Reimparare a guardare il mondo. Tra Luigi Ghirri e Gianluca Didino.

È di ieri la notizia della scomparsa di Tito Stagno, storico giornalista Rai, il cui racconto dell’allunaggio, nella notte tra il 20 e il 21 luglio del 1969, entrò nelle case degli italiani ad annunciare una rivoluzione, a dichiarare l’ingresso ufficiale in quella che lui stesso ebbe modo di definire “una stagione di entusiasmi, di coraggio, di desiderio di conoscenza che si rivelò poi troppo breve”. Per alcuni quell’evento segnò l’ineluttabilità di un destino. Fu così per Luigi Ghirri che, in molti dei passaggi e in alcune interviste raccolti all’interno del volume “Niente di antico sotto il sole” (Quodlibet), lo riporta quale insostituibile concausa della sua scelta di abbandonare la vita da geometra per intraprendere quella più rischiosa della fotografia all’interno della quale portare, però, l’aspetto della progettualità dove inserire le forme sfuggenti della passione. Così disse a Sergio Alebardi che gli chiedeva quale fosse il nesso tra lo sbarco sulla luna e la fotografia: “L’immagine della Terra vista da lassù mi fece un grande effetto: per la prima volta vedevamo il nostro pianeta dal di fuori, il duplicato della Terra, la rappresentazione della nostra storia. Tutti i film prodotti, le chiese costruite, tutti i libri scritti, i quadri, le foto, le persone: tutto era sintetizzato in quella foto, senza nulla di realmente intellegibile. Fu per me una spinta a percorrere i primi passi nel campo della fotografia”.

Dunque, da un canto “l’accumulazione istantanea sul significare del cambiamento di senso” che opera per merito della sovrapposizione di piani, quello del mondo fisico ritratto, quello dei simboli con cui accediamo al primo e, infine, quello percettivo dell’osservatore. Dall’altro, l’evidenza caotica di una realtà, lo specchio visibile di un momento che ne racchiude un’infinità di altri che lo hanno preceduto e che, pertanto, suggella non solo l’esistente presente, ma anche il passato, qualcosa che ne ha posto le basi, inducendo nell’osservatore l’attivazione di un processo di memoria (per ora chiamiamola impropriamente così) e, parallelamente, il desiderio di comprendere, quasi di portare ordine in un sistema disarticolato di elementi potenzialmente raggruppabili in categorie. Lo dice a suo modo anche Gianluca Didino, nel recente e-book dal titolo “Brucia, memoria”, edito da Einaudi, nella collana dei “Quanti”: “Nel tentativo di colmare la voragine lasciata aperta da quella fotografia non scattata cominciai a cercare di ricostruire le tappe del viaggio di ritorno da Barcellona. Pensavo che se l’avessi fatto, se fossi riuscito a metter insieme un percorso coerente, anche i ricordi sarebbero tornati al loro posto, producendo un racconto dotato di senso”.

“Memorie di infinito”, matita e carboncino su carta, Mork.

Qui un vuoto, l’assenza di un’immagine in grado di offrire un supporto alla memoria e, dunque, l’opportunità mancata di narrare la zona limbica di una vacanza che segnerà la fine di un tempo che racchiude le infinite possibilità dell’esistenza e il principio di qualcosa che ha il retrogusto amaro della vita adulta. L’indiretta constatazione, in entrambi, che lo sguardo intimo, ma rivolto all’esterno nella forma dell’immagine che ci viene restituita sia l’indispensabile presupposto di ogni processo di storicizzazione e di identificazione dell’individuo. È certamente una storia di perdita quella che Didino traccia nel suo testo, la storia di un passato doppiamente perduto nell’irrecuperabilità di quella restituzione visiva che offre lo spunto per il salto nel ricordo, ma è oltre, in un tentativo di oltrepassare la dimensione individuale e privata per consegnare ai lettori una riflessione più ampia che investe tutti e dalla singolarità del ricordo accede allo spazio collettivo della memoria. Ed è esattamente in questo punto che Didino e Ghirri, in qualche modo, incominciano a dialogare, laddove entrambi colgono gli effetti paradossali di un’epoca satura di immagini e quasi priva di memoria come la nostra, seppure nel riconoscimento del carattere profetico delle parole di Ghirri impiegate in un tempo di scarsa consapevolezza collettiva.

