’inesistenza, quasi un nulla. Sono lettere in cui non teme di riconoscersi fragile, incapace, timido, debole, nella conoscenza del mondo esterno: sembra sapere bene quanto gli sia difficile essere imparziale, quanto la vicenda singola possa generare nel suo sistema di pensiero il crollo delle verità che parevano inossidabili, quanto risenta dell’altro a tal punto da uniformarsi alle sue debolezze, negando la sua vera faccia. Sono, però, anche lettere che raccontano di un processo che, seppure tendente alla disgregazione, non è insensibile alla coscienza dei punti a favore. Recita un passaggio di una lettera a Tullio Pinelli: “Mi pare di avere trovato dalla mia interiorità più istintiva il mio mondo esteriore, le mie immagini, di avere un mio, qualunque esso sia, sistema tecnico, scoperto a poco a poco faticosamente nella mia stessa sensibilità”. Dunque, la complessa costruzione di una realtà esterna possibile attraverso le immagini che generano uno squarcio nell’insondabile reale e lo fanno mettendo in comunicazione istintiva ciò che è fuori con l’interiorità di Pavese, in quel punto di equilibrio delicato lungo cui lo scrittore ha condotto la linea della sua esistenza fino a interromperla. Un immaginario ampio che ancora nutre le nostre esistenze, amplia le vedute, genera movimento. Ci racconta anche laddove non siamo. Dentro un ideale di eternità.

Mindy

Biforcazioni necessarie: la strada di Ork.

Da questa settimana, per almeno tre, il pianeta Ork si biforca, prende due direzioni tracciate da tre libri recentemente letti, che si prestano perfettamente a raccontare la posizione attuale di noi orkers: da un canto, la ricerca di ciò che ancora possa dirsi letteratura per resistenza al tempo e dall’altro, l’urgenza di trovare la nostra collocazione nella “stranezza” che parrebbe averci travolto, attraverso quella parte di editoria che parla a questo presente e, nella coscienza ampia che ingloba l’esistente, contribuisce a creare l’immaginario futuro. Abbiamo scelto di farlo a modo nostro: la prima direzione, sarà tracciata, nella prima settimana, da Cesare Pavese, dalle recenti pubblicazioni di Tunué e L’orma editore, l’altra avverrà nella forma di un’intervista, una serie di quesiti un po’ speciali che abbiamo posto a tre diverse personalità del mondo culturale odierno, credendo nel loro possibile ruolo di novelli Caronte, lungo il percorso offerto da “Il Tempo e l’acqua”, di A. M. Magnason (Iperborea casa editrice).

#inviaggio

Ork sospeso tra Michon e Gracq.

Mentre mi inerpicavo nell’armonica bellezza che «La Grande Beune» (Adelphi Edizioni) restituisce al lettore nella traduzione di Giuseppe Girimonti Greco, che rende perfettamente la ricercatezza di un autore come Pierre Michon, senza rinunciare al dato sensibile che qui esplode prepotente, mi balenava per la testa la cadenza poetica dello svolgersi di un altro romanzo, cercato e poi trovato: «Acque strette», di Julien Gracq (L’orma editore), è il rimando etereo di quell’armonica bellezza che in Michon si fa “pioggia turbinosa”, “intonaco color sangue di bue”, “miele nero”, poesia che si sporca di vita, l’altra faccia dell’origine del mondo. Ork legge, abbina, completa, intesse i suoi puzzle e prova a dare un senso al percorso da tracciare da qui alla pausa estiva. E, intanto, cresce. Grazie ai libri. E medita di scrivere anche di Michon.

Mindy

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Dalla Sicilia alla Francia: storie di libertà al femminile.

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Esistono libri che ne richiamano altri, non necessariamente per somiglianza, libri che raccontano una storia che ne rievoca un’altra apparentemente lontana con cui la prima dialoga e che, in confronto per antitesi, lungo un tema comune, si completa e introduce all’universalità della narrazione medesima.

“Mentre il resto del mondo s’apriva come gambe di donna e confezionava la sua rivoluzione, dove eravamo noi il fragore del Sessantotto in arrivo si avvertì appena”: scrive così Lorena Spampinato in un passaggio che è un esempio di perfetto equilibrio lessicale e strutturale nella funzionalità quasi epigrafica di un’introduzione, che deve essere stata voluta semplice e completa, a un capitolo del suo romanzo “Il silenzio dell’acciuga”, edito da Nutrimenti, quasi un accenno significativo alla collocazione fuori dalla Storia delle vicende di un Sud che non ha mai sentito di appartenere ad altro che non fossero i solchi della terra, gli umori delle acque, il respiro dell’aria e le fiamme di un inferno in cui espiare le colpe di un piacere nascosto a sé come la vicinanza alla vita.

