Fifty-fifty ovvero storia di un perché: Sinigaglia su Ork.

Torna Ezio Sinigaglia con un nuovo romanzo, “Fifty-fifty”, edito da TerraRossa, e torna a scombinare le nostre certezze di lettori assuefatti alla diffusa idea editoriale che per rinnovare il patto di fiducia con chi legge sia necessario, negli ambiti in cui non ci si accontenta di una familiarità stantia o di un personalismo condotto a un punto di non ritorno, di costruzioni strutturali talmente all’avanguardia da non essere comprese da chi a un libro chiede semplicemente una storia, la grazia dello stupore e un’eco di coscienza. Abbiamo atteso per scriverne perché, a dispetto dell’apparenza, il nuovo romanzo di Sinigaglia, in quanto in grado di portare un salvifico disordine nelle nostre vite di lettori, va letto, poi sfogliato ancora e ripreso in mano più volte. A ben guardare, nulla di nuovo rispetto ai suoi precedenti, ma qui la faccenda, per quanto riprenda una schematica di approccio richiestaci già in passato, traccia nuove coordinate, dettate più che dall’impianto o dalla lingua, dalla necessità del rovesciamento delle apparenze assolutamente necessario non solo per comprendere la storia che ne è al centro, ma anche per capire quale sia davvero la storia che ne è al centro. Non è un caso che l’ironia, grande dote dello scrittore, qui si faccia lingua andando ad assieparsi anche laddove il tono parrebbe volere raccontare una relazione con l’esistente assai diversa, come se attraverso la modularità linguistica di un caricaturale, talvolta grottesco, versato anche in certe descrizioni amorose, Sinigaglia più che farsi creatore di una lingua nuova, come aveva egregiamente sperimentato nel precedente “L’imitazion del vero” (TerraRossa edizioni), “si limitasse” a fare della lingua un piano anticipatore dello sguardo complessivo rivolto dal romanzo al tema dell’amore che, rovesciato, porta all’attenzione del lettore, che sa di non doversi fidare di ciò che troppo scorre sotto gli occhi, il lato buio della bellezza della vita che culmina nell’incontro con l’altro.

Ed è proprio quest’ultimo punto un primo tema su cui interrogarsi, anche in relazione a quella visione finale e più ampia che è oltre le singole e ricche storie con cui infarcisce lussuosamente il viaggio. Procediamo per gradi, perché gli indizi sono tanti e, probabilmente, al termine saranno tali da darci la parvenza di un colpevole, ma la storia sarà stata tanto preziosa da non potere fare seguire ad essa alcuna esecuzione della pena. Il titolo racconta l’apparente centralità del romanzo: Fifty-fifty è l’appellativo con cui la voce narrante è solito rivolgersi all’oggetto del suo amore, in relazione al suo non essere mai completamente un’identità definita, a tal punto da essere per l’altro una sorta di enigma nell’istante in cui, pur desiderandolo, non gli si concede (“Non vuole saperne, Fifì, di far l’amore. Non ne ha voglia. Ma non esclude che la voglia possa venirgli, un giorno o l’altro. E m’incatena.”). Un enigma, dunque, che ben si incastra con la voce narrante, il cui appellativo Warum tradisce lo spirito indagatore del latore del medesimo. Qualcuno cerca, si interroga e qualcuno sfugge ai tentativi di cogliere il senso delle fughe da parte dell’altro in un gioco perfettamente riuscito nella rispondenza di questa dimensione monca al desiderio di Warum e, certamente, a quello dell’altro giocatore (“Perciò capii quella notte –indimenticabile purtroppo- che l’amore Fifì ed io non lo faremo mai, se non in forma rituale sotto le corroboranti frizioni dello sciampo. Quando lui è Fifì, non vuole. Quando non è Fifì, non voglio io.”).

Sysyphus, schizzetto con matita e fusaggine, Mork.

Dunque, entrambi sembrerebbero concordare sul non volere ciò che in una relazione amorosa suggella l’inizio e la prosecuzione della medesima: un tratto distintivo eppure negato, un incontro consensuale dentro a una negazione, ammesso che di un realistico incontro con l’altro si possa, alla fine dei giochi, davvero parlare. Il titolo induce a credere che sia lì il punto, fuori da Warum, nell’inspiegabile comportamento di chi ama e non ha nessuna intenzione di cedere all’idea comune che in qualche modo si debba portarla nei corpi, quella storia, ma per tutta la durata del romanzo noi assistiamo al viaggio introspettivo compiuto dall’altro, conosciamo l’oggetto fuggevole del suo desiderio per il tramite della sua voce molle e sinuosa che, spinta alle estreme conseguenze dalla sapienza del burattinaio, cede all’ironia e regala un tono superiore alla narrazione impedendo, anche se non sempre, al deus ex machina di lasciare cadere dall’alto tutte le folgori che, non scagliate, rischiano, qua e là, di tradursi in artifizi di rivolta di cui fa le spese il lettore. La conoscenza di tutto ciò di cui è popolato il romanzo, della psiche di Fifì e delle dinamiche delle relazioni al femminile, come dei desideri di un bassotto che, sospeso tra Conrad e il notturno di un’estate in solitaria, gli sarà fidato alleato di avventure, tutto passa attraverso il pensiero e la parola dell’altro, Warum, tanto che, al termine, quello che potremo dire di conoscere abbastanza è proprio lui in un apparente paradosso in cui, forse, troveremo un perché a Warum, ma non alla scelta inusuale del suo amato che, pure lui, prova a ricondurre a quattro plausibili ipotesi: 1) spingere il desiderio a livelli tali da garantire, al momento dell’amore tradotto in corporalità, un piacere sommo; 2) evitare il rischio della perdita insita nell’inizio di ogni cosa; 3) l’avere posto in essere esclusivamente una comunione trascendente; 4) l’essere angeli e il riconoscimento di un’empietà nella discesa dalla metafisica alla corporeità.

Queste, però, non sono ancora altro che il tentativo di Warum di capire l’altro. Capire l’altro o capire se stesso? Il gioco di specchi si fa strada nelle pagine e parte da un indizio spicciolo riportato ritmicamente in una pausa dal chiacchiericcio diffuso con cui una certa umanità entra a tratti con frastuono e ingordigia e spazialmente in un anfratto della foresta popolosa che anima il romanzo attraverso personaggi grotteschi o semplicemente insoddisfatti, borghesi piccoli piccoli in cerca di un loro posto nel mondo, frequentatori notturni di vite al limite o insani passeggeri della notte senza scopo e senza età. Gioco di specchi, dicevamo: quello che il desiderio di emulazione in un taglio di capelli che rende l’amato identico a sé anticipa rivelando non l’avviso rivoltogli dall’amico, ma un parallelismo dentro cui è, forse, il nucleo della storia. Non è Warum un satellite di Fifì, come qualcuno sostiene, né tantomeno un’orbita, ma entrambi finiscono per essere pianeti e orbite o satelliti in funzione della polarità o delle fragilità e dei bisogni dell’altro, laddove alla forza dell’uno corrisponde l’esigenza dell’altro di sopravvivere in quel principio di attrazione. Perché, in fondo, la fisica e l’astronomia sono temi cari allo scrittore che qui non si dimentica neanche della luna che compare in più punti: sacra e distante al di sopra delle loro avventure in un’indimenticabile vacanza al Conero o, più semplicemente, attenta testimone e compagna di luce nell’ospitalità notturna in una grande villa da cui il racconto trae origine.

Nel complesso, il romanzo parrebbe volere essere, al termine vorticoso dei suoi infiniti giri, una celebrazione. Della fugacità dell’amore? Della vita che scorre più rapidamente delle nostre umane attese e che talvolta l’amore riporta alla nostra misera attenzione nella relazione che generiamo, nelle aspettative, con chi ha dalla sua ciò che più non ci appartiene, come la giovinezza? In fondo, Warum non è più giovanissimo, si appresta a varcare la soglia di un tempo che non tornerà più e che ha tutta la bellezza di Fifì. A dirla tutta, l’indizio che di una celebrazione potrebbe trattarsi parrebbe contenerlo, quantomeno allo stato potenziale, il vero nome della voce narrante: Aram racconta molto di più, forse, di altri indizi, di natura più squisitamente letteraria di cui è seminato il romanzo. La radice ci porta lontano e in un ritorno al mondo classico leggiamo il principio di un altare, ma anche di un monumento funebre, quasi fosse Warum l’altra faccia di Fifì e la morte l’altro tassello di una narrazione che è canto, ironico e lussureggiante, di amore e vita. La morte entra prepotente attraverso la musica che, nel ricordo di un motivo suonato in casa dal pianoforte materno, diventa la coscienza della fine, la scoperta della morte, l’interruzione della dimensione sconfinata della gioia associata al sorriso della madre e alla percezione potente del suo corpo. Racconta l’angoscia Aram, racconta “la paura della foce”, “una meta arcana”: “L’effetto complessivo era più o meno questo: sopra, una nube di polvere che mi nascondeva; sotto, un vorticare di fango, un aggirarsi viscido di mostri tra i fondali; in mezzo, su quello strato d’acqua limpido, il mio corpo trascinato via, travolto. In gorghi impetuosi, in rapide, in cascate”.

Sysyphus, carboncino, fusaggine e matita, Mork.