Non che oggi sia chiara a tutti quella che Didino chiama la “pervasività dei media digitali”, ma è di certo più facile accedere, con adeguata selezione, a contenuti che pongono l’attenzione del lettore sull’urgenza creativa di un immaginario, umano e narrativo, attualmente inesistente e premessa congeniale alla probabile verificazione di una risolutoria fine del mondo. Più facile precipitare nell’abisso, piuttosto che responsabilizzarsi sulla scia di un desiderio sostenuto dall’immagine di quello che ancora non c’è. Siamo, però, troppo sollecitati visivamente per riuscire a scorgere la meraviglia che il mondo è ancora in grado di regalarci. Scientificamente, dice Ghirri, il grado di visibilità del pianeta è diminuito: non solo non vediamo molto più in là di noi, perché eccessivamente presi dal nostro reticolato di problemi e interessi, dentro cui l’altro ha accesso solo in forma virtuale, ma anche conseguentemente l’orizzonte si è avvicinato a noi, cioè quello che non riusciamo a scorgere non esiste perché non siamo più capaci di vederlo né di immaginarlo. Recita un passaggio: “Le categorie dello stupore e dell’incanto sono ben lontane da noi, che non siamo bambini in un mondo che si definisce vecchio, ma non sono totalmente sopite e disperse. Forse è sufficiente riprendere a praticare strade meno consumate e tracciarne di nuove”. Come in concreto ciò debba svilupparsi, cioè cosa debba guidare in questa ricerca è quesito di estrema importanza per il procedere della nostra riflessione e Ghirri, più che Didino che si ferma a un’attenta osservazione dello stato delle cose e al tentativo di individuare un momento storico in cui la pervasività di cui sopra è diventata lo standard (“Non lo so, ma deve essere capitato da qualche parte durante il passaggio che ha portato la mia generazione dall’adolescenza alla vita adulta”), più volte si appella a uno stato di necessità, intendendo con ciò la novità del rapporto dialettico che l’autore è in grado di porre con l’esterno e a cui seguono nuove strade, concetti, idee (fotografia come “grande avventura del pensiero e dello sguardo”), ma anche alla fuga da una sorta di “colonizzazione del nostro vivere, che vuole confinare tutto quello che «non è di moda» in una provincia che non è quella dell’uomo e dello spazio, ma che è quella del tempo”.

