“Senza casa”: in cerca dell’invisibile fantastico.

Non è facile ripartire in questo principio d’anno in cui non si riesce a scorgere ancora la fine della pandemia e noi ci facciamo sempre più convinti che non è questo, uscirne il più rapidamente possibile, il nucleo più profondo della faccenda, per quanto aspirare alla fine del tunnel nel quale siamo caduti sia desiderio umano altamente condivisibile. Che la storia del virus andasse inquadrata in un ambito molto più ampio e complesso lo avevamo già visto, abbastanza chiaramente, per il tramite del saggio di Fabrice Olivier Dubosc, “Sognare la Terra”, edito in pieno lockdown dalla casa editrice Exòrma. In fondo, avevamo capito che la questione andava collocata in un processo di interrelazione con il vivente e che molte delle dinamiche messe in atto all’interno del corpo sociale e miranti al consenso personale e generanti lo sfaldamento di un senso di appartenenza, nel quale ci siamo ritrovati (subito dopo gli inni di solidarietà da precarietà fino ad allora felicemente rimossa dallo stato esistenziale), erano riconducibili a una condizione diffusa di coscienza in affanno.

Dubosc affrontava, in quella sede, le miserie dell’umano e le poneva all’interno di uno scenario più ampio includente l’agire politico e il fallimento delle democrazie occidentali e, oltre, lo scarto del resto del vivente che il sistema, quello non di creazione umana, di cui facciamo parte ci ha restituito nella forma pandemica. Evitando di fermarci e provando a tracciare un percorso di inizio anno attraverso cui ricostruire il senso di questo tempo, ammesso se ne possa individuare uno, facciamo un altro passo, su un piano differente, che, senza dimenticare la fragilità della psiche umana, si spinga verso una visione ambigua e, in qualche modo più vera, della storia contemporanea partendo da un saggio che scava abbastanza nella complessità aiutandoci a definirla mediante il ricorso alla categoria della weirdness.

Ci dice Gianluca Didino nel saggio “Essere senza casa” (edito a giugno del 2020 da minimum fax) che viviamo in una dimensione fortemente connotata dalla “stranezza”, sebbene l’espressione italiana non colga il carattere “perturbante” dell’accezione inglese. E non si tratta più di qualcosa che coinvolge esclusivamente la nostra interiorità, il nostro spazio intimo, in una logica freudiana, e che, pertanto, trova un suo contenimento nell’idea che tutto si svolga per effetto di un trauma che, pur nella sua carica tragicamente devastante, è identificabile nella nostra vita in cui, in fondo, se ne limita l’origine, rendendoci conoscibili a noi stessi. Qui, il dramma assume proporzioni da incubo senza via di uscita, perché la stranezza “ha a che vedere con ciò che minaccia la casa provenendo dall’esterno”. Recita un passaggio che congiunge Lauzon e Fisher: «l’inquietudine provocata dal weird si manifesta nel momento in cui due entità “che non appartengono” alla stessa dimensione si incontrano (Fisher), nel luogo dell’ibridazione e dell’incontro che segna il confine tra ‘casa’ e ‘mondo’. È qui che entra in gioco la nozione di soglia». Questo significa indirettamente che non siamo più sicuri: non perché non ci sentiamo più tali, ma perché obiettivamente, sebbene non sia del tutto corretto esprimersi in questi termini, ponendosi il piano oggettivo quale cassa di risonanza della weirdness, non c’è alcun motivo per ritenere di essere tali.

La complessità non è negata, ma arricchita da una serie di percorsi che vengono tracciati all’interno del saggio e che investono la sfera politica, come quella artistica, passando dalla “rivoluzione” più importante degli ultimi decenni, quella globalizzazione generata dal sistema informatico che non solo ci ha reso tutti in apparenza in grado di fare la qualunque, in sostanza meno capaci di controllare le nostre vite, più manipolabili, catalogabili e assimilabili per genus, con buona pace di ogni diritto alla personificazione, ma anche più esposti all’Altro, a quello che è fuori di noi e dalle nostre case con cui abbiamo finito per condividere tutto della nostra quotidianità. Non esiste uno spazio per sé. Tutto è pubblico o non è. Eppure non conosciamo l’Altro, ne abbiamo paura, non possediamo strumenti che aiutino a contenerla, questa paura, e a limitare l’invasione del nostro campo per opera di un blob a cui non sappiamo ancora dare un volto, una forma, un connotato che ce lo renda comprensibile. Questo perché, coerentemente a un processo estremamente umano, ci è congeniale lo scatto del superamento della paura attraverso l’idea della conoscenza e, quanto più siamo in grado di conoscere, tanto più ci pare di venire a capo dei nostri incubi e dell’insensatezza della nostre esistenze.