Racconta di come si affondi la prima volta in cui prendiamo coscienza di non essere immortali e lo fa servendosi dell’acqua, principio generatore della vita, come il sorriso della madre, accanto alla quale incomincia ad imparare l’arte difficile dell’argine alle umane derive per ciò che non si può combattere. Esattamente come il suo corpo che, nella vitalità di un desiderio, contiene il tradimento della consunzione e della fine. Dunque, la corporalità negata allontana e contiene, culla e ripara, riporta a un pianoforte e a un’infanzia felice prima della fine di tutto. Una fuga anche questa? Aram ci conduce laddove c’è vita e morte, ma anche su un terzo piano, quello in cui il mito propone un pezzo in più delle storie degli uomini. Esiste una costellazione che ha il nome di Aram: l’origine si perde nel tempo del conflitto tra dei e Titani, quando Zeus, salvato dalla furia fagocitante del padre Crono, si ribellò alla sua autorità liberando i fratelli e sconfiggendo i Titani. La costellazione fu l’atto di gratitudine rivolto da Zeus a tutti coloro che lo aiutarono nell’impresa. In fondo, senza Fifì cosa avrebbe potuto capire e narrare di sé la voce di Warum? Se la costellazione in questione aiuta, laddove visibile, i marinai a prevedere l’arrivo di una tempesta, Aram, che nell’acqua si perde in quanto infinito e rinasce a nuova vita nel compromesso imposto dai tagli quotidiani che la vita ci impone per sopravvivere, non è molto diverso da quel Rinaldo che, perso nel piacere delle ampolle delle infinite mancanze, può ancora trovare la sua strada in quello che resta di una nostalgica scintilla d’amore e superare la burrasca che lo attende.

Mindy

Fifty-fifty: l’instabile su Ork.

Sinigaglia ha sempre saputo mantenere fedeltà assoluta all’idea che cambiare sia garanzia di persistenza nel tempo dell’unione civile con i suoi lettori. Cambiare senza rinnegare se stessi, un’idea di divertimento e di gioco colto che muove e spinge verso un punto dell’orizzonte prima invisibile al nostro sguardo disattento. Tutti i suoi libri hanno questo dalla loro: esplorano un dubbio, una fragilità, una crepa, indagano le verità rivelate dal loro punto opposto o decaduto, portandoci un passo oltre le nostre misere certezze. Lo fa anche ora con questa ultima creatura da domani in libreria. Lo fa con “Fifty-fifty”, lo fa con il supporto prezioso di Terrarossa. E non si ripete. Anche perché il lettore pare sfidato molto di più che in altri suoi testi. Non c’è una crisi del romanzo, non c’è una morte alle spalle e una ricerca di senso, non c’è un inganno e un’invenzione linguistica a farne da traino: c’è un gioco di relazioni, l’attesa e il desiderio, il senso instabile degli amori. Una voce divertita che, a tratti, indugia su se stessa sfidando il lettore alla ricerca di un motivo sotteso che, trovato, a ritroso investe quello che è stato. Scritto e vissuto.

Dateci il tempo che merita e lo porteremo qui.

“Il tempo e l’acqua”: muoversi nel reale. Conversazione con Ezio Sinigaglia.

Da oggi, il pianeta Ork si divide in due, per almeno tre settimane, e lo fa per l’esigenza di assecondare due filoni emersi dalle più recenti letture: da un canto quello che si è sostanzialmente cercato di fare fino ad ora, dare spazio a ciò che resiste al tempo, travalicandolo, per qualità di scrittura, stile, struttura narrativa, universalità contenutistica, forse adesso alla luce di un maggiore rigore rispetto al passato, in relazione alla complessità o “stranezza” del periodo storico-sociale dentro cui ci pare di essere stati catapultati senza preavviso; dall’altro, il tentativo di capire quello che sta accadendo, non nell’ottica di una ricerca scientifica o storica o antropologica (non è questa la sede), ma attraverso interviste o pubblicazioni che sappiano incanalarlo, questo tentativo, fornendo le coordinate di un immaginario ancora inesistente nel quale dare sostanza a un futuro che non riusciamo a scorgere.

È nella seconda traiettoria che si inseriscono le interviste, appunto. Sfruttando lo stimolo offerto da “Il tempo e l’acqua” di Andri S. Magnason, edito da Iperborea, abbiamo provato a dialogare, in questo primo tentativo, con Ezio Sinigaglia (suoi “Il pantarei” e “L’imitazion del vero”, editi da TerraRossa, ed “Eclissi”, da Nutrimenti: tutti da noi ospitati), uno scrittore particolarmente caro ad Ork, tra i pochi che possa fregiarsi di questo appellativo senza che esso cada nel vuoto, ma anche persona dalla ricchezza culturale e umana tale da potere trasformare un dialogo come quello che andremo a fare in un viaggio superbo. Il resto è lasciato a noi lettori e all’opportunità di fare del pensiero uno strumento idoneo a facilitare il movimento critico nel reale e l’interazione con l’esistente, oltre che l’elemento agente capace, nell’intimo delle nostre esistenze, di provocare la reazione del mutamento, smuovendo da sotto tutto l’immobilismo sistemico che l’orrore delle politiche mondiali non ha minimamente intenzione di scalfire.

Ezio Sinigaglia

1. Il libro di Andri S. Magnason, “Il tempo e l’acqua”, recentemente edito da Iperborea, fa leva sulla misurazione della velocità del tempo attuale attraverso il riferimento al superamento dei tempi geologici nella considerazione del mutamento della realtà intorno. Tutto cambia alla velocità dell’uomo, senza che questo implichi una capacità di controllo da parte dello stesso. Abbiamo, cioè, generato un processo che ci è sfuggito di mano. Dice Magnason: “Quando abbiamo imparato ad attraversare i ghiacciai, a contare i luoghi di nidificazione dei coccodrilli e a studiare il canto delle megattere, eravamo ormai tanto forti e ingombranti che tutto quello che finalmente sapevamo misurare e capire stava già scomparendo”. Di cosa è fatto, secondo voi, il limite di fronte a cui deve arrestarsi la volontà dell’uomo perché la capacità di comprensione non degeneri in dominio dell’esistente? E, se abbiamo perso i riferimenti tradizionali per collocarci nel tempo, in una dimensione sbrigliata oramai da ogni griglia, cosa ci radica nel “qui e ora”?

La cosa che mi fa più spavento, fra tutte quelle prodotte dall’umanità, è la sua presunzione. Per un secolo buono, dalla seconda metà del XIX alla seconda metà del XX, non si udivano altro che peana elevati a quelle “magnifiche sorti e progressive” di cui il mite Leopardi si prendeva gioco già nel primo Ottocento. C’erano scienziati che dichiaravano senza vergogna che la Natura custodiva ormai pochissimi misteri, pronti a essere svelati come tutti gli altri nel giro di un paio di lustri. Adesso che, a dispetto di un progresso tecnologico prodigioso e addirittura disorientante, non un singolo mistero è stato svelato, la presunzione si rovescia: dal potere semi-divino a quello semi-diabolico. Non siamo riusciti a carpire il segreto della vita, a tessere l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande in un’unica tela, a ricostruire con un minimo di precisione la storia della nostra specie (obiettivo in apparenza ben più modesto)? Ebbene, non sottovalutate per questo la nostra grandezza: nel giro di un secolo Homo sapiens sapiens riuscirà a cancellare ogni forma di vita dalla faccia della Terra.

Io sono fiducioso: come non si sono avverate le profezie della megalomania positiva, così non si avvererà nemmeno quella della megalomania negativa.

Intendiamoci, le società umane, specie quelle tecnologicamente più avanzate, hanno sempre danneggiato con sorprendente senso di irresponsabilità l’ambiente che le ospitava. E non è affatto da escludere (benché gli esempi di cambiamenti climatici enormemente più rapidi e catastrofici di questo siano nella storia della Terra innumerevoli, già centinaia di milioni di anni prima dell’avvento dell’uomo) che la trasformazione in corso del clima sia dovuta soprattutto alle opere umane, né che questa trasformazione sia destinata a portarci a un disastro senza precedenti. Dubito però che l’effetto finale di questo disastro o di questa serie di disastri che forse ci attendono possa consistere nell’estinzione della specie umana, che è riuscita a sopravvivere in condizioni apparentemente disperate, quando ad esempio, appena una dozzina di migliaia di anni fa, quasi l’intero pianeta era coperto di ghiacci, o quando questi ghiacci, come d’incanto, si sciolsero dando origine a quella alluvione planetaria che chiamiamo Diluvio. Ne dubito, benché non possa escluderlo. Ciò che invece escludo è che una catastrofe provocata dall’uomo possa distruggere la vita sul pianeta. Le forze della Natura sono immensamente superiori alle nostre, dovremmo convincercene una volta per tutte, e la capacità della vita di perpetuarsi è immensamente superiore alla nostra capacità di portare la morte.

Sono piuttosto miscredente che credente, per natura. E quindi anche alla scienza credo con molta cautela. Non credo, tanto per fare un esempio, né nel Fiat Lux né nel Big Bang, due ipotesi che, oltre ad essere pressoché identiche, contengono anche, curiosamente, lo stesso numero di parole e di lettere. Ma se si crede alla scienza quando ci parla delle catastrofi ambientali del futuro, bisogna crederle, per onestà intellettuale, anche quando ci parla delle catastrofi ambientali del passato, delle quali, se non altro, possediamo qualche indizio. Ebbene, dicono gli scienziati che circa 250 milioni di anni fa, per effetto di qualche spaventevole e subitaneo cambiamento climatico, innescato probabilmente dallo scontro con un gigantesco asteroide, scomparvero dalla Terra gran parte delle specie viventi: oltre l’80% dei generi nel regno animale. La vita però non scomparve e anzi, nel giro di qualche milione di anni, riesplose più rigogliosa e varia di prima. Figuriamoci se il pianeta è disposto a morire solo per compiacere la nostra superbia di inquinatori impuniti. Pensiamo forse di essere più forti noi, piccoli esseri umani, di un asteroide di un centinaio di chilometri di diametro?