Deve essere stato questo passaggio o la voce, così bene udibile, del libro a farmi pensare che non ci potesse essere modo migliore per portare in questi luoghi un tema così complesso come quello del femminile se non dando spazio a due donne di età e formazione differenti che io trovo essere un angolo benedetto, quello che si rinnova ogni giorno, in ogni epoca della Storia del mondo, per merito di due o più donne che intonano il solo canto possibile che si avvicini all’idea tramandabile dell’identità femminile.

Non penso si possa dire, esprimere parola su ciò se non attraverso qualcosa che deve incarnarsi, atterrare, farsi corpo, lacrima, sangue nell’esperienza di una donna. La narrazione di un pensiero che si destruttura nell’ottica raziocinante maschile e si scioglie nel disordine emotivo che Anais Nin riconosceva, proiettandoci forse se stessa, in Henry Miller e che è l’ingresso in quella almodovariana carovana in cui essere donna è non la risultante di tutte le esperienze femminili, ma i singoli elementi del calcolo che scombinano ogni ordine costituito.

Allora, quale migliore occasione di portare un po’ di caos in questi luoghi se non decidendo di fare dialogare due di quei potenziali elementi di calcolo attraverso un viaggio che dalla Sicilia arrivi alla Francia, che da una giovane autrice italiana come Lorena Spampinato giunga alla maturità dello sguardo di Annie Ernaux?

Non crediate che sia nostro interesse condurre la navigazione lungo il solco delle differenze che critica letteraria imporrebbe: non ne ricaveremmo nulla al nostro fine, tanto più che la Ernaux è una donna che scrive, più ancora che essere scrittrice in senso classicamente angusto, poiché la forma della sua narrazione assume il taglio di un diario, di un pezzo di diario intorno a un punto focale della sua esistenza, una rivelata verità di un qualcosa accaduto nel suo passato attraverso uno sguardo che porta con sé i limiti o la forza dell’imperfetta visione delle cose in cui, a distanza di tempo, collochiamo gli eventi, per salvarci, per continuare a vivere, per non essere travolti, per stare in equilibrio il tempo che ci è necessario a capire come resistere alle prossime turbolenze, anche monchi di un pezzo e inizialmente carichi del dolore di una scomparsa.

Lorena Spampinato racconta di una Sicilia che non cede alle lusinghe del rinnovamento, del cambiamento, dell’emancipazione femminile di un momento storico in cui una generazione ha provato a farlo nel resto del mondo, perché in quella terra, nel sud da lei tracciato in una forma che si fa specchio perfetto del rigore siciliano, la faccenda della libertà al femminile è una storia complessa che percorre delle vie sotterranee addomesticate dal silenzio dentro cui non solo colmare i vuoti, sentirsi parte di un’unità d’origine, ma anche racchiudere desideri proibiti, volontà negate, inconfessabili verità, tutto quello dentro cui siamo, quegli angoli di respiro che, sfiatati, danno il senso della nostra identità oltre il magma familiare, oltre le sagome imposte dal pensiero comune, dall’autorità familiare, dalla legge. Ed è questo il primo punto del romanzo edito da Nutrimenti: potremmo dire un’assenza e una scomparsa e il tempo che incalza imponendo l’urgenza di crescere in una desolazione aggravata dal bisogno di qualcuno da imitare, da sfidare e superare e in cui una madre ha ceduto alla forza della vita o alle lusinghe della morte, in un piano di seduzione e contatto che la Sicilia conosce bene, dopo averla portata in grembo, la vita, per generare due solitudini, quella di Tresa, la protagonista, e del gemello Gero.

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“La città delle porte”, olio su tela, Mork.

