“Libertà grande”: viaggio alchemico di Ork.

«Questa bellezza angelica che nostro malgrado […] attribuiamo a qualcuno dei protagonisti minori del Terrore: Saint-Just, Jacques Roux, Robespierre il Giovane – questa bellezza che si è conservata per noi attraverso i secoli, fluttuante attorno a una ghirlanda di graziose teste tagliate come un balsamo d’Egitto, il soprannome dell’Incorruttibile – il candore di questi colli da Giovanni Battista affilati dalla ghigliottina, i drappi di pizzo, i guanti bianchi e i pantaloni gialli, questi bouquet di spighe, questi cantici, questi pranzi di sole prima delle grandi cene rivoluzionarie, il biondeggiare del grano maturo, gli archi flessibili di bocche impastate da un sogno di morte, questo tortoreggiare di Jean-Jacques sotto la scura verzura dei primi castagni di maggio, verdi come mai sul sangue rosso vivo delle mannaie, questi madrigali funebri di Brummel sonnamboli, un mazzo di pervinche in mano, questo appassirsi di fiori, di giovani aristocratiche in cestini di vimini come se, sapendo di dover essere un giorno portata in cima a una picca, tutta la bellezza affascinante della notte dell’uomo avesse scelto di convergere nel viso magnetico di queste teste di Medusa – la castità sovrumana, l’ascesi, questa bellezza selvaggia di fiore reciso che fa impallidire il volto di ogni donna – è la lingua di fuoco che, per me, scende misteriosamente tra le silhouette rapide come lampi delle grandi strade mobili, come sullo schermo un viale di alberi in fiamme nella campagna di una notte di giugno, e fa sì che l’indimenticabile volto di questi predestinati alla ghigliottina mi conduca a qual certe estasi paniche.» (Julien Gracq, “Libertà grande”, traduzione di Lorenzo Flabbi, L’Orma editore).

Atto sacrilego sarebbe scrivere di questo libro, quasi una raccolta di appunti sparsi dove la forza dirompente della materia violenta l’immaginario senza che ciò generi alcun esito disarmonico. Soccorrono le parole. La plasticità verbale, quasi sapientemente indotta da Gracq, ricompone ogni contraddizione in un approdo da viaggio alchemico che è consacrazione di bellezza. Ork caldamente consiglia.

Simone De Beauvoir e Anaïs Nin: femminilità a confronto.

Quello del femminile è tema assai caro al pianeta Ork, ragione per cui lo si sviluppa volentieri tutte le volte in cui testi, come quelli che oggi abbiamo scelto di portare qui, ci offrono l’opportunità di aggiungere alla materia una serie di considerazioni finora tralasciate o di trattare l’argomento in questione da prospettive differenti che, integrate, regalano uno sguardo più ampio sull’universo femminile. Ci è parso che fosse un modo non banale, per farlo, partire da Simone De Beauvoir in qualità di autrice di scritti inediti che vanno dal 1927 al 1983 e oggi raccolti nella recente pubblicazione de L’Orma, “La femminilità, una trappola” (traduzione di Elena Cappellini, Beatrice Carvisiglia, Camilla Diez, Lorenzo Flabbi, Claudia Romagnuolo, Elena Vozzi), dunque quasi il tracciato di un percorso piuttosto lungo, per giungere all’esplosione creativa, quasi fulminea, di Anaïs Nin che, tra il 1929 e 1930, poco più che venticinquenne, compone dei racconti che, pur ancora parzialmente acerbi, contengono già il nucleo dell’esplorazione intima del desiderio femminile. Questo equivale a inserire la riflessione all’interno di un confronto che non solo ha la peculiarità di volere attraversare il processo creativo dell’una in un ampio arco della sua vita e limitatamente alla produzione saggistica e dell’altra in un momento specifico e mediante l’osservazione del piano narrativo, ma anche quella di avere riguardo alla specificità dell’osservatorio, cioè a uno sguardo intimo, ma saldamente radicato nel reale, nell’un caso, più nascosto, implicitamente erotico e sradicato dalla materialità quel tanto che basta a convogliare il dettaglio nella trasformazione onirica e surrealista che prepara alla maturità femminile, nell’altro.

Lo esprime bene, il primo punto, Annie Ernaux nel testo che conclude il volume di Simone De Beauvoir, laddove, in fuga da un estetismo fine a sé stesso, scrive: “Come lei, anch’io considero la letteratura una forma di impegno, uno strumento di azione sul mondo, di lotta, e non qualcosa di sacro”. Dunque, l’inscindibilità dello scrivere rispetto alla vita non in funzione di un’investitura destinata a lasciare il segno intangibile di un’eternità che la congiunzione di bellezza e arte mirano a garantire, all’interno di un processo di esaltazione dell’Io, ma l’opportunità di incidere l’interno della materia col segno che è parallelamente testimonianza di crescita e di acquisizione identitaria e non proposizione di un modello da seguire, ma strumento, nell’alterità, di messa in discussione di ogni stereotipo per cercare ciò che più ci appartiene. Insomma, un riadattamento della massima zen: cercare non i saggi, ma quello che i saggi cercano. Cercare di essere non la donna proposta, ma inseguire, nello smantellamento della verità imposta, un proprio modello. Scrive sempre la Ernaux: “La grande forza dei due libri (“Memorie di una ragazza perbene” e “Il secondo sesso”) è che, in quel momento particolare, mi hanno messa di fronte alla questione dell’esistenza in termini concreti, mi hanno costretta a pensare a me stessa tanto come donna quanto come individuo che deve decidere da solo della propria vita”. Certamente, nel caso della Ernaux, lo stimolo si prestava ad essere idoneo all’accoglienza in funzione del sostrato familiare della scrittrice il cui modello di riferimento era costituito da una madre “diversa” che, piuttosto che dedita alle faccende domestiche, offriva, più o meno inconsapevolmente, un’alternatività rappresentata dal desiderio di autonomia femminile attraverso il processo di indipendenza economica. Dunque, già fuori dallo stereotipo materno, la madre della Ernaux instilla nella figlia il dubbio in merito alla necessità di essere come le altre e prepara la strada per l’ingresso ufficiale di Simone De Beauvoir nella sua vita.

Questo non significa, chiaramente, che la portata innovativa dei suoi scritti sia da relazionarsi alla specificità del nucleo familiare in cui cresciamo, poiché la forza dei medesimi, per costruzione e sviluppo del pensiero che, rigoroso, non si immobilizza mai sulle sue verità, è tale da scardinare certezze anche laddove un modello alternativo di femminile non lo si sia conosciuto tra le originarie mura domestiche. Simone De Beauvoir spiazza perché, pur nella coscienza dell’urgenza di un ribaltamento delle prospettive femminili, non si offre quale modello, ma, quasi sapiente e laboriosa e instancabile tessitrice di trame dal pensiero lucido, si propone di generare in chi la ascolta l’esperienza del piacere della bellezza, l’opportunità di riconoscerlo perché l’altro abbia un giorno la capacità di riconnetterlo alla visione di un capolavoro artistico. Sa bene di non potere e non dovere plasmare le menti, poiché non è questo il compito dell’intellettuale, ma aprire la via della saggezza nella forma dell’acquisizione di un’identità attraverso il primario passaggio della capacità di sentire, poiché “c’è sempre tempo di imparare a riflettere e a criticare, mentre sentire è qualcosa che non si può apprendere”. Si tratta “solo”, in prima istanza, di attivare un potenziale femminile, indurre una reazione in chi ha già tutte le sostanze potenzialmente agenti, ma non è in possesso della formula chimica perché si muovano interagendo. Il resto è costruzione, studio, pensiero e discussione rispetto a cui il tempo e l’ostinazione di cercarsi giocano il loro ruolo fondamentale.