“I desideri inespressi”, inchiostro di china su carta, Mork.

Il dramma si compie laddove non riusciamo più a inserire l’inspiegabile, la fonte della nostra paura, all’interno di griglie precostituite, provando un senso di smarrimento aggravato dalla distorsione di una percezione temporale in cui il passato più recente pare celebrato come se fosse collocato al di fuori delle generazioni che ci hanno preceduto, se non addirittura cancellato, e il futuro il nostro presente, mentre l’orizzonte si chiude con la nostra incapacità di vedere oltre. Eppure, ci dice Didino, citando Heidegger, sono i momenti in cui “il mondo si ‘schiude’ completamente allo sguardo umano, perdendo i propri connotati familiari” quelli in cui, per effetto di un ampliamento della visione, proviamo angoscia, ci perdiamo e parallelamente godiamo della “rara opportunità di trovare una dimensione più autentica dell’esistenza”. La grandezza di un regista come Herzog risiede esattamente nella lucida visione in base a cui l’idea dell’uomo di avere un controllo sulla natura è la più grande illusione a cui si possa cedere in questo tempo. Fuori da questa falsa verità esiste, però, un margine di salvezza: la stranezza si acquista insieme al pacchetto dell’ipermodernità e non resta che farci i conti. È possibile, però, fare quello che l’uomo ha sempre fatto: raccontare storie con cui costruire un mondo immaginario in cui includere l’Altro che ancora non ha trovato requie. È così che si incomincia a dare sostanza a un futuro che ancora non riusciamo a vedere.

Dunque, letteratura, poesia, arte quali veicoli dell’invisibile, di quell’Altro di cui ci parla Didino e che nel testo di recente pubblicazione (Edizioni Volatili) di Giorgiomaria Cornelio, “La salatura delle immagini”, assume i connotati di un’assenza che necessita di essere vivificata. Se una qualsiasi immagine può dirsi soggetta a questo processo, è perché essa ha in sé una seconda lettura, meno immediata, quasi sepolta: ciò che è nascosto è la chiave. Qui non interessa l’allegoria, ma il processo creativo con cui l’individuo determina il reale attraverso ciò che esiste in potenza, ma che ancora non riusciamo a scorgere («partecipiamo attivamente alla vita delle cose attraverso la seconda vita delle immagini»). Questo significa che esiste un vuoto, ma anche una dimensione sotterranea suscettibile di letture dentro meccanismi di creazione immaginifica: l’uno non esclude l’altro e tenerli insieme è la sfida poetica del nostro tempo. Che la letteratura non sia scevra da quanto sta accadendo intorno, ma al contrario possa contribuire ad accompagnarci oltre il muro di nebbia con cui neghiamo il trauma collettivo attraverso una “visione” lo spiega bene Matteo Meschiari nel suo “Antropocene fantastico”, edito da Armillaria: «Di che cosa abbiamo veramente bisogno in questo momento? Che cosa può restituirci la speranza? Quella ragazza, quel ragazzo che inventano mondi, mentre noi piagnucoliamo sorseggiando birra. Quel qualcuno, che esiste già da qualche parte e che stiamo aspettando senza saperlo».

Persino, l’essere sulla soglia di molte delle narrazioni circolanti è lo specchio di quella prossimità all’Altro di cui parla Didino, del raccordo tra visibile e invisibile nel tracciato disegnato da Giorgiomaria Cornelio. Non è raccontando l’apocalisse nella quale ci troviamo che rispondiamo alla funzione in qualche modo politica che la letteratura può svolgere, ma selezionando quelle componenti del fantastico che sappiano alludere a un’idea di futuro senza che questo equivalga a negare il presente e la sua tragicità. Un equilibrio complesso, dunque, ma necessario perché la letteratura possa continuare a dire qualcosa oggi: un equilibrio che passa dall’invisibile, dagli spettri, dall’Altro con cui incominciare a dialogare senza pretesa di risposta alcuna. Quest’ultimo il limite di alcuni recenti testi passati da qui e di una, pure potenzialmente interessante, pubblicazione di Add editore, “I pesci non esistono”, di Lulu Miller, che parte sin da subito con la volontà di fungere da sostegno alla lettura rinnovata del mondo, congiunge punti e tessere, realizza il puzzle, risponde all’angoscia, spiega nell’istante stesso in cui propone un mondo “demondificato”. In tutto ciò nulla che venga “realmente” chiesto in una dimensione che rischia di essere autistica. Come autistica parrebbe essere una parte della nostra narrativa contemporanea: testi intrisi di nevrotiche autocelebrazioni che esulano dal dramma collettivo e personale o di aspirazioni neorealistiche svuotate di senso nell’incapacità di portare a galla l’universalismo di una storia familiare e nell’assenza di reale silenzio dentro cui il lettore possa trovare qualcosa di Sé. Non resta che, tornando al breve saggio di Meschiari, evitare comode vie di fuga e fare dell’Antropologia qualcosa di più di un sapere confinato a un ambito scientifico, poiché, nell’istante in cui essa consente di conoscere la realtà nella sua complessità, offre non solo l’opportunità di uno sguardo verso l’Altro, ma anche una visione narratologica possibile.

