Da “Madre delle ossa” a “Imperium”: viaggio dentro l’insolito umano.

“Madre delle ossa” è un titolo che è comparso ripetutamente nei movimenti del pianeta Ork, perché segnalato da qualche contatto, perché sotto i nostri occhi a ogni ingresso in libreria, perché ne avevamo paura e, fuggendo, qualcosa probabilmente ce lo rimandava indietro. Abbiamo pensato non fosse il caso di indietreggiare. Tanti eventi concomitanti e nella stessa direzione non lasciano scampo. In fondo, l’evidenza dell’occasione di rinunciare definitivamente all’idea che tutto possa rientrare in una normalità inesistente già prima della circolazione del virus e, forse, a prescindere dalla specifica linea involutiva sposata dal genere umano alla luce degli ultimi sviluppi. Alla peculiarità del titolo, oggi ospite, corrisponde non solo il merito della messa in discussione della normalità della specie a cui apparteniamo, attraverso il recupero della storia e del mito, ma anche la difficoltà di collocazione del libro di David Demchuk, tradotto da Claudia Durastanti per Zona42, il che non è assolutamente un male per Ork. Come abbiamo già avuto modo di constatare, è molto più facile, anche se non automatico, che un libro parli a questo tempo attraverso il ricorso a forme letterarie non riconducibili al già noto o a quello che circola con maggiore frequenza nel mercato editoriale. “Madre delle ossa” si configura certamente quale fiction, ma lo fa in una modalità tale da sembrare una cronistoria di una diaspora, una dispersione nel mondo e nella modernità di un popolo il cui raccordo collettivo e la cui risposta alla violenza subita nel passato e che si rinnova nel presente narrato è nel radicamento offerto dalla forza del mito.

Pur constando la narrazione di una serie di microstorie che non si risolvono mai nell’esclusiva messa in scena di una tragedia o di una sua derivazione, non si presta, la medesima, al rischio della possibilità di sfilacciamento perché a rendere compatto e solido l’impianto è l’elemento che immette nel passaggio successivo all’opportunità di prevalenza del tragico, cioè l’orrore quale impatto primo emotivo e, in seconda, ma solo temporalmente, istanza, il mito a cui sistematicamente la microstoria rimanda. Le creature del folklore slavo invadono i singoli spazi, traducendo in verità concrete i sospetti e le paure di una modernità piena di crepe, le stesse da cui entra l’orrore della violenza del passato che, personificata dalla sostanza mitologica, amplifica il senso di straniamento e, parallelamente, la ricerca di un’origine più che di una via di fuga. Anzi è esattamente lo scarto dalla fuga che Katerina, Gregor, Ivan, Roxana e tutti gli altri comprendono o, meglio, sentono di dovere evitare. Il presente dentro cui si svolge il tratto di vita ricondotto tra le pagine del libro di Demchuk non è mai avulso dal passato. Nulla accade senza un nesso rispetto a qualcosa che è già avvenuto, l’episodio non è mai singolo, non solo perché richiama dell’altro già svoltosi lungo una causalità di pareggio dei conti che non attiene alla meccanicistica operazione di ricerca di senso tipicamente umana, ma anche perché dialoga con le altre microstorie in una circolarità infinita dentro cui sarebbe facile perdersi se non fosse proprio il mito a riportarci a terra, non senza passare per vie sconosciute, quasi metafisiche e surreali.

La semplicità della costruzione narrativa, oltre che di quella espressiva, consente la visione della complessità dell’intreccio: come se l’autore avesse voluto sostenere il lettore nella scoperta di un gioco a incastri dentro cui siamo tutti e avesse inteso aiutarlo nel concepire l’intero sistema quale derivazione della propria appartenenza al genere umano, una sorta di concezione ampia dello stare al mondo in cui l’inspiegabile non è mai tale, ma la conseguenza della chiusura a una visione allargata dello stato delle cose, quella che non si nutre di ignoranza e facili illusioni, ma di storia, mito e tradizione. In fondo, anche un avviso in questi tempi di inevitabili cadute dentro reti manipolatorie di santoni e guru non a rinunciare al lato fragile dell’esistenza, ma a non lasciare che questo sia di facilitato accesso a chi, nell’indiscriminata pletora di rinnovatori esistenziali, renderebbe tutto meno veritiero e falsamente stabile. Qui esiste l’orrore, la violenza subita, la morte inferta dalla mano dell’uomo, donne che fagocitano bambine e altre che ne condizionano l’avvenire, donne e uomini e bambini che incontrano le loro ombre e il dolore raffermo di un passato che chiede di dialogare con gli uomini, ma anche la capacità di vedere quello che agli altri sfugge, le tradizioni che si tramandano resistendo alla fuga del tempo, gli amori che si salvano nella rinuncia.

Ogni storia ha con sé una crepa o un’anomalia: è in quella fessura ancora sanguinante che è nascosto il principio del viaggio, la fine di un’esistenza e l’inizio di un’altra, l’ingresso nella comprensione che è fatta della accoglienza mortale delle madri che si nutrono di ciò che hanno creato: come se per chi scende “usque ad inferos” ci fosse un tempo limitato per spiegarsi il senso non visibile degli accadimenti che escono fuori dall’ordinario, ma è facile, molto facile che se ne perda la connotazione o percezione, poiché al punto di origine il tempo non esiste. Il rischio è la fine, il ricongiungimento con il principio creatore, il risucchio, la perdita di una coscienza nota, ma anche l’opportunità dell’accesso ad altre vie di conoscenza che si radicano nel passato, nel potere esplicativo della narrazione mitologica che in un’eternità indiscutibile parla all’uomo di ogni tempo, travalicando la specificità delle coordinate spazio-temporali. In fondo, è un buio denso “Madre delle ossa”, qualcosa che ci appartiene all’origine e alla fine. E Demchuk lo traduce magnificamente in un testo che ci accompagna nella notte dei tempi, oltre l’America e oltre l’Est Europa, dentro l’urgenza di un futuro che manca e per entrare nel quale l’orrore, attraversato per suo merito, ce ne fornisce la chiave nella rilettura del passato, nel recupero di ciò che è stato, nelle storie e nelle fiabe che popolano l’immaginario degli uomini facendo dell’assenza la rinnovata origine di una fine imminente.

“Metamorfosi e delirio”, matita, carboncino e fusaggine su carta, Mork.