“Colonizzare il tempo”, conformarlo a un sistema di apprezzamento generalizzato per cui non conta o non vale ciò che “non è metropolitano, spettacolare, levigato, tecnologico, economico”, è la base della negazione della dimensione dialettica del confronto attraverso cui può sorgere il nuovo o, quantomeno, la capacità di scorgerlo. Ora se Ghirri declina il processo in termini qualitativi, cioè in una forma inerente a un sistema di valori che si impone come preminente, Didino ce ne suggerisce una chiave quantitativa, laddove il nostro tempo è assorbito, “impegnato”, “saturato” dalla pervasività dei media che hanno annullato “le zone grigie di assopimento e torpore”, cancellando il valore creativo della noia, la percezione della mancanza e lo slancio del desiderio. Seguire la via proposta da Luigi Ghirri comporta il recupero del rapporto con l’altro che il sistema ha oramai escluso se non nella forma virtuale della condivisione e dell’apposizione di una reazione simbolica, poiché, laddove la fotografia restituisce un’immagine dialettica, essa sarà in grado di comunicare all’altro il nostro stupore con conseguente effetto domino su chi la osserverà con una diversificazione delle percezioni soggettive, senza affannose ricerche di oggetti posti sotto gli occhi di tutti e il cui moltiplicarsi è logica consumistica applicata anche all’arte. Ed è l’altro che torna anche nel testo di Didino perché il percorso che compie attraverso il testo vuole essere, così parrebbe, prima ancora che una riflessione, intima e generale, sull’assenza di una memoria in grado di collocare il ricordo dentro i parametri di una logica precisa (direbbe Ghirri, “non l’immagine-ricordo, ma il ricordo di una immagine, di una percezione”), un inevitabile tentativo di fare della narrazione un sostituto di quella fotografia che, forse, se ci fosse stata, avrebbe cambiato le sorti sue e dell’amico, l’opportunità, vanificata dal riscontro di pezzi mancanti, di colmare le lacune di una storia, ma anche l’affaccio timido e nostalgico, malinconico e inevitabilmente impreciso alla dimensione narratologica nei vuoti della memoria. Dice della malinconia Ghirri: “La malinconia è il cartello indicatore di una geografia cancellata, ed è probabilmente il sentimento della distanza che ci separa da un possibile mondo semplice”. Non è, forse, l’umore prevalente che Didino ci trasmette nella restituzione di un mondo sepolto, unitamente a tutto quello che è mancato nell’esperienza personale di un viaggio? Non è, il suo, un modo di riprodurre verbalmente e dialetticamente, nel confronto con quello che non c’è più, emblema di semplice linearità di vite e logiche che si incrociano prima del risucchio globale nella vita adulta e in un sistema asfittico di civiltà, la complessità di un mondo dove più informazioni si producono e più esso risulta incomprensibile? Lo aveva detto Ghirri in uno scritto nel 1987, che tutta la fantascienza si è avverata senza che nessuno se ne sia accorto e potendo in questa categoria introdurre tutta quella strana e non facilmente comprensibile verificazione di eventi in cui si è tradotta la nostra quotidianità storicizzata.

Ora, se la fotografia è un tentativo di comprendere il mondo, nascendo da una domanda, è nel margine ambiguo, in quello che insoluto lascia alla percezione dell’osservatore, che risiede l’origine dello stupore, la bellezza di un disvelamento mancato, il margine di una prossima avventura, il piano spostato dell’orizzonte imposto dai social. Come può, allora, il mondo esterno diventare da complesso a inesauribile, cioè come lasciare che la volontà di comprensione si traduca in riconoscimento di un limite a dispetto di qualcosa che ci sovrasta nell’ottica del recupero del senso della meraviglia in una ignoranza non colpevole, ma connaturata? Sembrerebbe questo il punto del nostro viaggio. Non solo. Se fotografare è, come sostiene Ghirri, la “coscienza del trovarsi sulla linea di confine tra conosciuto e ignoto”, essa appare il luogo di elezione in cui sviluppare i corollari della questione posta, anche nella forma di un viaggio senza immagini al seguito, dove al senso della perdita e alla malinconia si accompagna l’esperienza di curiosità verso un altrove, il nostro futuro desiderabile e immaginabile. Leggere poi nelle pagine di Didino un movimento in disarmonico equilibrio, quello di un’intera generazione o, forse, due, tra quello che è stato, carico della potenza e delle potenzialità dei sogni giovanili, il bisogno di fermarlo, rischiando di eternarlo epicamente, e ciò che sarà, in una visione che striscia, inciampa, zoppica, ma che non rinuncia a volgere in alto lo sguardo, e in quelle di Ghirri un flusso costantemente mosso dalla solida confluenza dei piani nella irriducibile forza del presente è probabilmente un’altra, ancora più enigmatica storia visionaria.

Mindy

Principio 2022 su Ork: fine 2021 e ripartenza.