Desolazione aggravata, dicevamo, ma anche assolata dalla luce del sud in quel tempo del mezzogiorno in cui tutto si confonde, si cede al piacere, lo si procura in un sapere che ci appartiene per nascita, si creano principi e mostri, i confini si assottigliano e un padre ci toglie via dall’esperienza della vita bollandoci, etichettandoci. Siamo donne di malaffare, allora, donne senza dignità. Siamo ai margini della sua considerazione e, dunque, non esistiamo. Siamo figlie a cui non è concesso altro, quel bordo oltre, in cui c’è spazio per un’esplosione, un botto, un sole ristoratore, oltre l’impossibilità di un contatto che non sia sostegno a uno sconforto. Dice Tresa: “A casa nostra, il contatto non era mai un’estensione del sentimento, era piuttosto una dichiarazione di esistenza nei giorni di silenzio”. Se la madre manca, il padre scompare per non riapparire fisicamente più, se non come presenza che unisce e divide i due fratelli, il terreno comune, il passato, l’appartenenza, le origini, ma parallelamente l’autorità che nel maschile di Gero consacra la giustizia, la linea retta, la bontà dell’esistenza. Ammette Tresa: “Ai suoi occhi ero la pianta storta – questo era chiaro – e voleva raddrizzarmi a quel modo: legando le mie fronde sghembe a quelle rette di Gero perché mi levassi dalla terra dritta come un giunco e con le ossa ben salde per non piegarmi mai”.

Ma la femminilità passa dalle linee curve, dall’accoglienza, dalla vita che corre parallela alle voci degli universi di sotto, dove si annusa l’odore di libertà  in cui il fascino del diverso, oltre “il residuo colloso” della storia familiare, spinge ad amare, in tutte le forme, a conoscere le varianti della vicinanza all’altro in cui non siamo più, perché il maschile è storia dei fratelli e dei padri, linea invisibile della loro unione, e ci rimane come forza ostinata con cui tiriamo il carretto dei pupi e la messinscena di una buona dose di vita, fuori dalla “cinghia genetica” della famiglia, forse, come recita un passaggio, “quella parte più grande di noi che ci trattiene e al contempo ci tiene in vita” in un’ambiguità in cui siamo destinate a naufragare.

Femminile come distinzione, come identità, come qualcosa che nasce e si sviluppa nella scomparsa e nell’assenza, per antitesi, per riferimenti altri (la zia Rosa che si prenderà cura dei gemelli), per attrazione verso la fine misteriosa dell’uomo che le insegnerà l’amore rimanendo nelle griglie familiari in un gioco di seduzione e scoperta, di cui nulla anticipiamo, e generando un incastro silenzioso eppure pieno della rabbia, dell’insoddisfazione, delle rivalse, delle gelosie di un apparente andamento neutro di una famiglia ricostituitasi all’ombra delle necessità scaturite dal vuoto e dove la vita irrompe nella forma di malattia, perché la colpa affossa il piacere che ci ha ingravidato e ci autorizza a portarne avanti il frutto nel ventre oscuro della fine imminente, anche se solo illusoria, delle cose. In fondo, la Spampinato lo dice bene in un passaggio: “La verità però era un’altra: nessuno di noi coltivava il silenzio per diletto personale o per abitudine: trovavamo più semplice tacere sulle cose, sui pensieri, sui nostri corpi stanchi”.

La vergogna (copertina)

 

E se, in qualche modo, il silenzio torna nell’intimo della Ernaux nel suo “La vergogna” (traduzione di Lorenzo Flabbi), edito da “L’Orma”, esso è un’altra storia seppure lungo un percorso che conduce al principio di un cambio di forma, quell’accennato ingresso alla coscienza che fa capolino nella nostra esistenza senza preavvisi chiari in quell’angolo di vita in cui accade qualcosa e noi impariamo a dargli un nome, lo connotiamo, gli attribuiamo un colore, amplifichiamo il nostro universo sensoriale, lo rendiamo più complesso, mentre ci facciamo più confusi, ci nascondiamo più di prima e i silenzi non ci bastano a occultare il crollo della certezza dell’immutabilità dell’origine. La Ernaux assiste a un’aggressione che il padre compie sul corpo della madre, qualcosa che occupa lo spazio di una domenica e una casella importante delle sue memorie di bambina. Ricorderà l’evento come quella volta in cui il padre provò ad uccidere la madre, lo ricorderà nelle pagine di un libro quando la distanza dall’episodio sarà tale da condurre con sé “solo” il dolore di quel momento, il principio di un’ipercoscienza, la chiama lei, che non si concentra su nulla, della fine di quel mondo con cui ci salviamo illusoriamente, per il tempo dell’infanzia, dall’insensatezza di una buona parte della vita adulta. L’urlo di richiesta di aiuto che la piccola Annie rivolgerà all’esterno è lo sgretolarsi della sicurezza familiare, l’assenza di certezze lì dove si è creduto che tutto iniziasse e finisse, l’apertura al mondo, necessitata prima, poi scelta, lo sguardo oltre il confine domestico che la sospingerà curiosa delle cose del mondo e della vita fino a renderla libera. E il senso di frammentarietà e di storicità dentro cui la Ernaux prova ad essere, in un concetto di memoria in opposizione a Proust, si nutre del bisogno di ancorarsi alla realtà, ai fatti, alle storie dei suoi dodici anni, alle amicizie, alla scuola, ai desideri materni e all’autorità paterna, al loro ruolo rispetto alla sua condizione di figlia oltre la frattura di un uomo e di una donna avvenuta in quel “lontano” giorno di domenica.