La circolarità del tempo, unitamente ad altro, torna, poi, in un’altra pubblicazione di Zona42 (alla quale dobbiamo muovere il rimprovero di qualche refuso di troppo nel testo di Demchuk): trattasi di “Imperium”, un testo scritto a quattro mani da Matteo Meschiari e Antonio Vena. In qualche modo, i due libri dialogano in un comune sentire che si compone di brandelli di storia, di critica al sistema capitalistico, di innovazione nell’impianto costruttivo che si sviluppa su più livelli per poi raccordarsi in un profilo unico la cui compattezza è fornita dalla storia (“Collasso dell’Età del Bronzo, non si capisce perché. Come sempre dietro un collasso epocale c’è un cambiamento del clima. Più secco, meno secco, più freddo, meno freddo. Città con alfabeti, burocrazie e migliaia di tavolette del sapere che diventano nel giro di una generazione dei pascoli per le capre. Letteralmente. Dai cataloghi di stelle ai cataloghi di sterco. Qualcosa si è spezzato dentro la testa della gente. Prima si vedevano come una città. Poi non si vedono e basta. E le città crollano. Ma un generale assiro trova la soluzione. Dove non arriva il cervello e la preghiera, arriva la spada. Lui sottomette popoli sempre più lontani e li rende schiavi, e gli schiavi compensano il collasso. Migliaia di persone senza nome che vanno a riempire con i loro corpi le crepe nella diga. Migliaia di vite a perdere per azzerare il debito con Madre Natura.”), dall’idea che le vicende umane, non necessariamente eclatanti, quelle ordinarie, quelle tanto usuali nell’agire umano che rispetto ad esse è stato approntato un sistema umano di possibile spiegazione meccanicistica e conseguente punizione, sono vicende altrimenti leggibili.

Non esiste una sola chiave di lettura, esistono molteplici sguardi del medesimo oggetto e nessuno di essi potrà limitarsi alla singolarità della vicenda osservata. Tra poliziesco e giallo, in una condizione spuria che immette elementi storici e saggistici, rimandi e giochi di attenzione, Meschiari e Vena raccontano di un’interconnessione su più strati, quella storia per cui le vite singole non sono solo il particolare di cui sono latrici, ma il particolare che si congiunge ad altri del loro percorso e di quello degli altri in un puzzle in cui il punto non è trovare il responsabile. E non lo è perché, con buona pace del diritto penale, la responsabilità non è mai solo personale (“Perché un mostro non nasce mai da solo”). Esiste una dimensione collettiva dalla quale si fugge anche per merito del meccanismo punitivo che, identificando il capro espiatorio, catalizza su un esterno a sé quello che decidiamo di non essere, pur essendolo e agendolo più o meno consciamente nelle nostre vite quotidiane. Volutamente costruito in una forma ibrida, per genere, e disordinatamente, per impianto, “Imperium” ha il merito di rompere gli schemi introducendo un modo di fare letteratura che risponde alla frammentazione di questo tempo, come se traducesse a livello letterario, per ciò che attiene principalmente alla forma e al ritmo, le ossessioni e le crepe dentro cui siamo tutti, senza, però, indulgere al tentativo di una ricomposizione psicologica o di una radicalizzazione di un senso possibile. Sembrerebbe non interessare agli autori fornire una soluzione, ma solo entrare nei meccanismi distorti e distorcenti di questo tempo fornendoci l’idea di un allargamento di visuale che manca a livello di vite singole, come a livello politico, ben oltre i confini nazionali.

Lo sperimentalismo, che pare quasi volere eludere la trappola della bellezza tradizionale di un libro, facendosi scrittura rivelatrice dell’orrore che, poi, diventa materia narrativa, è a volte barocco, forse troppo “spinto”, quasi si avesse timore che non arrivi a sufficienza la portata della tragedia che racconta al lettore assuefatto alla circolazione editoriale di scarso stimolo. Pur in qualche eccesso di questo genere, il libro di Meschiari e Vena ha il merito di offrire una lucidità non paralizzante.

Restano due testi importanti, quasi di passaggio: accenno o preludio di quello che potrebbe essere, in fondo di quello che è già stato. Tracciano entrambi una direzione: attraversare il nulla, vederlo, dialogarci, non cercare risposte, conoscere, tornare al mito, al passato. Leggere l’irrazionale, dargli la forma di quello che verrà.

Mindy

“Il tempo e l’acqua”: muoversi nel reale. Conversazione con Matteo Meschiari.

Il pianeta Ork, sollecitato dalla lettura de “Il tempo e l’acqua” (Iperborea), di Andri S. Magnason, ha deciso di sottoporre un po’ di dubbi e di potenziali riflessioni sorte per merito dello scrittore islandese a tre diverse personalità del mondo culturale. La scorsa settimana abbiamo ospitato Ezio Sinigaglia in qualità di scrittore. Abbiamo creduto che il suo intervento non ci avrebbe lasciato indifferenti e che, con l’arte della parola, ci avrebbe accompagnato in un viaggio assolutamente arricchente per creazione di scenari possibili, smantellamento di improprietà lessicali e concettuali, rivoltamenti letterari funzionali al moto riflessivo. Così è stato. Oggi, è il turno di un antropologo che scrive e che, nell’assoluta originalità di un percorso di ricerca, rappresenta un caso abbastanza raro di coesione tra scrittura e pensiero personale che, pur risentendo della formazione scientifica o proprio per suo merito, non cede alle lusinghe del mercato editoriale e sperimenta e prova a innovare, convinto che poeti e artisti abbiano un compito più importante delle mire alla gloria. Matteo Meschiari è giunto su Ork nella forma priva di speranza del crepuscolo offerto da “Neghentòpia” (Exòrma) per poi arrivare a prendersi un posto speciale nel nostro immaginario attraverso la bellezza di Libera che, ne “L’ora del mondo” (Hacca edizioni), ci concede il margine di una trasformazione ancora possibile a fronte del buio delle città e degli uomini che hanno tradito l’esistente nell’ostinata direzione di un libero arbitrio votato alla distruzione. Più di recente, è stato il suo “Antropocene fantastico”, edito da Armillaria, a fornirci, tra critiche e osservazioni, dentro un sapere polimorfo, appigli funzionali a rendere le mancanze attuali punto di partenza di un futuro ancora inimmaginabile. Oggi, risponde alle nostre domande e lo fa nella maniera che gli è più congeniale: ricorrendo alla sintesi e invitando il lettore a cogliere tutto quello che traccia nel non detto. In fondo, lasciandoci liberi di scegliere, non senza qualche avvertimento.