Il pianeta Ork riprende il suo viaggio dopo una pausa assolutamente indispensabile in relazione alla fatica e alla velocità di questo tempo che pare risucchiarci tutti in un punto di non ritorno. Lo fa con qualche pezzo di coscienza in più, il che non significa necessariamente con una maggiore definizione di “pieni”. Al contrario. Come abbiamo avuto modo di accennare in contesti più personali, il tempo del Natale appena trascorso è stato, più che in passato, un tempo dello stare, senza alcuna pretesa che non fosse quella di ascoltare un miscuglio di voci non sempre in sincrono tra loro. Accettare l’idea di non appartenere a niente se non a sé stessi, con la bellezza di un ancoraggio fedele, ma anche con l’evidenza di un Sé che si smarrisce ancora troppo facilmente dietro alle battaglie quotidiane. Insomma, sapere di essere fuori da ogni etichetta, ma anche che l’umano necessita di una forma, quantomeno transitoria, per essere colto e compreso e che, talvolta, la fuga dal definito è un ottimo alibi per correre illusoriamente via dalla vita e dalla sua finitudine. Allora, cosa fare? Naufragare, ad esempio, per qualche giorno nell’eternità dell’arte. Riprendere la poetica di De Chirico e Savinio, farla balzare ai nostri occhi, attraverso una mostra che ne esplora il carattere irriverente e provocatorio inserendo una parte della loro produzione artistica in un contesto più ampio che racconta l’Anima avanguardista della Parigi cosmopolita tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta: questo è lo spirito dell’interessantissima e curata mostra allestita alla Fondazione Accorsi Ometto di Torino fino alla fine di gennaio (https://www.fondazioneaccorsi-ometto.it/…/parigieraviva-2/). Non è una fuga, ma un tentativo di decifrare quel Sé passando per la seduzione dell’ambiguità di un tempo sospeso e fragile, che richiama il nostro senza guerre eclatanti alle spalle, ma con una miriade di conflitti irrisolti che spaziano dall’umano alla sua interazione con il vivente. Il resto lo hanno fatto il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, la cui sessione finale, in un gioco di immagini immediatamente o mediatamente percepite mediante l’apparecchio fotografico, restituisce agli occhi dei visitatori la bellezza, scultorea o scomposta, dei corpi maschili e femminili, in un viaggio dentro l’erotismo che si compone di angoli e meccaniche rubate a un’intimità travolta da(l) Sé, e un passaggio al Museo Nazionale del Cinema di Torino, dove la memoria di Ork si è sbriciolata in mille frammenti di un film, il nostro, lungo almeno quanto una certa parte del cinema dentro cui l’abbiamo illusoriamente collocato perché è naturale confondere piani e volti e storie e perché, senza un buon riflettore puntato addosso, e intendo lo sguardo che taglia, amplifica, distorce, non sappiamo spesso riconoscerci la dignità che meritiamo. Tornati a Terra, allora, come riprendere il viaggio senza negare continuità a qualcosa che portiamo dentro da questi giorni? Noi abbiamo pensato che il migliore modo per non tradirci fosse ripartire da uno spazio immaginifico, dalla fiaba e dal visivo. Così “Maizo” di Elena Giorgiana Mirabelli (Zona 42) dialogherà con “Io sarò il rovo” di Francesca Matteoni (effequ) e Gianluca Didino (“Brucia, memoria”, Einaudi editore) parlerà virtualmente con Luigi Ghirri (“Niente di antico sotto il sole”, Quodlibet). Il resto è storia di là da venire che proveremo a costruire. Attimo per attimo.

Intanto, Buon Anno dal pianeta Ork!

Murales presso Museo Nazionale del Cinema di Torino.
Biglietti Mostra alla Fondazione Accorsi-Ometto di Torino.
Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto.