Ora, se in prima battuta, il sentire è l’approdo idoneo allo stimolo del viaggio intorno a Sé quale connotazione pregnante dello stare al mondo femminile, laddove subentrano i rigorismi della costruzione mentale è opportuno che l’intellettuale, che sia un docente o uno scrittore o un filosofo o altro, offra al discente l’opportunità di sondare delle alternative agli standard proposti dalla collettività, dunque non indirizzare il pensiero verso una soluzione, ma allargare la panoramica per scegliere coscientemente, anche di essere madri, senza che il ruolo ci cada dall’alto per forza di cose. Allora, può concepirsi in questa metodologia di pensiero, declinandone la potenzialità e la base al femminile, anche la difesa di Sartre che, in uno degli scritti del volume de L’Orma, è presentato nella posizione di osteggiatore dell’immobilismo umano concepito non solo nelle forme di vita che si limitano ad essere presenze nel mondo, ma anche di quelle che vivono nel passato, si irrigidiscono in sagome tronfie, serie, quasi imbalsamate, rifuggendo spontaneità e verità. Esistere coscientemente, senza orgoglio e illusioni, in una tensione mobile verso il futuro, senza angoscia o amarezza, è l’unico modo per essere liberi, oltre che il quadro che Simone De Beauvoir traccia dell’uomo amato, senza dimenticare le cadute di fronte all’insulsaggine, così la definisce, della contingenza che genera “nausea” o la verità della follia, della tortura e del vizio, poiché se la prima attiva il motore della libertà con cui si supera il contingente e il suo dramma, la seconda è la prova dell’accettazione dell’ambiguità dell’essere umano. Atto di difesa di Sartre, dunque, ma anche occasione per affrontare le necessarie prerogative dell’uomo libero attraverso un processo di derivazione di natura induttiva che, scardinando le basi di un principio di natura, si allarga a macchia d’olio per bagnare le sponde dell’universo femminile. L’unico impedimento a estendere il percorso di ricerca, declinato prevalentemente al maschile, all’altra parte del genere umano è, infatti, tutto ciò che si è sedimentato nel passato per effetto del dominio maschile che dalla storia alla mitologia ha relegato le potenzialità femminili ai margini.

“Memorie d’assurdo”, penna e china su carta, Mork.

Non c’è natura che ostacoli, ma solo l’affastellarsi di congetture di diversità strutturali per opera dell’ingegno maschile non incline all’abbandono delle sue roccaforti storiche. L’uomo cerca la sua libertà, mentre la donna insegue il modello paterno di libertà non in quanto possibile scelta personale, ma in quanto oggetto di ammirazione da trasporre sul maschile che andrà ad investire il proprio nucleo familiare in qualità di moglie, senza che la politica e le sue leggi smuovano lo status quo, disconoscendo, ad esempio, il diritto all’aborto e vincolandole alla colpa nella negazione di ogni sussidio. Nessuna ricerca di autonomia, nessuna reciprocità tra uomo e donna, perché non concorrono ai medesimi obiettivi, ma solo posizione femminile soggiacente, “donne ligie” il cui unico sforzo consiste “nel cercare un posto su questa Terra”, come se lo stare sotto fosse da identificare nel femminile, facendo erroneamente coincidere ciò che è femminile con il desiderio dell’altro. Dunque, rimescolare le carte per proporre un’alternativa. Senza negare quell’intima diversità che è alla base del desiderio e del processo di attrazione erotica. “Uomini e donne hanno sessualità e corpi diversi, e di conseguenza diversi sono anche la sensibilità, la sensualità e il rapporto di ciascuno con il resto del mondo”: questo significa distinguere la disparità dalla diversità. Con l’ulteriore puntello di una più profonda distinzione che, superando la ripartizione tra generi, involge l’intimità dell’individuo.

Dal sentire al pensiero, allora, attraverso delle sollecitazioni che non prescindono mai dalla materia, in un’estrema coerenza rispetto al rifiuto di un approccio esclusivamente estetico alla conoscenza, persino alla letteratura. La psicologia dei personaggi è la derivazione della situazione concreta che, sola, si staglia nel campo visivo dell’autore a fornire la complessità del dramma del reale di fronte alla “paura di deformare l’esperienza, di oscurarla attraverso l’intervento misterioso di una realtà puramente interiore”, di fronte al rischio che la parola non sia capace di contenere ciò che si è vissuto. Materia che, congiunta alla metafisica, restituisce il senso possibile di un’etica: non tanto qui il sentire, quanto l’interrogarsi sulle cose e l’esistente, sull’identità propria e sulle alternative, in funzione della ricerca della libertà a cui si approda anche investendo esclusivamente il piano specifico letterario. Il processo di conoscenza che la letteratura offre non è solo sul piano del lettore che ne scorge l’influenza nel suo personale muoversi nel mondo per effetto di indagini e parallelismi, ma anche sul piano di chi scrive perché “una verità altra diventa mia senza smettere di essere altra”, “abdico al mio «io» in favore di chi parla, e ciononostante resto me stessa”. In entrambi i casi, la letteratura avrà il potere di conciliare ciò che nell’esperienza umana non lo è, superando anche le fragilità, il tempo, la fine delle cose, la disgregazione, in un anfratto in cui l’eternità si affaccia, nella resa alla contraddizione umana.