Non illudiamoci: dovessimo riuscire a distruggere la nostra stessa specie, la Terra, eventualmente, starà benissimo (molto meglio, direi) senza di noi. Quando sento gridare “Vogliamo salvare il pianeta!”, mi indignerei di tanta arroganza se non fosse sempre in me il senso dell’umorismo a prevalere su tutto. Perché naturalmente l’arroganza, del singolo come del gruppo, ha questo di bello e di santo: è ridicola. Se gridassero “Vogliamo salvarci la pelle!”, li prenderei più sul serio e, benché la mia pelle valga ormai una minuscola frazione della loro, magari, con un buon bicchiere di vino nel sangue, scenderei in piazza per unirmi al loro grido. Salvarsi la pelle, oggi come oggi, è davvero difficile, infatti: e non soltanto per via del riscaldamento globale.

2. Con il sopraggiungere della pandemia e il conseguente lockdown molti credevano fosse giunto il momento ideale perché si ponesse all’attenzione generale e alla coscienza dei singoli l’opportunità di un cambio di rotta rispetto a una serie di abitudini di vita e di produzione che hanno contribuito al collasso del sistema Terra. Eppure, allo stato attuale, non sembrerebbe accaduto nulla di quanto sperato da questo lato. Dice Magnason: “Quindi credo che, quando gli esseri umani finalmente capiranno che la collaborazione è l’unica via per risolvere il problema, potremo incontrarci e lavorare insieme. Ma credo anche che non lo faremo finché non saremo messi alle strette, finché la crisi non sarà tanto profonda da non lasciarci scelta”. Cos’altro deve succedere perché l’uomo prenda coscienza della propria precarietà e impieghi il tempo per tornare sui suoi passi? Mi spiego meglio: perché l’ansia, il panico, le fobie che stanno interessando molti di noi non riescono ad agire come motore di trasformazione del sentimento negativo che nutriamo verso l’altro in sguardo intimo rivolto a noi e ai nostri limiti?

Mi sembra piuttosto illusorio immaginare che un cataclisma di questo tipo possa mettere in crisi un sistema di pensiero (e di opere, e di omissioni) solido, ben radicato e del tutto privo di antagonisti qual è il nostro. Al contrario, com’è ovvio, lo rafforza, perché rafforza le già marcate disuguaglianze (ad aggravare le quali i governi di tutte le democrazie liberali lavorano alacremente da ormai un quarantennio). Del resto, da sempre, i cataclismi fanno la fortuna degli sciacalli: i cataclismi locali, come i terremoti, sono una manna per i piccoli sciacalli, che rubacchiano fra le macerie delle case e delle botteghe; i cataclismi planetari arricchiscono invece i Grandi Sciacalli, cioè quelli che un tempo si chiamavano i Padroni del Vapore e adesso, nel degrado linguistico in atto, si chiamano magari Big Tech.

(A proposito di degrado linguistico, apro una parentesi per protestare contro il nome grottesco di questa epidemia. Ecco quel che succede quando si deruba l’umanità della sua creatività popolare e ci si affida a certi sedicenti scienziati, convinti che la scienza debba parlare solo per cifre, sigle, acronimi e abbreviazioni. Dare un nome asettico a una pestilenza è veramente il colmo del ridicolo. Visto che si tratta di una malattia appartenente alla grande famiglia delle influenze, non si poteva chiamarla, sul modello della spagnola e dell’asiatica, “la lombarda”? Ci sarebbero state molte ottime ragioni per farlo, mi sembra. Covid-19! È proprio “ciappuzzo”, come direbbero a Cagliari, cioè insieme squallido, triste e abborracciato alla carlona. Sono certo che, se la peste si fosse chiamata così, Covid-19, quel mio illustre concittadino si sarebbe ben guardato dallo scrivere I promessi sposi.)

Dicevo: immaginare che i Grandi Sciacalli possano interrogarsi sull’opportunità di un cambio di rotta proprio nel bel mezzo della pacchia è contrario a ogni logica. Ci penseranno dopo, a epidemia finita, quando i loro patrimoni si saranno quadruplicati: allora, mossi dall’esigenza di risparmiare sulle imposte, creeranno qualche nuova fondazione benefica attraverso la quale controllare anche il settore delle Opere Filantropiche. I Padroni del Vapore non hanno la minima intenzione di indietreggiare neppure di un millimetro: lo dimostra il fatto che quasi tutti gli accordi per il contenimento dell’inquinamento e dell’emissione di veleni, sottoscritti negli ultimi quarant’anni, brillano per l’assenza congiunta di Stati Uniti e Cina. Proprio come le petizioni per la moratoria universale della pena di morte: sarà una coincidenza?

Quanto a quel che l’epidemia planetaria dal nome grottesco è stata ed è per la nostra vita interiore, il mio pensiero è questo: l’anno scorso, per i primi mesi, è stata una novità da esplorare. Per me, che vivo a Milano, la totale assenza di traffico nel pieno del lockdown ha rappresentato un’esperienza insieme rasserenante ed eccitante. Uscivo di continuo, con i più ricercati pretesti, per godermi la vista e l’udito delle strade deserte, e certe prospettive inattese, sorprendenti, create dalla nudità dell’asfalto: piaceri che non mi era più accaduto di gustare dagli agosti gloriosi degli anni Ottanta. A quei tempi Milano era una città veramente ricca, e di un consumismo sfrenato: perciò in agosto si svuotava interamente, come un recipiente da lavare, lasciando a pochi superstiti il privilegio di viverla. Adesso non è più così, perché Milano, come il resto d’Italia, è diventata molto, molto più povera (o quanto meno abitata da un numero molto maggiore di poveri), e in agosto il sessanta percento della popolazione rimane in città. Quindi il lockdown del 2020 è stata un’occasione irripetibile.

La ripresa dell’infezione, dall’ottobre scorso, è stata invece deprimente in modo drammatico. Se fossi un esperto di comunicazione, suggerirei senza indugio ai governanti di tutto il mondo e soprattutto ai sedicenti esperti che appaiono sui teleschermi ogni sera di mostrarsi meno pessimisti agli occhi dei poveracci che li guardano: a meno che non si propongano di istigare al suicidio il maggior numero di profani possibile. Convivere con il virus per più di qualche mese, a queste condizioni (cioè senza alcun rapporto sociale e, per una parte cospicua dell’umanità, senza alcun reddito), è impossibile. Perciò affermare alla TV, con l’autorità della scienza, che la situazione non tornerà alla normalità prima del 2023 (l’ho udito con le mie orecchie) è un atto irresponsabile. Anche se capisco che quel che per noi è un incubo possa costituire invece, per chi appare sui nostri teleschermi, da quasi un anno, ogni sera, un progetto magnifico, sotto il profilo narcisistico. Il fatto è che nella storia dell’umanità ci sono state migliaia di epidemie, alcune delle quali hanno dimezzato la popolazione di regioni vaste come l’Europa nel giro di pochi mesi. Ma nessuna, mai, è durata tre o quattro anni. Dovesse succedere proprio questa volta, per questa epidemia governata dalla scienza fin dal principio e addirittura battezzata dalla scienza col suo nome grottesco, si tratterebbe davvero di un’eccezione paradossale.

“Alice, smettila di giocare coi gatti”, china e penna su carta, Mork.

3. Veniamo alla parola con cui lavorate tutti e tre. Recita un passaggio del testo qui preso in esame: “Se c’è una cosa che contraddistingue i nostri tempi, quella è la guerra per le parole, per il potere di definire la realtà e il sistema economico, di formulare e diffondere notizie. È una guerra combattuta per stabilire con che parole esprimere il mondo. Sono le parole a creare la realtà: per qualsiasi sistema di potere è fondamentale possedere le parole e i mezzi di comunicazione per farle circolare. Quanto la gestione comunicativa mediatica ha influito sulla percezione del pericolo e della gravità della situazione pandemica? Quanto l’avere calcato la mano sul dato delle morti, soprattutto in una fase iniziale, ha inciso paradossalmente sulla fatica di comprendere e sulla fuga dalla realtà successiva affermatasi prepotentemente con il flusso dei negazionisti?

Come dicevo più sopra, la tendenza a esasperare i toni e a profetizzare sciagure ancor più gravi di quelle che già stiamo vivendo non è d’ausilio all’esattezza, e quindi nemmeno alla verità. Di conseguenza fornisce materiale di primissima scelta ai cosiddetti negazionisti, cioè ai fabbricanti di notizie false: i quali, per raggiungere i loro obiettivi, hanno bisogno di mescolare sapientemente il falso con frammenti di vero, così da renderlo più attraente. Farò un esempio tratto dalla cronaca quotidiana: è un esempio nel quale le parole si associano ai numeri, con effetti manipolatori ancora più macroscopici e fuorvianti. Ogni giorno ci vengono ammanniti alcuni dati che si riferiscono sempre alle stesse “grandezze”: nuovi contagi di oggi; numero dei tamponi effettuati; numero relativo dei ricoveri in terapia intensiva (quanti in più o in meno di ieri); un altro dato consimile – non sempre presente – relativo ai ricoveri totali; e infine: numero dei morti. Sono dati tutt’altro che omogenei perché, pur dicendosi relativi a “oggi”, parlano in realtà di “tempi” diversi e per di più ignoti e inconoscibili a chi non sia in possesso di altri dati, ben più complessi e dettagliati. Ora, può capitare di udire, nel corso di un telegiornale, una notizia all’incirca così formulata (è capitato a me qualche sera fa): “In significativa diminuzione oggi i contagi. Un dato incoraggiante, specie per il notevole aumento dei tamponi effettuati. Il tasso di positività si attesta così al 4,1%, il dato più basso da mesi. Ma continua purtroppo a preoccupare il numero dei morti: quasi 500, 12 in più di ieri!”. Ecco che in questo modo l’incoraggiante si trasforma in preoccupante e la buona notizia in una cattiva. Centinaia di morti in un giorno, infatti, non possono che costituire una notizia pessima. Ma il fatto è che questi morti di oggi non hanno nessun tipo di rapporto con l’andamento odierno dell’epidemia. I morti, com’è loro abitudine, hanno una storia: se sono morti oggi, e morti dell’infezione dal nome grottesco, è perché erano ammalati da parecchi giorni, alcuni da settimane, altri addirittura da mesi, e prima di ammalarsi erano stati contagiati con almeno otto giorni di anticipo sull’insorgere, in ciascuno di loro, dei primi sintomi. La stessa cosa si potrebbe dire, del resto, per il dato relativo ai ricoveri in terapia intensiva, che sono a loro volta l’esito di lunghi decorsi clinici.