Viaggio di Ork intorno al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Il pianeta Ork, con tutta la fatica di un tempo che non assicura alcuna certezza, ha scelto di scendere sulla Terra in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino svoltosi al Lingotto dal 14 al 18 ottobre 2021, lo ha fatto con la curiosità di comprendere quanto la vicenda pandemica avesse stravolto le abitudini dei lettori italiani e quanto fosse stata capace di fare vacillare le verità intorno a cui ruota una buona fetta dell’editoria. Dai numeri recentemente pubblicati, a chiusura del Salone, pare ci sia stata una sorprendente risposta di pubblico. E, in fondo, anche parlando con gli operatori del settore, uffici stampa ed editori, ne abbiamo avuto conferma. Bastava d’altronde guardarsi intorno per avere un’idea sufficientemente precisa dell’andamento di quei giorni, sebbene una corretta valutazione non possa prescindere dalla considerazione della scelta organizzativa di tirare dentro nomi poco affini al piano letterario più ortodosso e piuttosto dentro quel mondo dell’immagine e dello spettacolo a cui una parte consistente dell’editoria ha ceduto volentieri in nome di un incremento delle vendite e di un profitto che spesso riduce le opportunità di fare circolare qualcosa che dia da pensare. E, se una parte degli incontri verteva su un’estetica e un’istanza celebrativa di miti ancora possibili, nonostante lo sradicamento di senso che il covid ha generato nelle nostre vite rispetto all’altro e al mondo fuori, qualcosa si è salvato, ha girato nel modo giusto e ha portato dentro le vetrine della cultura del nostro Paese un’altra e più profonda e irrequieta storia all’interno della quale noi orkers sappiamo di essere.

Da Gustavo Zagrebelsky che, nella sala predisposta ad accogliere il suo “Qohelet” (Il Mulino), non ha esitato a porci di fronte alla nostra vanità, al ricordo di Daniele Del Giudice nella sincerità quasi commossa delle parole di Massimo Cacciari ed Ernesto Franco, dall’infinitamente piccolo sapientemente coinvolto nel sottobosco di Tommaso Lisa, messo di fronte all’urgenza chiarificatrice dei suoi stimoli verso ciò che lo sguardo umano tende ad accantonare da Laura Pugno, fino al non riuscito “Viaggio al termine della notte” compiuto da Walter Siti, passando per le rivelazioni psichedeliche: molto di ciò che è circolato aveva con sé non solo la gioia fisiologica di un’emersione, ma anche la più celata coscienza di una fragilità con cui fare necessariamente i conti. Nulla da cui siamo passati era “solo” ciò di cui si stava parlando, era ben oltre, in una prospettiva più ampia indotta dalla coscienza più o meno sopita che, per quanto ci stessimo illudendo che tutto fosse come prima, niente e nessuno lo era e lo è davvero. Abbiamo faticato a riconoscere qualcuno che già conoscevamo e non perché avessimo il viso parzialmente coperto dalle mascherine, ma perché il covid si è portato via le vite di qualcuno a noi caro o pezzi della nostra identità rendendoci talvolta più fragili, talaltra più bui e incattiviti. Così dagli incontri e dagli sguardi si sarebbe potuta ricostruire l’altra faccia di questo Salone e della nostra umanità post-covid, quella che a noi oggi qui interessa. Tra Leopardi e Primo Levi, Zagrebelsky ci ha raccontato il suo “Qohelet”, testo biblico, libro della disperazione e del ritorno, che dice cose vane e confessa la vanità di ciò che dice, in un sotteso invito alla riflessione matura, classico tra gli adolescenti della generazione di Chiara Valerio, che lo ha introdotto, ma non nostro, testo eretico rispetto alla tradizione cristiana e cattolica che pone all’attenzione del lettore l’incombenza della morte e l’evidenza di quelle vite che passano senza lasciare alcuna traccia. Allora, che fare? Cedere all’inganno dell’esistere o provare a farne qualcosa? Fare leva su di noi, sullo studio, sul sistema logico che abbiamo generato, riprendere in mano il senso della responsabilità dei gesti e delle relazioni: questa la strada.