Decisamente orientata verso l’intimità e la psicologia, non solo femminile, è la narrazione condotta da un’Anaïs Nin agli esordi nella raccolta di racconti edita, anch’essa abbastanza di recente, da La Tartaruga (“Spreco di eternità e altri racconti”, trad. di Stefania Forlani e Valeria Gorla). Dunque, attenzione spostata su un piano altro, non per questo meno interessante. Nell’introduzione di Allison Pease, si evidenzia l’assenza di una dimensione corporale: manca a questi racconti la maturità dell’esperienza fisica in grado di connotarli con maggiore definizione, ragione per cui finiscono per essere la migliore testimonianza di una fase transitoria del percorso e di vita e di scrittura dell’autrice. Ora è proprio questa una delle formidabili chiavi di lettura del testo, qualcosa che rimarrà profondamente nell’immaginario di Anaïs Nin anche dopo l’esplorazione del suo corpo attraverso il dato esperienziale, anche quando, più matura, avrà avuto accesso a un piano di conoscenza chiaramente diverso. Non è la realtà che qui interessa e trova spazio, ma quel conglomerato di dettagli che rappresentano l’incipit dello scardinamento del vero, lo stimolo di un viaggio intimo dentro i propri desideri e l’oscurità contraddittoria della natura umana, qui indagata assai bene, nonostante la giovane età, punto di fuga dove trovano rifugio le ambigue ostilità scacciate via dalla luce del giorno. Domina nell’allontanamento dal vero l’approccio surreale a una conoscenza altra dove si dismettono confini, identità e certezze verso un naufragio che è garanzia di perdita senza prospettive di ritrovamento. Si tratta talvolta di un approccio funzionale al viaggio quale ricerca di un mondo che sia a misura propria. Dunque, quasi una fuga dall’insoddisfazione di un piano reale in cui fatica a trovare posto la propria filosofia in un’accezione identitaria di diversità dal resto del mondo, perché è più forte l’impulso di procedere controvento, di nuotare lontano, quando intorno tutto si svuota di senso e non resta che la letteratura a offrire non la soluzione, non la chiave di lettura dell’universo e dell’esistenza, ma l’opportunità di crearsene una propria, in un cammino ostinato verso di Sé che richiama alla mente alcuni dei passaggi del pensiero di Simone De Beauvoir.

Ci sono donne che seducono e che, pur sapendolo, lo portano in luce nel riconoscimento che passa dal corpo sentito come “altro”, ci sono madri e figlie che si inseguono e si distanziano nella relazione con il medesimo maschile, rivelando circuiti chiusi e strappi alla regola per farli saltare, in una rincorsa frenetica verso libertà possibili e principio di amore, ci sono miracoli destinati a non compiersi perché siamo noi per primi a tradirne le istanze, ci sono danze intime e profumi che rievocano desideri vissuti e poi segregati, donne che temono di esserlo e uomini che fuggono dalla realizzazione dei loro sogni, in un’incompiutezza che preserva illusoriamente dalla fine di quello che nasce, ci sono ricette alchemiche di scrittura e autobus che conducono verso un altro mondo, donne che distruggono il proprio ideale di sé nello sguardo di un uomo e indirettamente gliene offrono un altro in una continuità circolare in cui solo le prime sanno stare, ci sono segnali dietro cui neghiamo le nostre responsabilità e ospiti inattesi. Tutto si uniforma alla luce di una visione dell’esistenza e del desiderio che si ferma un attimo prima del compimento e contiene, pertanto, in potenza tutte le vie percorribili con la propria mente, anche quando il racconto si spinge temporalmente oltre, laddove l’evento, un evento, si è compiuto. È nell’atto prima l’interesse, nella costruzione onirica, nella riflessione, nel distacco surreale che supera il vero e si accorda al desiderio generando una delle componenti dell’eros femminile. Quasi una visione preadolescenziale che inizia timidamente l’esplorazione di sé e del mondo. Entrambi i testi forniscono, seppure in forme differenti, il tracciato di una ricerca, l’uscita da un’identità di genere verso altro. Che sia un modello di femminile o l’oscuro inesplorato è la biforcazione offerta. All’origine una comune premessa: sentire.

Mindy

“Il cannocchiale del tenente Dumont”: in viaggio verso il mare.

“Il cannocchiale del tenente Dumont”, edito da L’Orma, giunge su Ork con un lieve ritardo rispetto ai tempi prefigurati da chi scrive in relazione alle previsioni che si sarebbero potute formulare al principio del viaggio, poggiandone l’impalcatura sulla conoscenza del suo autore, Marino Magliani, e della sua scrittura. La quasi uniformità dei giudizi sul conto di questa ultima creatura dello scrittore ligure mi aveva illuso, esclusivamente per un mio personale processo di facile assimilazione e conseguente approccio di lettura, a credere che, seppure nella connotazione di un romanzo storico, vi avrei trovato un’immediatezza che, pur nella costruzione di un pensiero articolato, raggiunge senza intoppi l’anima di chi legge. È la scrittura di Magliani. Si trattava di una falsa prospettiva e nulla di ciò che era prevedibile è accaduto da una serie di punti di visuale, uno dei quali coincide con la non uniformità della narrazione, parzialmente determinata dal genere con cui l’autore sceglie di raccontare una storia che è oltre la Storia. Lo fa dando voce alle fonti, alla testimonianza diretta di chi è in grado di raccontarla, allo scambio epistolare, a tutto ciò che sia funzionale alla formulazione di un pensiero libero, più che di un giudizio storico, ad opera di chi, leggendo il romanzo, si fa potenziale elemento terzo e imparziale di una vicenda di diserzione e sceglie, indotto, più che dalla coscienza della natura di fiction dell’oggetto narrato, dal processo complesso entro cui si sviluppa la trama, a lasciare un margine fuori dalla categoria classificatoria di bene e di male o, meglio, inerendo la faccenda anche al piano storico, di ciò che è giusto e ciò che non lo è. In qualche modo, l’inganno, e una prima fonte di illusione, è credere che tutto si risolva nella Storia, nell’appartenenza della vicenda a un tempo dalle coordinate apparentemente definite: 1800, campagna d’Egitto conclusasi con la disfatta di Napoleone Bonaparte e, dentro, tre vite che se ne allontanano in un percorso anomalo, di ricerca, fuori da ogni logica di successo e potere. Non solo la Storia si fa ambigua raccontando qualcosa di non tracciabile agevolmente attraverso il decorso degli eventi, ma addirittura nel suo contraddittorio incedere qualcuno decide di uscirne. Sconfitto, Napoleone Bonaparte consolida, in un formale paradosso, la sua fama, ma assiste parallelamente al fenomeno di chi, in quelle terre così lontane dalla luce della ragione, abbandona il suo esercito cercando altre vie.

Non è in gioco la sopravvivenza nell’attimo che precede la diserzione, ma è la conoscenza il punto che muove e sfalda, che allontana e fa viaggiare oltre ogni limite consentito dalla legge. Ed è proprio la notizia dell’elevato numero di defezioni registrate in Egitto il motore formale del romanzo, l’origine della ricerca della ragione che ne è alla base. Dunque, un fenomeno diffuso, seppur di minoranza, di portata più ampia rispetto alla specificità delle vite singole che verranno concretamente seguite nello sviluppo della narrazione e grazie alle quali il libro di Magliani si apre ai margini della Storia, quegli spazi in cui la via principale devia e racconta tutto ciò che non è stato per un gioco non riuscito di equilibri e percentuali. L’attenzione si sposta, segue un filo che non è stato tracciato dai canali ufficiali, si insinua nelle vite e nelle testimonianze di chi si risolve a cercarsi fuori dagli onori della politica e della cronaca di un tempo che si fa più veloce e breve. Sono il capitano Philippe Lemoine , il tenente Gerard Henri Dumont e il soldato basco Urruti la rappresentazione di quella singolarità in cui necessariamente deve svilupparsi la minoranza cara a Magliani perché possa, attraverso il romanzo, essere rivestita di quella dignità che non è lo scarto della colpa della fuga, ma il punto oltre ogni certezza, quello senza il quale le singole storie rimarrebbero solitudini ferme e silenziose. Lo esplicita abbastanza chiaramente un passaggio: “Il disertore, senza saperlo, lavora fino alla fine a qualcosa di impossibile, non c’è in effetti un sogno, niente potrebbe avverarsi, se non che si sta già facendo. Il sogno è non saperlo, la negazione di un destino segnato […]”.