Lo sa bene Ellen Meloy, l’autrice di “Antropologia del turchese” (Black Coffee edizioni), che, senza alcuna ambizione di fornire risposte allo smarrimento collettivo del nostro tempo, “si limita” a raccontare delle storie frutto delle sue esperienze di viaggio nell’infinitamente piccolo della sontuosità del paesaggio americano, riuscendo a creare quel punto di raccordo tra opposti che è l’unica garanzia di rispondenza al reale che oggi possa esserci. Il fatto che non avvenga in una forma tradizionale, ma in una terra di confine che include il sapere saggistico, il diario autobiografico e la poetica della narrazione è la conferma del percorso che stiamo tracciando, fatto di soglie. Può piacere o non piacere, ci si potrà ritrovare in una forma massima o in minima dose, in base alle nostre inclinazioni, alla nostra formazione e al nostro sentire, ma resta l’inossidabilità della resistenza significante di questo genere di produzione letteraria al nostro tempo. Il libro della Meloy ha dalla sua quello che manca a molte delle pubblicazioni attualmente circolanti: la sincerità, la capacità di parlare al nostro smarrimento, senza per questo fornirci una risposta. Lo dice bene Meschiari, laddove affronta il tema della fragilità, rovesciandone il senso diffuso: «quella che ha fatto da motore cognitivo per la nostra specie, quella che ci ha spinto a reagire immaginando, sognando, desiderando, e che oggi è invece causa ed effetto di un loop cognitivo quasi senza scampo».

Quella crepa in cui tutto può ancora essere.

Mindy

Bonfiglio Liborio a Bologna.

Lo sguardo sulla storia di un “fuori margine”, un essere umano che, “avariato”, ci regala la rottura di ogni prospettiva usuale, una visione del mondo disincantata, eretica, una marginalità da “idiota esemplare”, avrebbe detto Cavazzoni, dove l’accesso all’esistenza passa dallo stupore, dal non comprendere le cose, dal volerle capire, dal dolore che è coscienza di un limite. La meraviglia non fornisce risposte, ma spezza l’ottusità di chi domina il mondo con la sola ragione e declina la fragilità in un’accezione universale in cui l’entusiasmo di un matto è la faccia pubblica di una storia individuale diversa e profonda, tradita da un linguaggio di parole “ombra”. Remo Rapino a Bologna, ieri sera, non avrebbe potuto dircelo meglio.

Questa la presentazione di “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” (Minimum Fax), di Remo Rapino, presso la Libreria Modo Infoshop di Bologna, ieri, 14 gennaio, 2020.

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Remo Rapino ed Emidio Clementi presso la Libreria Modo Infoshop, Bologna.

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Presentazione del libro “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” (Minimum Fax), presso la Libreria Modo Infoshop, Bologna.

Bonfiglio Liborio: storia di una rivoluzione.

Bonfiglio Liborio (copertina)

La storia di Bonfiglio Liborio è una storia che parte da lontano, che dal 1926 giunge al 2010, attraversando 84 anni non solo nelle vicende di un uomo che filtra l’esistenza attraverso la sincerità di uno sguardo capace di travalicare le miserie umane, quelle dell’anima, per avvicinarsi a una verità che risiede oltre il pensiero razionalmente iperstrutturato dell’uomo moderno, fino a immergercisi dentro, ma anche in un pezzo di storia, quella che abbiamo studiato e studieremo sui banchi di scuola, quella che sommamente racchiude la tristezza e la vita felice di chi la fa, attraversandola da testimone diretto.