1. Il libro di Andri S. Magnason, “Il tempo e l’acqua”, recentemente edito da Iperborea, fa leva sulla misurazione della velocità del tempo attuale attraverso il riferimento al superamento dei tempi geologici nella considerazione del mutamento della realtà intorno. Tutto cambia alla velocità dell’uomo, senza che questo implichi una capacità di controllo da parte dello stesso. Abbiamo, cioè, generato un processo che ci è sfuggito di mano. Dice Magnason: “Quando abbiamo imparato ad attraversare i ghiacciai, a contare i luoghi di nidificazione dei coccodrilli e a studiare il canto delle megattere, eravamo ormai tanto forti e ingombranti che tutto quello che finalmente sapevamo misurare e capire stava già scomparendo”. Di cosa è fatto, secondo voi, il limite di fronte a cui deve arrestarsi la volontà dell’uomo perché la capacità di comprensione non degeneri in dominio dell’esistente? E, se abbiamo perso i riferimenti tradizionali per collocarci nel tempo, in una dimensione sbrigliata oramai da ogni griglia, cosa ci radica nel “qui e ora”?

Il Tempo è il problema numero uno dell’Antropocene. Proprio come un blocco culturale-cognitivo ci impedisce di vedere e capire gli iperoggetti del collasso, allo stesso modo l’idea di tempo si è sgretolata, con un futuro non immaginabile, un passato manipolabile, e un presente-trappola che ci tiene incollati alla cronaca anziché ai ritmi del cosmo. Reagire al collasso del tempo è questione immaginativa, collettiva, politica. Le vie sono molteplici, quella che personalmente pratico è la lettura narratologica della storia, una scienza degli scenari passati per leggere i possibili scenari futuri. Cercare una “soluzione” narrativa, inventare narrazioni alternative a quelle tossiche del fascismo, dello scientismo tecnologico, del populismo acritico, è una via antifragile per orientarsi nell’onnipresente con-fusione tra finzione e realtà, che è poi all’origine della grande cecità dell’Antropocene.

2. Con il sopraggiungere della pandemia e il conseguente lockdown molti credevano fosse giunto il momento ideale perché si ponesse all’attenzione generale e alla coscienza dei singoli l’opportunità di un cambio di rotta rispetto a una serie di abitudini di vita e di produzione che hanno contribuito al collasso del sistema Terra. Eppure, allo stato attuale, non sembrerebbe accaduto nulla di quanto sperato da questo lato. Dice Magnason: “Quindi credo che, quando gli esseri umani finalmente capiranno che la collaborazione è l’unica via per risolvere il problema, potremo incontrarci e lavorare insieme. Ma credo anche che non lo faremo finché non saremo messi alle strette, finché la crisi non sarà tanto profonda da non lasciarci scelta”. Cos’altro deve succedere perché l’uomo prenda coscienza della propria precarietà e impieghi il tempo per tornare sui suoi passi? Mi spiego meglio: perché l’ansia, il panico, le fobie che stanno interessando molti di noi non riescono ad agire come motore di trasformazione del sentimento negativo che nutriamo verso l’altro in sguardo intimo rivolto a noi e ai nostri limiti?

Innumerevoli eventi storici mostrano come il limite di tolleranza al peggio sia l’annientamento, nel senso che, come la rana nella pentola, finiamo per restare bolliti per inerzia, assuefazione, passività. Jared Diamond in Collasso lo ha spiegato bene, c’è un ritardo cognitivo nella presa di coscienza del crollo imminente che ha come unico esito possibile la catastrofe. In buona sostanza è impreparazione al peggio, negazione dello scenario spiacevole, attaccamento allo status quo, escapismo, fede in un deus ex machina. Personalmente non credo che paura, dolore, ansia abbiano il potere di svegliare. Al contrario sono l’humus su cui germogliano visioni collettive, fedi, abbagli epocali che ci condannano alla quiescenza o peggio. Ci vorrebbe una rivoluzione cognitiva, ma intanto bisogna capire che il crollo genera non rinascita, il crollo genera il deserto.

“Caduta degli inferi, Ascesa”, omaggio a Libera, matita carboncino, fusaggine e gesso, Mork.

3. Veniamo alla parola con cui lavorate tutti e tre. Recita un passaggio del testo qui preso in esame: “Se c’è una cosa che contraddistingue i nostri tempi, quella è la guerra per le parole, per il potere di definire la realtà e il sistema economico, di formulare e diffondere notizie. È una guerra combattuta per stabilire con che parole esprimere il mondo. Sono le parole a creare la realtà: per qualsiasi sistema di potere è fondamentale possedere le parole e i mezzi di comunicazione per farle circolare”. Quanto la gestione comunicativa mediatica ha influito sulla percezione del pericolo e della gravità della situazione pandemica? Quanto l’avere calcato la mano sul dato delle morti, soprattutto in una fase iniziale, ha inciso paradossalmente sulla fatica di comprendere e sulla fuga dalla realtà successiva affermatasi prepotentemente con il flusso dei negazionisti?

Questa interpretazione presuppone una regia manipolatrice di alto livello, una biopolitica organizzata e predeterminata. Per me lo scenario è molto più squallido: impreparazione tecnica e politica, adozione di un cerchiobottismo criminale nella gestione pandemica, stanchezza e usura psicologica. Io non vedo grandi burattinai, solo burocrati opportunisti o imbecilli che non hanno avuto il coraggio di affrontare il problema nell’unico modo possibile: un lockdown rigido e breve anziché la pagliacciata delle zone colorate e lo stiracchiamento illimitato della pandemia. In questo le parole sono commisurate a chi le usa. Non vedo né agenti oscuri della propaganda né chiacchieroni dotati di un qualche potere reale. Non sono le parole ma le immagini il vero campo di battaglia, e qui dovrebbero intervenire artisti e poeti, ma sembrano molto occupati a fare mostre e farsi pubblicare.

4. Se ammettiamo che la letteratura non è strumento di evasione, ma forma di discernimento del reale, cosa si salva ancora? L’impressione è che molto della produzione editoriale sia svuotato rispetto a ciò che sta accadendo, avvertendosi questo più del passato. Cosa ha senso scrivere? Che cosa può ancora parlare di noi in questo tempo che procede a una velocità senza precedenti e farlo alla luce di un’ottica in cui ciò che si scrive possa rimanere più o meno “eterno”? Può essere che un genere nuovo stia sorgendo e che sia un ibrido che risente delle competenze specifiche dell’autore e della loro influenza sul suo sguardo rivolto al mondo?