Dunque, non un desiderio, “qualcosa di buono che verrà”, citando un ligure del nostro cantautorato, né uno sbandare perché “disertare è qualcosa che non finisce, diventa una missione, una carriera”, piuttosto un sogno che acquisisce la forza di un movimento, di un agire, al di fuori degli ordini, della legge, della Storia, fuori dai compromessi, dalle vittorie e dalle disfatte, lontani dal bianco e dal nero, vicini al rosso del sangue delle ferite e degli amori incompiuti lasciati in eruzione, in un’etica che si compone di una materialità proletaria, di vicinanza di corpi, di assaggi di vite che si sfiorano e generano energia, lì dove tutto volge in un senso diverso da chi la Storia la sta scrivendo. Magliani non si limita, però, a compiere questo viaggio attraverso questa sorta di scomposizione del processo storico mediante il recupero delle singolarità di chi, in qualche modo, si assume il rischio e la responsabilità di non essere agli occhi del mondo e di chi lo farà in futuro, quel mondo, ma, inserendo lo strumento dell’indagine, finisce per insinuare abilmente nelle pagine l’elemento inquisitorio a cui si oppone la ricerca di una verità possibile, oltre ogni assolutismo. Non è un caso che le carte attraverso cui il lettore può ricostruire la storia siano anche quelle di chi insegue i tre disertori nell’idea che a generare “l’abbandono dei ranghi avesse contribuito una sostanza estratta da piante angiosperme dell’ordine Urticales”, quella sostanza più comunemente nota come hascich, in un completamento di parti processuali in cui potrebbe risolversi una delle molteplici letture del romanzo.

Se la missione del dottor Johan Cornelius Zomer è prevalentemente quella di argomentare adeguatamente la tesi dell’abbandono facendola coincidere con l’abuso di quella sostanza, si potrebbe senza sforzi sostenere che egli sia la perfetta incarnazione di un ruolo di pubblica accusa inserito in un processo potenziale dentro cui ciascun lettore è chiamato a entrare quale giudice terzo e imparziale senza che, al termine del gioco, abbia voglia di assolvere o condannare, scomponendosi la Storia in micro-particelle in movimento e spesso ambiguamente e umanamente rivolte in più direzioni, senza uniformità di esito. Dove sia la verità non è dato esattamente saperlo. Più semplice collocare le vite dei tre nel percorso che dall’Egitto li conduce in Italia, nell’attraversamento di una porzione del nostro Paese, lì dove, centralmente, il romanzo esplode in tutta la sua forza, rivelando al pubblico dei lettori, molto di più che altrove, l’anima profondamente ligure dello scrittore e consentendoci di spiegare ora ritardi e stupori di questo nostro viaggio. In un rapido confronto con un lettore, questi sosteneva che il romanzo edito da L’Orma si legge d’un fiato e se ne arriva alla fine con la malinconia di una perdita. Nel rispetto doveroso della dignità di ciascun viaggio, qui non è stato così: fortemente strutturato e corazzato in tutta la sua prima parte, il romanzo di Magliani pare essere la traduzione perfetta della morfologia e, forse, dell’anima che abita la Liguria, terra che incute timore e genera piacere in un contraddittorio avvicendarsi di colori. Oscura e verdeggiante, produce vita sui pendii e digrada verso il mare senza lasciare il tempo di un intermezzo. Chiusa, si apre a chi non si ferma al buio, ma lo attraversa senza aspettative che non siano ciò che si pone poco oltre ogni passo in una via rusticana, ruvida e vera. Quasi inospitale il romanzo alle prime battute, anche nella lingua che si fa scarna, essenziale, illuminata dalla ragione, costruita in un incastro talmente perfetto da destare fastidio, senso di chiuso, oppressione, bisogno di libertà, lungo un percorso in cui la lingua, senza che ne sia lucida coscienza, conduce nell’anima del viaggio dei tre disertori in cerca di un loro posto nel mondo.

“Angelus ligure”, matita, carboncino e fusaggine su carta, Mork.

Non serve fuggire, non vale abbandonare il libro, la sconfitta sarebbe scontata e tutto rimarrebbe incompiuto. Non è la fuga la via dei tre, è la visuale che va cambiata e la fuga è solo il giudizio della Storia. Se a loro spetta il compito di agire il sogno, a noi quello di superare claustrofobiche sensazioni di viaggio, perché una terra promessa esiste, forse per poco, per un istante, forse troppo tardi per costruire qualcosa, ma esiste. È il centro del romanzo, è la Liguria di Magliani, è il nostro corpo che si adatta ai luoghi, che interagisce con essi, che dialoga in una comunione di spiriti che involge la gente, il mondo animale e vegetale e celebra un’armonia possibile fuori da ogni logica di successo e fama, di potere e manipolazione. È la centralità di ogni cosa, dove anche la lingua si apre e cede alla bellezza, concedendo a chi non si è fermato, a chi non è fuggito l’adeguata ricompensa, senza che questo implichi una divaricazione, cioè una risposta antitetica alla prima parte. Tutto è in un equilibrio composito perfettamente reso dalla voce unica che si staglia dietro a ogni testimonianza, una voce che unisce ragione ed empatia, che cerca la vita a tal punto da guardarla con rimpianto a ogni passaggio verso il futuro che la Storia e la vita impongono, che vira verso il giudizio, ma si ferma nell’attimo prima dell’indulgenza che ha qualcosa della laicità del Cristo. La lingua non diventa quello che non è nella prima parte, più semplicemente si priva di coperture senza più alcuna utilità, si sveste di ogni divisa e si apre alle storie del popolo e alla bellezza nostalgica del paesaggio ligure, alla ricerca del mare, il mare che in Liguria, anche se non lo vedi, c’è, “incollato alle foglie delle palme, alle pietre”: “il mare che li ha fatti bisticciare ogni giorno ora erode la baia e mette a tacere”. Sebbene tutto questo movimento accada per incastro delle vicende dei tre disertori, è il tenente Dumont a essere lo sguardo principe, insieme al suo cannocchiale, il piccolo Gerard Henri che apprende dal padre che il mare è esattamente nel punto opposto rispetto a quello in cui lo crediamo, è la nostra pupilla, “il mare verticale”.