Non distante la complessità anche etica del mondo di Daniele Del Giudice (Einaudi editore), dove l’osservazione entra a fare parte di ciò che si osserva: se vedo una cosa, è chiaro che essa passa dalla mia visione. Come rendere, allora, questa forma rappresentativa precisa, esatta? Se è la situazione a dovere prevalere in questa logica, come non fare emergere smisuratamente l’Io, senza rinunciare al sentimento? Daniele Del Giudice, lo ha detto bene Ernesto Franco, è stato un grande raccontatore di storie attraversate da tutti i materiali della letteratura, ossessionato dall’esigenza di trovare un nuovo modo di nominare il mondo, alla ricerca di una coerenza estrema che rendeva la sua lingua l’esito di una ricerca dove la “giusta grammatica” fosse l’ingresso alla propria casa, quella dimensione narrativa dove lo scrittore possa stare bene. Scrivere eticamente, dunque, in una via quasi salvifica dove fare i conti con la rinuncia di fronte all’impossibilità di portare simultaneamente nella pagina scritta la luce e il suo cono d’ombra, la precisione di ciò che è visto e la cura dell’ombra. Daniele Del Giudice sa che la luce si perde, che degrada, perché tutto ciò che appartiene a questa Terra fa i conti con i limiti. Anche la luce. Da cui il conflitto che occorre sapere rappresentare, sostenere, tollerare, non eliminare: il conflitto tra il volo quale spinta folle senza cui non ci muoveremmo dal nostro comodo immobilismo e il dono divino che, nell’accezione di cura e attenzione, offre la garanzia di non cadere, contiene gli effetti delle passioni che superano la forma del desiderio e sconfinano nell’ossessione.

Dalla visione dall’alto da cui cogliere le peculiarità del territorio, anche nei suoi aspetti più terribili, ai Tenebrionidi di Tommaso Lisa, insetti oscuri che abitano le rovine dell’uomo, il passo è più breve di quanto non sembri: cura per il dettaglio ed etica nello scrivere sono temi noti anche a queste profondità, nonostante la rinuncia alle altezze, perché in qualche modo l’autore di “Memorie dal sottobosco” (Exòrma edizioni), che si dichiara anti-narrativo, cerca la conciliazione tra gli opposti, una soluzione armonica dove la scienza che esclude un fine aprioristicamente e la narrazione, dentro cui un fine o una fine fisiologicamente si collocano, sappiano generare insieme qualcosa di nuovo. Fare reagire lo stile scientifico con quello filosofico e quello lirico: questo è il suo interesse, oltre ogni tentazione di classificazione enciclopedica a portata di ossessione. In quest’ottica ogni diaperis è come un individuo, una monade che ha in sé il patrimonio genetico di un’intera specie, ma porta sé stesso dentro la medesima: a ben guardare, infatti, non solo ciascuno è esteticamente diverso dagli altri, ma il suo comportamento non sarà quello di un altro.

“Pensavo che inavvertita sarei potuta morire”: quasi un coleottero, Emily Dickinson risuona potente come poco altro nei versi che Marco Baliani recita in un centro congressi invaso dallo sciame in coda per ascoltare Cesare Cremonini. Benedetta Centovalli (“Nella stanza di Emily”, Mattioli 1885), con grazia inaudita e passione incontenibile, racconta le contraddizioni della poetessa di Amherst, si rifiuta di chiuderla nel concetto di autoreclusione e ci offre tutto quello che il viaggio dentro sé stessa le ha consentito di compiere: il cambiamento, la quiete e la tempesta, un procedere metamorfico che oltrepassa la stanza ed esprime uno spirito che, con dignità e lirismo non moderni, ma della poesia di sempre, in una verticalità assoluta, si posa sui nostri sguardi commossi e sul nostro desiderio di conoscerne le lettere.

Demetrio Paolin e Omar Di Monopoli.