Dunque, la realtà che irrompe, il confine con l’esterno che si fa più labile, l’ingresso degli altri, il flusso mestruale che, esibito, diventa la prova di un incontrollato, e per ciò stesso piacevole, sblocco, laddove nel libro della scrittrice siciliana è un ingombro di carta che esplode nei rivoli di sangue e negli odori inconfutabili di un cadavere nascosto, la salvezza morta e disseppellita, la vita femminile che sgorga con quanta più violenza la si provi a relegare dove non batte il sole e tutto è più vero.

A loro modo, le due donne approdano a una loro libertà, quella consentita dalle rispettive origini, da quel libero arbitrio entro cui ci spostiamo, sappiamo cogliere la direzione propizia dei venti, sondiamo la nostra paura, naufraghiamo nel caos dei nostri desideri, ci facciamo ambigue e lo sappiamo, eppure dimostriamo sapientemente di non saperlo, sfidiamo le altre donne, ma siamo capaci di coalizzarci nell’estremo atto sincero in cui vediamo perfettamente cosa c’è dietro, senza dircelo. Perché esiste un silenzio che parla, non colma vuoti, non racconta altro se non la voce del corpo, un silenzio che si lascia dietro le urla di bambine e si carica della libertà dell’assenza, questa volta di spiegazioni e di giustificazioni.

Mindy

Femminile plurale: a breve su Ork.

«[…] Proust scrive pressapoco questo, che la nostra memoria è al di fuori di noi, in un soffio piovoso del tempo, nell’odore della prima esplosione dell’autunno eccetera. Aspetti della natura che rassicurano, nel loro ripetersi, sulla continuità nel tempo dell’individuo, sulla sua permanenza. A me – e forse a chiunque della mia epoca -, che ho ricordi legati a un tormentone estivo, a una cintura alla moda, a cose e oggetti destinati a scomparire, la memoria non fornisce alcuna prova della mia permanenza o della mia identità. Mi fa sentire e mi conferma la mia frammentazione e la mia storicità […]». (Annie Ernaux, “La vergogna”, L’orma editore)

Esistono libri che possono raccontarsi meglio se sostenuti da altri. Almeno nell’ottica di Ork. Così, a breve, la sensualità e la forza vitale e matura della Ernaux porteranno aria nella casa di una giovane siciliana alle prese con la sua femminilità e il tempo di diventare adulta (Nutrimenti Edizioni). Aspettateci! Intanto, Buon Primo Maggio!

di
“I desideri inespressi”, inchiostro di china su carta, Mork.

Memoria di ragazza.

Memoria di ragazza (copertina)

Non è ancora Natale e noi non abbiamo tutti gli strumenti per dare delle dritte da esperti del settore, insomma per guidare il popolo di lettori nella marea di scelte che l’editoria attuale offre. Ork si nutre di passioni e si limita a raccontare viaggi quotidiani in cui i libri sono spesso una chiave di lettura.

Se c’è qualcosa che possiamo, però, suggerire, è una via da percorrere, se siete donne mai stanche di navigazioni intime e coraggiose, se siete uomini che sanno che l’universo femminile è molto di più di una miscellanea di facili stereotipi, un apparente contraddittorio pianeta in cui convivono anime diverse di eguale dignità, dove la ricerca è un gioco sapiente di matrioske in cui perdersi o trovare l’origine di tutto.

Allora se siete tutto questo o se il destinatario del vostro pensiero natalizio è tutto questo, la via da percorrere è francese e porta il nome di Annie Ernaux.