Recita un passaggio: “Guardare è un compito che non si esaurisce, trasforma le cose, come in un delirio, un picco di pietra scura diventa subito un guardiano gigante, e domina, divide il cielo, crolla e si rialza”. Sono le nostre paure, i nostri sogni a direzionare lo sguardo, a rendere possibile ciò che un attimo prima non lo era o a mandarci in confusione perché “ciò che non è a fuoco nelle nostre pupille lo può essere per il resto del mondo”, contrariamente a ciò che è in Natura e si fa chiaro universalmente. L’ambiguità della Storia si dipana nella centralità del romanzo nell’unica verità possibile che è la Natura medesima, dove lo sguardo attento rivela le minuzie di un’armonia perfetta provando a seguire la quale, forse, esiste un posto riservatoci, esattamente dove il sogno lascia gli allori, non si gonfia di quello che non c’è, non necessita di incentivi esterni alteranti. È solo un piccolo spazio, la luce del Mediterraneo, una sottile lingua di Terra, dove siamo nati e dove moriremo.

Mindy

Il cannocchiale del tenente Dumont: ultimo viaggio prima della pausa estiva.

«La fonte ammetterà che non ci credeva più, un’immensa collina tagliata alla sua base, il blu azzurrite come lo sono le volte di certe chiese ferite dalla Rivoluzione: l’impressione che ha chi scappa e sbanda, alzando la polvere, è di essere giunti alla fine e girato l’angolo di trovare l’impalcatura del patibolo. Sembra impossibile non si vedesse da ovunque, i giorni scorsi, mentre ora non finisce più di esserci. Il mare che li ha fatti bisticciare ogni giorno ora erode la baia e mette a tacere.» (Marino Magliani, “Il cannocchiale del tenente Dumont”, L’orma editore)

Certi libri ti sfidano. In una ostile apparenza raccontano uno spirito. Una durezza e uno scoglio da superare. Sì, certo, la Storia, ma anche tutte quelle intime e singolari nella prima contenute. Storie di uomini che escono dal grande flusso collettivo e tracciano un senso fuori da ogni logica di potere. In un angolo di Terra in cui esplode tutta la bellezza e la scrittura si apre in una insolita musicalità che, interrotta nel culmine da una cesura, narra di uno sguardo che per trovarsi deve perdersi. Sarà l’ultimo, il terzo viaggio di Ork, prima della pausa estiva.

Storie di donne in viaggio: vuoto e ricerca.

“Cosa mi dice di sua madre?”: è accaduto spesso nel mio lungo percorso terapeutico che mi sia sentita porre questo quesito dall’analista di turno, nel punto zero del contesto iniziale, laddove si prova a tracciare la definizione sommaria di un accenno di sagoma umana. Quasi un flusso ininterrotto la mia iniziale comunicazione, senza pause del respiro in cui lasciare entrare dubbi, ammettere cedimenti, aprire crepe, allo scopo fraudolento di celare il punto, la fatica di raggiungerlo o anche solo di circumnavigarlo, come se, evitando lo scoglio, la navigazione potesse procedere con la garanzia di una stabilità altrimenti di consistenza esclusivamente utopica. Ogni storia femminile passa necessariamente dal mistero materno che ci mette al mondo con più o meno rispetto della nostra conformazione, laddove la nitidezza dell’identità della creatura generata è inversamente proporzionale al carico di aspettative, alla mole di desideri mancati e all’istinto protettivo dalla cattiveria del mondo dentro cui è racchiusa, in forme più o meno squisitamente patologiche, la complessa posizione di chi ci tiene in grembo per un tempo che pare troppo lungo: tale per cui non riusciamo ad essere concepiti quasi mai lungo un tracciato che sappia di linea continua, senza interruzioni, ma con un soffio esterno che ne conferisce autonomia esistenziale, originata dal taglio da sé. Non ha bisogno del flusso ininterrotto, né di nascondigli o di atti fraudolenti, Annie Ernaux nell’ultima composizione identitaria offerta da “La donna gelata” (traduzione di Lorenzo Flabbi, L’Orma editore) alla quale riesce, con egregia e mai ripetitiva sistematicità, a dare vita.

Questo perché l’autrice francese ha dalla sua una modalità di approccio alla narrazione che, pur mantenendosi costante nel tempo e rifuggendo dalla nevrosi compulsiva dello scioglimento “in diretta” di un trauma, si rivela assolutamente personale: è la ricchezza complessa il suo tratto distintivo, quella che si ricava da una variegata composizione di elementi che, se non fossero collocati nella magnificenza dell’universo femminile, sarebbero contraddittori e fuori da ogni logica umana (qui, degli uomini in senso stretto). La scrittura della Ernaux, i cui libri sono delle forme vivisezionate di brandelli di vita, ogni volta dal taglio e dall’angolatura differenti, possiede l’apparenza semplice di certi scritti di Simone De Beauvoir che aveva a cuore la liberazione femminile almeno tanto quanto lei, con tutte le implicazioni, anche dal lato della gradazione dell’irruenza della trattazione, legate ai differenti periodi storici in cui le due sono vissute. Mentre, però, la prima, in ordine temporale di nascita, già nell’esplicazione di certi ritratti femminili inserisce le chiavi di accesso al loro, al nostro mistero, operando un’insolita semplificazione del “buco nero” in cui è il senso di una parte del nostro stare al mondo, attraverso la capacità di condurci nel loro modo di percorrerlo, la Ernaux compie qualche insospettata acrobazia: racconta l’accadimento, lo priva di ogni orpello, quasi lo scarnifica fino all’esasperazione, dando l’impressione di desertificare.

Ora è proprio lì, in quell’istante in cui la conoscenza parrebbe limitata a quello che la realtà è in grado di ammettere di fronte all’occhio umano, che nasce il mistero femminile, il capovolgimento inaspettato della visuale, l’erotismo sospeso che si nutre della materia, eppure se ne distanzia nel sogno con cui infarciamo egregiamente le attese, le mancanze delle attese, il desiderio prossimo a venire. Ed è esattamente laddove tutto appare chiaro che inizia il buco nero, quello che sfugge allo sguardo, il mondo sotterraneo in cui non siamo nelle forme ordinarie, ma schegge di un caos che genera, che trasforma, che sposta l’ordine tranquillizzante delle cose, che sovverte la pianificazione terrena, che spinge verso il desiderio non ancora realizzato, che produce il moto di rivoluzione dei pianeti maschili dimentichi del piano sovversivo dell’universo, quello da cui tutto ha avuto origine e di cui siamo parte nel potere che ci è dato di portare la vita (“E poi che fatica tremenda coltivare il mistero femminile, mi pare quasi non lasci il tempo di dedicarsi ad altro.”). L’approdo al capovolgimento è la storia di questa ultima creatura della scrittrice francese ed è un approdo che parte da una ripartizione matematica, ma differente dallo standard, dei ruoli familiari: da un canto, una madre non taciuta, al contrario “una presenza costante, serena e affidabile”, una donna combattiva e forte, “la forza e la tempesta”, “la bellezza, la curiosità per il mondo”, “l’apripista sulla strada verso il futuro” da cui imparare a non avere paura di niente e di nessuno; dall’altra, un padre che, “dolce e trasognato”, facile a rabbuiarsi, miglior custode della casa, si occupa del giardino e “conosce un’infinità di barzellette”.