Troppo presto per dirlo. Inoltre bisogna notare che ci sono diverse velocità di reazione, diverse zone culturali in ballo, diverse remore nell’assecondare lo zeitgeist narratologico. L’America e l’Italia sono pianeti diversi, reagiscono in modo diverso all’Antropocene, l’editoria nei rispettivi paesi è diversamente porosa o impermeabile. In Italia c’è un vero e proprio sforzo a concerto per sostenere quello che potremmo definire un negazionismo editoriale. In questi giorni stanno uscendo ad esempio molte recensioni a Il silenzio di DeLillo, non ne ho vista nessuna che ha affrontato davvero di petto il nocciolo del libro: il collasso in atto. Per dire che la parola d’ordine è disinnescare l’orrore e continuare a vendere libri su famiglie disfunzionali e amori borghesi.

5. Dice Magnason: “Forse allora andrà a finire bene, qualsiasi cosa succeda”. C’è una fiducia sottesa nell’ordine delle cose. Pensate sia così? Quanto il pensiero e l’immaginazione connessi ai vostri ambiti di elezione possono anticipare quello che ancora alla realtà manca? Che ruolo hanno l’antropologia, la psicanalisi e la letteratura, quanto possono contribuire, non a rassicurare, ma a invitare l’uomo a un’interazione con l’esistente e in che modalità?

L’antropologia e la psicanalisi non si studiano a scuola, la letteratura che si studia è storia della letteratura. Direi che in questo c’è la risposta. Come possiamo sperare in una nuova generazione attenta, consapevole, attiva, reattiva, se non le si danno gli strumenti giusti per pensare l’impensabile?

Grazie a Matteo Meschiari

“Senza casa”: in cerca dell’invisibile fantastico.

Non è facile ripartire in questo principio d’anno in cui non si riesce a scorgere ancora la fine della pandemia e noi ci facciamo sempre più convinti che non è questo, uscirne il più rapidamente possibile, il nucleo più profondo della faccenda, per quanto aspirare alla fine del tunnel nel quale siamo caduti sia desiderio umano altamente condivisibile. Che la storia del virus andasse inquadrata in un ambito molto più ampio e complesso lo avevamo già visto, abbastanza chiaramente, per il tramite del saggio di Fabrice Olivier Dubosc, “Sognare la Terra”, edito in pieno lockdown dalla casa editrice Exòrma. In fondo, avevamo capito che la questione andava collocata in un processo di interrelazione con il vivente e che molte delle dinamiche messe in atto all’interno del corpo sociale e miranti al consenso personale e generanti lo sfaldamento di un senso di appartenenza, nel quale ci siamo ritrovati (subito dopo gli inni di solidarietà da precarietà fino ad allora felicemente rimossa dallo stato esistenziale), erano riconducibili a una condizione diffusa di coscienza in affanno.

Dubosc affrontava, in quella sede, le miserie dell’umano e le poneva all’interno di uno scenario più ampio includente l’agire politico e il fallimento delle democrazie occidentali e, oltre, lo scarto del resto del vivente che il sistema, quello non di creazione umana, di cui facciamo parte ci ha restituito nella forma pandemica. Evitando di fermarci e provando a tracciare un percorso di inizio anno attraverso cui ricostruire il senso di questo tempo, ammesso se ne possa individuare uno, facciamo un altro passo, su un piano differente, che, senza dimenticare la fragilità della psiche umana, si spinga verso una visione ambigua e, in qualche modo più vera, della storia contemporanea partendo da un saggio che scava abbastanza nella complessità aiutandoci a definirla mediante il ricorso alla categoria della weirdness.

Ci dice Gianluca Didino nel saggio “Essere senza casa” (edito a giugno del 2020 da minimum fax) che viviamo in una dimensione fortemente connotata dalla “stranezza”, sebbene l’espressione italiana non colga il carattere “perturbante” dell’accezione inglese. E non si tratta più di qualcosa che coinvolge esclusivamente la nostra interiorità, il nostro spazio intimo, in una logica freudiana, e che, pertanto, trova un suo contenimento nell’idea che tutto si svolga per effetto di un trauma che, pur nella sua carica tragicamente devastante, è identificabile nella nostra vita in cui, in fondo, se ne limita l’origine, rendendoci conoscibili a noi stessi. Qui, il dramma assume proporzioni da incubo senza via di uscita, perché la stranezza “ha a che vedere con ciò che minaccia la casa provenendo dall’esterno”. Recita un passaggio che congiunge Lauzon e Fisher: «l’inquietudine provocata dal weird si manifesta nel momento in cui due entità “che non appartengono” alla stessa dimensione si incontrano (Fisher), nel luogo dell’ibridazione e dell’incontro che segna il confine tra ‘casa’ e ‘mondo’. È qui che entra in gioco la nozione di soglia». Questo significa indirettamente che non siamo più sicuri: non perché non ci sentiamo più tali, ma perché obiettivamente, sebbene non sia del tutto corretto esprimersi in questi termini, ponendosi il piano oggettivo quale cassa di risonanza della weirdness, non c’è alcun motivo per ritenere di essere tali.

La complessità non è negata, ma arricchita da una serie di percorsi che vengono tracciati all’interno del saggio e che investono la sfera politica, come quella artistica, passando dalla “rivoluzione” più importante degli ultimi decenni, quella globalizzazione generata dal sistema informatico che non solo ci ha reso tutti in apparenza in grado di fare la qualunque, in sostanza meno capaci di controllare le nostre vite, più manipolabili, catalogabili e assimilabili per genus, con buona pace di ogni diritto alla personificazione, ma anche più esposti all’Altro, a quello che è fuori di noi e dalle nostre case con cui abbiamo finito per condividere tutto della nostra quotidianità. Non esiste uno spazio per sé. Tutto è pubblico o non è. Eppure non conosciamo l’Altro, ne abbiamo paura, non possediamo strumenti che aiutino a contenerla, questa paura, e a limitare l’invasione del nostro campo per opera di un blob a cui non sappiamo ancora dare un volto, una forma, un connotato che ce lo renda comprensibile. Questo perché, coerentemente a un processo estremamente umano, ci è congeniale lo scatto del superamento della paura attraverso l’idea della conoscenza e, quanto più siamo in grado di conoscere, tanto più ci pare di venire a capo dei nostri incubi e dell’insensatezza della nostre esistenze.

“I desideri inespressi”, inchiostro di china su carta, Mork.