Già questo introduce un paio di punti di forza del romanzo di Remo Rapino, “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, edito da minimum fax: non solo la peculiarità di raccontare il ‘900 e tutti i suoi sobbalzi, le innovazioni e il progresso, le guerre e la povertà di un Paese che fatica a rialzarsi, le lotte intestine e lo spirito partigiano, le leggi che ne hanno sancito la liberazione, non solo politica, ma anche sociale, da vecchi o pericolosi legami, e la fine di un tempo sognato, le speranze deluse e i diritti negati; dunque, non solo un documento aperto sull’Italia e sul mondo di un secolo ipercinetico e complesso, troppo celermente lasciato alle spalle, ma l’ulteriore e ineliminabile tassello di chi questa storia la racconta, l’identità di un “cocciamatte”, il pazzo senza cui molti paesi non sarebbero stati gli stessi, l’idiota che insegna agli uomini il lato storto e più giusto da cui, alla fine dei giri, guardare l’esistenza, il diverso lasciato ai margini, che possiede la capacità, pur in assenza di comprensione degli ingranaggi sottesi agli equilibri geopolitici, di raccontare una realtà estremamente vicina al vero e di farsi cantore candido della sua condizione, narratore delle insidie che l’umano genere sparge nel tracciato altrui, quasi a non volere confondere la fragilità di un cocciamatte con quella di un uomo, ché tutti siamo uomini, custode di una sacralità che a terra si muove, senza strisciare, e rivoluziona nella dignità di chi non sa di avere uno sguardo privilegiato, ma lo ha e, nell’incontro col mondo, si salva in una incosciente sapienza terrena e popolare che unisce Cristo a Gramsci e semina speranza negli angoli lasciati liberi dalle menti grossolane e dall’assenza di cuore.

Bonfiglio Liborio è l’evangelico passaggio terreno di un uomo che avverte i limiti di un paese che muore sotto i colpi della guerra, un “Candide” che cerca, viaggia, esce dalla protezione materna delle braccia di chi lo ha generato, travalica le mura del paese medesimo, troppo piccolo per contenere il suo desiderio di vita, quel soffio nascosto nella ricerca di un padre di cui sa solo di avere gli stessi occhi e che lo muove verso la conoscenza di sé, entra nella leva obbligatoria e nella feroce virilità maschile, non se ne fa vittima, prende ciò che è possibile, scarti di amicizia e donne con cui “ripulire il sangue”, rinnovarsi, ripartire, lasciare morire ciò che va espulso e riprendere fiato, rinascere, in un ciclo quasi eterno e mai uguale a se stesso, quasi avesse colto l’intimo senso di una perdita che è principio, morte e caduta in essa di due corpi che risalgono uniti e generano.

Potremmo anche porgerla, questa storia, che richiama chiaramente una certa letteratura neorealista del secolo entro cui in gran parte essa si muove, nei termini di una schizofrenia imposta dallo stolto assolutismo degli uomini e dai limiti in cui siamo soliti racchiudere la percezione del reale tutte le volte in cui ci fa comodo non andare oltre, generare steccati, bloccare, fermare, arginare, confinare.

Storia, pertanto, attualissima, storia di un desiderio di conoscenza che necessita di vita e confronto con l’altro e storia della fatica di rimanere in una posizione di alterità indotta dal due, dall’altro, dagli altri, perché lo scherno e la derisione sono la regola nella vicinanza a ciò che parrebbe non somigliarci, opprimono, appesantiscono, gravano sul soffio che muove verso di sé, procurano dolore, ma non prostrazione. Liborio si alza, non perdona perché non accusa se non di fronte all’inconfutabile convergere delle prove. Liborio osserva, prova a capire, va oltre, ha sempre se stesso in fondo alla strada e, intorno, la paura di calpestare la parte pulita e innocente del mondo, quei bambini dentro cui Liborio rimane fedelmente, pur nella crescita che produce il movimento narrativo e la sua e la nostra storia.

Storia di un desiderio, dicevamo, e storia di un sogno, l’amore per Teresa, quasi novella figura angelica, che nel tempo di un istante diventa la donna inseguita e amata, la donna da cui farsi aspettare e la donna che non aspetta perché la realtà schizofrenicamente scinde, separa il sogno, lo deforma. La donna angelo tradisce l’intransigenza del mondo di Liborio che, tuttavia, nel tempo trova il modo, al termine dei suoi giri, di ritorno al paese, di lasciare un’altra traccia della sua rivoluzione: l’adescamento, fare credere ciò che non è vero, indurre in tentazione, lasciare all’altro la miseria di vedere ciò che è, la forza di mollare un ricordo e un sogno, quella di riconoscere il proprio “sapiente” operato nella costruzione di un’illusione, non conformare il proprio mondo alla realtà fuori e ai suoi fallaci equilibri, ma trasformare l’intransigenza in una discesa a terra grazie a cui apprendere, dialogare, sancire un proprio punto, essere, in uno scambio tra sé e l’altro che è superamento successivo e maturo di una percezione necessariamente divisa iniziale.