Dal Massachussetts ai Sud del mondo, incluso quello degli Stati Uniti, il passo non è lunghissimo se le donne sono la coscienza che manca. Omar Di Monopoli presente la sua ultima creatura, “Brucia l’aria” (Feltrinelli), introdotto da Demetrio Paolin. Tra Verga e Faulkner, nella sua Puglia, lo scrittore esprime il desiderio di fare ordine proprio in quel Sud, dove la maggior parte dei personaggi tenta di opporsi a una catastrofe e, nel farlo, si fa latrice di un senso di fine che è una tragedia dentro cui, però, la disperazione diventa quasi cantabile. Allora, il senso del dramma non cede inesorabilmente all’idea tragica della vita, perché scivola su questa e conduce un passo oltre, verso una sorta di speranza, un contenimento che rende la sublime poesia: ciò che resta nonostante tutto. Poi la commistione linguistica, del dialetto di chi parla con il linguaggio colto nelle parti descrittive, il conflitto tra fuoco e acqua, una mappatura dei luoghi dei suoi libri che generano una regione dell’anima dentro quella geografica, le donne che impongono un salto, un cambiamento, la contaminazione e il vivente che entra nella narrazione dell’umano: una fragilità e una scomposizione, ma anche l’opportunità del passo dopo.

Quello che talvolta non riusciamo a compiere e rispetto a cui riti e sostanze racchiudono la sintesi di un discorso ampio sulla possibilità di farlo, di arrivarci, lì dove tutto si ferma, e non per la garanzia della performance, con altri mezzi che celebrano il corpo in forme e modalità che abbiamo smesso di coltivare. Racconta il misticismo del corpo Paolo Pecere, autore de “Il dio che danza” (Nottetempo), saggio con una componente autobiografica e narrativa, dove il tema dello smarrimento della propria identità incontra la duplice declinazione dell’abilità di perdersi e del rischio della follia e la possibilità, in un equilibrio complesso, fuori dai rigorismi mentali, di sviluppare potenzialità inespresse, di compiere quel passo di cui prima, in un’estensione interpretativa che qui involge il piano esistenziale, prima che narrativo. Dunque, potenziamento, creatività, smarrimento dell’Io, eco individuale del ruolo del narratore, ma anche maschera d’uso nei riti che introduce al travestitismo o travestimento e all’ingannevolezza, alla manipolazione agevolata dal basso raziocinio. Pertanto, conoscenza delle altre culture, in una sorta di etica che rimanda al punto di partenza, senza volere essere esaustiva.

Edorado Camurri, Vanni Santoni, Gianluigi Ricuperati e Federico Di Vita.

Perché laddove essa si ferma entra in gioco la psichedelia con i suoi risvolti, oltre gli impieghi comunemente diffusi nella nostra società. Incontro tra mente e cervello, superamento di confini dentro “La scommessa psichedelica” (a cura di Federico Di Vita, Quodlibet), che in un fine giornata al Salone, è stata una benedizione inaspettata. Non solo per l’interesse suscitato intorno all’argomento da Vanni Santoni, Federico Di Vita ed Edoardo Camurri, ma perché in quell’ora il Lingotto è diventato un insospettabile amplificatore di una delicata questione politica dietro cui individuare le istanze di un mondo che sta facendo esperienza della fine e che cerca disperatamente di varcare certi confini verso un futuro che necessita di un immaginario che ancora non c’è. E che neanche Walter Siti è riuscito a risvegliare riprendendo tra le mani il capolavoro di Celine. Preso dall’urgenza di dire, senza cura, ha riversato sull’uditorio una dissertazione arida e senza anima di “Viaggio al termine della notte”, illudendo finemente il pubblico di una sua posizione polemica rispetto al pensiero dell’autore e costellando la sinossi appiattita dal caterpillar della sua imponenza di concetti complessi che, introdotti qua e là, senza alcuna adeguata introduzione, sapevano di colto procedere senza accompagnamento. Così Celine è rimasto lontano. Come gran parte del pubblico. Lui lì in alto. Esattamente ciò che la letteratura non deve fare.

Mindy