Il dramma si compie laddove non riusciamo più a inserire l’inspiegabile, la fonte della nostra paura, all’interno di griglie precostituite, provando un senso di smarrimento aggravato dalla distorsione di una percezione temporale in cui il passato più recente pare celebrato come se fosse collocato al di fuori delle generazioni che ci hanno preceduto, se non addirittura cancellato, e il futuro il nostro presente, mentre l’orizzonte si chiude con la nostra incapacità di vedere oltre. Eppure, ci dice Didino, citando Heidegger, sono i momenti in cui “il mondo si ‘schiude’ completamente allo sguardo umano, perdendo i propri connotati familiari” quelli in cui, per effetto di un ampliamento della visione, proviamo angoscia, ci perdiamo e parallelamente godiamo della “rara opportunità di trovare una dimensione più autentica dell’esistenza”. La grandezza di un regista come Herzog risiede esattamente nella lucida visione in base a cui l’idea dell’uomo di avere un controllo sulla natura è la più grande illusione a cui si possa cedere in questo tempo. Fuori da questa falsa verità esiste, però, un margine di salvezza: la stranezza si acquista insieme al pacchetto dell’ipermodernità e non resta che farci i conti. È possibile, però, fare quello che l’uomo ha sempre fatto: raccontare storie con cui costruire un mondo immaginario in cui includere l’Altro che ancora non ha trovato requie. È così che si incomincia a dare sostanza a un futuro che ancora non riusciamo a vedere.

Dunque, letteratura, poesia, arte quali veicoli dell’invisibile, di quell’Altro di cui ci parla Didino e che nel testo di recente pubblicazione (Edizioni Volatili) di Giorgiomaria Cornelio, “La salatura delle immagini”, assume i connotati di un’assenza che necessita di essere vivificata. Se una qualsiasi immagine può dirsi soggetta a questo processo, è perché essa ha in sé una seconda lettura, meno immediata, quasi sepolta: ciò che è nascosto è la chiave. Qui non interessa l’allegoria, ma il processo creativo con cui l’individuo determina il reale attraverso ciò che esiste in potenza, ma che ancora non riusciamo a scorgere («partecipiamo attivamente alla vita delle cose attraverso la seconda vita delle immagini»). Questo significa che esiste un vuoto, ma anche una dimensione sotterranea suscettibile di letture dentro meccanismi di creazione immaginifica: l’uno non esclude l’altro e tenerli insieme è la sfida poetica del nostro tempo. Che la letteratura non sia scevra da quanto sta accadendo intorno, ma al contrario possa contribuire ad accompagnarci oltre il muro di nebbia con cui neghiamo il trauma collettivo attraverso una “visione” lo spiega bene Matteo Meschiari nel suo “Antropocene fantastico”, edito da Armillaria: «Di che cosa abbiamo veramente bisogno in questo momento? Che cosa può restituirci la speranza? Quella ragazza, quel ragazzo che inventano mondi, mentre noi piagnucoliamo sorseggiando birra. Quel qualcuno, che esiste già da qualche parte e che stiamo aspettando senza saperlo».

Persino, l’essere sulla soglia di molte delle narrazioni circolanti è lo specchio di quella prossimità all’Altro di cui parla Didino, del raccordo tra visibile e invisibile nel tracciato disegnato da Giorgiomaria Cornelio. Non è raccontando l’apocalisse nella quale ci troviamo che rispondiamo alla funzione in qualche modo politica che la letteratura può svolgere, ma selezionando quelle componenti del fantastico che sappiano alludere a un’idea di futuro senza che questo equivalga a negare il presente e la sua tragicità. Un equilibrio complesso, dunque, ma necessario perché la letteratura possa continuare a dire qualcosa oggi: un equilibrio che passa dall’invisibile, dagli spettri, dall’Altro con cui incominciare a dialogare senza pretesa di risposta alcuna. Quest’ultimo il limite di alcuni recenti testi passati da qui e di una, pure potenzialmente interessante, pubblicazione di Add editore, “I pesci non esistono”, di Lulu Miller, che parte sin da subito con la volontà di fungere da sostegno alla lettura rinnovata del mondo, congiunge punti e tessere, realizza il puzzle, risponde all’angoscia, spiega nell’istante stesso in cui propone un mondo “demondificato”. In tutto ciò nulla che venga “realmente” chiesto in una dimensione che rischia di essere autistica. Come autistica parrebbe essere una parte della nostra narrativa contemporanea: testi intrisi di nevrotiche autocelebrazioni che esulano dal dramma collettivo e personale o di aspirazioni neorealistiche svuotate di senso nell’incapacità di portare a galla l’universalismo di una storia familiare e nell’assenza di reale silenzio dentro cui il lettore possa trovare qualcosa di Sé. Non resta che, tornando al breve saggio di Meschiari, evitare comode vie di fuga e fare dell’Antropologia qualcosa di più di un sapere confinato a un ambito scientifico, poiché, nell’istante in cui essa consente di conoscere la realtà nella sua complessità, offre non solo l’opportunità di uno sguardo verso l’Altro, ma anche una visione narratologica possibile.

Lo sa bene Ellen Meloy, l’autrice di “Antropologia del turchese” (Black Coffee edizioni), che, senza alcuna ambizione di fornire risposte allo smarrimento collettivo del nostro tempo, “si limita” a raccontare delle storie frutto delle sue esperienze di viaggio nell’infinitamente piccolo della sontuosità del paesaggio americano, riuscendo a creare quel punto di raccordo tra opposti che è l’unica garanzia di rispondenza al reale che oggi possa esserci. Il fatto che non avvenga in una forma tradizionale, ma in una terra di confine che include il sapere saggistico, il diario autobiografico e la poetica della narrazione è la conferma del percorso che stiamo tracciando, fatto di soglie. Può piacere o non piacere, ci si potrà ritrovare in una forma massima o in minima dose, in base alle nostre inclinazioni, alla nostra formazione e al nostro sentire, ma resta l’inossidabilità della resistenza significante di questo genere di produzione letteraria al nostro tempo. Il libro della Meloy ha dalla sua quello che manca a molte delle pubblicazioni attualmente circolanti: la sincerità, la capacità di parlare al nostro smarrimento, senza per questo fornirci una risposta. Lo dice bene Meschiari, laddove affronta il tema della fragilità, rovesciandone il senso diffuso: «quella che ha fatto da motore cognitivo per la nostra specie, quella che ci ha spinto a reagire immaginando, sognando, desiderando, e che oggi è invece causa ed effetto di un loop cognitivo quasi senza scampo».

Quella crepa in cui tutto può ancora essere.

Mindy

“Il treno per Ballachulish”: dono per Ork.