Per carità, non pretendo di essere un esperto di statistica, né tanto meno di metodologia della scienza statistica. Ma mi sembra di poter dire che non lo sono nemmeno coloro che ci propongono quotidianamente un simile miscuglio di dati eterogenei e non confrontabili.

Fra le parole nuove che ci ha regalato la pandemia, ne sceglierò soltanto una, che è appunto “pandemia”. Questa parola è stata adottata fin dai primissimi giorni della tregenda e ha poi sostituito sistematicamente il più comune termine “epidemia”. Era proprio necessaria la diffusione “pandemica” di questo vocabolo? Dal punto di vista lessicale, etimologico, semantico e storico, a me sembra che “epidemia” servisse bene alla necessità e bastasse allo scopo. Riporto qui la definizione che ne dà il Dizionario Italiano Treccani:

“Manifestazione collettiva di una malattia (colera, tifo, vaiolo, influenza, ecc.) che rapidamente si diffonde, per contagio diretto o indiretto, fino a colpire un gran numero di persone in un territorio più o meno vasto, e si estingue dopo una durata più o meno lunga.”

È proprio il nostro caso, direi: un territorio più o meno vasto può essere anche vastissimo e una durata più o meno lunga può essere anche triennale, come auspicato dai più narcisi fra gli “scienziati”. Tuttavia “pandemia” batte “epidemia” perlomeno 50 a 1 in tutti i dibattiti televisivi e in tutti i titoli di giornale. Il fatto è che “pandemia” è suonato fin dall’inizio come qualcosa di nuovo e gigantesco, oserei dire come un “pandemonio” senza precedenti, un’infezione “demoniaca” di gravità inaudita. Questo naturalmente è falso, e soltanto pensarlo è offensivo nei confronti dei nostri progenitori, che hanno conosciuto epidemie come la peste o, in tempi assai più recenti, la difterite, che uccidevano ben più della metà dei contagiati e alle quali il termine “asintomatico” era del tutto ignoto. La nostra infezione dal nome grottesco si diffonde forse con altrettanta facilità, ma non è certamente altrettanto letale. In questo tipo di megalomania lessicale penso che a prevalere non sia tanto una vera e propria volontà di seminare il terrore, quanto l’abitudine di ritenere che tutto quel che accade oggi e qui sia più grande, più bello o più terribile di quel che è accaduto prima e altrove: è – se posso permettermi di proporre anch’io una parola nuova – la primatofilia, che non consiste nell’amore per o con le scimmie ma nella smania paranoica dei record. Si tratta di una perversione tipicamente americana, e quindi ormai anche italiana, visto che noi, dagli Stati Uniti, importiamo qualsiasi cosa, tranne quelle poche che ci farebbero bene. A dispetto del riscaldamento globale, ad esempio, non c’è inverno che non porti con sé, in qualche angolo del mondo, la più alta (in metri) nevicata mai vista o la più bassa (in gradi Celsius) temperatura di sempre (traduzione alla rovescia dell’avverbio inglese ever, che a volte, in effetti, vuol dire sempre, ma in questo caso vuol dire mai).  

4. Se ammettiamo che la letteratura non è strumento di evasione, ma forma di discernimento del reale, cosa si salva ancora? L’impressione è che molto della produzione editoriale sia svuotato rispetto a ciò che sta accadendo, avvertendosi questo più del passato. Cosa ha senso scrivere? Che cosa può ancora parlare di noi in questo tempo che procede a una velocità senza precedenti e farlo alla luce di un’ottica in cui ciò che si scrive possa rimanere più o meno “eterno”? Può essere che un genere nuovo stia sorgendo e che sia un ibrido che risente delle competenze specifiche dell’autore e della loro influenza sul suo sguardo rivolto al mondo?

Come scrittore, per l’attualità ho sempre nutrito una certa diffidenza. Un conto è il dovere (dico il dovere, non il diritto) che ha ogni vero scrittore di calare i suoi personaggi nell’epoca storica, nello spazio geografico e nella società in cui il suo romanzo è ambientato, di farne cioè “uomini del loro tempo”, che parlino del loro tempo mentre parlano di sé stessi. Un altro conto è acchiappare un fatto “di cronaca” (un delitto, un naufragio di migranti, un’epidemia dal nome grottesco, una strage scolastica – un’altra cosa che sicuramente importeremo prima o poi dall’America –, una carneficina perpetrata da terroristi più o meno islamici) e farne l’argomento di un romanzo d’attualità, di un instant novel. Lo dico senza peli sulla lingua: è ben raro che si tratti di qualcosa che possa aspirare a chiamarsi “letteratura”. Nel caso di piccole tragedie private o locali, questi libri sono quasi sempre veri e propri atti di sciacallaggio paragonabili a quelli, che ho citato più sopra, dei ladri post-sismici. Nel caso di catastrofi epocali, come guerre, rivoluzioni e pesti bubboniche, bisogna attribuirsi la grandezza quanto meno di Balzac o Tucidide, di Primo Levi o Manzoni per trovare il coraggio di mettersi all’opera. Faccio il primo esempio che può soccorrere un uomo della mia generazione: l’assassinio di Kennedy, uno dei fatti storici più sconvolgenti della mia adolescenza e anzi della mia intera giovinezza, che commosse e turbò non soltanto gli Stati Uniti ma tutto il mondo occidentale (un mondo incomparabilmente più ingenuo e romantico di quello di oggi), ha dato vita a migliaia di ricostruzioni storiche, decine delle quali di eccellente qualità, e a centinaia di romanzi, tutti ben lontani (anche quelli firmati da autori celebratissimi) dalla grande e forse anche dalla discreta letteratura. Robaccia, per dirla fuori dai denti.

L’attualità, inoltre, ha la caratteristica di durare pochissimo e purtroppo, quando non è più attuale, cessa di esistere, perché non contiene nient’altro che la propria freschezza, proprio come un ghiacciolo: non a caso è materia adatta ai quotidiani e alle riviste, la cui speranza di vita non supera il giorno o la settimana, e inadatta alla grande letteratura, che aspira alla perennità. E ancora, guardare le cose troppo da vicino trae quasi sempre in inganno: intendo dire che spesso ciò che consideriamo oggi di straordinaria gravità non sarà giudicato che di trascurabile importanza fra trent’anni e cadrà nel totale oblio fra meno di un secolo. Oggi, nei nostri licei, si leggono ancora I sepolcri perché, nel panorama desertico della letteratura italiana post-settecentesca, allineano se non altro un paio di centinaia di endecasillabi di eccellente fattura: ma sulla loro genesi di scritto d’occasione (cioè di “stringente attualità”) si preferisce passare a volo d’uccello, senza scendere nei dettagli, per non mettere in ridicolo la figura del povero Foscolo. Ma saliamo alle vette più eccelse: Dante, che visse a Firenze in un’epoca di guerre di campanile feroci, sanguinarie e – ai nostri occhi – insignificanti e patetiche come combattimenti di galli, ha popolato le sue tre cantiche, cioè i tre Regni dell’Aldilà (ma soprattutto l’Inferno), di personaggi spregevoli: bulli, bravacci, rodomonti che rappresentavano la sua “attualità” e il cui rilievo storico è zero: si deve soltanto alla sua arte sovrumana se questi nani della storia si sono trasformati in giganti della letteratura: eppure perfino il sommo Dante, il più vicino a Dio di noi tutti (e non soltanto per l’argomento del suo poema), quando l’“attualità” lo prende alla gola e la vista corta del risentimento politico la vince sulla vista infinitamente lunga e profonda della poesia, può riuscirci, per un  paio di terzine, indigesto.

Infine vengo al punto che riguarda me stesso. In gioventù ho scritto un romanzo, Il pantarèi, il cui protagonista, pur parlando molto di romanzi e moltissimo di sé, parlava anche, senza darlo troppo a vedere, della società in cui viveva: un personaggio, direi, profondamente calato nel proprio tempo (che era quello degli anni Settanta del secolo scorso). Il mio dovere di scrittore, dunque, l’ho fatto. Da quell’epoca sono passati cinquant’anni, l’arco temporale di due generazioni. E due generazioni di oggi, con la rapidità dei mutamenti che ci hanno sospinti o travolti, sono più di quel che era un secolo qualche secolo fa. Sono cioè un periodo troppo lungo per la vita di un uomo. Un povero vecchio di oggi deve afferrare in pugno tutta l’intelligenza, l’ironia, la forza vitale e la capacità di adattamento che ancora gli restano al semplice scopo di sopravvivere in una realtà che gli è estranea. Figuriamoci se può rappresentare questa realtà in un romanzo! In tutta sincerità, io non capisco il mondo in cui vivo, o almeno non lo capisco a sufficienza per poterne parlare. E come me molti altri, che purtroppo ne parlano ugualmente.