La matematica, però, non aiuta a stare felicemente al mondo, eppure insegna la concretezza della possibilità che si possa farlo fuori dalla modalità accolta dalla media di chi ci passa vicino: questo scopre Annie nel confronto con la piccola realtà di un paese perso dietro alle urgenze della fame post-bellica dove non c’è spazio per un sogno diverso, non c’è occupazione fertile ammessa per un’idea diversa di femminile e di ruoli dentro l’unica forma concepibile di amore che finisce nelle griglie composite del matrimonio. Se intorno la verità si impone, per effetto di leggi statistiche, nel rigore canonico della consuetudine, esiste quella piccolissima percentuale in cui una donna può essere forte e un uomo dolce e che scardina le certezze fornendo le premesse per la costruzione di un’alternativa possibile, in cui esercitare il diritto di essere donna fuori dallo sguardo limitato dagli steccati mentali, sociali e religiosi imposti dalla Storia prima del loro superamento, oltre che fuori dal gelo materno che difende, nel rigore di uno schema e nel freddo metallico di un’armatura che ne segue la funzionalità, la fatica di essere madri diverse, ma non per questo meno madri. È il confronto con le aspettative altrui che separa la giovane Annie dall’essere donna (“Sono responsabile soltanto di me e del mio futuro. Questo pensiero talvolta – di rado – mi atterrisce. Mi dico che sarebbe molto più facile compiacere gli altri pelando verdure, mostrandomi affettuosa con tutti, piuttosto che sudare sui libri di scuola senza sgarrare. Ma, appunto, non ci penso quasi mai.”) e, dunque, dall’approdo finale, parzialmente finale di questa recente pubblicazione: non solo la coscienza di non volere essere in una forma dentro cui le altre paiono trovare il loro spazio di felicità, se non addirittura un senso allo stare al mondo, nel rispetto, dal passo rigorosamente cadenzato, delle tappe delle illusorie conquiste femminili che si esauriscono nella presenza maschile a cui affidare il proprio mantenimento e per cui rinunciare alla realizzazione personale, ma anche il concepimento, nella propria crescita, di un desiderio maschile e la fatica di una propria collocazione dentro di esso e rispetto a cui un materno forte e ribelle di riferimento scompagina le carte, confonde, spiazza, irrigidisce, moltiplica paure, nonostante gli intenti di partenza, talvolta arresta il processo di ingresso nell’età adulta, dilata il tempo in cui aggrapparsi all’infanzia (“Per quanto mi sforzi di ricordare, durante l’infanzia non c’è nulla che sia davvero riuscito a scioccarmi, nulla che mi abbia lasciato un senso di ansia o disgusto.”).

Il mondo dei maschi, così poco conosciuto, si mantiene per lungo tempo “un sogno intermittente, una promessa di felicità”, “né ombra né luce assoluta”: un insondabile mistero almeno quanto il suo, dove essere donna si confonde, almeno nell’esperienza tragica e necessaria del matrimonio, nello sforzo di essere l’incarnazione del desiderio dell’altro, come se, faticando a riconoscere dignità alla propria femminilità, non ci fosse altro modo di esistere se non quello di essere visti dall’altro e nelle specifiche forme volute dall’altro, fino a un’evidente disappartenenza alle medesime (“Ho bisogno dei ragazzi, ma per potergli piacere dovrei diventare davvero dolce e adorabile, dargli sempre ragione, usare le «armi femminili. Uccidere quel che ancora sopravvive, l’amore per la conquista, la voglia di essere davvero me stessa. O questo o la solitudine.”). È dalla fuoriuscita dalle griglie del desiderio altrui che l’approdo si fa più vicino, non perché lì esso abbia inizio, ma perché è in quel taglio che sorge il riconoscimento dignitario del nostro desiderio e di un piacere originatosi negli angoli ribelli della sonnolenza turbolenta dell’ultima estate da bambini: l’insegnamento, il suo grande sogno, l’altro lato della maternità, tutto quello che il tempo ci nega e che ci riprendiamo con la forza, e questa volta senza dubbi di collocazione, con cui non rinunciamo a noi stesse, diventano strade da percorrere, scelte di vita, direzioni ostinate di ricerca.

Siamo noi che ci liberiamo, noi che sbagliamo, percorriamo strade tortuose per arrivare ad essere donne con un proprio desiderio, poi da condividere con chi saprà riconoscerlo e rispettarlo e, ancor prima, bambine senza testa, che, inseguendo la ciclicità degli eventi, portiamo allo scoperto il male sommerso, lo liberiamo dai rifugi dentro cui si cela al mondo e a noi stesse, lo vediamo, lasciamo che prenda il posto da cui non potrà fare più male, che si confonda con ciò che gli è simile e proprio. Non sarà il nostro mistero ad accoglierlo, ma sarà la sua ricollocazione dentro un sistema di intima giustizia ad essere un tassello in più della nostra ricerca e della liberazione che incomincia tutte le volte in cui, cerchio in mano, senza testa e un tam tam nel petto, ci allontaniamo dalle nostre dimore per provare a noi stesse chi siamo. Lo racconta brevissimamente, ma in una forma magistralmente rarefatta, come il sogno d’infanzia in cui ha origine la danza nel mondo di noi donne e del quale serbiamo una traccia onirica, Matteo Gubellini in un albo autoprodotto (Scomodincanti autoproduzioni) dal titolo “Rurale”. Noi spettatori delle vite altrui vediamo quello che manca, vediamo la testa che non c’è, il gelo che ricopre di rigore le fragilità di certe esistenze: il cuore è dove non lo immaginiamo, nel suono del petto che ci guida, nelle forme di amore che riusciamo a concederci oltre le nostre paure. Nel mistero dell’assenza e della ricerca.

Mindy

Una donna gelata e una bimba senza testa: storie al femminile presto su Ork.

«Per essere felici le bambine devono dire tutto, essere trasparenti. Pazienza. Io, per me, sento che è meglio nascondermi, incline a credere che questo mi avrebbe salvata, tenere nascosto ciò che era basso, i desideri, le cattiverie, un fondo nero e solido. Per lo stesso meccanismo difensivo, avevo una fifa blu che mi apparisse la Vergine Maria, dopodiché sarei stata costretta a essere una santa e non ci tenevo affatto.» (Annie Ernaux, “La donna gelata”, trad. Lorenzo Flabbi, L’orma editore)

I libri della Ernaux sono sempre pezzi di vita che scorrono rapidi, come tutto quello che abbiamo vissuto e siamo riusciti a collocare nel benedetto caos femminile delle nostre esistenze, partono da un campo totale che si restringe con velocità crescente fino a urtare contro pezzi da cui esplode il lato riverso delle cose. Ci piace fermare l’attimo lì: dove siamo tutto e il suo opposto. E ci piace pensare di poterlo dilatare in un viaggio possibile insieme a una bambina senza testa (Scomodincanti autoproduzioni). A breve su Ork.

Cesare Pavese: malinconia di un desiderio.