A volte, i dialoghi con la Terra sono possibili e accade che, un giorno, sul nostro pianeta, arrivi per posta questo gioiello, un dono, qualcosa a cui non siamo più abituati. E che fa scattare, per logiche di mercato, il bisogno di un corrispettivo, quasi tutto dovesse comprarsi, con i soldi, con la quantificazione di un valore. Si intitola “Il treno per Ballachulish” (Edizioni Volatili), di Matteo Meschiari, e, se c’è un possibile monito da esso ricavabile, è esattamente l’opposto. Nulla da monetizzare. Una storia che è la bellezza dei segni nell’essenza dei tratti, dei caratteri, delle parole, nell’armonia, anche sonora, che racconta e che abbiamo perduto. Dei, Animali, Umani e un destino possibile, oltre la catastrofe finale, per chi ha ancora un bacio sospeso o un abbraccio interrotto. Un silenzio bianco oltre il caos, la spartizione e la solitudine, l’urgenza di una circolarità che rinnovi, la presenza ingombrante di una disperazione celata dal meccanicismo delle nostre vite, il bisogno di una deflagrazione che contenga la Vita prossima e il nostro fermarci prima che accada. In noi, umani, che non trasformiamo più.


Grazie a Matteo Meschiari e a Edizioni Volatili.

L’ora del mondo: un piccolo vangelo di anime in viaggio.

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Esistono libri che sai che narrano una storia che è anche la tua e lo sai prima ancora di leggerli, quasi un istinto ti conducesse verso una realtà che ti risuona dentro, lungo un’eco che trae origine da un dolore antico, da un rifiuto o da una negazione, quella di un riconoscimento di uno sguardo sul mondo tanto insolito e tuo quanto distante dalla media collocazione degli uomini e degli affetti che, agli albori della vita, ci illudono di essere.

Così è stato per “L’ora del mondo” quando, in una torrida giornata d’estate, decisi che fosse il caso di attraversare la calura del centro di Bologna, quasi preludio di un’atemporalità che avremmo trovato di lì a poco, per recarmi ad ascoltarne la presentazione in un angolo prezioso di questa città in cui ritrovare il senso perduto delle cose.

E noi, in quella strana mattina di sabato, il senso dobbiamo averlo trovato se alle pagine di questo libro, che oggi ospitiamo su Ork, abbiamo dedicato tempo, amore e passione a tal punto da decidere di essere anche testimoni dell’omaggio ad esso recato da Michele Vaccari al Book Pride di Genova in un incontro con l’autore, Matteo Meschiari, che ci ha lasciato dentro un’idea di Letteratura alta che passa dal nostro tempo, dalle nostre miserie, racconta la salvezza dentro l’inferno, non promette perché il tempo non esiste e il futuro è “solo” tutto ciò che resta da fare per sottrarsi a un’inarrestabile caduta verso i bassifondi di un’umanità dentro le “romeriche” realtà urbane, dentro le solitudini in cui finiamo o isoliamo chi ci ricorda la precarietà della vita, ciò che manca per natura e che ha la sua bellezza e ciò che noi vogliamo, a misura di perfezione sinonimo di completezza, che è violenza, trauma, la nostra marginalità in un campo visivo panteistico e illimitato, sforzatamente umano, che include ciò che è oltre le nostre vite, il nostro tempo, il nostro limitato transitare qui e ora.

Pur narrando di questo tempo, il romanzo non ha una sua esatta collocazione temporale. Leggerlo è esattamente un viaggio in totale assenza di coordinate temporali e si potrebbe dire straniante se non ci fosse dell’altro a connotarlo di un’originalità che, elevandosi per coscienza e conoscenza, non dimentica l’humus, si appoggia a uno scenario che spazialmente colloca e offre un gancio al risucchio dell’atemporalità, si traduce in una lingua di rara ricchezza lessicale che richiede purezza di spirito, si fa Letteratura alta che resta e rivoluziona dal basso. In un potente gioco di equilibri in cui stare è la sfida rivolta al lettore.

“Neghentopia”, altra opera di Meschiari, era un inferno esploso, per espressa sua enunciazione, qui tutto si muove in assenza di luce e parrebbe l’inferno essere sotto le righe e il viaggio, lungo cui il lettore è condotto, un rischio perenne di caduta, ma così non è. Nonostante questa sia stata la mia prima e iniziale riflessione, risucchiata, non dalle intenzioni dell’autore, ma da me stessa, dal mio pensiero che si abbarbicava, abbagliato, alla complessità estetica del testo e necessitava dei confini di una punteggiatura di mezzo tra i periodi che qui non esiste, ho capito dopo poco che stavo sbagliando tutto, che non era quella la strada da percorrere, che, se avessi proseguito lungo quell’illusorio e vaneggiante campo d’azione, non avrei colto la bellezza e l’anima del libro, sarei finita relegata in città priva di sguardo critico e non sarei entrata nella dimensione appenninica di Libera e dell’Uomo-Somaro. Qui non serve la punteggiatura, perché essa appone confini, limita, chiude la mente, esprime processi pure necessari, ma qui diabolici orpelli. Fermarsi oltremodo a inseguire un filo terrestre nello snodo della storia e nella comprensione dei singoli passaggi è legittimo, ma è l’inferno. La via di ingresso all’anima del libro è fuori da tutto ciò, è nella musicalità dantesca dei passi dietro cui non c’è allora il giudizio, non bruciano le fiamme, ma esiste un’armonia che si fa accesso a una comprensione altra. Non so francamente quanto serva sapere l’incipit e il progressivo srotolarsi dei piani della vicenda in cui Libera viene chiamata a congiungere le dimensioni separate dell’Appennino e della città, del nostro passato, delle nostre radici e di ciò in cui abbiamo trasformato le medesime, in un’involuzione macchinosa eppure determinata: ciò da cui veniamo e ciò che abbiamo creato in un divario che si tramuta nell’evidenza dell’origine della fine di tutto e di cui oggi tocchiamo con mano i pezzi già esplosi.

Credo che tutto stia in questo divario, che non è più caduta all’inferno o risucchio, ma stimolo sotteso alla coscienza, stia in questa separazione in cui abbiamo dimenticato chi siamo. E credo che buona parte della poesia del libro risieda in una miriade di presunti dettagli in cui è nascosta la bellezza residua del mondo o dello sguardo di chi lo attraversa portando in superficie la marginalità in cui ogni cosa torna al suo posto, persino la morte, sia nei biscotti vecchi che Libera mangia insieme all’Uomo-Somaro e che rievocano una sensazione elettrica, di rischio di cattura e fine, ma anche di casa cercata, voluta e mai avuta in un malinconico sguardo verso la normalità che è preclusa loro, novelli freak di un mondo omologato, portatori sani di una bellezza che agli altri non è concessa, la bellezza che passa dalla mancanza, di un arto, di una mano, di una casa, di un Amore e che ci eleva verso il desiderio, ci rende fragili e desideranti, viandanti e cercatori, instancabili viaggiatori di un tempo mai povero.