Scoperta in passato per un altro testo e attualmente in libreria con l’ultimo tassello dei suoi diari, “La vergogna”, portata in Italia dall’Orma, una casa editrice con un occhio molto attento alle sfumature femminili dell’interpretazione del mondo, noi qui oggi le apriamo il nostro spazio con una recente pubblicazione che ci è piaciuta, ci ha segnato, entusiasmato, fatto riflettere, sentire donne in un’accezione complessa e semplice allo stesso tempo, un po’ come le vite di molte di noi.

“Memoria di ragazza” è una storia di transizione, l’ingresso di una ragazza, appunto, tra gli adulti e tutto ciò che questo passaggio cruciale si porta dietro: il subbuglio emotivo e corporale della conoscenza di un nuovo modo di stare al mondo, di relazionarsi con l’universo maschile, la fatica dell’incontro con l’altro che non sia solo attrazione di corpi, il piacere e la fuga dallo sguardo severo della madre e dal giogo cattolico per coglierne la bellezza, di quel piacere, l’ostacolo nello sciogliersi dentro, nell’evidenza di una mancanza, di un femminile perduto o mai afferrato, l’urgenza di esserci in quella mancanza perché senza identità non c’è l’opportunità di perdersi nell’altro in una possibile e felice assenza di gravità che è incontro di anime, oltre i corpi, senza paura di cadere.

C’è la prigione delle scelte che ci tengono lontane dal desiderio, quelle che sappiamo costruirci con un dominio raziocinante delle volontà altrui in cui non siamo, ma siamo per qualcuno e ce lo facciamo bastare.

C’è un percorso di studi a cui la giovane Annie si obbliga, in cui pure riesce senza eccellere, in una necessaria rispondenza ai sogni e agli investimenti paterni.

C’è lo scherno dei colleghi in un campo estivo dove scopre di essere donna in quella dimensione di sotto dove, però, il piacere è ancora accesso negato, nella stessa misura in cui le è impedito di essere quello che è o in cui accetta di cedere alla violenza del giudizio frettoloso altrui faticando a stare nella libertà di un percorso di vicinanza al maschile in cui capire l’altro e imparare ad essere donna.

C’è fatica, una parziale rinuncia e un buio. Le mestruazioni che scompaiono e, poi, di nuovo, la ricerca e la vita con i suoi desideri che si fa più forte di tutto e irrompe e diventa strada libera, passione, lavoro proprio, scrittura, coraggio e forza, pur tra residui di paure pronte a riemergere al prossimo traguardo di una vita di ricerca, come ci piace pensare possa essere quella di tante donne che incrociamo nella quotidianità e dove i sorrisi sono solo un’illusoria porta di ingresso a un magma che scende giù fino alle profondità di un cuore che guarda oltre la dimensione reale che ci pare esaurisca tutto.

E non è un caso che l’altro libro che è qui, prossimo a trovare il suo posto su Ork, scandagli l’oltre, tutto ciò che esiste al di là del visibile e del presunto certo, un libro, che stiamo leggendo come un fiume in piena, di un’autrice che ha molto da dire, e non solo al pubblico femminile.

Il diario della Ernaux, quello che qui, oggi, abbiamo portato, è un esempio di un equilibrio che ci pare degno di menzione, nell’istante stesso in cui rivela la sua capacità di esplorare le contraddizioni, il pensiero che si accavalla all’altro in una logica di ricostruzione femminile, che è oltre il razionalismo puro, anche quando si traveste da esso per non esplodere in quel pezzo che sfugge e in cui ci siamo tutte, che lo vogliamo o no.

È un ammirevole viaggio dentro se stesse condotto attraverso una lingua straordinariamente semplice in cui è testimoniata la luce, e non la lucidità raziocinante, con cui l’autrice illumina, umilmente e in una sincerità spiazzante che è scoprirsi senza paure e senza maschere, un pezzo di vita che è transizione, trasformazione, cambiamento, ricerca, oltre quello spazio indefinito e di attesa, in quelle “domeniche della vita”, come lei le definisce, in cui aspettiamo che i tempi siano maturi per essere nuovamente qualcosa e tornare in superficie, moderne Persefoni di un Ade che coltiviamo sapientemente.

Perché quando si viaggia e si viaggia bene non serve molto altro, a parte la semplice bellezza del viaggio.