5. Dice Magnason: “Forse allora andrà a finire bene, qualsiasi cosa succeda”. C’è una fiducia sottesa nell’ordine delle cose. Pensate sia così? Quanto il pensiero e l’immaginazione connessi ai vostri ambiti di elezione possono anticipare quello che ancora alla realtà manca? Che ruolo hanno l’antropologia, la psicanalisi e la letteratura, quanto possono contribuire, non a rassicurare, ma a invitare l’uomo a un’interazione con l’esistente e in che modalità?

Credo di non essere il primo a osservare che, se si vanno a sfogliare i romanzi di fantascienza degli anni Cinquanta e Sessanta (un periodo nel quale questo genere letterario ebbe straordinaria fortuna) e li si analizzano dal punto di vista delle innovazioni tecnologiche profetizzate per l’anno 2000 o giù di lì, si resta sorpresi, da un canto, dal numero delle meraviglie che nella realtà non sono state mai realizzate (macchine volanti individuali, cucine parlanti, servi-robot capaci di soddisfare ogni minimo desiderio, per non dire poi, naturalmente, di astronavi corazzate, di armi che disintegrano l’avversario all’istante e di altre analoghe piacevolezze) e, dall’altro, da quelle che popolano la nostra vita quotidiana e che nessuno aveva previsto, come – un esempio per tutti – il telefono cellulare. Questi romanzi sono perciò, oggi come oggi, in gran parte illeggibili: perché è ovvio che, se il protagonista torna a casa a bordo di un piccolo uovo volante, lo parcheggia sulla terrazza in un’apposita cavità, scende nel suo appartamento per mezzo di uno scivolo pneumatico che, durante il breve viaggio, lo delizia di massaggi corroboranti e, chiusosi in camera da letto per sfuggire alle premure dei suoi quindici robot, afferra il ricevitore del telefono a muro per chiamare l’amata, il cosiddetto patto di “sospensione volontaria dell’incredulità” va in frantumi all’istante e il libro atterra tra le fiamme del caminetto a una velocità superiore a quella di qualsiasi uovo volante.

Esempi del genere dovrebbero dissuadere gli scrittori dalla tentazione di fare profezie. Mi azzarderò tuttavia a prevedere, per la fiducia che nutro nei confronti del Dizionario Italiano Treccani, che l’epidemia si estinguerà dopo una durata più o meno lunga. Che sia una durata breve lo possiamo escludere fin d’ora.

Da ultimo, mi spingo a prevedere che, a differenza dell’epidemia, l’umanità non si estinguerà a causa della catastrofe climatica che la attende (e alla quale io dovrei riuscire a sfuggire, a dio piacendo, prevenendola grazie alla mia età veneranda): sopravvivranno qua e là piccoli gruppi di cavernicoli e cavernicole che cacceranno i bufali con bastoni armati di punte di lancia e, dopo una ventina di generazioni, costruiranno le prime capanne, fors’anche pianteranno i primi cereali commestibili. Nel giro di qualche decina di milioni di anni, la Terra sarà di nuovo nostra. Cioè, vostra. O meglio, loro. Insomma: la Terra formicolerà nuovamente di esseri umani. Se credete alla metempsicosi, allora, chissà, questa profezia potrà anche riuscirvi consolante.

Grazie a Ezio Sinigaglia.

Il 2020 in 12 libri scelti da Ork. Buon Anno!

Qui interessa la Resistenza al disumano, quello che abbiamo dimenticato di essere, lo scoperchiamento di una pentola dagli umori infernali che il virus ha “solo” reso evidente. Ma, poi, evidente a chi? Probabilmente a chi qualcosa aveva già incominciato a percepirla prima del disvelamento pubblico della catastrofe nella quale siamo. I libri sono uno strumento di resistenza formidabile e lo sono quando conducono per mano lungo viaggi che aiutano a vedersi, a incontrare le proprie crepe, a riconoscersi in quello spazio che il mondo ci ha tolto e dentro cui ci sono tutte le negazioni di questo presente ottuso: la paura e la morte, la fragilità, la memoria, la pietas, l’inettitudine, la forza delle idee, il rifugio della scrittura quale raccordo con la risposta alla violenza degli uomini, la decomposizione del corpo, l’umanissima passione di Cristo, la caduta e la resurrezione terrena, poco più in là delle nostre prigioni mentali, l’epica della trasformazione, la diversità, l’inganno e la sovrapposizione delle realtà nello sguardo delle monadi che per effetto dell’Amore collassano e generano la superbia negata e la bellezza del mondo. Se abbiamo capito che, se siamo uno scarto, il diritto ad essere considerati umani è pari a quello di chi veleggia senza timori lungo mete già battute e monotone, che certe rivendicazioni sono anche nostre, se ci siamo voltati a guardare certi abissi materni e li abbiamo resi degni di perdono, se abbiamo ricordato di essere stati figli sbagliati che hanno provato a dialogare con quelli giusti, ma anche fragili, se abbiamo ripercorso le estati al sud in un passato sospeso e inafferrabile, se Zeno Cosini sapevamo di esserlo, ma abbiamo capito che avremmo potuto fare di “meglio” sedotti da Girolamo Girolimoni, se abbiamo osato lasciare decomporre il rigore algido delle forme per entrare nella morte latente che ogni corpo reca con sé, se siamo caduti nella voragine della voglia di cedere e finire, poco più in là del principio di morte, se abbiamo preso coscienza che la Letteratura è un gioco, un omino di latta che racchiude l’origine del superamento delle nostre miserie, se Cristo siamo noi, tutte le volte in cui riabilitiamo un padre distante, tutte le volte in cui siamo corpo, dolente e gaudente, se abbiamo riconosciuto di essere ingranaggi quasi perfetti, se non fosse per l’Amore che scompiglia ogni cosa, se abbiamo compreso che un treno su cui salire potrà salvarci, ammesso di riconoscerci scarti di un’ultima classe, in un mondo devastato dove il senso sarà solo nell’essenziale e nell’invisibile, lo dobbiamo a questi libri che sono i nostri del 2020 (dunque, a prescindere dalla loro data di venuta al mondo):

  1. Baco, Giacomo Sartori, Exòrma edizioni;
  2. Taccuino delle piccole occupazioni, Graziano Graziani, Tunué;
  3. Il libro di Katerina, Auguste Korteau, Nutrimenti edizioni;
  4. Althènopis, Fabrizia Ramondino, Einaudi editore;
  5. L’imitazione del vero, Ezio Sinigaglia, TerraRossa edizioni;
  6. La parte inventata, Rodrigo Fresan, LiberAria editrice;
  7. Sete, Amélie Nothomb, Voland;
  8. Mascarò, Haroldo Conti, Exòrma edizioni;
  9. Anatomia di un profeta, Demetrio Paolin, Voland;
  10. Il treno per Ballachulish, Matteo Meschiari, Edizioni Volatili;
  11. I rifugi della memoria, José Luis Cancho, Arkadia editore;
  12. Ricomporre amorevoli scheletri, Giovanna Rivero, gran via edizioni.

Buon 2021 da Ork!

Mork & Mindy

“Giocolieri in strada (la danza di Oreste)”, tempera su carta, Mork

“La casa delle madri” e il confine col mondo.

“Tra due incompletezze non esiste metro di normalità, il meno e il più sono entrambe condizioni di difetto, impediscono il realizzarsi della simmetria che consente l’unione nella separatezza”: libro anche sulla mancanza quello che Ork decide di ospitare oggi, libro definito da più parti “complesso” e che offre la catartica opportunità di rendere le disavventure familiari, comunemente distribuite ben oltre le pacifiche parvenze dei nostri affetti più o meno vicini, ideale e solida piattaforma da cui avanzare per non fuggire il viaggio dentro i traumi e le separazioni delle vite familiari, quello che a un certo punto ci tocca compiere e che coincide con il definitivo salto verso la non tanto agognata maturità.

“La casa delle madri”, di Daniele Petruccioli, edito da TerraRossa, è il romanzo che arriva su Ork nel momento esatto per parlarne, come accade per gran parte di ciò che decidiamo di portare qui, per effetto di quelle non fortuite coincidenze che rendono la scrittura altrui parte integrante delle nostre vicissitudini: puntello e stimolo, riparo e conforto, coscienza e ripartenza di vite abbastanza complesse da dirsi allineate alla definizione dell’ospite odierno e, pertanto, qua e là raccontabili con la voce di un autore, piuttosto che con la nostra, troppo impigliata negli incastri dell’intimo.

Il solo accenno di presentazione del romanzo, funzionale all’introduzione, contiene già due elementi essenziali per l’ingresso nella più ampia trattazione che il testo merita: la solidità e la complessità. Ora, se quest’ultima è data dall’impianto, dalla scelta linguistica e dalla materia trattata che passa per delle caratterizzazioni non semplici dei protagonisti e dei personaggi che vi ruotano intorno, la prima è nella voce sottesa alla narrazione che, in un andamento da marcia in apparenza costantemente moderato, esplora ed espone, sviscera e traccia, senza tregua e con lucida attenzione, il percorso lungo di una vita familiare. Tutto ciò nell’architettura delle case che ne ospitano lo svolgersi, quasi un confine rispetto al mondo, e attraverso lo sguardo di due gemelli, mediante il riflesso dei due nella dimensione materna e la restituzione ai primi del desiderio di chi li ha messi al mondo in un inevitabile cortocircuito in cui gli affetti si arrampicano faticosamente sulle pareti scoscese delle aspettative dell’altro e si tramutano nell’esatto opposto, come accade tutte le volte in cui impariamo a nostre spese il valore libero dell’Amore. Ernesto ed Elia sono le mancanze destinate a incontrarsi per il breve tempo dell’infanzia nei limiti concessi dalla loro storia, dagli incastri genitoriali, dalle peculiarità dell’uno e dell’altro che tracciano, passando dal corpo e dalle fragilità assegnateci dal caso, quei confini entro cui è dato muoverci più o meno liberamente.