Libera è l’anarchia della condizione umana che, pur inseguendo il desiderio, non se ne fa schiava: lo muta, lo adatta, lo insegue, lo cerca, ma non ne è mai vittima, come quando, guidando le anime dei morti per offrire loro un rientro, lascia il suo ruolo, si stanca o, forse, sa di avere esaurito il suo senso lì, perché alla fissità dell’umano agire che, in eterna e diabolica ripetizione, si sporge rischiosamente verso grandezze sempre più ingombranti e affossanti, oppone la versatilità mercuriale di chi sta sulla Terra nella coscienza di una piccolezza umile e sacra che ci salva dalle miserie delle ambizioni che coprono la paura del nulla e ci illudono di potere eludere la fine.

Nel provare, a modo nostro, a rendere l’originalità di questo piccolo vangelo di anime in viaggio, ci sia consentito aggiungere un ultimo tassello. La parabola di Libera per un incastro intimamente necessario all’autore finisce per entrare nella vita di Meschiari, in una triste vicenda familiare in cui la storia dei nonni, non più in vita, si intreccia con il compito di Libera, quasi fosse, l’anarchica cospiratrice, il pezzo mancante del suo autore, da lui creata per andare oltre, la coscienza di un dolore, la colpa del giudizio senza appelli di uno sguardo, ma anche la ricchezza della forza semplice dello scatto successivo, quello che libera appunto, dalla rabbia, dal risentimento, dalla violenza con cui rispondere a quella subita.

Quel tratto eversivo e composto insieme in cui impariamo, laddove la vita ce ne dà modo, a diventare grandi senza essere ingombranti, a leggere gli accadimenti guardando dal basso. Capita in questi luoghi di affrontare in maniera anomala la storia e il tracciato di un libro, ma, a distanza di un po’ di tempo dal principio di questa avventura, ho avuto modo di riscontrare che ogni pezzo di Ork è un pezzo singolo e questo non per la moltitudine delle attitudini di chi scrive e di chi disegna, ma perché la storia e il relativo tracciato ce li suggeriscono, in un’anomala e sottile comunicazione tra entità cartacea e identità aliene, i libri medesimi. E, allora, in un’alchemica comunicazione tra elementi che si incontrano e talvolta si sublimano, accade che qui si possa generare un respiro ampio o sussurrato dell’anima di un testo. Ecco: se Libera è “la brezza che spezza la spiga”, Meschiari è il vento che spalanca le porte e congiunge i destini di anime rinnegate, perse, separate, noi il sussurro che prova a raccontare un lontano dolore, una cura mancata, un abbraccio atteso, il desiderio d’Amore eppure la fatica di entrarci. Perché l’assenza di rabbia e di risentimento, la violenza superata, sono passaggio ineludibile verso quel desiderio, ma, poi, l’Amore è oltre e questo Libera lo sa bene.

Mindy

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Caduta degli inferi/Ascesa (“Ciò che è oscuro dentro me illumino”), polittico, matita, carboncino, fusaggine e pastello su carta, Mork.

L’ora del mondo: a breve su Ork.

Una storia che ci risuona dentro, finalmente un libro che resta, una prossima avventura per noi che proveremo a raccontarlo qui. Sempre e rigorosamente a modo nostro.

L’Appennino. Come la nebbia. Ti trovi davanti a un sentiero qualunque e vai dritto dove puoi senza pensare. Poi il sentiero lo perdi. Un passo prima era lì. Un passo dopo è finito. E allora ti ritrovi in un luogo qualunque dove non fare un bel niente è tutto ciò che puoi fare. E torni indietro. E vai via. Ma l’Appenino quello vero cominciava proprio lì. Fatto di silenzi. Di distacchi. Perché il suo spazio è imprendibile. Sottotono. Non ha una bellezza ardita dolomitica. Non tromboneggia paesaggi mozzafiato. Eppure quelle conche di arenaria quei prati canuti attorno a un lago quelle faggete seriche silenti ti pungono il petto con una strana nostalgia di lontananze. Sai che sei lì e dunque non sei altrove. E quell’altrove ti chiama come un amore di terra lontana“. (Matteo Meschiari, “L’ora del mondo”, Hacca Edizioni)

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Particolare di un’illustrazione composita realizzata per “L’ora del mondo”, Mork.

Book Pride Genova 2019: un’esperienza da alieni.

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Mi sono chiesta a lungo quanto fosse il caso di scriverne, di scrivere di un’esperienza, quella della partecipazione al Book Pride genovese, che, per quanto rilevante oltre gli steccati settoriali, dovendo la Letteratura, alla fine dei giri, nutrire l’Anima, rimane un ambito che pare non doversi integrare con la storia e la politica di questo Paese, tanto più che noi orkers di questo mondo non possiamo dirci ufficialmente parte.

E il riferimento non è esclusivamente al piano terrestre della faccenda.

Può la passione legittimare un’opinione, un intervento, una critica? Quanto è giusto che qui si dica la nostra in assenza di un substrato che, sancito da un tecnicismo formale che ingloba la complessità delle argomentazioni di settore, rappresenta il foglio di via alla libera uscita di un pensiero critico che copre l’habitat di appartenenza della voce che lo esprime?

Allora, prima di dire la qualunque, forse, è più corretto premettere che si parte, in questo breve viaggio, dalla coscienza di ciò che non siamo: non siamo scrittori, non siamo critici, non siamo giornalisti, non siamo poeti e non siamo intellettuali. Siamo quella minoranza di questa sempre più povera Italia che ama leggere, farsi una propria idea su ciò che muove l’ordine e sole e stelle, che sogna e si illude che un mondo migliore sia possibile e che l’alchemica trasformazione sia strettamente legata più che a un miracolo o al comodo affidamento alle proprietà taumaturgiche del vicino santone di turno, alla coscienza di Sé, a quel delicato equilibrio di forze in cui riconoscere la propria responsabilità, senza tramutarla in vittimistica colpa, è principio di una visione del mondo in cui c’è molto da fare per tutti, a partire dalla vita quotidiana e senza bisogno di rivestire alte cariche, salvo poi cadere per intima incertezza in un calderone dove l’agire altrui è in fondo e si cede al peso delle proprie fragilità. Ma l’umano, ben sappiamo, non è linea retta, è un tracciato di impulsi senza apparente regola, è un caos oltre le forme, è sotto e sopra, alto e basso. Contraddizione che si oppone all’urgenza di una coerenza che ci preservi interi, illusoriamente interi.