E c’è un’ultima anima di questo libro che ci piace condividere: l’idea che la scrittura sia uno strumento, come un altro, per navigare dentro se stesse, per esplorare, capirsi e che il valore della cultura sia oltre l’immagine di cui si nutre l’Io, laddove non serve a cogliere la vita e il tempo, a comprendere e godere, come lei stessa dice.

Perché, se è vero che da qualche parte dobbiamo arrivare, non dobbiamo dimenticare che ciò che siamo si nutre di tutto ciò che è sotto, sotto le maschere, sotto le vie dove tutto scorre alla luce del sole, sotto i ponti, tra gli scarti, sotto il lavoro, fosse anche quello di scrivere.

Sotto, sotto, dentro di noi e il nostro femminile.

Mindy

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“L’albero capovolto”, penna e graphos su carta, opera di Mork.

 

 

 

 

 

Vitali rivoluzioni. Oltre Ottobre.

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Si dice che la paura sia l’altra faccia del desiderio.

Così evidentemente deve essere in quel gioco di specchi in cui tutto ha il suo rovescio, anche su Ork.

La paura è stato il tema dominante delle tessere di questo disomogeneo puzzle che è la nostra vita da orkers nel diario di viaggio che qui abbiamo scelto di collocare.

E incomincio a credere che l’unica soluzione possibile sia accettare che ci sia, che faccia parte di questo nostro percorso provando a evitare che diventi un magma dilagante e inghiottente.

Inutile tentare facili e appetibili vie di fuga, raccontandosela tanto bene da dirsi che il punto è superato, se, poi, il corpo, nostro alleato, ci sveglia nel cuore della notte e ripropone la drammaticità di un’evidenza solo scansata.

Dentro, se qualcosa si agita, è giusto che lo faccia, che faccia il suo tempo e che ci aiuti a vedere, non solo il lato turbolento della faccenda, ma anche l’altro, il rovescio salvifico.

Così, in queste giornate grigie e bianche, in cui l’inverno si accomoda baldanzosamente sui tetti e sulle vite di Bologna, la paura, la malattia, la fine sono parole che si alternano a godimento della vita, vitale, vivente, perché, se nulla è in fondo un caso, non lo sono neanche le parole in cui ci imbattiamo.

Persino la coccarda rosa della nuova nata nel vicino palazzo anticipa il risveglio di primavera e aiuta a sperare nella vita che verrà e nei desideri di ognuno, quelli che ci tengono qui, quelli che cambiano come le età della vita e che, forse, sono solo la forma esterna di un senso che umanamente cerchiamo e che rintracciamo già nello svolgersi delle nostre giornate e nell’intreccio delle relazioni umane.

Ma siamo uomini, da qualche parte, anche noi orkers e non privateci di senso e ricerca!

Così navighiamo in questa incertezza temporale e, nella paura, cerchiamo la vita e ciò che si muove in essa e troviamo, troviamo spazi, parole, film, storie che sanno di vita e persino i libri, gli amati libri, ancora fidati complici, che ci nutrono di quei bisogni malcelati dai freni mentali e da arrendevolezze poco oltre quei freni, dove risiede l’indefinito e noi lì immersi, in quello che non siamo o in quello che siamo meglio e oltre le maschere di quella commedia dell’arte che è la vita.

Pomeriggio di presentazioni terrestri: ”Io in te cerco la vita”, il titolo.

Ork chiama Terra spesso, ma talvolta è la Terra a chiamare Ork, come è accaduto in una sera non troppo fredda di Febbraio, in un posto che di Ork ha il silenzio dell’ascolto e la voglia della ricchezza delle parole che dai libri sale verso l’alto e illumina le esistenze, le accompagna, le rende coscienti, unite, visionarie, attente e sveglie, in un tempo labile e veloce in cui il capo spesso si inchina al potere mediatico e alla sudditanza di quegli oggetti da additare che gli umani chiamano smartphone o tablet.

Uno spazio di libertà, una libreria, tre donne che vivono di libri, inclusa la libraia, e un pubblico di lettori che sceglie di dedicare una porzione di un venerdì pomeriggio a sentirsi parte di una rinnovata setta dei poeti estinti in cui guardare da altre prospettive quello che abbiamo sotto gli occhi, dare voce a una donna e alla sua rivoluzione possibile racchiusa in un mucchietto di lettere, racconto di una vita ricca almeno quanto la complessità emotiva che l’epistolario traccia, e capire che la storia è anche in tutto ciò che è mancato e che ancora manca in un’evoluzione che spesso tralascia il diverso, i deboli, le minoranze, le donne e il bagaglio di diritti che si portano dietro.