Ork ha deciso di procedere in duplice direzione, come abbiamo già ampiamente specificato, ha scelto, cioè, di costituire il punto emerso di confluenza di due filoni che ci è parso di scorgere nelle letture che hanno finito per imporsi alla nostra attenzione. Da un canto, quei libri che, coerentemente allo spirito del nostro pianeta (sin dagli esordi), contengono un nucleo di bellezza – che sia nello stile, nella struttura narrativa, nell’universalità della voce, poco importa – di tale impatto da non poterci lasciare indifferenti e che, investendoci, ci porta con sé. Sono belli, possono resistere all’inesorabilità del tempo che passa, ci rapiscono perché parlano anche e ancora di noi e, facendolo, travalicano il presente, lo superano, non temono barriere. Potenziali classici, potremmo dire nell’accezione fornita da Calvino. Dall’altro, ci sono quelle pubblicazioni che parlano più esplicitamente a questo presente: lo fanno con forme ibride di narrazione, con qualcosa di dirompente che innova, spiazza, si fa concreta trasposizione letteraria della stranezza di questo tempo al cui processo di identificazione ha dato il suo argomentato contributo Didino attraverso il suo “Essere senza casa” (minimum fax editore). Palesemente nel primo filone rientra l’illustre ospite di oggi in due recenti pubblicazioni che ne tracciano l’aspetto intimo già noto, apportando qualche non trascurabile elemento di novità: si tratta di Cesare Pavese, quello più conosciuto de “La Luna e i falò”, oggi edito nella veste di una riuscita graphic novel da Tunué, con la complicità di Marino Magliani e di Marco D’Aponte, ma anche quello, sospeso tra desiderio e caduta, delle lettere scritte tra il 1924 e il 1936, pubblicate da L’Orma e dal titolo “Non ci capisco niente” (Lettere dagli esordi), a cura di Federico Musardo.

Delle peculiarità del mondo e della poetica di Pavese hanno scritto altri, molto e di gran lunga meglio di quanto potremmo fare noi, autorizzandoci a riservargli lo spazio che si merita, ma noi qui vogliamo prenderci il diritto di dargli ingresso per certi versi autonomo, svincolato dalla critica e dal pensiero consolidatosi su quella che è stata una figura essenziale della Letteratura del nostro ‘900. L’ingresso ci piace attualizzarlo e, in un apparente paradosso, ci serviamo del mito, quell’aspetto dello sguardo di Pavese che evidenzia a ragion veduta Marta Barone nella prefazione al volume edito da Tunué, laddove citando lo scrittore piemontese in una lettera rivolta a Fernanda Pivano, scrive: “Ho capito le Georgiche. Le quali non sono belle perché descrivono con sentimento la vita dei campi, ma bensì perché intridono tutta la campagna in segrete realtà mitiche, vanno al di là della parvenza”. Dunque, la necessità del mito attraverso cui donare un’Anima ai paesaggi, ai luoghi di un tempo definitivamente perduto, poiché è lo sguardo che supera l’immutabilità della miseria degli uomini che vivono nei campi, nell’idea, assai poco seguita dall’editoria attuale, che la letteratura abbia il potere non di non essere innocua, come ha detto recentemente qualcuno, quasi si trattasse di dirigere dall’alto un’orchestra persa nel caos senza vita dell’altrui ignoranza (cioè la nostra, di lettori), ma di generare gli scenari possibili che la realtà contiene dentro di sé, in potenza.

È proprio questa l’attualità della voce di Pavese, ma anche il nucleo di bellezza de “La luna e i falò” che ne offre le garanzie di resistenza al tempo che passa. Per quanto il merito della trama abbia il valore di una ricostruzione storica – fedele alla complessa realtà dei fatti che investirono anche la parte buona e resistente del Paese – del mutamento politico, economico e sociale dell’Italia, ma anche in parte dell’America letta secondo i canoni offerti dal proprio passato (“Anche l’America finisce in mare”), al termine della Seconda Guerra Mondiale, è lo sguardo la chiave di tutto, esattamente quello che manca oggi. Il punto su cui Pavese proustianamente insiste è la discrasia tra l’immobilismo in cui si ferma il paese in cui è nato, lo scenario delle sue origini e la vita che spietatamente va avanti, senza alcuna clemenza, che impone di crescere, di diventare adulti per non soccombere alla tragedia dell’inganno in cui essa consiste (“Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire, ritrovare la Mora com’era adesso”; “non bisogna invecchiare né conoscere il mondo”).

Scrive Natalia Ginzburg: “Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino all’ultimo visse così. Ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo”. Cosa gli aveva impedito di “conquistare la realtà quotidiana”, di cedere alle regole a cui soggiacciono tutti se non un amore profondo per la vita, il rammarico di un tradimento a cui non c’è rimedio, la coscienza della spinta verso il mondo che la letteratura concede, venata della malinconia di un sogno perduto nella constatazione che il reale non muta di fronte al desiderio e dello svuotamento di senso delle cose dell’esistente al di fuori del margine offerto dal piano letterario? Ciò che conferisce sostanza a quest’ultimo, generando la poetica di Pavese, è esattamente ciò che conduce alla sua morte, in un dialogo parossistico, ma silente, tra i due poli in cui l’umano si muove. Recita un passaggio: “C’era di nuovo che adesso lo sapevo, e quel tempo era passato”.

“La luna e i falò”, Marino Magliani e Marco D’Aponte, Tunué.

Dunque, la coscienza, lo sguardo cosciente che si infrange contro ciò che diventa passato per effetto di un cambiamento che si compie inesorabilmente in chi guarda. Non basta “cercare di vedere qualcosa che hai già visto”, non basta se gli occhi non sono più quelli di un tempo, se torni al paese da “troppo lontano”, se “il mondo ti ha cambiato”. La versione illustrata edita da Tunué traduce sul piano grafico l’inconciliabilità del presente di chi narra, di Anguilla, il “bastardo” cresciuto in una famiglia di “miserabili”, lasciato al mondo da chi dopo avercelo portato sparisce e che torna nelle Langhe dopo la Liberazione, con il suo passato: un’inconciliabilità che passa dal mutamento della visione delle cose e che Marco D’Aponte rende capovolgendo il canone tradizionale della scelta cromatica, spegnendo il presente da cui il protagonista si racconta nella nudità di un tempo scarno, senza tensione, e accendendo di colori il suo passato nello svolgersi dei ricordi condivisi con il vecchio compagno Nuto o, più solitariamente, con se stesso. Ed è il colore che riprende l’altro tema caro alla narrazione di Pavese, quell’oltre le colline a cui va incontro il protagonista, la luna onnipresente, l’inspiegabile nella superstizione benefica, l’irrompere dell’irrazionale contro la certezza delle stagioni, il fuoco di un desiderio che mette in moto gli ingranaggi delle nostre esistenze, la madre che manca, l’accoglienza delle donne, l’amore fuori dal bisogno: il rosso che congiunge la luna e i falò, la fine e l’inizio, come ritualità vuole, nella notte di S. Giovanni, il passato al presente laddove quest’ultimo si carica ancora di tensione verso la vita o verso la sua fine, i poli opposti entro cui si anima l’uomo di un vano libero arbitrio (“Il sangue è rosso dappertutto”).

