Succede abbastanza di frequente, sempre più spesso, oserei dire, che qui si debba ricorrere al passato per ridare slancio e senso al pianeta Ork che, per scelta, racconta della Vita per il tramite offerto dalla Letteratura, ben coscienti del fatto che il mondo letterario, pur nell’artificio entro cui nasce, racchiuda una verità, una possibile verità che l’autore trasmette al lettore che, vigile, se ne fa custode neanche tanto segreto e latore negli spazi della propria esistenza in cui quella verità si incastra più o meno alla perfezione. Di Robert Arlt sapevo poco prima di decidere di dargli ingresso attraverso una recente pubblicazione ad opera dell’editore Del Vecchio (nella traduzione di Marino Magliani e Alberto Prunetti), ma molto di ciò che ho avuto modo di apprendere in merito alla sua vita irrequieta e turbolenta era già arrivato a destinazione, portando a termine quel procedimento di incastro tra verità propria ed esistenza altrui di cui abbiamo già detto, per il tramite della lettura delle sue “Acqueforti spagnole”, che ne rivelano una doppia anima persino nella scelta del titolo che, riferendosi a una tecnica calcografica, racchiude più che la natura dello sguardo, la modalità di estendere al pubblico di potenziali lettori un’impressione ricevuta, ciò che si imprime attraverso lo sguardo, l’effetto della suggestione paesaggistica, umana e geografica e culturale, sull’anima in fuga quale parrebbe essere quella di Arlt. Si tratta di una raccolta di tasselli variegati e compositi, pur nello sguardo onnicomprensivo di derivazione, di un’esperienza di viaggio in Spagna che egli riportò tra il febbraio del 1935 e il luglio del 1936 per conto del quotidiano “El Mundo” all’interno di una rubrica che ne connotava l’essenza attraverso il riferimento esplicito alla tecnica dell’acquaforte.

Il fatto che la destinazione fosse giornalistica rivela una delle due anime del testo ospite oggi del nostro pianeta, appigliandosi ad una delle peculiarità della tecnica illustrativa che domina la scena dello spazio letterario sudamericano offerto da Arlt: i limiti imposti dalla cornice giornalistica, ritagliata dal quotidiano spagnolo per lui, esigono chiaramente un’immediatezza di scrittura che, come l’acquaforte, renda agevolmente, senza mediazioni, che non siano quelle suggerite dalla scelta dello sguardo dell’artista, l’oggetto del medesimo, ma parallelamente la modalità in cui questo accade, cioè attraverso l’uso di acidi, è l’indicatore, senza margine di errore, della irrequietezza di Arlt. La violenza che ne consegue, quella fisiologica con cui l’acido attacca ciò che non è adeguatamente protetto è la profondità narrativa della scrittura, l’oltre consegnato ai lettori che vogliano da un viaggio quell’inestimabile valore aggiunto che è l’Anima in fuga, lo spirito selvaggio che trova riparo momentaneo nel luogo che non gli appartiene per nascita, anzi proprio perché fuori dal posto natio in una sospensione delle proprie rimembranze che lascia libero ingresso a tutto ciò che non si è e che può apparire, rivelarsi nelle forme immaginifiche e potenti del desiderio.

La presenza di un padre severo la cui rigida educazione potrebbe spiegare la fuga e la ricerca è non solo nella cupa evidenza del martirio cattolico entro cui pare non vivere Santiago di Compostela, ma anche nell’abisso delle miniere di carbone e nella capacità di includere, per un gioco di opposizione e anelito, nello scenario delle sue acqueforti la forza di un’irruenza salvifica e femminile, non più la chiusura paternamente claustrale della colpa e della sua espiazione, ma, al contrario, il piacere femminile, la rappresentazione delle donne in un attaccamento alla terra che le rende fertili egemoni di una naturalezza corporale fuori dallo stereotipo del meccanicismo razionalizzato del dominio degli uomini e della funzionalità al godimento maschile: creature dell’essenziale, anarchiche e fugaci, soggetti coscienti del moto rivoluzionario che la loro vista è in grado di avviare, non più soltanto oggetto dello sguardo maschile, varia declinazione di “combinazione di passione e affetto” che in Galizia assume l’andamento di un movimento esistenziale generato da “cause più umane” e in cui “domina la saggezza”, più in generale espressione di un dinamismo che è di quella Terra che impedisce ai suoi abitanti di concentrare il loro interesse per le forme di vita che non abbiano in sé un potenziale evolutivo forte e marcato, ideale substrato, potremmo dire, di un collegamento metafisico tra luoghi, laddove la Repubblica Argentina si configura quale seconda patria dei galiziani, che la concepiscono in un sentire nostalgico o nell’insofferenza verso ciò che la prima patria offre loro per nascita.