E, dunque, i vuoti che tornano, quello che nel corso dei secoli non si è fatto o non si è fatto subito in una coscienza popolare che spesso si affaccia alla storia con tempi propri, talvolta distanti dalla gravità della sofferenza o del disagio diffuso, talvolta in anticipo rispetto alla proprietà del diritto di farsi traduttore normativo del sentire di un’epoca.

Quei vuoti che le lettere di Anna Kuliscioff, quelle sapientemente scelte da una casa editrice (“L’Orma editore”) che il pianeta Ork ha eletto riferimento culturale abbastanza saldo da potere offrire un avamposto indipendente e intelligente verso nuove forme di vita letteraria, svelano in un’evidenza abnorme a noi, figli di un’altra epoca storica, rispetto a una società non ancora e non esattamente pronta a recepire quale normalità sociale e normativa le battaglie da lei portate avanti e condivise con Filippo Turati, l’uomo che le starà accanto diversi anni, fino alla morte, dopo il travagliato rapporto con Andrea Costa che, però, le regalerà la gioia di una maternità importante.

Di lei sapevo poco o nulla e questo libro è stato una ricerca e una scoperta, non solo dell’identità femminile e rivoluzionaria di colei che venne anche etichettata “nemica della Rivoluzione d’Ottobre”, perché “madrina del socialismo”, perché se stessa fino in fondo in barba alle convenzioni che impongono ortodossia etica e un sentire che si fa omologato dalle regole di un sistema complesso e chiuso quale quello russo, ma anche della mia femminilità.

Perché, se è vero che essere donne significa fare i conti con una miriade di pezzi, non è scontato vederli convivere con armonia nell’esistenza concreta di una donna, come appare nelle lettere della Kuliscioff.

Talvolta, ci innamoriamo di una figura, di un personaggio, perché sentiamo che ci appartiene, talvolta, nel confronto con quello e nella distanza che rintracciamo, ce ne innamoriamo perché vediamo ciò che ci manca e lo inseguiamo.

C’è stato un istante iniziale in cui ho creduto trovarvi qualche assonanza con tratti del mio percorso, il bisogno di una relazione in cui essere pari, in cui nessuno sta sopra e lo scambio è reciproco, in una condivisione che abbraccia il mondo emotivo e le sue mille declinazioni, quella dimensione di realizzazione personale che nutre la relazione e la rende matura, reciprocamente, quella da lei cercata e non trovata in Andrea Costa.

Poi, la maternità che non conosco e la lettera in cui chiede alla figlia di imparare a trasformare la condanna verso l’altro, il giudizio inappellabile, nel risvolto di chi sa che nulla e nessuno è netto in un’impossibile scissione tra bene e male, perché l’arma più potente che abbiamo riguarda noi e la nostra esistenza e l’unica vera rivoluzione possibile parte da noi e dalle nostre miserie.

E, ancora, la bellezza della condivisione, oltre lo spazio e il tempo, nell’amore che si fa ricerca dell’altro, rincorsa, talvolta paura, ma mai ristagno, con l’uomo che risponderà al suo ideale dopo il rapporto con Andrea Costa, tormentato, monco, spezzato da voleri inconciliabili, ma in qualche modo eternamente suggellato dalla figlia Andreina, così diversa dalla madre, eppure così vicina, laddove l’educazione familiare diviene rispetto di identità diverse, di quelle minoranze che sono, poi, l’oggetto di molte battaglie della Kuliscioff, la prima delle quali attiene alla partecipazione politica anche delle donne che passa dal diritto di voto.

E, poi, la forza delle donne che sanno che esiste un tempo finito in cui lasciare ed esistono momenti che durano una vita, quelli in cui ci battiamo per cambiare le cose, quelli in cui rinnoviamo l’esistenza nostra e di chi ci sta accanto nel nostro non arrenderci alla normalità e alla disillusione, quelli in cui la luce ci attraversa e portiamo in Terra un segno di rivoluzione possibile, un’idea, un libro, una battaglia politica, un figlio, un Amore in direzione ostinata e contraria.

Mindy

Being Beatous
“Being beatous”, olio su tela, opera di Mork.