La storia di Anguilla diventa quella di tutti noi che lasciamo il paese che ci ha visti nascere, “con la rabbia di non essere nessuno” e “la smania di tornare” non più da “morti di fame”, per poi scoprire che “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”, noi che speriamo che “di là dalle colline ci sia un paese più bello e più ricco”, è quella di Pavese nella perfetta ed esplicita sovrapposizione di piani in cui D’Aponte rivela la componente autobiografica dell’autore inserendo nella graphic novel un terzo piano che scivola in quello del presente rendendo la disillusione di Anguilla il silenzio urlato da Pavese nello scoppio del fuoco che travolge i luoghi di infanzia di Anguilla, ma che apre anche, pur nella violenza, una via di fuga dall’immobilismo del paese al piccolo Cinto, il figlio mai avuto in una paternità in fondo volutamente scansata, l’opportunità non scelta di dare alle cose una svolta diversa dal loro ripetersi eterno. Il nucleo di questa versione del romanzo di Pavese è tutto nella sintonia tra la cura espressiva e l’attenzione verbale di Magliani nel non tradirlo e la resa illustrativa di D’Aponte che mette in scena la bellezza paesaggistica delle Langhe quasi personificandola, lungo un percorso di estrema coerenza agli umori del grande scrittore piemontese.

L’altro Pavese, quello che ci consegna il carteggio pubblicato in questi giorni da L’Orma, è complementare all’altro, come se fornisse qualche indizio in merito alla fine che Magliani e D’Aponte inseriscono esplicitamente nel loro volume, interpretando la narrazione de “La luna e i falò” quale fermo immagine su di un presente che si raccoglie nella celebrazione di un passato lungo una scelta tonale moderata, salvo l’esplosione del carminio che rivela e anticipa la tragedia o l’unica uscita dalle scene che un uomo come Pavese potesse ammettere. La conferma è nella vita, anche nella porzione biografica leggibile nella dimensione quasi in forma di opuscolo spedibile che L’Orma ha dato in stampa. Sono lettere agli amici artisti, Mario Sturani e Tullio Pinelli, al professore Augusto Monti che lo inizierà all’amore per la letteratura, sono lettere che tradiscono la complessità e il rigore di Pavese, il concetto della creazione artistica quale summa di fallimento e aspirazione all’alto lungo l’abnegazione del sacrificio, l’idea che l’universalità della poesia, come quella dell’arte in genere, sia nel sentimento, nel fatto che essa racchiuda un sentire e che, in quanto tale, ci racconti, superi la scienza che si arresta “fuori di noi”, che essa riveli la forza personale dello spirito di chi scrive rinnovando il senso di un movimento eterno eppure diverso.

Ancora, la ricerca della “vita vera moderna”, sogno e paura, la grande città, il frastuono, le belle donne, il desiderio di ciò che non si conosce e il timore di viverlo. Come i libri, parte del mondo, oggetto di desiderio lancinante come della disperazione più vile. Sono lettere che testimoniano la trasformazione della “malinconia accademica” in “dolore operoso”, probabilmente il conflitto più ingombrante nell’esistenza dello scrittore: la coscienza che il suo vacillare continuo sia espressione dei passi compiuti “fuori dal comune”, ma anche l’origine della sua scrittura, l’anima delle sue opere, nonostante questo significhi, nell’intimità della sua vita, la constatazione di un’incapacità di scelta, un’inesistenza, quasi un nulla. Sono lettere in cui non teme di riconoscersi fragile, incapace, timido, debole, nella conoscenza del mondo esterno: sembra sapere bene quanto gli sia difficile essere imparziale, quanto la vicenda singola possa generare nel suo sistema di pensiero il crollo delle verità che parevano inossidabili, quanto risenta dell’altro a tal punto da uniformarsi alle sue debolezze, negando la sua vera faccia. Sono, però, anche lettere che raccontano di un processo che, seppure tendente alla disgregazione, non è insensibile alla coscienza dei punti a favore. Recita un passaggio di una lettera a Tullio Pinelli: “Mi pare di avere trovato dalla mia interiorità più istintiva il mio mondo esteriore, le mie immagini, di avere un mio, qualunque esso sia, sistema tecnico, scoperto a poco a poco faticosamente nella mia stessa sensibilità”. Dunque, la complessa costruzione di una realtà esterna possibile attraverso le immagini che generano uno squarcio nell’insondabile reale e lo fanno mettendo in comunicazione istintiva ciò che è fuori con l’interiorità di Pavese, in quel punto di equilibrio delicato lungo cui lo scrittore ha condotto la linea della sua esistenza fino a interromperla. Un immaginario ampio che ancora nutre le nostre esistenze, amplia le vedute, genera movimento. Ci racconta anche laddove non siamo. Dentro un ideale di eternità.

Mindy

Biforcazioni necessarie: la strada di Ork.

Da questa settimana, per almeno tre, il pianeta Ork si biforca, prende due direzioni tracciate da tre libri recentemente letti, che si prestano perfettamente a raccontare la posizione attuale di noi orkers: da un canto, la ricerca di ciò che ancora possa dirsi letteratura per resistenza al tempo e dall’altro, l’urgenza di trovare la nostra collocazione nella “stranezza” che parrebbe averci travolto, attraverso quella parte di editoria che parla a questo presente e, nella coscienza ampia che ingloba l’esistente, contribuisce a creare l’immaginario futuro. Abbiamo scelto di farlo a modo nostro: la prima direzione, sarà tracciata, nella prima settimana, da Cesare Pavese, dalle recenti pubblicazioni di Tunué e L’orma editore, l’altra avverrà nella forma di un’intervista, una serie di quesiti un po’ speciali che abbiamo posto a tre diverse personalità del mondo culturale odierno, credendo nel loro possibile ruolo di novelli Caronte, lungo il percorso offerto da “Il Tempo e l’acqua”, di A. M. Magnason (Iperborea casa editrice).

#inviaggio

Ork sospeso tra Michon e Gracq.

Mentre mi inerpicavo nell’armonica bellezza che «La Grande Beune» (Adelphi Edizioni) restituisce al lettore nella traduzione di Giuseppe Girimonti Greco, che rende perfettamente la ricercatezza di un autore come Pierre Michon, senza rinunciare al dato sensibile che qui esplode prepotente, mi balenava per la testa la cadenza poetica dello svolgersi di un altro romanzo, cercato e poi trovato: «Acque strette», di Julien Gracq (L’orma editore), è il rimando etereo di quell’armonica bellezza che in Michon si fa “pioggia turbinosa”, “intonaco color sangue di bue”, “miele nero”, poesia che si sporca di vita, l’altra faccia dell’origine del mondo. Ork legge, abbina, completa, intesse i suoi puzzle e prova a dare un senso al percorso da tracciare da qui alla pausa estiva. E, intanto, cresce. Grazie ai libri. E medita di scrivere anche di Michon.

Mindy

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