Questo perché, se esiste un terreno in cui nasciamo, un margine di azione a ciò conseguenziale, ad esso si sovrappone quella maggiore o minore capacità di spostamento in esso e, in qualche modo, anche fuori da esso, laddove strutturalmente possibile, che decretiamo noi con la nostra volontà, ma anche chi ci ha generato, con la prefigurazione del futuro familiare che è lo specchio delle proprie ansie e dei propri desideri di fronte a cui si sacrificano l’identità e la libertà dei figli. Ernesto ed Elia nascono, nonostante gemelli, in forme diverse, poiché il primo farà i conti con una fatica motoria di origine neurologica che lo renderà deficitario nella dimensione corporale della velocità e della crescita, a cui sopperirà con il linguaggio e il pensiero, rispetto a cui l’altro andrà più comunemente verso una direzione di naturale approccio di scoperta della vita senza i fardelli, le paure, gli scompensi di Ernesto, dilatati dai timori della madre e dalla incapacità del padre e da lui sentiti e introiettati in forme che nel tempo si faranno rifugio di malessere senza tregua e senza ascolto.

Ora non è l’evidenza di una differenziazione tra i due a decretarne la distanza che nel tempo assumerà l’aspetto di una separazione, liberatoria per l’uno e tragica per l’altro, ma ciò che su questa evidenza finirà per costruire la madre, Sarabanda, donna emancipata e mai sottomessa alla volontà degli uomini con cui impara presto a interagire alla pari, confondendosi nella loro linearità di giudizio in cui fare naufragare la morbidezza femminile dell’accoglienza materna e celare agli occhi quelle variazioni di colore di mezzo in cui si staglia gran parte della nostra vita, ben oltre il bianco e il nero, e in cui risiedono anche Ernesto ed Elia, oltre la comodità di fuga di tutte le classificazioni del mondo. Una madre decide, un padre manca e due figli crescono nella prospettiva designata dalla prima in cui il figlio “normale” dovrà occuparsi dell’altro, quello fragile e bisognoso, in una relazione simbiotica dentro la quale Ernesto potrà vivere di normalità imprestata e l’altro si farà carico dei suoi deficit imparando la fatica dello stare al mondo, come se entrambi, nel ruolo assegnato da Sarabanda, dovessero scontare le sue colpe, quelle di chi ha finto di accettare la diversità entrata in famiglia per volere di un caso subdolo, per poi addossarne le conseguenze su coloro che rimangono a fare i conti, a vita, con le inquietudini accantonate da chi avrebbe dovuto incominciare a farlo in ordine di ruolo e di tempo e si è premurato di non farlo.

“Dedalo e Icaro”, matita e carboncino su carta, Mork.

È abbastanza chiaro che la complessità della vicenda poteva scegliere voci diverse. Il fatto che ad essa corrisponda una narrazione solida non saprei dire quanto sia funzionale alle argomentazioni di sostegno all’urgenza della medesima, di questa storia in particolare. Questo perché la solidità, che parte come volontà di sguardo lucido sulla trama che scorre in quell’andamento moderato di cui si è detto, a noi rivela l’impressione di una verità celata, nascosta sapientemente al nostro sguardo, dentro la quale è racchiusa la fatica di raccontare un dolore che, contenuto, perché non deflagri generando scomponimento emotivo, si frena, raffredda la voce narrante medesima e la rende non sempre autentica.

La distanza che manca della naturalezza necessaria e che si impone per difesa e urgenza di dichiarare a se stessi la fine di un dolore, più che lo svolgersi della vicenda che ne è stata la causa, contamina non solo il tono della voce narrante, ma anche la scelta linguistica del romanzo che, tradendo il passato da saggista dell’autore, altera il ritmo complessivo dello stesso, inducendoci a guardare quell’andamento moderato come un tentativo di arrestare un’altra storia che ancora non ha maturato i suoi tempi tecnici di gestazione.

Presenza ingombrante, dunque, quella della voce narrante che spiega fin troppo bene le dinamiche della famiglia di cui si racconta, scandagliando fino all’infinitesimale tutto ciò che accade e che non vediamo, lasciando il lettore perplesso rispetto all’opportunità di farlo in questa modalità, così in fondo da avere paura di potere essere frainteso, mal letto, “incompreso”, come recitava un titolo, qui perfetto, di un romanzo di Florence Montgomery da cui Comencini trasse spunto per l’omonimo film del 1966. La complessità, invece, strutturale, che si esprime in un arco temporale che non si svolge in forma lineare e progressiva, ma attraverso rimandi tra passato e presente, contribuisce a dare movimento laddove lo stesso si arresta in parte, in una buona compensazione assolutamente non facile da gestire.

La forza del romanzo di Petruccioli è nella storia, nell’idea di volere portare tra le pagine di un libro quella dimensione familiare scomposta fuori dalla perfezione dell’ordinario in cui felicemente nascondiamo al mondo le nostre falle fino a negare a un figlio il diritto di essere diverso o fino a concedergli quello di poterlo essere, ma solo rispetto all’altro, quasi incarnasse l’uno, agli occhi della madre che si confondono con i propri, la difficoltà di essere al di fuori delle mancanze rispetto all’altro. Gioco, dunque, di rispecchiamenti sottile che si ripercuote sul rapporto tra fratelli, sul vincolo simbiotico imposto, sulla fatica di Ernesto di lasciare andare il fratello verso la sua normalità senza concepirne la scelta come un tradimento rispetto ai piani materni coincidenti con la propria volontà, non potendosi la sua fragilità strutturale ergersi oltre quegli steccati per ammettere il diritto alla felicità del fratello lontano da lui. Gioco che non lascia indenne neanche Elia che nella libertà delle esperienze e nel godimento di un piacere escluso all’altro finisce per fare i conti con il senso di colpa che inquina il rapporto anche dal lato “sano” in un incontro che si fa nel tempo sempre più difficile, poi impossibile. E gioco che rivela non una madre, ma un plurale, quasi ci fossero due Sarabanda, al di là delle donne che popolano il romanzo e che, talvolta, in altre forme provano a supplire ai vuoti materni. Quasi ci fosse la madre di Ernesto e la madre di Elia, ognuna a suo modo mancante, ognuna diversa dal bisogno del figlio e lontana.

Il romanzo richiama alla mente uno dei film più belli, per noi del pianeta Ork, dell’inizio di questo millennio: anche ne “La meglio gioventù” Marco Tullio Giordana raccontava il rapporto tra due fratelli, uno dei quali più fragile, un amore fraterno spezzato dalla fatica di vivere del più debole che si sottrae in una notte di Capodanno ai festeggiamenti e alla gioia di vivere che non gli appartiene. In un passaggio, dopo la sua morte, un amico di entrambi dice al sopravvissuto: “Tu devi smettere di pensare a tuo fratello come a un ostacolo. Perché, se continuate a pensare a lui come a un ostacolo, finirete per odiarlo”. Esiste un margine, quello fuori dai desideri materni, fuori dai vincoli che essi creano, in cui è racchiusa la storia di amore possibile tra fratelli, quello spazio in cui non si chiede all’altro di essere ciò che non è o che non sarà mai, ma lo si ama incondizionatamente. In quello spazio c’è l’amore immenso di tutti quelli che conoscono la fragilità familiare, la precarietà della felicità familiare e, in fondo, anche la sua decadente bellezza.

Mindy

Madri e figli su Ork: la prossima tappa.

«Come se la nostalgia – quel sentimento struggente di mancanza di qualcosa che non abbiamo mai visto ma che sappiamo con chiarezza di ricordare, su cui si costruiscono religioni e mitologie – non si fondasse poi sull’immanenza, sulla traccia che reca il mondo di ciò che chiamiamo trascendenza: e dunque anche il tempo esiste come traccia nello spazio; cos’altro c’è di più risonante, da questo punto di vista, dello spazio, un luogo vuoto, uno spiazzo dove prima c’era una casa, una casa dove un tempo c’è stata una persona, una persona in cui alberga l’assenza di uno sguardo; che cosa, se non queste tracce nello spazio, ci parla del tempo, ovvero della perdita di cui tanto sentiamo di avere bisogno per uscire un po’ da noi e così – proprio grazie a questa uscita – definirci meglio?» (Daniele Petruccioli, “La casa delle madri”, TerraRossa Edizioni)

Libro di mancanze, di libertà inseguite e di fughe, di amori concessi e di perdoni negati, di donne che provano ad essere madri uguali di figli “diversi” e falliscono. Storie di anime fragili e corpi ribelli, di creature protette, di gabbie e libertà, di un’ostinata ricerca di un senso familiare che lasci spazio a se stessi senza giochi angusti di complementarità di ruoli. Gli spazi che registrano il tempo che passa e che lo raccontano. All’interno di una struttura complessa che, pur nell’ordine imposto in qualche modo dalla narrazione, tradisce ambizioni e distanze. Prossimamente su Ork.

“Dedalo e Icaro”, matita e carboncino su carta, Mork.

“La parte del fuoco” ovvero quello che resta dell’essere umani.

Del libro ospitato oggi da Ork, fino a quando non l’ho preso in mano, ero solita parlarne nei termini incompiuti di un racconto di due solitudini, sollecitata dalle recensioni e dalla lettura delle sinossi circolanti sul web, ma messa in guardia dall’editore che, in uno scambio virtuale, mi suggeriva di guardare altrove.

Oggi so che “La parte del fuoco”, di Marco Rovelli, edito da TerraRossa, è un viaggio più ampio che non trascura l’intimità dei protagonisti, ma tocca altre sponde, invade il sociale, scardina certezze, immerge nella scomposizione di una fragilità, racconta da vicino quelle storie di barconi dispersi nel Mediterraneo e a cui i mezzi di comunicazione ci hanno assuefatti tenendoci “debitamente” distanti dal dolore e dalla disperazione di chi ci è sopra e insegnandoci sottilmente l’indifferenza proprio in quelle acque in cui il sentimento della pietas ha fondato la civiltà alla quale da secoli apparteniamo.