E in questa scomoda posizione ci teniamo in vita aggrappandoci saldamente non all’uomo, ma a ciò che crea, a ciò che, più in alto del suo creatore, nutre sogni, legittima disordini, accende desideri e ci ricorda che la vita, tutto sommato, è un gioco che vale la pena di giocare fino in fondo, in una stratificazione a livelli di complessità in cui chi arriva alla fine ha saputo acrobaticamente muoversi tra realtà e finzione, mettendo in circolo lo spazio aereo, imbrigliandolo, laddove possibile, portandolo a terra, anche in quella forma umana che si traduce in liquido, passa dal corpo e ne secerne gli umori più intimi.

E, allora, se studi giuridici ci avrebbero dovuto condurre più opportunamente (?) in aule di tribunale, l’ideale di Giustizia, il pensiero che proprio la Giustizia, che è oltre l’umano legiferare, debba essere lì a guidare l’agire quotidiano, che esiste un’uguaglianza sostanziale che riconosce la diversità e garantisce, non disconoscendo la differenza, ma rendendola garanzia di un godimento di diritti che sia uguale per tutti, punto di partenza di ogni conquista civile, tutto ciò insomma ci legittima a frequentare questi strani luoghi letterari in quel margine ampio, teoricamente ampio, in cui fare confluire l’altra parte della storia che l’umano, il più delle volte, nega. Dunque, letteratura quale rifugio, ma anche quale spazio da cui attingere per creare un ciclo in cui la parola si innerva nella struttura del vivere civile e trasforma, porta bellezza.

Con questa premessa, allora, parliamo, parliamo di libri, della nostra decisione di fare un salto a Genova dopo avere letto il programma di questa edizione autunnale del Book Pride e perché questa città, complice Faber, la portiamo nel cuore e periodicamente ci rigeneriamo vagando per caruggi e assaporando estremi confusi e complici, in un’umanità sbandata e senza confini, in quel tratto di via Sottoripa che dallo spazio aperto del mare conduce agli alti palazzi che, con uno sguardo a terra, offrono momentaneo riparo dalla scarto che siamo.

L’idea di partenza era quella di esserci, di partecipare a una selezione di incontri di cui ci eravamo fatti un’idea teorica sulla base di un titolo, della linea editoriale della casa editrice, sulla base dei nostri interessi, di un nome importante, di una possibile stanchezza e del nostro bisogno, poi, di ritrovarci per rendere a sera, a modo nostro, il senso di una giornata. Sei incontri complessivamente, non tutti rispondenti alle aspettative e qualcuno, addirittura, ben oltre.

Ecco: questo “ben oltre” troviamo lo abbia perfettamente incarnato lo scambio quasi fisico tra Matteo Meschiari, lì a presentare “L’ora del mondo”, e Michele Vaccari. E ciò non solo per l’empatica concordanza di approccio alla lettura del testo, ma anche perché alla competenza e alla ricchezza culturale dei due si è aggiunto un imprevisto tassello che ha reso l’incontro il più vero, a nostro giudizio, di questo Book Pride, un’emozione che era nell’umorismo di Vaccari trattenuto dalla stima verso l’interlocutore, dalla coscienza che gli equilibri sono sottili e che il tempo per ridere era fuori dalla Sala Kids del Palazzo Ducale, era nel canto dell’anarchia in cui si è tradotto l’incontro, “l’anarchia di una bambola rotta, Libera, che attraversa il tempo in senso orizzontale“, il nostro tempo, “un tempo esploso“, in cui all’inesistenza di un futuro sbarrato si oppongono il presente e il passato, era nella confessione di Meschiari di un pezzo di vita familiare complessa, quel buio che regna incontrastato in “Neghentopia” e che accompagna “L’ora del mondo” sotto le luci della ribalta, era nelle nostre facce e in quel vissuto che abbiamo portato e che, alla fine, ci ha fatto sentire meno soli.

Il resto è storia diversa: Giovanni Falaschi e Roberto Contu hanno ricordato il Calvino sotto le spoglie dello scrittore, paziente, tollerante, saturnino, fuori tempo nel ridere dentro una conversazione, mentre io ripensavo ai viaggi di mio padre insieme ad accademici e intellettuali e alle volte in cui venivano a casa e per me erano solo gli amici di papà; Giordano Meacci e Ilide Carmignani ci hanno condotto nei “Disincontri” di Cortazar, “otto momenti di assoluta felicità“, un trionfo di grazia e luce nella scrittura di un tempo finale della vita, storie di genio ludico, impressioni di atti autopoietici, segreti narrativi e buchi di ingresso del lettore e una perfezione in divenire di un uomo che si è nutrito dello sguardo esterno dei bassifondi e li ha celebrati come pochi, la spregevolezza delle miserie umane e l’atto creativo che riscatta e ci ricorda perché siamo a Genova; Nadia Terranova che sceglie di confrontarsi rischiosamente con Kafka e il tema del desiderio, partendo da qualche spunto interessante e perdendosi nella parziale banalizzazione di un tema abnorme che avrebbe meritato di più, non potendosi semplificare qualcosa di così grande per coordinate spazio-temporali di necessità e portando con sé, questa operazione, quel crollo verso le regole terrene in cui Samsa non sarà mai se non come doppiamente prigioniero; Celestini e Raimo hanno provato a umanizzare, attraverso la dimensione ludica della barzelletta, una platea poco disposta a riconoscere i limiti di un Paese che non sa ridere di se stesso, ignora il confine tra i piani di realtà e conduce lo spirito della barzelletta fuori dai territori che le sono propri tramutandola in scherno, assenza di rispetto, negazione di diritti; Anna Nadotti, Claudia Durastanti e Nadeesha Dilshani Uyangoda ci hanno raccontato l’idea di essere straniere, una strana e complessa storia che passa dalla diversità fisica, dalla lingua e dal vissuto familiare e ci hanno regalato qualcosa di loro, un’emozione o una fatica, la passione per Virginia Woolf e l’identità che passa dalla lingua, i labili confini tra una e l’altra lingua nel processo di traduzione che non prescinde dal sentire di chi scrive, una finezza e un’arguzia di pensiero e tre modi di essere donne.

E, allora, se tutto questo è stato possibile, c’è ancora un margine in cui un settore può diventare bellezza e fluire, arricchire chi ne è fuori, ma non può farne a meno per il solo fatto di essere un uomo, è un margine che bisogna cercarsi, ostinatamente e con forza, un margine che si nutre di storie familiari, di educazione scolastica, di cultura e umiltà, tutto ciò che in questo Paese ancora latita.

Se la storia la facciamo anche noi, allora, forse, scriverne non è stato poi così sbagliato.

Mindy

Pionieri
“Pionieri”, matita e carboncino su carta, Mork.