Dunque, una dimensione ondivaga che riflette l’autore delle acqueforti e lo rende potenziale fuggitivo in patria, oltre le oceaniche separazioni, in una circolarità da libero arbitrio dove il movimento a generarlo è il paesaggio o le donne nella accezione ampia con cui si affacciano all’attenzione desiderante di Arlt: sono contadine, donne che lavorano nei campi, senza uomini al loro fianco, la dominante assenza del contadino, per scelta di fuga verso altre terre in cui “guadagnarsi da vivere”, sono donne in festa, come quelle di Betanzos, con le teste “avvolte in fazzoletti viola con dischi d’oro oppure neri con decorazioni di rose”, quelle “con gli scialli a frange gialle e la gonna scampanata di velluto nero”, che, “sedute sulle sponde dei carri”, “aprono i loro cesti e preparano la merenda” in una suadente e solida ritualità che le preserva dal godereccio fine a se stesso dei loro uomini che pure guardano chiacchierare animatamente dentro le osterie mentre colpiscono le tavole con pugni pesanti in nome di un’inesistente autorità. Sono anche le donne di La Coruña, “le ragazze dal bel corpo che si pavoneggiano felici di mostrare le gambe tornite” nell’aria tardivamente allegra di una città di mare in cui provocare, ridere, dare spazio al margine lasciato fuori dall’urgenza primaria e semplice di piangere. Qui esplode, complice il mare, il trattenuto dell’interno, qui c’è spazio per la frugalità e il tempo sospeso dei piaceri, per il vivere bene, per il desiderio avido e l’assenza di preoccupazioni verso il futuro dentro cui il corpo non è e, pertanto, ne decreta la non esistenza. Siamo fuori dall’essenziale, dentro il godimento, nel desiderio di Arlt rapito da ciò che gli è stato negato.

“Il viaggio”, pastelli e gesso su carta, Mork.

Non sono solo le donne a muovere le acqueforti. L’inchiostro è anche al servizio dell’ambiguità del paesaggio, oltre che della storia e della cultura di un popolo che della decadenza e del dominio sembra avere fatto non solo un tratto della propria identità, ma anche la sostanziale premessa delle alternanze degli umori che trovano tutti collocazione provvidenziale in ciascuno dei luoghi incisi nelle acqueforti, poiché “la civiltà è una realtà sconnessa dal progresso economico” e, dunque, non esclusa dalla componente di una volontà esterna che dirige, in nome di un benessere collettivo, senza fagocitare l’intimità complessa di un popolo che, indolente, si fa muovere anche dal paesaggio. Quello stesso che, lontano dal ritmo monotono, racconta la sua storia, quella di “un dolcissimo pianto”, una storia di purezza e di amore per la vita negli scorci montuosi, laddove le acque sanno delle lacrime versate nella solitudine di Buenos Aires, rinnovando quel legame già accennato, e la gente ha il profilo “pulito e barbaro” e lo sguardo delle donne rivela “una dolcezza così ardentemente femminile”. Ma racconta anche l’altra faccia, il mare di fianco alla montagna, in un “intimo conglomerato” in cui terra, mare e montagna sono espressioni del medesimo valore umano che si declina come può, nel rispetto di un fisiologico confine che la natura offre e a cui il galiziano non si ribella, ma dentro cui sta consegnandoci una lezione su ciò che sono i nostri limiti e l’opportunità di non scoprirsi prigionieri, ma viaggiatori attenti e osservatori scrupolosi della disponibilità evolutiva che il contenuto del tracciato ci riserva.

Non c’è viaggio degno di essere compiuto che non passi dal buio, dalla dimensione bassa, da quello che è nascosto, vietato, eppure urgente, lungo un movimento che, iniziato nelle forme femminili e paesaggistiche, incontra l’oscurità, ancora esterna, nei palazzi, nelle architetture e nelle piazze di Santiago di Compostela, ma anche nella discesa verso le miniere di carbone, nel rischio di morte, nella paura del non esserci giustificata solo dal bisogno, dall’urgenza, da un’ineluttabilità che tradisce anche la facilità delle vite alla luce. Santiago ha “il disegno severo dell’oscurità”, in cui si affaccia qualcosa di bello e funebre e dominano il freddo del marmo e la solitudine dell’assenza umana, e concede malinconia e angoscia, quella chiusura all’allegria che la rende il contraltare ideale a La Coruña, in una volontà politica di fuga dal resto, più facile ai domini diversi e più attesi, qui tramutata in ossequio a un Dio cattivo dimentico dei mendicanti che sono “opere d’arte, l’essenza apostolica impressa nella signorile arte dell’accattoneria, la smorfia che evoca artisticamente l’agonia del Cristo”, la natura terrena e il rivoluzionario fascino del figlio di Dio e delle sue eterne derivazioni ai margini delle nostre strade.

Oviedo e la sua miniera sono, invece, un’oscurità che della terra si nutre, il pezzo mancante alla iniziale discesa agli inferi che Santiago paradossalmente offre per un’inspiegabile colpa da espiare. Qui, non c’è una punizione che non assuma la forma di una scelta. Si sceglie di nascondersi al mondo, di essere sepolti vivi per una necessità che nel sostentamento racconta di una prigione, una soggezione al lavoro, alle leggi di un tempo dimentico del valore umano, come dei mendicanti e della trasformazione di Cristo, quello che gli abitanti della Galizia, invece, tengono a mente.

C’è spazio ancora per “la città dall’intimità di un bazar”, il “porticciolo-giocattolo”, per le donne che ridono e il mercato del pesce e un muro di cemento da cui gli innamorati guardano il mare e si accarezzano, c’è spazio per un’altra economia, la vendita del pesce, le regole eque, il giusto profitto, per la spiaggia lunga dove le popolane si accampano. C’è spazio per capire quanto si è fortunati ad essere quello che si è, viaggiatori indefiniti, oblique incisioni di quel femminile caro alla Zambrano, in cui c’è, forse, la portata, l’unica, della nostra esistenza, laddove sappiamo di non essere, rifuggiamo dalle definizioni, stiamo nel tempo, lo visitiamo, cerchiamo e desideriamo e in un circolo infinito passiamo sulla terra più leggeri, come “acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta” (Cit.: Sergio Atzeni, “Passavamo sulla terra leggeri”).

Mindy

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