Certamente nodale l’incontro tra la giovane Elsa, figlia di un’alta borghesia imprenditoriale che non conosce vita che non sia votata all’estetica del profitto, e Karim, immigrato clandestino che fugge dalla sua Terra in cerca di se stesso fuori dalle aspettative familiari e dal bisogno, il romanzo poggia, però, la propria consistenza sulla caratterizzazione compiuta dei suoi personaggi, in qualche modo funzionali l’uno all’altro nell’ottica di un desiderio che li sposta dall’immobilismo originario e li conduce lungo una via che finisce per rilevare molto di più del suo esito finale.

Entrambi partono da una comunanza, un sostrato in cui nascono che, nella negazione della vita nel suo senso più ampio, come possibilità di definizione delle tessere di un sotterraneo fluire di Sé, determina il movimento e la ricerca, l’odissea che entrambi compiono per giungere a uno sprazzo di verità, la luce cercata e impedita, l’idea di un’esistenza possibile fuori dai legami familiari, fuori da tutte le forme di schiavitù, non necessariamente indotte da un bisogno di sopravvivenza primaria, spesso riconducibili a una necessità di confortante riconoscimento.

L’origine è, in qualche modo, una sentenza di morte: da un lato la borghesia occludente ogni apertura al mondo, in un processo di trattenute spinte, di moti sopiti, di economia di vita, di assenza di anima, un freddo austero nel vuoto affettivo familiare; dall’altro un talento frenato, l’armonia di un corpo che interrompe la propria danza per un’urgenza primaria, la fame e la vita adulta, i sogni che cedono ai colpi delle priorità e il posto possibile nel nulla del taglio onirico, lungo un cordone ombelicale che, non reciso, garantisce una vita innaturale che ha il sapore dell’inesistenza.

Nel non adattamento allo stato delle cose nasce “La parte del fuoco”, lo spostamento e l’incontro delle due anime in fuga dalla morte e in cerca di un loro possibile posto nel mondo.

C’è un passaggio estremamente emblematico del romanzo che racchiude quanto appena enunciato in una forma perfetta, rivelandoci, quale punto essenziale del nucleo di esso, l’atto del disvelamento: “La vita per me sta tutta nello scivolare della luce sotto una porta, che apre il buio e lo dischiude. (A cosa, chiederebbe qualcuno, e sbaglierebbe: è il gesto del dischiudere che conta.)”. Dunque, non è la conquista della verità, di un senso, l’interesse di cui si nutre la narrazione in questione, ma il passaggio che si pone prima dell’esito: il viaggio, non la destinazione, la ricerca prima della scoperta, l’atto del dare alla luce principalmente se stessi, i tremori, le fragilità, le paure, i bivi, gli errori che accompagnano la gestazione, più ancora della forza che se ne possa trarre. Non rileva o rileva relativamente, in questo frangente, a cosa possa aprire lo squarcio della luce nel buio dell’inesistenza e delle origini: ciò che conta è l’atto di aprire, la scelta di fare luce, di non cedere al principio di morte, lungo un desiderio che, sostenuto dal ruolo dell’accudimento dell’altro, ci identifica già, ci personalizza nel viaggio in cui non siamo più figli, quello che siamo stati, ma in cui non siamo ancora compiutamente nati. Ed ecco la materna o paterna funzionalità dell’uno rispetto all’altra e, dunque, qualcosa che scavalca la possibilità di un amore in assenza di una libertà ancora cercata: potremmo dirla in altri termini quale incarnazione momentanea e necessaria di una mancanza lungo cui fare scorrere il percorso di crescita di un uomo e di una donna oltre la consistenza di figli.

Non è solo l’atto del disvelare, del dischiudere che identifica la centralità della narrazione, ma anche la modalità in cui ciò avviene: attraverso il corpo, per entrambi, in una dimensione che si connota di dolore senza che in esso si esaurisca, perché c’è qualcosa di più nel tagliarsi, ferirsi, non solo l’urgenza di un aprirsi al mondo che non conosce vie che non facciano male, il bisogno di esistere per l’altro che la preoccupazione del male induce ad accorgersi di noi, quasi esistessimo solo in una precarietà possibile, nella fragilità scomposta di figli, ma anche la libertà, il piacere di uscire dallo steccato, dalle maglie di una prigione, la vertigine della luce oltre lo scuro degli incasellamenti in cui siamo riconoscibili, ma non siamo. Lo spalancarsi della porta che contiene un principio di felicità prima della disillusione per una fine inevitabile che ci appartiene per natura, prima dello sconforto della coscienza dell’istante in cui si racchiude la nostra esistenza, prima del giudizio di un eccesso a cui non abbiamo diritto, come un sole che ci appare “troppo” alla vista di figli nati colpevoli.

Il freddo muro di silenzio della casa di infanzia da abbattere o la smisurata distesa di acque profonde da (ri)attraversare sono l’ostacolo che si frappone alla libertà agognata di Elsa e Karim, ma sono anche il contenimento delle loro paure, un invito leggibile a tornare indietro, un risucchio verso le origini che preserva dalla morte, ma anche dalla vita, il rientro confinato senza rischi, il bianco anaffettivo di una clinica in cui imparare ad amarsi nella logica di un paradosso e il posto sicuro in cui non scontare le pene per le proprie responsabilità.

“La parte del fuoco” appartiene alla collana “Fondanti”: in sostanza, si tratta di un testo già uscito in passato, ma calcolato in un’ottica frequente di disattenzione per ciò che merita e che il più delle volte si discosta dal mercato e dalle sue spire di profitto e interessi personali.

La volontà di recupero di TerraRossa dimostra ancora una volta la capacità dell’editore e dei suoi collaboratori di riportare alla luce voci e narrazioni di autori che hanno un valore evidentemente passato inosservato in relazione alla rapidità con cui sono spariti dalla scena editoriale.

Ora non è solo la capacità introspettiva di Rovelli ad averci favorevolmente impressionato (non è facile accedere alla complessità del sotterraneo femminile, alla facilità con cui esso emerga in superficie attraverso il corpo nella sospensione in cui la donna cade tutte le volte in cui decide di trasformare una storia di dolore, ma Rovelli ci riesce, senza volgere al pietismo, come è logico che sia nella scelta di entrarci dentro, senza rimanerne fuori, quasi si fosse precluso lo sguardo dello spettatore), ma anche la scrittura con una sua precisa identità, una forza con cui regge la narrazione e che lo distingue da un altro autore di TerraRossa, Cristò Chiapparino, che, pur indagando nell’animo dei suoi personaggi, lo fa in una declinazione più molle, quasi avesse bisogno di cedere alle debolezze del mondo per poterle narrare. Qui, si può essere dentro l’intimità di Elsa e Karim, senza bagnarsi del dolore altrui, in un equilibrio notevole, archetipicamente maschile.

In viaggio, estate cretese 2019.

Il ritmo del romanzo è l’altro punto a favore: procede ben sostenuto, rapido, ma non frettoloso, quasi disvelasse l’urgenza del movimento dei due personaggi, agevolato in questo anche dall’impalcatura complessiva del testo, dalla scelta di sviluppare le due storie attraverso un’alternanza tra parallelismi e incroci. Resta un punto dubbioso che attiene alla parte finale rispetto a cui pare ci sia stato un rimaneggiamento dell’originale. L’impressione è che il finale andasse tracciato un po’ prima, come se l’equilibrio ritmico complessivo si sfilacciasse alla fine per incomprensibili ragioni, visto che molto è già racchiuso nella parte immediatamente precedente e pare che si voglia tirare per le lunghe qualcosa il cui nucleo, come già ampiamente sottolineato, risiede altrove, nel viaggio appunto, più che nel suo possibile esito.

Recita una bellissima poesia dell’autore nella prefazione:

Osserva il mondo dal margine.

Senza cardini né giunture.

Dall’estremità del dissenso.

Strappa le cose al sole che nasconde

Alla luce che riverbera

E non rischiara.”

Ed ecco la ragione principe per leggerlo: un’attenzione ai margini, ai resti per cui Karim lavora, a quelli che fanno incontrare il giovane immigrato ed Elsa, quelli che dimentichiamo, quelli che sanno di scarti, quelli che rimuoviamo rinunciando a uno scorcio di verità, mostrando indifferenza per chi naufraga, non necessariamente su un barcone. “La parte del fuoco” è il Cristo dimenticato (si veda la copertina), l’uomo che ieri, vicino casa, rinunciava alla sua dignità, lasciato da tutti a imputridire tra i suoi demoni. Ciò che abbiamo sotto gli occhi e non vediamo.

Mindy

Presto dalla parte del fuoco.

«Se mai, è il fatto che ti sento un orizzonte nello sguardo. Che è anche il mio, penso, ma che non ho. Non so se in questo periodo sto riuscendo a liberarmi, sto provando una strategia, è una strategia scomoda, ma voglio provarci. (E quando dico VOGLIO PROVARCI sono pericolosa, perché la determinazione è qualcosa che non mi manca.) So solo questo, che devo liberarmi da una reclusione che, quando riesco a guardare bene, lucidamente, le cose, alla fine ho costruito io. Hai ragione tu, mi costruisco una prigione per offrirla in pasto ai miei occhi.» (Marco Rovelli, “La parte del fuoco”, TerraRossa edizioni)

La prossima tappa di Ork è un libro dalle molte risorse: la scrittura, il ritmo per buona parte della narrazione, l’introspezione, lo sguardo attento rivolto ai margini e alle paure, alla forza e alle speranze dell’universo femminile, la storia di un incontro dalle insolite coordinate. Presto su Ork.