Storia di un desiderio e di un sogno, dunque, ma anche storia di una passione politica, quella che nasce nelle strade del paese e negli incontri segreti delle vedette partigiane e che prosegue nei moti studenteschi conosciuti dal lato esterno della vita operaia e in quel fervore intimamente proletario che l’Italia vivrà negli anni successivi al boom economico e che farà leva sull’urgenza di un’umanità che si affermi negli orari di lavoro, nei salari, nella produttività che non schiacci in una meccanicità dentro cui l’uomo è assente e che, se non uccide, ferisce il corpo o l’anima.

E anche la passione passa dal taglio, laddove il lavoro che suggella la dignità dell’individuo gli impone la disumanità del ritmo di produzione, lo scardina dalla terra e lo aliena, lo scinde, lo riempie di rumori e voci, lo destruttura a tal punto da renderlo vittima della propria debolezza, di vuoti atavici che diventano giganti e risucchiano.

E la malattia mentale che esplode è “solo” la fragilità di chi ha resistito troppo a un mondo ingiusto, di chi ha tollerato oltremodo, di chi ha saputo farsi troppe volte ragione della propria “nera condizione”, di chi per sopravvivere ha trovato un modo di stare al mondo che, pur cedendo all’urgenza di una parziale uniformità, non può rinunciare a quel pezzo che, seppure nell’incedere del racconto si faccia più leggero, è lo scollamento necessario, la tessera che entra in conflitto con il dato di realtà, in un affresco realista in cui la malattia mentale è l’ingenuità di un idiota che si salva dal dramma dell’esistenza perché ironico, perché estremamente terreno, perché sa non esserci altra soluzione alla fine che guardare tutto da una distanza che è vicina e lontana insieme in un gioco di equilibri al confronto dei quali poco importa se sfuggono quelli geopolitici.

La storia di Bonfiglio Liborio ce la racconta lui con la sua voce, un linguaggio che è un piccolo capolavoro: una ricercatezza complessa e semplice, una struttura che si nutre di ripetizioni necessarie a chiarire a sé il pezzo di conoscenza che le pagine immettono, una terminologia onomatopeica, che passa dal suono, dal succedersi dei suoni, in un ritmo sgangherato e punk, dalle armonie nascoste, un’invenzione lessicale che tradisce un lavoro complesso per giungere alla narrazione di una semplicità che nasce dal conflitto e dal taglio di qualche contraddizione e dal superamento di altre.

C’è un passaggio di questo romanzo che racchiude il senso di un percorso e di una vita, è quello in cui Liborio immagina di andare via, una notte, dal manicomio con indosso un camice bianco, quello a cui lui ritiene di avere diritto sentendosi parte della cura-non cura che lo condurrà, al termine della battaglia di Basaglia, nel mondo fuori, e di essere scambiato dagli ubriachi ai margini della strada per un miracolo, quasi una nuvola.

E Liborio, il cui nome contiene nella radice la libertà inseguita, è il miracolo possibile. Quello che passa nelle nostre vite e non sappiamo vederlo, quello che ci insegna che la vita è roba seria e gioco insieme e che, nel punto in cui si toccano, la fragilità ironica narra l’unica possibile identità.

Mindy

un matto
“Un matto”, matita e carboncino su carta, Mork.

 

Bonfiglio Liborio su Ork.

«[…] Ogni storia di uomo, matto o normale, è una mescolatura delle stesse cose, na cascanna di lacrime, qualche sorrisetto, na cinquina di gioie di straforo, e un doloro grosso come quando al cinema si spengono le luci […]». (Remo Rapino, “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, Minimum Fax editore)

Viaggio in quasi un secolo di storia, non solo italiana, nello sguardo vero, come poco altro, di un “idiota”, un Myškin meno etereo e ironico, rimasto nel cuore di Ork.

A breve qui.

Il silenzio del clown, acrilico e tempera su carta
“Il silenzio del clown”, acrilico e tempera su carta, Mork.