“L’intervento d’elezione”, olio su tela, Mork.

Petra e Paolo ovvero la ricerca della verità.

cover_La-meravigliosa-lampada-di-Paolo-Lunare

Riprendiamo a scrivere, lo facciamo dopo una breve interruzione, legata anche alla fatica di riprendere i ritmi di una presunta normalità che oramai non ci appartiene più. E non solo per la nostra congenita stranezza, ma perché qualcosa dentro si è incrinato e riportarlo allo stato pregresso sarebbe solo illudersi di potere tornare indietro, facendo finta che nulla sia accaduto, mentre dentro i piani dell’esistenza hanno cambiato definitivamente posizione e l’unica cosa sensata che si possa fare, quando la vita è ben oltre i suoi esordi, è imparare l’arte della riparazione, guardarne le crepe, il crollo, cercare, di quei piani, una nuova destinazione in un ordine di priorità mutato per sempre. In fondo, è questo lo sguardo del libro che oggi ospitiamo in questa terra aliena e fuori dal mondo, è la voce malinconica e gentile di Cristò che con “La meravigliosa lampada di Paolo Lunare”, edito da TerraRossa, prosegue un percorso iniziato con il precedente “Restiamo così quando ve ne andate”, a cui Ork aveva riservato uno spazio speciale, quello dei libri che non si impongono per alterigia di stile o per marcatura ad uomo del lettore, quelli di chi, narrandoti una storia, ti si siede accanto e, prima che tu te ne accorga, ti ha posto sulle spalle la mano che servirà a contenere tutto ciò che la narrazione sarà stata capace di sciogliere, quel pantano emotivo dove stanno i sogni dispersi, gli amori lasciati andare, le amicizie finite, la vita che va e non si arresta, mentre tu rimani ancorato a un cenno, a un ricordo, a un dettaglio in cui esplode la forza di ciò che è stato e ne rimani vittima affascinata. Senza colpa in capo a nessuno, senza responsabili, un concatenarsi di reati senza colpevole perché le norme poste non sono alla portata della generalità e la vita si configura come un gioco dalle regole impossibili per chi conosce la fragilità dei sentimenti e non ci rinuncia.

Ora, se questo è stato il filo conduttore delle due creature di Cristò, non possiamo esimerci dal dire che l’ultimo, nonostante il precedente ci avesse dato un senso di maggiore compiutezza, mette sul tavolo più carte di quanto non appaia a una prima lettura. È un po’ la cifra di questo autore che fa della semplicità la veste di ingresso del suo mondo, ma anche una intelligente copertura a tutta la sua profondità non solo tematica, ma anche emotiva. Potremmo dire che il contenimento del pantano è rimedio pubblicamente offerto alle note struggenti con cui talvolta cede a quella ricchezza, ma anche ammissibile forma in cui riconoscersi fragile quel tanto che basta a non cadere nella banalità del sentire, condizione diffusa e principio di scarto dal flusso di vita che, invece, qui scorre prepotente sotto le paure e le menzogne.

E, infatti, è proprio la menzogna, parallelamente al timore, a farsi progressivamente strada fino ad occupare un posto, quantomeno apparente, di rilievo nella storia nella sua generalità e nella struttura medesima dove il tema della luce introduce non casualmente le parti di cui si compone il romanzo: una menzogna che consiste talvolta nella distorsione di ciò che è vero, talvolta nell’omettere un pezzo del puzzle complessivo che si traduce in una visione presuntivamente accettabile della realtà da parte della “vittima” nell’ottica dell’ingannatore. Un luogo mefitico camuffato da paradiso. Si legge in un passaggio emblematico del romanzo: “che l’inferno in fondo fosse rimanere ancorati per sempre alle cose non dette in vita, agli imbrogli perpetrati, alle bugie seminate?”.

Il punto è esattamente questo: ciascuno offre all’altro la parte di realtà che ritiene di potere concedere, ma nell’omettere o nel distorcere non protegge l’altro, preserva se stesso dall’obbligo di affrontarsi. Come se nascondere fosse negare e negare fosse la concreta cancellazione di una porzione della verità, come se bastasse non rendere in forma verbale l’integrità della realtà per essere certi che non esista, che non sia mai esistita quella realtà che porta con sé l’inevitabilità delle scie dolorose dei processi di crescita, come se fosse possibile lasciare i fantasmi in una terra lontana e irraggiungibile se non in prossimità di morte per essere tranquilli, costruire qualcosa, andare avanti. Ma qui i fantasmi travalicano i confini e giungono a disturbare la calca di menzogne con cui proviamo a raccontarcela prima che il dramma piombi sulle nostre teste e ci imponga un cambio di rotta. Sono quelli che Paolo riesce a distinguere attraverso una torcia straordinaria, speciale e magica, che egli stesso crea, insolito omaggio alla donna, amata e sposata, per il loro anniversario, mediante un recupero: una lampada tra i rifiuti da trasformare, a cui ridare nuova vita e, soprattutto, una luce diversa, quell’indispensabilità del sole che Petra aveva cercato e che le era stata negata dal buio confortante e disperato delle finestre della sua casa familiare, chiuse da una madre incapace di reggerne l’impatto. È il sole che Paolo vuole regalare a Petra e, nell’atto creativo, è la casualità dello schema numerico che ne genera l’alchimia, ché la ragione non sempre serve, come diceva qualcuno, “il sudoku che, nella sua variante elettrica, scombina la quadratura della sua vita”, è la coscienza della fragilità delle cose terrene a cui rimediare, nonostante l’inquietudine imposta dalla legge della caducità, che ne indirizza lo spirito del medesimo processo.

“Per questo, con la torcia accesa nella mano destra, Paolo sentiva inconsciamente il senso della fine di un ciclo, di una stagione, proprio mentre poteva osservare con i propri occhi il ripetersi ossessivo della vita nella morte e cominciava a nutrire il timore che tutto fosse immobile e immutabile”: recita così un altro significativo passaggio del romanzo e prelude significativamente al valore dell’oggetto del titolo rispetto all’andamento della narrazione.

Caduta delle luci - La meravigliosa lampada di Paolo Lunare
“Caduta delle luci”, pastello su carta, Mork.

L’invenzione di Paolo è il motore della storia, è ciò che mette in movimento la fissità dentro cui Paolo e Petra si sono arenati da tempo, quella serenità, compiaciuta e necessaria all’ordine estetico e pubblico delle cose, ma lontana dal flusso delle stesse che pure sotto continua a lavorare, incrementando il solco del fondo, ingravidandolo, con la complicità, quasi femminile, di una lampada che non rivela la superficie della realtà, ma maternamente scava, come la luna di notte, dentro i segreti dei propri figli e rivela le verità nascoste, celate, distorte. In fondo, la lampada su questo agirà: sulle origini dell’uno e dell’altra, e se l’una recupererà un pezzo, l’altro farà i conti con la sua mancanza. La verità, frutto di un prodigio che chiama a raccolta i fantasmi del nostro passato, separa perché differenzia, regala all’una l’illusione benefica di un’interezza mai provata e scoperchia l’altro delle sue certezze, lo rende naufrago di uno strappo di radici di sangue in cui c’è troppo dolore per accettare la mano dell’altra. C’è un orgoglio ferito, il vuoto, la fine delle cose che incombe con la sua greve forza sui resti di un amore troppo piccoli ora perché possano muoversi, danzare al vento, ricomporsi nelle forme di un figlio e di un futuro che verrà.

Nei giorni scorsi ho pensato molto a questo libro, in origine avevo creduto fosse necessario sostenerlo con l’ausilio di un altro, una raccolta di racconti di fragilità e imperfezioni di un Sud America dentro cui, talvolta, ci piace crogiolarci, poi mi sono accorta che il libro aveva la struttura necessaria per ritagliarsi il suo posto da solo qui, una dignità che non necessitava di altro che non fosse l’ascolto della voce di Paolo e di tutti quelli che lasciano il cuore dentro il passato fino a morire, non necessariamente in senso organico.

Non solo. Ho pensato che la chiave di lettura fosse e sia una soltanto: le cose belle perse, per incuria, per trascuratezza, perché non ci crediamo abbastanza, perché non ce ne riteniamo degni, perché abbiamo troppo male, per orgoglio, perché siamo uomini e donne e le cose ci sfuggono di mano per legge naturale, forse anche per menzogna. Eppure io ho l’impressione che la menzogna, adesso che sono giunta alla fine, sia solo la copertura, un telo sopra gli angoli lasciati scoperti dalla irragionevolezza, talvolta brutale, della vita. In fondo, la conferma che questo autore sia oltre le ordinarie aspettative, nel punto di sovversione o nell’incrinatura malinconica. In ogni caso, nella mano sulla spalla che ora è qui.

Mindy

Alla luce del prossimo viaggio.

«[…] La notte in cui Paolo Lunare fece la sua prima passeggiata con i morti che frequentavano l’isolato di casa sua era una notte inaspettatamente fredda: l’autunno, alla fine, si era preso una volta per tutte quella lunga e torrida estate. Per questo, con la torcia accesa nella mano destra, Paolo sentiva inconsciamente il senso della fine di un ciclo, di una stagione, proprio mentre poteva osservare con i propri occhi il ripetersi ossessivo delle vita nella morte e cominciava a nutrire il timore che tutto fosse immobile e immutabile […]». (C. Chiapparino, “La meravigliosa lampada di Paolo Lunare”, TerraRossa Edizioni)


Riprendiamo il cammino e lo facciamo con un autore che sa toccare il cuore di Ork. Forse, in compagnia femminile. Forse, da solo. Ché questa storia semplice ha tanto da dirci. A breve.

Angelus di Millet
“Racconto”, acrilico su carta, Mork.